(NPG 1979-09-23)

 

Le osservazioni dei medici, degli psicologi e degli psichiatri, come pure l'esperienza del confessionale e quella del consiglio spirituale, ci insegnano che troppi fedeli cristiani continuano a nutrire timori, ansietà, senso di svalutazione personale, ansiosi tentativi di discolpa, riferendosi a colpe che avrebbero commesse o che potrebbero commettere. Tutto questo appare legato alla loro fede ed alla loro sottomissione agli insegnamenti della Chiesa. In realtà la situazione etica di molti cristiani presenta alcuni elementi strutturali che non sembrano affatto sfiorati dalla rivelazione della liberazione dal peccato, dall'abolizione del regime della legge e dal perdono di Gesù Cristo. Questi cristiani non sono partecipi pienamente della libertà cristiana. Queste situazioni sono tanto diffuse da porre un grave problema e invitare ad una riflessione che non può trascurare di ricorrere a tutti i mezzi capaci di illuminarla e di precisarla.
Questi stati di colpevolezza non sono monopolio di cristiani praticanti. Essi sono presenti, in modo almeno altrettanto centrale, in molti di coloro che ritengono di essersi sbarazzati della religione tradizionale, come pure in molte persone che non hanno ricevuto una educazione religiosa.
Ci sono alcuni che conducono una esistenza triste. Vivono sotto il «senso della mestizia e della negatività», nonostante la loro ricca dotazione di personalità, i molti talenti di cui sono dotati. Vivono come attanagliati da qualcosa che raddoppia il loro peso di gravità.
Altri fanno carico alla religione del loro acuto senso di colpa. Le attribuiscono la responsabilità del «senso di autoindignità» che portano con sé come una macchia di inchiostro che impregna una carta assorbente.
La religione, particolarmente quella cattolica, con i suoi dogmi e divieti, con i comandamenti e i precetti, viene allora sentita come la causa quasi unica di questo disagio personale. Di qui lo sforzo di liberarsene in tutti i modi.
Altri ancora si trascinano con un «senso di infezione congenita», come se una malattia infettasse tutto il loro essere, o l'essere altrui, con un timore costante di un possibile contagio da evitare in tutti i modi. Vari riti di abluzione e di purificazione tenteranno vanamente di riportare la persona allo stato di purezza primigenia, dopo ogni possibile contatto infettante. Ogni giorno si è daccapo poiché il rapporto con le varie persone e cose entro il vivere quotidiano riporta a galla il problema, come se ci si muovesse all'interno di un circuito chiuso senza possibili vie d'uscita.
La problematica posta dal senso di colpa allo sviluppo della moralità e della religiosità è molteplice e può essere colta da varie angolature. Per individuarla dal vivo ci rifacciamo anche ad alcune situazioni di vita i cui protagonisti sono alle prese con le comuni difficoltà dell'esistenza. Ciò consente di cogliere maggiormente il problema nelle sue varie dimensioni e implicante.
Queste situazioni-tipo presentano delle persone alle prese con un grave problema di colpevolezza. La sua soluzione positiva condiziona per buona parte la riuscita della loro vita. Potremmo moltiplicare all'indefinito queste situazioni. Ogni persona prima o poi si trova a dover risolvere simili problemi di colpevolezza. Ciò che anzitutto conta è la presa di coscienza dell'universalità di questa esperienza, della sua incidenza nella vita e delle vie da seguire per integrarla positivamente.

