Quale pluralismo

Inserito in NPG annata 1978.


Franco Peradotto

(NPG 1978-06-37)


Il pluralismo è il segno e lo strumento di una società democratica in cui la partecipazione è l'elemento essenziale. Democrazia, partecipazione, pluralismo sono tre termini intimamente collegati: manifestano una unica vitale esperienza, quella che vede tutti gli uomini responsabilizzati verso la comunità di cui fanno parte. Un termine non può fare a meno dell'altro. Nel cattolicesimo di questi ultimi anni la coscienza della doverosità del pluralismo è andata crescendo: non ha però, ancora, risolto tutti i problemi teorici e pratici. Del resto democrazia, partecipazione e pluralismo esprimono una situazione in continuo mutamento perché collegata a sempre nuovi problemi e situazioni. Ecco perché non si possono proporre facili formule risolutive; mentre, invece, è indispensabile avere ben chiare le prospettive di fondo.

COSA È PLURALISMO

Nel Dizionario di politica (UTET, pp. 717-722) Norberto Bobbio così definisce il «pluralismo»: «Si chiama pluralismo quella concezione che propone come modello una società composta da più gruppi o centri di potere, anche in conflitto fra loro, ai quali è assegnata la funzione di limitare, controllare, ed eventualmente eliminare, il centro di potere identificato storicamente con lo Stato». Questa definizione può lasciare l'impressione che il pluralismo provochi una permanente conflittualità con lo Stato. Non è questa la nostra maniera di intendere il pluralismo. Preferisco la concezione del «pluralismo organico» recentemente presentata, con estrema correttezza, da un «editoriale» di La Civiltà Cattolica (n. 3058, 19 novembre 1977, pp. 314-324). Si parte dalla concezione della società come «un tutto organico nel quale la pluralità degli interessi in giuoco, che sono diversi ed anche opposti tra loro (per cui un grado anche alto di conflittualità è ineliminabile da ogni società) devono comporsi, sia pure a fatica e non senza lotte aspre, in una superiore unità, lo Stato». «Il pluralismo delle forze sociali e politiche, portatrici di ideali e di interessi diversi, non si pone più in opposizione allo Stato, ma è a servizio del bene comune». Favorisce una società «aperta» al cambiamento sociale dove, dialetticamente e con una costante dinamica di ricerca dottrinale e sperimentale, le varie componenti si confrontano, si criticano lealmente, si coordinano attorno a determinate soluzioni, unicamente preoccupate del bene comune storicamente prospettabile in un determinato momento della evoluzione sociale.

Pluralismo come segno di complementarietà di apporti

Questo tipo di società non può che stimolare e valorizzare le «formazioni sociali» (culturali, politiche, economiche, educative e religiose) perché dal loro apporto derivi il cammino in avanti della umanità. Rispetta e valorizza l'apporto di tutti (come singoli o come «aggregati» in strutture diverse); stimola anche la preoccupazione permanente del bene comune per evitare ogni corporativismo, privilegio, egemonia. «In tal modo – scrive La Civiltà Cattolica – il pluralismo, mentre da una parte valorizza dinamicamente la diversità sociale, dall'altra non intacca la necessaria unità della società». Il pluralismo è dunque il segno di una società ricca di apporti ideologici e sperimentali; è la logica conseguenza di una società che intenda non stabilizzarsi in formule tradizionali ma che punti su rinnovantesi «vie nuove«; è soprattutto il risultato del moderno fenomeno della socializzazione.

Limiti del pluralismo

Il pluralismo non può diventare un mito. Ha dei limiti ben precisi. Uno sta a monte di tutti e ci deve trovare particolarmente attenti come cristiani. Proprio perché è una esperienza umana subisce tutti i condizionamenti che la riflessione cristiana ribadisce costantemente e che vanno tenuti presenti quando si vuole «educare» al pluralismo. L'esperienza umana è condizionata dalla «creaturalità» (le interpretazioni dei fenomeni e le proposte di soluzione sono sempre incomplete, limitate, ambivalenti); dal peccato (la permanente tendenza all'egoismo, nelle sue varie forme, deriva dalla condizione di peccato originale in cui si trova ogni persona, fin dal suo inserirsi nella umanità; dalla condizione di appartenere ad una umanità peccatrice dove le esperienze negative hanno un gravissimo peso; dalla somma delle esperienze personali negative). Tutte le esperienze umane, poi, per il cristiano vanno vissute con una cosciente «riserva escatologica» secondo la quale il vero destino umano sorpassa ogni progetto sociale perché, mentre sappiamo che siamo destinati tutti a costituire una unica famiglia in Dio, non sappiamo come e quando finirà la storia. A questo riguardo si potrà leggere molto utilmente il documento della Commissione Teologica Internazionale su Promozione umana e salvezza cristiana pubblicato su Il Regno-documenti del 1° novembre 1977 e in La Civiltà Cattolica n. 3055 del 1° ottobre 1977. Di qui l'obbligo di evitare l'ottimismo spericolato nei confronti del pluralismo quasi che bastasse invocarlo o consentirlo per ricavarne sempre e soltanto risultati positivi.

