Centro Giovanile Sì/No? Il criterio della partecipazione

Inserito in NPG annata 1978.

 


(NPG 1978-06-23)

 

Abbiamo posto e risolto i problemi del rapporto Centro giovanile-territorio in modo astratto, attenti soprattutto al dover-essere. È un modo importante di riflettere, se vogliamo evidenziare dei criteri con cui giudicare la prassi. Ma non basta. I problemi hanno sempre una risonanza concreta, capace di sconvolgere le più raffinate elaborazioni teoriche. Anche la prassi, interpretata e approfondita, diventa principio di proposta e quindi criterio di verifica di altre prassi.
In questa prospettiva offriamo due esperienze concrete. Esse ci dicono, col peso delle cose fatte, un modo di vivere il rapporto Centro giovanile-territorio. Queste due esperienze, lette superficialmente, possono sembrare lontane, i poli opposti di una stessa ricerca. Comprese in profondità suggeriscono interessanti stimoli, a contrappeso dell'esperienza concreta di ogni operatore di pastorale giovanile.
Il primo testo riferisce l'esperienza della Parrocchia dell'Ascensione di Torino. Riproduce una nostra intervista ai sacerdoti che operano in quella Parrocchia. Il secondo propone l'esperienza del Centro giovanile «Valdocco» di Torino, in un testo steso dal suo responsabile e nostro collaboratore, Vincenzo Marrone.

 

L'ESPERIENZA DELLA PARROCCHIA DELL'ASCENSIONE

A Torino la vostra scelta è conosciuta: condivisa e contestata. Dice, in termini molto chiari, un certo modo di essere parrocchia, comunità cristiana nel territorio. Quali sono i tratti tipici della vostra scelta pastorale?

Per capire la nostra esperienza, bisogna rifarsi alla nostra storia.
Quando abbiamo incominciato, sette anni fa, avevamo un seminterrato e il progetto di costruire due chiese, perché la parrocchia ha un territorio molto vasto. Il progetto è andato a monte. Non abbiamo costruito nessuna chiesa e abbiamo ceduto al comune il seminterrato per i servizi sociali. Visto che il nostro è un quartiere nuovo, senza nessun servizio, non ci pareva giusto che la Chiesa avesse dei privilegi, nel senso che tutti gli altri servizi erano da costruire e noi cristiani invece ci facevamo la nostra bella chiesa. Ci pareva un segno di controtestimonianza.
Noi utilizziamo il seminterrato come chiesa; esso è anche al servizio del quartiere per assemblee di quartiere o per assemblee sindacali.
La gestione non è dei preti o della comunità parrocchiale ma del comitato di quartiere. Mai abbiamo pensato di costruire oratori o altre strutture simili. Anche i preti si sono impegnati nel comitato di quartiere, assieme agli altri cittadini, credenti e non credenti, per portare avanti una linea di servizio eguale per tutti. L'obiettivo era la costruzione dei servizi necessari per il nostro quartiere: scuole, centri di incontro, centri sportivi. Non tutto è fatto, ma siamo a buon punto: c'è la scuola a tempo pieno, esistono locali per cineforum, équipe di animazione, centri sportivi aperti a tutti.
Se noi come comunità cristiana avessimo costruito il nostro bravo oratorio, la spinta sarebbe stato molto inferiore... forse non si avrebbero questi servizi per il quartiere ma altre case e condomini.

Che ruolo giocano i cristiani?

I cristiani non hanno un progetto specifico su questo. Sanno che questo è un progetto a servizio dell'uomo e quindi si impegnano assieme a chiunque lavori su questa linea. Essi danno un contributo, soprattutto in favore delle categorie più emarginate. Perché anche nel nostro quartiere, quelli che hanno più soldi possono andare altrove a divertirsi. I più poveri devono restare qui. E noi vogliamo che anche essi abbiano ciò di cui hanno bisogno e diritto.
Mai ci presentiamo con l'etichetta di cristiani, ma come cittadini, alla pari con tutti coloro che ci stanno a portare avanti questa battaglia. I cristiani più disimpegnati chiedevano di fare l'oratorio, perché così avremmo tolto di casa i loro bambini e con il ping-pong o il calciobalilla ne avremmo raggiunti e attirati di più...