SENSO DI COLPA E FORMAZIONE DELLA COSCIENZA MORALE

«... ieri Anna è venuta a trovarmi – fa sapere Mauro di anni 22, studente lavoratore – e cosi siamo stati assieme tutto il pomeriggio. Siamo andati sulle colline che attorniano la nostra città. Il problema di cui volevo parlare è questo: quando Anna è arrivata, mentre prima avevo una immensa voglia di vederla, non mi ha fatto nessun effetto. A lei non l'ho fatto vedere naturalmente, ma non ero entusiasta come le altre volte. E quello che mi ha fatto più paura è il fatto che mi sono entusiasmato solo più tardi, quando, sdraiati sull'erba, eravamo solo noi due. Effettivamente trovo che il nostro amore è molto ma molto cambiato perché ora siamo più spontanei, non abbiamo più gli imbarazzi delle prime volte. Però per me, e me ne sono accorto soprattutto ieri, Anna sta diventando qualcosa con cui giocare. Non so esattamente se sia proprio così. Forse non riesco ancora a distinguere bene. Non riesco ancora a capire se sia solo un corpo o se sia tutta una personalità, anzi se sia una vera persona quella che io amo, persona che ha anche un corpo. Non ti chiedo, e non lo voglio assolutamente, che tu mi dica che cosa è per me Anna. Ci mancherebbe altro. Non ti chiedo nulla. Lo so anzi che ti metto in serio imbarazzo, quando già per il fatto che mi rivolgo a te, sembro esigere una risposta e nello stesso tempo ti chiedo di non fornirmi una soluzione. Mi dispiace. Per conto mio voglio solo esporre un problema ad un amico. Se poi tu hai qualche consiglio da darmi, io ben volentieri lo accetterò. Ritornando a bomba, io e Anna andiamo molto al di là, nei nostri rapporti, dei limiti imposti dalla morale cristiana. Lo so. Me ne rendo conto perfettamente. Se ne rende conto pure lei, ma non affrontiamo mai l'argomento perché sembra abbiamo paura di dover dire che non è bene quello che facciamo. Comunque questo è un discorso che andrebbe approfondito lungamente. Ed è questo che mi fa pensare di essere legato a lei come corpo. Io non ho l'idea esatta dell'amore, e respingerei chiunque in base ad un'idea dell'amore, dopo aver verificato determinate ipotesi, mi dicesse che non le voglio bene, lo respingerei con tutte le mie forze. Sono più che convinto di volerle bene, ma disgraziatamente, e tu sapessi quanto stizza mi fa questa idea, sono ancora legato agli schemi impartitimi parecchi anni addietro.
E qui vorrei chiaramente chiederti un consiglio. Come posso fare per liberarmi da tutti i pesi che mi porto dietro, e dell'influenza che esercitano su di me la religione, l'educazione familiare, le idee politiche?
Come posso fare per avere delle idee veramente mie, senza dover dentro di me pagare un contributo a qualcuno che non conosco più, ma che sento, in ogni cosa mi tiene in mano? Questo è l'unico consiglio che ti chiedo. E qui in un clima che ricorda tanto i luoghi in cui ho vissuto nel passato, c'è il continuo pericolo di una regressione, di un rilassamento o di una reazione violenta, che in fondo è la stessa cosa...
Temo tante volte di essere legato ad Anna solamente perché è stata la prima ragazza che ho toccato, che ho veramente baciato con ardore, che ha corrisposto al mio amore con entusiasmo. Qualche volta penso sia una crisi passeggera, che, passata questa, il nostro amore sarà più genuino. Forse è vero. Ma io sento che manca qualcosa; ma non so cosa. Forse sono troppo impaziente, lo ammetto, voglio bruciare le tappe e non so aspettare. È questo il motivo che mi convince di più, cioè voglio ed esigo, sbagliando, che la psicologia della donna sia come quella dell'uomo. Forse prima che in lei, la maturazione per un vero e profondo amore deve avvenire in me...».
– Da che cosa proviene questo sforzo di «liberarsi da tutti i pesi che ci si porta dentro, dall'influenza esercitata dalla religione, dalla educazione familiare, dalle idee politiche»?
– Come giungere «ad avere idee veramente mie senza dover dentro di me pagare un tributo a qualcuno che non conosco più, ma che sento in ogni cosa mi tiene in mano»?
– Qual è il rapporto tra l'educazione ricevuta e la coscienza morale adulta che si vuole avere?
– Su che cosa si fonda la coscienza morale autonoma di una persona che vuole essere globalmente adulta?