Contributi specifici del cristiano al pluralismo

Altro limite molto preciso per gli appartenenti all'area cattolica (un limite da interpretare non come «negativo», ma come utile per favorire apporti più competenti e meglio equilibrati; più attenti al bene di tutti e meno inficiati di individualismo; più globali, per quanto riguarda il destino dell'uomo) è quello che si riferisce ai «valori cristani». Nell'esercizio del pluralismo i cristiani devono tener presente che non può mancare il loro «originale» contributo onde
fare più ricco e vario il «coro» delle valutazioni e delle interpretazioni sociali. Tale contributo riveste moduli diversi che il Documento-base per il Convegno su Evangelizzazione e promozione umana (Collana Documenti CEI, Elle Di Ci, n. 14) sintetizzava secondo una triplice preoccupazione: «purificare, consolidare, elevare» specificando molto bene che cosa significa per la comunità cristiana assumersi il compito di essere «coscienza critica dell'umanità».
Il «contributo» dei credenti al pluralismo è il risultato delle:
– esperienze concrete che segnano il cammino dei singoli e delle comunità di fronte ai vari capitoli della realtà sociale e che sono frutto di profonda attenzione ai «segni dei tempi» correlati con la preghiera, l'ascolto della Parola di Dio e della ricerca comunitaria;
– delle ricerche e dello studio degli «esperti»: teologi (dogmatici e moralisti), pastoralisti, ricercatori nelle scienze umane o antropologiche...;
– delle indicazioni magisteriali tenuto conto dei vari livelli da cui provengono, del diverso «peso» con cui sono sottolineate, del diverso grado di adesione richiesto, della diversa fonte da cui provengono;
– degli apporti ricavati dal cammino sociale frutto di esperienze, problemi, soluzioni, critiche: un cammino che è, contemporaneamente, segnato da riforme legislative e strutturali, ma che lascia anche larghi spazi per lo spontaneismo e per la «fantasia» con cui rispondere ai problemi immediati e sempre nuovi;
– delle critiche e delle stesse incomprensioni e persecuzioni che i cristiani possono ricevere da chi non ne condivide apporti e proposte.
La somma di questi elementi, riferita a concreti problemi sociali, fa ricco ed estremamente valido l'apporto dei seguaci del Vangelo. Questo non è integrismo ma logica conseguenza della identità cristiana. Al riguardo è molto stimolante la seguente osservazione dei gesuiti Bartolomeo Sorge e Giuseppe De Rosa (cfr. La Civiltà Cattolica - «Fede cristiana e integrismo», n. 3064, 18 febbraio 1978): «Bisogna attentamente distinguere tra l'" ispirarsi" alla fede nell'attività sociale e politica e il "dedurre" immediatamente e rigorosamente un modello di società e di azione socio-politica dalla fede. La deduzione immediata e rigorosa d'un modello di società dalla fede comporterebbe la delineazione di una "società cristiana" come unico modello valido di convivenza, oggettivamente ritenuto obbligatorio non solo per i cristiani, ma per tutti. Invece, "ispirare" la vita sociale e politica alla fede significa che nella costruzione di un modello di società
umana" – cioè non dedotta dalla rivelazione, ma fondata sulla ragione e sul vero e sul bene che la ragione mostra essere tali (quindi fondata su valori umani "comuni" a tutti e da tutti accettabili) – il cristiano chiede alla fede solo la luce che essa proietta sull'uomo, sulla sua dignità e sul suo destino, e la forza che i valori cristiani mettono a servizio dell'uomo, in primo luogo la forza della carità». L'ampia citazione chiarisce alcuni atteggiamenti essenziali per essere pluralisti in maniera cristiana e lascia intravvedere che si tratta di una fatica quotidiana molto complessa, la quale esige la pazienza della ricerca, della sperimentazione e del confronto, della disponibilità a lasciarsi «verificare» dalla comunità cristiana più ampia che ci circonda e da coloro che della comunità sono le «guide pastorali». Vivere così non fa perdere le personali ricchezze, anzi le stimola e potenzia in vista del bene di tutti.