Una scelta del genere, impegnativa e non comune, ha alle spalle certamente una riflessione teologica, delle motivazioni di fede.
Quali?

Abbiamo la convinzione che non si può evangelizzare se non ci si impegna nella promozione umana. Il messaggio cristiano ha una sua risonanza, soltanto se c'è una realtà di liberazione.
Su questo siamo tutti d'accordo. Ma è un accordo generico. Il problema è sul concreto. Come fare questa promozione umana?
Normalmente ci si muove in questa linea: la chiesa fa le sue opere di promozione umana e lì porta il suo messaggio. Noi invece ci siamo messi su altri piani.
Prima di tutto affermiamo che il messaggio cristiano è credibile se viene da una struttura povera, non compromessa con nessun potere economico: una struttura che dia veramente l'impressione di essere povera. In fondo, qualsiasi struttura che abbia scuole, oratori, ambienti, ha sempre un potere economico perché gestisce un certo giro di denaro, e perciò una forza politica.
Noi vogliamo una povertà di strutture, che si veda. Non ci vogliamo fidare né della forza politica né di quella economica, ma della forza di Dio.
C'è un altro principio evangelico che cerchiamo di vivere: promozione umana non facendo qualcosa «per», ma facendo qualcosa «con». Non opere per i poveri, ma condivisione e compartecipazione alle lotte dei poveri. Non abbiamo mai scoperto così profondamente cosa voglia dire essere poveri, come facendo la coda da un ufficio all'altro, insistendo e battagliando, perché fossero costruite le strutture necessarie per il nostro quartiere.
Questa è la vita del povero: far la coda, scrivere, non ottenere, battere e ribattere alle porte. Se ci fossimo messi noi, come parrocchia, a costruire in proprio, con metà tempo e meno soldi, avremmo ottenuto magari anche qualcosa di meglio e di più funzionale. Ma vogliamo essere invece con la gente.
La gente sa che tu lotti con loro. Abbiamo vinto assieme. Ce l'abbiamo fatta. Se non c'è un campo dove i ragazzi possano giocare al pallone, noi non possiamo dare niente. Possiamo però metterci assieme a tutti e premere su chi di ragione. Queste scelte ci hanno aiutato ad evitare l'ambiguità delle strutture di supplenza: non sai mai se la gente partecipa per Gesù Cristo, in una scelta di fede; o partecipa perché c'è il servizio. L'abbiamo provato anche noi. Quando abbiamo fatto un discorso politico diverso dal solito, qualcuno se ne è andato ed altri sono venuti. Cosa significa? Vengono con noi per Gesù Cristo o per le nostre scelte politiche?
Siamo ridotti all'osso. Ai giovani diamo solo quello che è specifico della comunità cristiana: la Parola di Dio, la preghiera, l'eucaristia. E nient'altro: né una azione politica, né un'azione sociale, né il divertimento. Queste cose sono fuori: nella scuola, nel quartiere, sul territorio.
Il giovane che trova solo questo non è certo attirato dalla parrocchia. Da qui la nostra povertà di giovani che frequentano la parrocchia e gli incontri giovanili: sono pochi, rispetto alle grandi masse di cui altre parrocchie si vantano. Qui è duro. A chi chiede: possiamo fare qualcosa, qui, noi rispondiamo: qui, no; devi impegnarti là, nella vita reale; qui vieni a confrontarti con la Parola di Dio.

Vi pare che questa vostra esperienza e le motivazioni che la sostengono, possano suggerire un modo nuovo di essere la Chiesa di sempre?

Abbiamo costatato che ci vuole molta pazienza e un radicale senso di povertà. Spesso ci chiediamo: la nostra è una linea giusta? Certo è una linea perdente, di vera povertà. Abbiamo solo il lievito e non il pane. E il lievito non lo mangia nessuno.
Vogliamo essere solo lievito. Non pane che sfama.
In questo ci scopriamo in sintonia perfetta con i poveri. Nel nostro quartiere ci stimano e ci sentono davvero vicini. Siamo convinti che questa è la chiesa del futuro.

Non vi spunta mai il desiderio di ritornare alle vecchie formule, magari sotto il pretesto di una maggiore efficienza...?