SENSO DI COLPA E RAPPORTO CON I GENITORI

«Voglio venire fuori da questa situazione – così Gianni di anni 23, quarto anno di medicina, fa il punto sulla sua situazione – lo voglio a tutti i costi. I punti fondamentali per me sono: la mamma, l'educazione affettiva e sessuale che non ho raggiunto. È vero, in un contesto particolare, quello che noi stiamo analizzando, essi sono un carrozzone, un rimorchio, un freno che mi porto dentro. Le direttive, il modo per uscirne l'ho visto, lo intravvedo, lo conosco. Però c'è quella poltrona, quella forza che mi frena, mi ferma, mi impedisce che io possa raggiungere l'obiettivo.
Perché vanno riguardati, scovati nella mia infanzia?
Un bambino è un robot, non ha colpa di quello che è e che fa. La mamma nella mia vita è stata predominante fino a 14 anni. Poi il motore è stato mio fratello. Ma il punto di riferimento è stata la mamma. La storia della mia vita sessuale ed affettiva si è svolta così. Mio padre è stato prima un dittatore, una persona da temere. Poi un motivo stesso di imbarazzo e quasi di vergogna. Io l'ho sempre onorato ma niente più.
La mamma credo volesse farmi santo. Spesso per sciocchezze mi ha fatto sentire in colpa, una colpa da cui mi sembra di non poterne più uscire, non come un errore.
La mamma si è sposata a 35 anni con uno che, oltre al vino, non credo abbia conosciuto altro piacere. Io sono il più piccolo, il più coccolato. Mi diceva spesso: Tu sei la mia unica consolazione. Mi ha insegnato le massime cattoliche, che Dio mi guarda, che tutto ciò che riguarda il sesso è peccato e come tale con lei non ne ho mai parlato, anche se spesso ho introdotto io il discorso riguardo alle nascite. L'ho chiesto anche a mia sorella.
Mi faceva sentire in colpa al solo fatto che ci pensassi. Così apertamente non son mai riuscito a parlarne con nessuno. Quando mio fratello me ne accennava, non ho mai mostrato curiosità. Così con questa voglia di conoscere e con il senso di colpa dall'altra parte ho vissuto per 20 anni.
Quello che ricordo è il desiderio di conoscere e il senso di colpa che l'accompagnava. Cosi ricordo un fatto: da piccolo giocavo spesso con una ragazza della mia età, specialmente d'estate. C'era in me il desiderio di chiederle come era fatta, ma dall'altra parte la convinzione che era peccato. Non glielo ho mai chiesto. E così documentato sommariamente, spiando qua e là, sono cresciuto fino a 20 anni. I sogni erotici mi sembravano un segno della mia futura dannazione. Il solo giocare con le ragazze era peccato.
Così sono andato all'università, un ambiente totalmente diverso, in cui chiamare gli organi sessuali con il loro nome è normale; mi sono trovato a saper dire e dico continuamente una infinità di parolacce che la mamma, al solo sentire la più ingenua, rabbrividirebbe. Il passare al governo, il decidere da me stesso mi ha trovato totalmente impreparato. Ho completato la mia conoscenza sessuale. Ma una grande mancanza che ho constatato questa estate, specialmente con la ragazza, è la maturazione affettiva, un flirt che poteva solo completare la conoscenza sessuale, un bacio, ecc... Due anni fa, mi ricordo esattamente giorno e ora, ma non so esattamente come sia successo, la prima volta, mi sono masturbato. È emerso un indescrivibile senso di colpa ogni volta che, non riuscendo a resistere alla tentazione, lo facevo. Non è di molto tempo fa l'ultima volta. Ed ogni volta cercare una giustificazione, un perché. Tutto il resto, stati d'animo compresi, li si può immaginare. La cosa di maggior spicco od essenziale credo sia di prendere coscienza di ciò e convincersi che quel senso di colpa, di peccato, non serve a niente ad una maturazione. Dell'importanza della maturazione affettiva sono convinto. Vorrei cominciare forse per la prima volta con le oggettive possibilità, di nuovo. Il periodo che più ricordo caramente è stato quello che ho vissuto con la ragazza. Mi sentivo come naturale, come me stesso. Mi hanno detto che non ho traumi gravi e che ho le possibilità oggettive. Sarà difficile. Non mancheranno le difficoltà, le sconfitte, ma il necessario è la convinzione, la volontà.
È necessario agire. Una piccola cosa fatta vale più di cento discussioni, masturbazioni. È necessario, e posso ritenermi fortunato, privilegiato rispetto a tanti altri per le possibilità che mi sono offerte, tenendo presente che molto tempo è già passato.
La colpa credo sia dovuta in gran parte a mia mamma. Non lo avrà certamente fatto con convinzione. Si è servita della Chiesa, dei falsi principi morali per possedermi, tenermi sotto. Essendo sopra di me mi reprimeva con un senso di colpa continuo. Un circolo chiuso, non giudico nessuno. L'avrà certamente fatto contro volontà».
– Quale relazione c'è tra i genitori, presi singolarmente e assieme, e l'origine della colpevolezza così viva?
– Perché la colpevolezza tende ad investire particolarmente la sessualità durante l'adolescenza?
– Quale legame c'è tra la consistenza dell'io e il grido di colpevolezza?
– Da che cosa proviene questa immaturità nell'evoluzione personale, nonostante la buona dotazione intellettiva?

