Sessualità come amore

Inserito in NPG annata 1978.


Intervista a Giorgio Gozzelino

(NPG 1978-04-55)


Nell'affrontare il tema dell'educazione sessuale dei preadolescenti abbiamo dato un certo spazio ai contributi pedagogici, biologico-psicologici e socio-culturali della sessualità, in quanto pur non riducendosi al corpo né alle ripercussioni psicologiche od agli influssi dell'ambiente sociale, la sessualità è intimamente legata e condizionata da questi aspetti. Dai vari interventi è affiorata appena, anche se spesso era presupposta, una visione della sessualità quale emerge dalla riflessione teologica, che guarda ai valori antropologici alla luce della fede. Ci sembra importante considerare la sessualità anche da questa angolatura. Cosa ci dice la fede a proposito di sessualità? Come interpretare teologicamente il fatto che l'uomo abbia quelle determinate caratteristiche, vale a dire che sia maschio o femmina? Come si colloca la sessualità nel piano della salvezza? A queste domande intende rispondere la presente intervista.

 

Quali sono le difficoltà che la ricerca teologica incontra oggi nell'affrontare il tema della sessualità?

La ricerca teologica sul senso della sessualità deve fare i conti con due difficoltà assai gravi. La prima è la mancanza di un buon retroterra dottrinale. Per diverse ragioni il sesso è stato visto dalla coscienza cristiana, per secoli, più come pericolo che non come valore. Questo giudizio non va esagerato, ma corrisponde sostanzialmente ai fatti. Sul sesso non si è parlato né riflettuto molto, né volentieri. Una seconda difficoltà nasce invece dall'oggetto stesso della ricerca, cioè precisamente dalla complessità della sessualità. È riconosciuto da tutti che il sesso ha un carattere, potremmo dire sopraregionale: che tocca il tutto della realtà umana. Allora, se è possibile dire con immediatezza che il sesso consiste rispettivamente nell'essere uomo e nell'essere donna, diventa molto arduo poter precisare, almeno oltre i dati biologici più evidenti, che cosa sia questo essere uomo od essere donna in concreto.

In un suo studio sulla sessualità (1), attraverso una attenta lettura del Genesi giunge alla conclusione che il principio più importante per l'interpretazione della sessualità e del significato della coppia umana, si trova nella dottrina dell'uomo come immagine di Dio. In che senso?

Per capire come e perché l'uomo sia fatto così, bisogna riflettere sul come e sul perché Dio sia quel che è. Il mistero di Dio è il mistero di una comunità che è Amore Infinito. Il cuore di questa comunità trascendente sta, secondo la rivelazione, in una dualità, nella diade di due Persone che sono interamente diverse ed interamente paritarie, e che si definiscono ultimamente come un Dare e un Ricevere, sì da essere giustamente chiamate Padre e Figlio, Prima e Seconda Persona, Originante ed Originato, Principio e Principiato. Questi due soggetti sono, nella loro complementarità, la realtà dell'Amore: giacché l'amore è precisamente la sintesi di un dare e di un ricevere che realizza una comunione. L'Amore di cui esse sono realtà è però un Amore Totale. Il Padre cioè non è soltanto Dare, ma Dare Totale. Ed il Figlio non è soltanto Ricevere, ma Ricevere Totale. Allora la totalità del Dare e del Ricevere fa sì che la comunione sia totale e che venga dato e ricevuto anche il Dare. Il Padre dà al Figlio tutto, dunque anche la fecondità. Il Figlio riceve dal Padre tutto, dunque anche la fecondità. E così il Figlio è comunione totale col Padre (unità di natura), ed assieme è principio di una Terza Persona, grazie precisamente ad una fecondità che riceve dal Padre. La Diade, cioè, sbocca così, pur nel monoteismo più rigoroso, in una Triade, l'incontro sbocca in una fecondità che costituisce la Diade divina stessa ed assieme va oltre essa per approdare in un Terzo Termine, lo Spirito di Verità, colui che testifica vitalmente e perennemente, col suo stesso esserci, la totalità dell'incontro della Diade. Perciò il Padre è il Dare Puro, il Figlio il Ricevere Dare, e lo Spirito il Ricevere Puro, ossia è il testimone della verità dell'amore Padre e Figlio. Se l'Amore spiega la dualità Padre e Figlio, la Totalità dell'Amore spiega che questa dualità concluda in una Trinità.
Applichiamo questa rapida analisi del volto di Dio al mistero della coppia umana ed avremo un primo abbozzo di risposta alle nostre domande. L'uomo è così, maschio e femmina, diade di uomo e donna, perché Dio è cosa, Padre e Figlio, diade di diversità nella paritarietà. L'uomo è così, incontro fecondo di uomo e donna che sbocca in un terzo interlocutore, il diverso dalla coppia originato dalla coppia (nel caso dell'incontro fisico, i figli), perché Dio è così, incontro fecondo di Padre e Figlio che sbocca nel terzo Soggetto divino, lo Spirito di verità. L'uomo non è realmente se stesso, veramente Padre e Figlio, se non nella complementarità del Padre e del Figlio testificata dallo Spirito. Poiché Dio non è solitario, ma è una Diade che sbocca in un Altro da sé, anche l'uomo, sua immagine, non è solitario ma è coppia che nella reciprocità si apre sull'altro da sé mediante la fecondità dell'amore.