In quartiere ormai ci sono oltre 40 animatori. Eppure le cose cambiano poco, perché c'è un grosso assenteismo e un notevole disimpegno.
Qualche volta pensiamo: con dieci di questi, in un oratorio, quante cose si potrebbero fare...
Ma ci sembra anche questa una forma di reale povertà. È la vita quotidiana: degli uffici e delle fabbriche.
È la logica conseguenza di un'altra necessità: l'urgenza di trovare un progetto comune, umano, tra persone che hanno diverse visioni ideologiche, invece di fare tra noi le nostre scelte, dove tutto è concorde, perché non c'è chi pensa in modo diverso.
Noi abbiamo costatato che in questo mettere in comune, la gente si accorge che noi abbiamo dei valori più grandi di quelli offerti dalle ideologie o ricorrenti nella nostra società: il rispetto dell'uomo, l'impegno per servire il destino dell'uomo.
Un amico, un giorno, ci ha detto: se qui non c'è una «vocazione» le cose non girano; ci vuole un prete o una suora... Ma i preti e le suore sono al sicuro, nelle loro strutture. Non sono qui, dove si forgia il volto della società futura, dove lotti con i poveri, dove condividi le miserie di tutti i poveri. Se molti di essi uscissero dalle loro scuole, oratori, cliniche e portassero il loro lievito nella costruzione di una società diversa... Solo così, compartecipando, si può combattere l'egemonia di ideologie totalizzanti e oppressive.
Se non si partecipa, ci sarà solo pluralismo di strutture e non pluralismo di idee.

Ci rimane un dubbio. La vostra scelta non corrisponde forse ad un modo radicale di vivere la dimensione politica della fede? In altre parole, non siete rimasti al '68, quando la politica era tutto?
Oggi molti riscoprono il bisogno dí fare spazio al personale, allo stare assieme, alla creatività e alla festa?
Tutto questo potrebbe condurvi a rivedere le vostre posizioni?

Non sono tutte rose e fiori. Quello che abbiamo descritto è il «dover essere». Ci accorgiamo, per esempio, che i giovani più presenti nella comunità parrocchiale non sono i più impegnati nel comitato di quartiere o nell'ambiente della scuola e della fabbrica.
Ci siamo chiesti il perché. Non è facile rispondere.
Forse questo dipende dal fatto che la Chiesa è ancora vista come luogo di culto e non come verifica degli impegni nel mondo; è vista più come rito che come celebrazione di una vita impegnata per la salvezza. Non è una costatazione generalizzabile... ma resta il problema. Del resto il nostro quartiere è abbastanza amorfo: non ci sono grossi fermenti né politici, né culturali, né sportivi. Infatti il nostro quartiere è prevalentemente composto da ceto medio arrivato o da sottoproletariato, non politicizzato.
Nella nostra comunità ecclesiale emerge un altro problema. Abbiamo ridotto all'osso gli incontri con i giovani, perché tutto è incentrato sulla riflessione attorno alla Parola di Dio; con questo però abbiamo tolto una dimensione umana di accoglienza cordiale, giocosa, che è essenziale per il ragazzo. Cerchiamo di aprirci a momenti ricreativi, evidentemente senza tradire la nostra linea, per creare quell'ambiente di intesa umana che è il minimo perché possano succhiare quest'osso molto duro che è la Parola di Dio.
In questo, ci sentiamo vicini alla riscoperta che si sta facendo in tutti i gruppi politici. Dopo un periodo di cose serie, fortemente politicizzate, si sta riscoprendo il «personale», nella dimensione della creatività, della fantasia, dello stare assieme...
Stiamo verificando il cammino. Sentiamo che ci sono carenze da superare, ma senza snaturare la nostra esperienza. Anche perché il ritorno al privato può rappresentare una grossa ambiguità.
D'altra parte noi insistiamo molto perché i luoghi di quartiere siano veri momenti di incontro. Anche in questo, cioè, stiamo attenti a non affidare alle strutture della parrocchia quella funzione di supplenza che abbiamo contestato.