SENSO DI COLPA E SENSO DEL PECCATO

«Mio marito dice che raccontare i fatti propri agli altri non serve a cancellare il male che si è fatto, soprattutto al prossimo. Credo abbia ragione, ma io invece ho bisogno di parlare, di dire a qualcuno che mi possa capire tutto quello che ho dentro. Ho 37 anni, sono sposata da undici e ho un bambino di dieci.
Se si dovesse parlare di felicità, potrei dire di essere felice: non mi manca nulla, neppure l'accordo con mio marito, ho una bella casa, la salute. Alcuni giorni ho voglia di scherzare, di ridere, altri sono triste e mio marito spiega tutto con il malumore delle donne. Non è vero, eccolo il perché. Il mio bambino aveva otto mesi quando rimasi incinta per la seconda volta. Quante buone ragioni si trovarono per farmi abortire! Ed io vigliaccamente chinai la testa. Dopo due anni ecco di nuovo la sorpresa. Ma questa volta la cosa era diversa. Stavo facendo una cura e, nonostante il medico avesse escluso ogni pericolosità, il terrore di avere un figlio infelice faceva impazzire entrambi, e anche questa volta non seppi dire di no. Circa due anni fa il mio bambino si stava preparando alla Prima Comunione. Avevo un tormento nell'animo che non mi lasciava vivere. Non mi ero più accostata ai sacramenti e sentivo il bisogno di farlo: volevo rinascere con mio figlio. Andai a confessarmi e piansi disperatamente davanti a quella grata. Avrei voluto strapparla per poter mostrare meglio il mio animo al confessore, per fargli capire che non ero cattiva, per potergli dire tutto quello che avevo dentro. Mi assolse e feci la Comunione con mio figlio: mi pareva la prima volta anche per me.
Due giorni dopo cominciai a sospettare qualcosa e più tardi ebbi la certezza: ero incinta. Il bimbo troppo grande, mio marito sui cinquanta, la casa troppo piccola, la vita troppo cara. Quanta rabbia dentro di me, quanti discorsi! Sono una buona madre io, che non ho saputo difendere i miei figli? Eppure io lo volevo un altro, l'ho sempre desiderato. E come moglie cosa valgo? Non ho saputo combattere, convincere mio marito la cui vita è tutto un programma, e questo per ben tre volte. E Dio? Potrò mai avere il suo perdono?
Mio marito non capisce questo mio tormento: si meraviglia se lo respingo, mi accusa di freddezza. Se gli parlo della mia coscienza, mi dice che sono all'antica, che mi devo adeguare e accettare le esigenze della vita. Ma io non posso, ho un peso dentro che certe volte mi fa impazzire. I giorni passano in fretta, eppure ci sono dei momenti in cui vorrei che volassero per diventare vecchia, per non pensare più.
Io non so se sia valida una confessione fatta per lettera, ma per me questa è una confessione fatta a Dio. Mi vergogno di fronte a mio figlio di non ricevere mai la Comunione, ma io non posso, non ho più il coraggio di avvicinarmi ad un confessionale. Vorrei una sua risposta, non per avere comprensione, non la merito, ma solo per sapere se posso ottenere il perdono di Dio e ricevere la Comunione senza commettere sacrilegio».
– Che legami ci sono tra senso di colpa e senso del peccato?
– Qual è l'origine psicologica del senso del peccato?
– Che cosa fare per superare una simile situazione di colpevolezza bloccante?