ESSERE PLURALISTI QUI-ORA

Il pluralismo si attua e realizza in un ben preciso contesto storico e geografico. In concreto: dobbiamo essere pluralisti tenendo conto che viviamo in Italia. La Costituzione italiana (cui deve ispirarsi tutta la organizzazione statuale e tutta la legislazione) non solo afferma esplicitamente il pluralismo («La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità», art. 2), ma fa della partecipazione varia ed articolata un diritto-dovere di ogni cittadino: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese», art. 3). Chi tentasse di egemonizzare i vari settori in cui si esprime la vita degli italiani andrebbe contro un preciso dettato costituzionale.
Ma si può dire di più, e qui si incontrano felicemente la concezione del «pluralismo organico»
ricordato all'inizio e quella del «pluralismo costituzionale» italiano. Per entrambe il pluralismo si manifesta nell'accettare che, di fronte alla ricerca di soluzioni per i diversi problemi, lo Stato (nelle sue articolazioni soprattutto regionali, provinciali, comprensoriali, comunali...) dia il suo specifico contributo nel rispetto assoluto dei cittadini e dei loro raggruppamenti; e che, nel contempo, le iniziative varie dei cittadini (che muovano da motivi sociali e dalla volontà di servire l'umanità) siano presenti con proprie strutture e servizi. Il tutto coordinato opportunamente (programmazioni; convenziona-menti; stipulazione di accordi) per il bene comune, senza annullare la ricchezza dei singoli apporti. Questa complessa realtà oggi, con sintesi felice, si chiama «pluralismo nelle strutture e pluralismo delle strutture» senza opposizioni preconcette ma con volontà di integrazione. Dopo queste premesse è più facile enucleare quanto è richiesto a chiunque intenda operare con mentalità veramente pluralistica nel contesto della realtà italiana. Vediamo qualche applicazione particolare senza contrapporre le due ipotesi operative, ma pensandole in reciproca integrazione. Sarà del resto la esperienza stessa, secondo i settori in cui avvengono le realizzazioni (scuola, cultura, mondo del lavoro, problemi familiari, sanità, assistenza, tempo libero, sport, ecc.) ad esigere ulteriori determinazioni che lo spazio di un articolo di rivista non permette di affrontare. Mi soffermo nelle indicazioni pratiche soprattutto su strutture che possono riguardare il settore educativo.

Sono legittime le iniziative confessionali

Il legittimo pluralismo di strutture educative consente il sorgere e lo svilupparsi di «iniziative» dichiaratamente cattoliche. È più che normale che, chi ha un preciso progetto educativo sull'uomo che si rifà alla Rivelazione ed alla antropologia di matrice cristiana, voglia offrire occasioni strutturate (ambienti educativi, scuole, gruppi ed associazioni) in cui proporre esplicitamente la costruzione di personalità giovanili o adulte secondo un ben preciso programma. Questo deve, però, essere dichiarato formalmente agli «utenti» diretti (ragazzi, giovani, adulti) o a chi indirizza ad essi degli «utenti». Non è pedagogicamente valida la formula di chi finge di essere neutro, mentre invece intende far vivere secondo un ben preciso progetto. Molto più logico dichiararsi fin dall'inizio, e dal primo approccio, pur riconoscendo che si propone un «itinerario di vita» che avrà i suoi momenti facili e difficili, le sue adesioni e le sue contestazioni, i suoi entusiasmi e le sue fughe.

Servizi per la promozione umana ad ispirazione cristiana

Altra formula, ancora derivante dalla matrice cattolica, può consistere in «strutture private» (cioè create liberamente con iniziativa privata) che intendono venire incontro a delle esigenze non ancora affrontate dall'Ente pubblico o non risolte convenientemente. In esse una dimensione «laica» dei valori proposti (valori, cioè, umanamente condivisibili aldilà di un riferimento esplicitamente religioso) può consentire un accesso meno «discriminante» di quello che potrebbe essere richiesto da strutture finalizzate a «far crescere dei cristiani». Sono «servizi» per la promozione umana in campo educativo molto utili: in essi una scelta religiosa più determinata può anche manifestarsi e ricevere sostegno; tuttavia avviene in maniera ben distinta da tutto il resto dell'attività. Naturalmente questa cosiddetta «proposta laica» non deve essere in dissidio con la coerenza cristiana.
Questo secondo tipo di strutture possono sorgere e svilupparsi come un servizio reso dalla esperienza cristiana allo sviluppo della personalità umana; devono venire incontro ad effettivi bisogni e perciò essere capaci di rinnovarsi e di adattarsi continuamente al contesto territoriale e demografico; devono eccellere per la competenza del servizio, per il «senso di novità» pedagogica che le accompagna; devono essere estensibili a tutte le categorie di persone onde evitare situazioni di privilegio; debbono soprattutto venire incontro alle situazioni più emarginate. Molte cose, che tra poco saranno dette per il «pluralismo nelle strutture», vanno assunte anche da queste iniziative di cui abbiamo appena parlato. Soprattutto si richiede una disponibilità al coordinamento ed alla programmazione pubblica, come anche a formule diverse di rapporto strutturale per rispettare sempre la preoccupazione per il bene comune degli «utenti».