L'ESPERIENZA DEL CENTRO GIOVANILE DI TO-VALDOCCO
V. Marrone - S. Pasquino

Il Centro giovanile di To-Valdocco, a differenza della Parrocchia di cui abbiamo appena raccontato l'esperienza, possiede molte strutture. Se le è quasi trovate addosso, perché ereditate da un periodo storico in cui non ci si poneva problemi come quelli che stiamo dibattendo.
Gli animatori del Centro le hanno usate senza contestarle, come luogo di educazione alla partecipazione. Hanno dimostrato con i fatti che gli stessi obiettivi possono essere raggiunti percorrendo una strada quasi opposta.

UNA SCELTA «STORICA»: CHE FARE DELLE STRUTTURE CHE ABBIAMO?

È indubbia l'estrema attualità della discussione che verte oggi sul problema della istituzione ed è altrettanto indubbio che il concetto tradizionale di struttura è in crisi, soprattutto per il mondo giovanile. È palese la «tentazione della non-struttura», il tentativo cioè di superare in modo nuovo, al di là dei soliti schemi, in modo spontaneo che spesso rasenta lo spontaneismo, i grossi limiti che l'istituzione ha mostrato nel corso dei secoli. Si riscopre così la fondamentale importanza della «base» che molte volte viene tradita o ignorata dal verticismo, dalla burocrazia, dalla complessità, dalla spersonalizzazione dell'individuo, racchiusi spesso implicitamente nel concetto di struttura e di istituzione.
Anche se come Centro Giovanile a Valdocco abbiamo fatto la scelta della struttura non siamo ciechi di fronte a questa sua «crisi»: ci rendiamo conto di tutti i grossi difetti e rischi che porta con sé; e ci poniamo anche noi in un atteggiamento di ricerca per tentare di superare almeno qualcuno di questi limiti o per pensare a nuovi possibili metodi di gestione.
La nostra scelta di accettare l'istituzione può essere vista come un discorso e una scelta storica: ci siamo trovati in pratica di fronte ad una eredità, una grossa ed impegnativa eredità che era da prendere o da lasciare. Analizzandola, studiandola ci siamo resi conto dell'importante «bagaglio» storico che portava con sé: era un'eredità che aveva dato una formazione a molte persone, che aveva creato un clima, che aveva inventato nuove forme di aggregazione per i giovani, che faceva ancora sentire vive fra noi molte ripercussioni positive. Abbiamo compreso cioè che si trattava ancora di una storia vera, autentica e che come tale poteva e doveva avere un futuro.
In quest'ottica abbiamo scelto ieri e scegliamo ancora oggi il discorso dell'istituzione. Non ci nascondiamo i suoi limiti. Per questo non vogliamo mettere delle ipoteche sul nostro futuro. Riteniamo troppo importanti la libertà e la disponibilità: la libertà da ogni struttura e la disponibilità ad ogni novità che ci sembri giusta.
Alla luce dell'oggi scegliamo l'oggi; alla luce del domani sceglieremo il domani.

L'ISTITUZIONE È UNA RESPONSABILITÀ

Responsabilità secondo noi significa «scegliere d'esistere». E «scegliere d'esistere» significa essere vivi e presenti
– in un determinato luogo: qui e non altrove
– in un determinato tempo: oggi e non ieri
– con la propria faccia e con quella di altri
– con le proprie ricchezze e possibilità
– con il proprio «capitale» di locali
– con le proprie idee
– con le proprie proposte da fare.
Tutto questo caratterizza P«aspetto» dell'istituzione, aspetto che deve essere scelto in modo responsabile e non «trovato per caso». Tutto questo significa dare un volto preciso alla struttura che è per definizione uno spazio fisico preciso e determinato, un qualcosa che vive, che si vede, che si tocca.
Avere una presenza implica il fatto che gli altri sappiano che tu esisti, che ti passino davanti, che ti guardino con curiosità, che si chiedano che cosa fai e che cosa vuoi. Di fronte alla presenza, alla vita di un'istituzione (di qualsiasi tipo essa sia) ci si pone quasi in un atteggiamento di osservazione, di ascolto e di domanda. Quindi:
– l'istituzione è una voce: dice con la propria presenza che cosa è e che cosa vuole;
– l'istituzione ha una voce: dice perché vuole certe cose e non altre, critica gli avvenimenti, motiva le posizioni che prende.
Come spazio fisico concreto l'istituzione possiede ambienti, luoghi, sale, strumenti, cinema, palestre, cortili che sceglie di mettere a disposizione del quartiere, dell'esterno.
L'importanza di questa «disponibilità» di luoghi non risiede in se stessa: non ci interessa e non vogliamo fare un'opera di supplenza alle carenze strutturali cittadine. La struttura, l'ambiente ci interessa nella misura in cui comunica con coloro che lo usano, nella misura in cui porta un messaggio, nella misura in cui passa delle idee, delle proposte, nella misura in cui educa il quartiere.