Queste riflessioni collocano la sessualità in una prospettiva di valorizzazione straordinaria, che corrisponde perfettamente al a molto buono» del Genesi. E però è chiaro che essa suscita anche molti problemi e molte domande. Se è vero che la coppia umana si spiega sulla pluralità di amore proprio di Dio, perché tale pluralità si è riflessa in tale modo, nel mondo della sessualità, e non diversamente?

Appellarsi ad un decreto arbitrario di Dio sarebbe un modo elegante di sottrarsi dall'impegno della teologia, che ha l'intento, ambiziosissimo ma insostituibile, di giungere a cogliere qualcosa della logica stessa di Dio. La risposta deve venire da ciò che la sessualità è di fatto. Ora, la sessualità è di fatto un appello all'amore, ed un appello che, pur iscrivendosi in tutto l' uomo, ha la sua base nel corporeo. Dunque la risposta deve venire dalla teologia dell'amore congiunta alla teologia della corporeità.
Orbene, la teologia dell'amore dice che la reciprocità ha una iscrizione così radicale nell'uomo perché l'amore non è per l'uomo un valore qualunque ma il valore ultimo, il più fondamentale, radicale e decisivo: dice cioè che l'uomo è sessuato fin nel midollo delle sue cellule perché è destinato all'amo-re fin nel più intimo della sua realtà. E la teologia della corporeità aggiunge che la radicalità dell'appello all'amore giunge fino al corpo perché il corpo non è qualcosa di sopraggiunto all'uomo ma è la visibilità essenziale della realtà totale umana. Congiungiamo i due dati ed otterremo una chiarificazione penetrante e limpida: il sesso è la firma di Dio nella carne, firma che dice, allo stesso tempo, chi veramente sia l'Autore dell'uomo ed a che cosa veramente sia destinata l'esistenza umana.

Potrebbe approfondire meglio l'asserzione a cui è giunto: il sesso è l'iscrizione nel corporeo della vocazione all'amore propria dell'uomo? Quali cose si possono dedurre da questa affermazione?

Se ne deve dedurre anzitutto che esso non è l'unica forma di iscrizione di tale vocazione. E poi che la sua iscrizione, pur fondandosi sul corporeo, non può limitarsi a tale aspetto.
La prima cosa che consegue da quel principio è che il sesso non può dirsi l'unica forma di iscrizione umana della vocazione all'amore: infatti, chi oserebbe dire che il corporeo esaurisca la ricchezza umana? Il primo a smentirlo sarebbe il sesso stesso, il quale, in effetti, pur avendo come elemento base il corporeo, è molto più esteso di esso. Quella iscrizione, in realtà, la si ritrova, per così dire, in tutti gli angoli dell'uomo: nella sua spiritualità, nella sua libertà, nella sua socialità, e così via. L'uomo, perciò, è immagine di Dio grazie al sesso ma non soltanto in forza del sesso. Allora, se la sacramentalità del sesso (nel senso spiegato, di significazione efficace dell'amore) deve essere interamente riconosciuta, non deve neppure essere esagerata od eclusivizzata. Il sesso è, sì, un segno salvifico, ma tra molti segni salvifici. Anzi, come non è solo, così neppure può reggersi da solo. Gli occorre l'appoggio di altri sacramenti, quali ad esempio la Eucaristia e la Penitenza, giacché da solo è fuori contesto e corre il rischio di distruggere anziché costruire, come succede precisamente alle forze tirate fuori dal loro contesto. Ciò è talmente vero che anche alla realizzazione più completa del suo senso, il matrimonio, occorre l'integrazione, di una situazione complementare (la quale, nel caso, è la vita religiosa) che metta in luce e completi la sua relatività.