SENSO DI COLPA ED EDUCAZIONE SESSUALE

«Tempo fa – scrive Gabriele di anni 19, quinto anno del liceo scientifico – avevo avuto la netta sensazione che stavo per iniziare una svolta nella mia vita, nel senso che avevo avuto, per la prima volta nella mia vita, il coraggio di far luce sul passato, di chiarire la mia vita per iniziare un cammino di liberazione e di speranza. Ma se una svolta c'è stata, forse non è avvenuta in modo radicale e totale. Ho infatti la sensazione che il mio sforzo di apertura sia nuovamente incrinato. Concretamente dopo un mese circa in cui le cose andavano un po' meglio verso giugno si è riacceso in me quel meccanismo istintivo e sempre meno controllabile che alcuni anni or sono mi portava a compiere quei gesti e più tardi mi portava a vedere films pornografici, a comperare riviste porno, ecc. Tutti gesti che per me avevano il significato di una masturbazione. Ora dopo aver rotto con il passato per qualche mese, poco tempo dopo la stessa forza istintiva, lo stesso dinamismo mi portano a ripetere gli stessi stanchi gesti: visione di films e acquisto di qualche rivista. La dinamica si ripete in modo sorprendente: un pensiero, uno sguardo riaccendono il desiderio di vedere, di provare sensazioni. Poi senza usare la razionalità la corsa a vedere films, una rapida eccitazione genitale, poi subito un senso di smarrimento, di vuoto, di disgusto, di amarezza... il ritorno, la speranza che sia l'ultima volta, i propositi di cambiamento... E poi dopo una settimana o meno o più, la stessa situazione. Tutto questo è avvenuto per 15-20 giorni a giugno, poi una pausa di qualche settimana, poi di nuovo come ora. Ciò che è più duro e amaro è la solitudine nella quale vivo. Praticamente non ho rapporti interpersonali profondi con nessuno. E questo mi fa soffrire.
In famiglia non si parla. Con i genitori non vado al di là delle solite banali considerazioni, con le sorelle non c'è modo di comunicare, loro hanno i loro amici, ci vediamo poco e ci si parla poco.
Il bar che frequentavo l'ho lasciato volentieri perché alienante e vuoto nelle persone che frequentano.
In parrocchia con il gruppo tento di fare qualcosa ma anche lì non ci sono ancora rapporti autentici di fraternità. Tra l'altro sono tutti un po' più giovani di me.
Anche la scuola e il treno dove passo gran parte del mio tempo, non sono per me occasione di scambio e di crescita. E siccome credo che la crescita di una persona e la sua maturazione avvengano proprio in un continuo e sincero rapporto con gli altri, mi chiedo spesso con amarezza quali sono i momenti per me di crescita. In questa situazione è venuto a crescere in me in modo a volte prepotente il desiderio di amare e di essere amato da una ragazza, di comunicare con lei, di sentirmi rivivere. Questo desiderio è cosi prepotente da togliermi spesso la serenità... ma nello stesso tempo mi chiedo se sono veramente capace di amare, se non è il mio desiderio solo una ricerca di me stesso...
Parlare di svolta nella mia vita da ormai tanto tempo e vedermi ancora tanto povero e chiuso... questo mi scoraggia. Mi fa paura il tempo perduto, mi manca il coraggio del nuovo, del rischio. Altre volte mi sento già vecchio. La mia vita è tutto un alternarsi continuo di luci e ombre, speranze e timori...
Nonostante tutto dico che la vita è bella e vale la pena di viverla. Lo studio non va male, anche se potrebbe andare meglio. Infatti anche esso risente di tutta questa situazione che spesso mi toglie la continuità nell'impegno. Ho anche paura di pensare al mio futuro, di prendere responsabilità... Ho ancora tante paure da cui liberarmi. Trovo un grande distacco tra ciò che vorrei essere e ciò che sono. Forse non mi so accettare...».
– Che cosa è questo «dinamismo» che porta a ripetere le stesse azioni e ad autocondannarsi?
– Da che cosa nasce questo «meccanismo istintivo e sempre meno controllabile» e di che cosa si alimenta?
– Come spezzare questo circuito della necessità?