I VANTAGGI DELL'ISTITUZIONE

Proprio in quest'ottica l'istituzione ci offre dei vantaggi, delle possibilità concrete per un dialogo costruttivo con il nostro quartiere. È mettendo a disposizione dei giovani gli spazi di cui disponiamo che possiamo offrire un certo tipo di servizio.
Il Centro Giovanile diventa così un momento e un luogo di aggregazione
– che offre uno spazio agli interessi di ognuno: squadre sportive, gruppi musicali, animazione teatrale;
– che permette e vuole il confronto fra le diverse idee che circolano all'interno del Centro Giovanile, fra i diversi modelli che circolano all'interno del Centro, con gli avvenimenti che ogni giorno succedono nel «fuori», nel «mondo» (a scuola, sul lavoro, nel sindacato, nel quartiere);
– che dà la possibilità di fare delle proposte: un po' meno convenzionali e consumiste di quelle della nostra società, che offrono un certo tipo di qualificazione (campi scuola, corsi per animatori), che offrono modi alternativi di vita (campi di lavoro...), che richiedono di essere un «modello-uomo» alternativo nella nostra società, di essere il «sale», il «lievito» della terra. Il momento di aggregazione si trasforma così da un momento puro del «trovarsi insieme» ad un momento «educativo»: non ci si trova (o almeno non vogliamo che ci si trovi) all'oratorio come in un bar.
È in questo modo che la struttura svolge l'importante servizio di una educazione prepolitica:
– dà al giovane uno spazio concreto da autogestirsi per educarlo ad assumere nella società, oggi, domani e sempre il suo spazio tangibile di responsabilità;
– esercita al pluralismo attraverso la permanente revisione, l'incessante critica di ogni attività; attraverso il continuo confronto fra le diverse idee, fra quello che si è e quello che si vorrebbe essere; attraverso la discussione di ciò che si vuole fare;
– porta dentro di sé le problematiche del quartiere, non si isola dall'esterno e discute e analizza la realtà sociale di cui tutti facciamo parte;
– porta dentro di sé le tensioni politiche del «fuori» e propone dei dibattiti su temi politici (marxismo e cristianesimo, femminismo...);
– promuove dei collettivi di informazione che aiutano a tenersi aggiornati sulla complessa e mutevole realtà di oggi (bacheca con volantini distribuiti in fabbrica, a scuola, gruppi di studio sulla condizione femminile, sulla partecipazione politica nel quartiere...).