Se la corporeità, pur essendo alla base del sesso, non è tutto il sesso, vale a dire se la sessualità non si esaurisce nella corporeità, esistono dunque varie modalità o livelli del significato teologico della sessualità?

I piani in cui si attua la pienezza del significato della sessualità sono almeno tre, uno più vasto dell'altro, e in circolarità vicendevole:
– il piano della dualità uomo e donna, e quindi dell'incontro specificamente sessuato; il più immediato ma, in sé, il meno profondo, quello a cui il messaggio delle Scritture si applica più direttamente ma non esclusivamente né più intensamente;
– il piano della dualità uomo e uomini, e quindi dell'amore del prossimo, chiunque, o comunque sia, ove si realizza l'essere umano per e nella comunità;
– ed infine il piano della dualità uomo e Dio, e quindi dell'amore di Dio, il punto più profondo, che regge gli altri ed è la meta finale degli altri.
Tutti e tre i piani sono autentici, e perciò, in qualche modo, necessari. Senza l'incontro uomo e donna non c'è realizzazione della sessualità come tale: dunque un certo incontro uomo e donna è necessario in ogni caso per tutti. Però il diverso da sé, paritario e complementare, non può essere per l'uomo soltanto la donna, o viceversa, perché tali sono anche tutti gli altri, precisamente come e perché altri: e quindi il sesso è parimenti l'iscrizione nella carne del comandamento dell'amore per il prossimo.
Anzi, l'Altro da sé Complementare Paritario (nel senso di perfettamente idoneo a soddisfare l'esigenza umana di amore) per eccellenza è Dio stesso: ed allora il sesso è parimenti ed ultimamente l'iscrizione nella carne del comandamento dell' amore per Dio. Ripensiamo alle pagine del Genesi e comprenderemo come in quella prima coppia umana sia significata, in realtà, la prima comunità umana completa, comprendente la coppia come tale ma più vasta di essa, perché feconda ed in armonia con Dio.
Queste precisazioni fondano sia l'autenticità del valore salvifico del matrimonio sia il riconoscimento che il sesso invera il suo significato anche in chi non vive nel matrimonio.

Un altro problema, più sottile. Se la dualità della coppia umana rispecchia la Diede primordiale Padre e Figlio testificata dallo Spirito, dovremo forse dedurne che l'uomo è Immagine del Padre e la donna immagine del Figlio, per concludere infine che i figli sono immagine dello Spirito?

La risposta in questo caso è netta: certamente no. Infatti, se l'uomo è immagine di Dio, lo è soltanto nel modo in cui può esserlo una creatura, la quale, costituzionalmente, è anzitutto un ricevere. Nessuna creatura dunque potrà mai essere immagine di un Dare Puro. L'unico modo di essere immagine di Dio, connaturale alla struttura intima di una creatura libera come l'uomo, è quello filiale, proprio perché è il modo di un ricevere che ha pure, derivatamente, il carattere del dare. Dunque non diremo che l'uomo è dalla parte del Padre e la donna dalla parte del Figlio, ma che entrambi sono dalla parte del Figlio. E riproducono tale situazione in due perché essa è definita precisamente dalla reciprocità. Tutto ciò può apparire speculazione vana, senza impatto nella realtà. Ed invece, come accade ogni volta che si dice qualcosa di valido su Dio, ha una notevole portata pratica.
– Fa capire infatti, confermando per altro verso la triplicità dei piani del sesso or ora presentata, che la coppia umana non potrà mai trovare vita ed espressione senza Dio. Siccome il dare della creatura dipende dal ricevere, ove non vi sia Dio alla radice, non si fa che assommare fame a fame, ed il grido di amore diventa, come insegna il Genesi, un grido di accusa e di violenza.
– Fa capire, inoltre, che l'atmosfera propria dell'amore non è la compiacenza di sé (come succederebbe se esso fosse soltanto un dare) ma è invece la gratitudine e l'umiltà (come si confà a chi riceve: si pensi alla parabola del fariseo e del pubblicano): giacché l'amore umano, anche quando dona, prima di essere un dare è sempre un ricevere, prima di essere una offerta è sempre un assenso.
– Fa percepire, in terzo luogo, che il vero amore reca nel cuore i segni della morte: della morte di una supposta autosufficienza umana chiusa in sé; ed anche della morte alla propria aggressività, e cioè all'Eros, poiché l'amore autentico deve essere anzitutto assenso, e cioè non violenza.
– Fa capire infine che la differenza dei due sessi non può essere semplicemente schematizzata in una dualità dare e ricevere che qualifichi l'uomo come preminenza dell'attivo e la donna come preminenza del passivo. Se questo schema può essere caro ad una mentalità fondamentalmente maschile abituata da secoli a teorizzare la condizione di inferiorità della donna allo scopo inconfessato di mantenere il più possibile la preminenza dell'uomo, non corrisponde affatto alla verità. La differenza uomo e donna è reale, e però, sostanzialmente imponderabile, perché diversa, a parte i condizionamenti massificanti socio-culturali, in ogni soggetto. E questa imponderabilità potrebbe essere la rivelazione che la coppia umana vera non è soltanto, né ultimamente, la coppia uomo e donna, ma invece la comunità umana, unita in sé e con Dio.