Pluralismo nelle strutture pubbliche

Quando, invece, si tratta di iniziative offerte o realizzate dall'Ente pubblico bisogna tenere sotto controllo (l'espressione sia intesa, però, nel più largo significato positivo come contributo al migliore apporto pedagogico) quello che viene chiamato il «pluralismo nelle strutture». Elenco sinteticamente una serie di «verifiche» da avere costantemente presenti:
– garantire strutturalmente (tramite ad esempio gli organi di rappresentanza e di partecipazione cui è affidata la gestione della iniziativa) l'assenza di pressioni ideologiche (culturali ed educative) frutto di una egemonia di «progetto educativo» o, peggio, segno di una manipolazione pedagogica intenzionale;
– difendere gli «utenti» dalle strumentalizzazioni del potere, soprattutto tenendo conto delle diverse tappe dello sviluppo della persona umana che non è subito capace di piena responsabilità di valutazioni;
– assicurare che il «servizio» sia concretamente estensibile a tutte le persone e, in particolare, alle categorie più povere ed emarginate;
– verificare che negli «organi di gestione» sia praticata metodicamente la partecipazione piena e correttamente democratica (convocazioni per tempo; dibattiti con tempo sufficiente; consultazioni effettive della «base«; votazioni controllate; eccetera);
– impegnarsi perché i valori fondamentali previsti dalla costituzione italiana (tra cui quelli religiosi, cfr. articoli 3 e 21) siano integralmente rispettati nei vari interventi pedagogici e culturali.
Il «pluralismo nelle strutture» esige infine di essere confrontato in modo permanente con le esigenze del bene comune di tutti i cittadini. Le singole strutture debbono rispettarlo: ma esse debbono lasciarsi ricomporre in una prospettiva più vasta e complessiva.

COME CONCLUSIONE

A modo di conclusione ecco alcune ulteriori proposte rivolte al mondo cattolico:
– Per determinare l'utilità di creare, conservare o trasformare una struttura «in proprio» è necessario mantenersi collegati con la realtà territoriale e sociale (per rispondere agli effettivi «bisogni») e con l'evolversi delle indicazioni degli esperti» e delle deliberazioni legislative (per camminare con la società contemporanea).
– Per accettare le proposte di programmazione e di convenzioni varie bisogna far crescere in se stessi il senso profondo dell'interesse per il «bene comune» e allontanare la mentalità secondo cui ciò che viene proposto dall'Ente pubblico è perlomeno sospetto: bisogna partire dalla fiducia reciproca.
– Per affrontare i problemi posti da ogni tipo di pluralismo occorre avere la pazienza di confrontarsi periodicamente con i fratelli della stessa fede (in vista anche di confrontarsi più autenticamente con le persone di diversa matrice culturale) al fine di saper valutare le proprie scelte, le proprie esperienze, i propri progetti. Il cristiano, infatti, cresce e si sviluppa in una comunità alla quale deve «rendere conto» per ricevere aiuto, critiche, sostegno nella sua non facile avventura sociale.
– Poiché non per tutti i cittadini, non in tutti i territori, non da parte di tutti i fondamentali servizi può, concretamente, essere attuato il «pluralismo dei servizi» (basta pensare alle difficoltà economiche e alla carenza di persone competenti), è urgente che i cittadini vengano formati al «pluralismo nei servizi» mediante una intensa e scrupolosa educazione di base che li renda capaci di portare avanti i valori della democrazia e della partecipazione. I cristiani poi maturino efficaci esperienze che li aiutino ad essere presenti responsabilmente senza cadere nell'integrismo religioso.
– È infine indispensabile che nei contributi dati in spirito pluralistico si eviti di presentarli soltanto in funzione negativa (come anti-marxista, anti-radicale, ecc.). La proposta di matrice cristiana si presenti in chiave positiva e sappia accogliere lealmente quanto di buono e di valido è presente in altri tipi di proposte culturali ed educative.