I RISCHI DELL'ISTITUZIONE

In questa miriade di attività, di proposte l'istituzione può correre due rischi:
– chiudersi e diventare a servizio di se stessa,
– sostituirsi a chi ha l'obbligo di offrire certe strutture, certi servizi, di colmare le carenze attuali.
Sono due pericoli che si corrono facilmente: è un po' il rischio della autosufficenza, del gestirsi così bene da soli, dello stare troppo bene fra di noi che da un lato porta a chiudersi nei confronti del «nuovo arrivato» che scomoda sempre, che turba l'equilibrio raggiunto a fatica, che magari mette in crisi o distrugge tutta un'impostazione, tutto un clima; e che dall'altro porta a non volersi scomodare per fare certi discorsi che richiedono tempo, che possono causare anche la «morte» del Centro Giovanile come luogo di aggregazione allargandolo al livello più ampio del quartiere, della città.
Una buona organizzazione interna può correre il rischio di creare una città autosufficiente, in cui c'è tutto e per cui non c'è più bisogno di cercare fuori. Di qui al concetto di isola felice senza ponti con il resto del mondo il passo è breve. E del pericolo che questo comporterebbe ce ne rendiamo conto: infatti significherebbe:
– Morire molto presto, non solo come struttura ma soprattutto come individui: continueremmo a vedere solo e sempre le nostre solite facce, a dirci sempre le medesime cose, a discutere su problemi irreali, a rigirarci la solita «minestra» fra di noi senza stimoli e contatti esterni.
– Tradiremmo la vocazione che ci vuole «lievito» del mondo. Le nostre idee diventerebbero sterili, non servirebbero a nessuno. La nostra sarebbe una presenza passiva nel mondo e non potremmo cambiarlo o migliorarlo in nessun senso.
Siamo invece convinti di dover essere il sale della terra, anche se ci può scomodare, anche se di «sale» ce n'è sempre troppo poco, anche se ci può portare delle critiche, delle incomprensioni. Crediamo di poter e di dover cambiare le cose che non ci sembrano giuste, che non ci sembrano rispettare la persona umana. E per fare questo dobbiamo inserirci nel mondo, sporcarci le mani in tutto ciò che riguarda l'uomo (politica, economia...).
Non ci interessa che Valdocco o l'istituzione sia perfetta quando fuori tutto va a catafascio; non vogliamo sostituirci con una ricetta già «istituzionalizzata» alle carenze di questa società. Crediamo che vi siano carenze da colmare, esigenze da soddisfare, domande a cui rispondere ma non crediamo di dover essere noi in prima persona come istituzione a doverlo fare. Il nostro campo d'azione si sposta piuttosto sul fatto di agire in modo politico affinché chi di competenza risponda in modo serio e chiaro alla situazione attuale.
In questo senso riteniamo indispensabile un'educazione e un lavoro politico: non possiamo continuare ad offrire ai giovani i nostri impianti sportivi senza lavorare politicamente affinché sia il quartiere e non solo l'oratorio ad offrire questo tipo di servizio; non possiamo continuare ad essere l'unico luogo nella nostra zona, al di là dei bar, dove i giovani possono trovarsi o coltivare i propri interessi. Dare dei servizi sociali (dallo sport all'assistenza) non è compito di un Centro Giovanile ma di un'amministrazione politica.
Non possiamo prescindere da questa attenzione e partecipazione al quartiere se non vogliamo cadere nei due rischi sopracitati.

LAVORO POLITICO NEL QUARTIERE

Ed è per questo motivo che abbiamo insistito molto sulla necessità di assumerci, come persone e come Centro Giovanile, un chiaro impegno politico. E il nostro Centro Giovanile è riuscito a far «saltare» i portoni che lo tenevano chiuso in se stesso e vive ora un impegno promozionale «di» e «nel» quartiere. Non solo vi è un gruppo di persone che ha come impegno specifico la partecipazione al Comitato di Quartiere, ma soprattutto è il Centro Giovanile che «fa» quartiere: nei momenti-forti (feste, manifestazioni, volantinaggi...) la partecipazione è di tutti.
Per questo, il Centro Giovanile si è aperto al quartiere anche nelle manifestazioni culturali, come può essere il cineforum, e in quelle promozionali, come può essere l'organizzazione dell'estate per i ragazzi. Una scelta del genere porta altre decisioni. Le ricordiamo, perché sono importanti per noi, anche se tutt'altro che pacifiche.
L'approfondimento dei problemi, la verifica delle loro soluzioni, lo studio e la progettazione degli interventi, non avvengono più nel Centro Giovanile, ma nel «quartiere», in un confronto molto ampio con tutte le forze sociali che in esso operano. Una volta noi facevamo i nostri piani al Centro e poi, così agguerriti, ci buttavamo nella mischia. Oggi tutti i problemi li studiamo nello spazio di tutti. Questo ci fa sentire più poveri ma più autentici. A lungo andare ci ha costretti ad una qualificazione personale molto più attenta. Perché ciascuno gioca le sue scelte e la sua identità cristiana in prima linea, senza potersi trincerare dietro l'argine della decisione comunitaria.
Tutto questo discorso si traduce poi nella prassi in una collaborazione critica e costruttiva con le forze sociali della città, con le strutture politiche, con gli enti; si traduce nell'Estate Ragazzi gestita in collaborazione con il Comune, nelle assemblee di Distretto, nella partecipazione alla discussione dei problemi della nostra città.