Presentando il dossier» abbiamo affermato che intendevamo parlare di «educazione all'amore» in modo positivo ed ottimistico, affinché gli interventi educativi si orientassero verso una presentazione delle sessualità primariamente come valore che come pericolo. Come concepire in questa linea un discorso educativo?

Fa parte della maturità della fede l'accettare dal profondo del cuore, con la massima spontaneità e naturalezza possibili, ed anzi con gioia, sia il proprio sesso specifico sia quello degli altri. È difficile sopravvalutare l'importanza di un simile principio, in cui psicologia e teologia si incontrano pienamente. La non accettazione del sesso, in qualunque forma avvenga, è una fonte fecondissima di squilibrio psichico. Ed è pure un tradimento, magari incolpevole, ma reale, della fede cristiana.
È però anche profondamente vero che il sesso va trattato con molta cautela. Esso, infatti, porta ormai, e con una intensità rara, i segni del peccato, e perciò il suo senso salvifico è velato, e sempre sottoposto al rischio delle distorsioni più tragiche. In fondo il pericolo del sesso sta tutto nell'essere visto attraverso le lenti deformanti del peccato: poiché allora si assolutizza, ferma a sé, diventa un idolo, nel senso più radicale del termine, si costituisce a ciò o cui viceversa dovrebbe portare, e così cade nell'assurdo. Perdendo il proprio riferimento all'amore, da appello al dono di sé si tramuta in invito alla rapina. Questo rischio, già in se stesso fin troppo reale, viene ingigantito a dismisura dal «peccato del mondo», ossia dalla mentalità erotico-pornografica corrente nel mondo di oggi.

È importante dunque educare all'accettazione del proprio sesso concepito come valore, sia pure attraverso una continua rettificazione. Come si fonda e si specifica tuttavia l'idea che esista uno sviluppo della sessualità? Ha ragione S. de Beauvoir, secondo cui «non si nasce donna, ma lo si diventa»?

Se è inaccettabile il principio di Simone de Beauvoir perché esaspera il compito negando il dono, è altrettanto inaccettabile la concezione di un sesso statico e privo di un futuro, perché esaspera il dono negando il compito.
In realtà, l'aspetto del sesso come compito non ha bisogno di molte parole per essere verificato. Chi potrebbe negare che il sesso sia una dimensione veramente umana e quindi dinamica? E poi: chi oserebbe dire che la visione del sesso emersa dalla fede sia immediata per tutti? Che non sia già, in sé, una vera conquista? Che non abbia bisogno di essere continuamente salvaguardata?
Il sesso deve svilupparsi come e perché deve svilupparsi l'uomo. E questo suo sviluppo consiste precisamente nel seguire le indicazioni del suo significato teologico.
Consiste, poiché il sesso è un segno, nell'abituarsi a non scambiarlo mai col significato, facendone un idolo. Poi, siccome esso possiede non uno ma tre piani distinti, nel portare avanti le esigenze di tutti e tre, circolarmente, e secondo la vocazione propria di ciascuno, ossia secondo che si vive nella forma matrimoniale o in quella non matrimoniale. Infine, nell'abilitarsi a vivere sempre più e meglio nello schema della diversità e della complementarità; e cioè nell' abilitarsi ad essere sempre meglio in accordo con il proprio sesso, a vivere con spontaneità crescente il rapporto con l'altro sesso, a fare comunione sempre più profonda con tutti gli uomini e con Dio ed a rettificare costantemente le deviazioni del sesso segnato dal peccato. Sviluppare il sesso significa, in una parola, sviluppare la propria capacità di amore retto ed integrale.

NOTA

(1) In «Anime e Corpi», rivista dell'OARI, 69/70, '77.