SENSO DI COLPA E PRESSIONE SOCIOAMBIENTALE

«Se uno è compagno – scrive Donatella da Roma – do per scontati certi presupposti e invece mi accorgo poi che restano immutati tanti meccanismi da sempre incollatici addosso, e dentro ben radicati perché ci sta sempre uno più bravo, vincente, più forte, più in gamba, che tende a schiacciarti se solo non ti poni con lui in atteggiamento di competitività, di scontro sottinteso, di lotta per emergere, per arrogarsi implicitamente a primo della classe. È tutto questo che mi crea seri problemi di identità, nel senso che se io, che per qualche strano motivo fortuito credo di non essere aggressiva, mi ritrovo di fronte a situazioni determinate da individui (perché a questo punto non mi sento più di definirli compagni) che ripropongono nei rapporti umani modelli tendenzialmente leaderistici, egocentrici in maniera quasi terroristica, e valori tesi all'esaltazione del superuomo (per non parlare di quanto tutto questo succede con le compagne, che per me, donna, è ancora più frustrante, mi dà un senso di sconfitta enorme) allora mi viene il dubbio che sono io sbagliata, che stare al mondo sia soltanto lotta, lotta anche fra noi compagni, che la disponibilità, l'attenzione alle esigenze degli altri, la dolcezza siano utopie, che sono indifesa in modo stupido e inutile in una società che ti costringe a sbranarti, e che ritorce questi modelli di violenza non solo su di noi, ma anche tra di noi».
«Mi sono rotta veramente di tutta quella gente che si autodefinisce " compagni/e" solo perché fumano, perché si vestono in un certo modo, o perché ti danno il bacio sulla bocca quando ti salutano, perché se questo significa essere compagni, ebbene allora penso proprio che allora non lo sono mai stata. Premetto che io non ho niente contro il fumo, il bacio sulla bocca, e il vestirsi in un certo modo, però spesso quando sto con questi compagni sto male, perché non si comunica, non si socializza...».
«Io duro sempre più fatica – scrive Gianni Marrani da Firenze – ad andare alle manifestazioni. Onore al compagno... Gloria eterna al compagno... Fascisti attenti!!! Autonomia operaia, organizzazione, lotta armata per la rivoluzione!!! Quando smetteranno di far ridere i borghesi? Eppure la voglia di cambiare ce l'ho e c'è anche tra la gente... Trasformiamoci per un po' tutti quanti in Ministro degli Interni e decretiamo il divieto di manifestare nelle piazze, prendiamo tempo, visto che ne abbiamo, con calma organizziamo un processo... A chi? Alle istituzioni! Calma... facciamoci un spino... Fatto?! Bene facciamo un processo a tutti. Calma... ora un buon bicchiere di chianti... facciamo un processo dove il movimento, noi, le strutture di questa schifosa società, ecc. ecc., sono sotto accusa, e dove ogni accusatore cominci ad accusare se stesso. Poi, sempre con calma, organizziamo pure manifestazioni pacifiche e di massa in cui tutti perquisiscono tutti, ognuno tocca chi ha d'intorno, non per fare cordoni, ma cosi tanto per perquisire. Gli slogans? Io propongo per una volta invece che sloganeggiare per: la casa degli altri, la libertà degli altri, la giustizia degli altri, il salario per gli altri, di scandire il proprio nome, per es. An-to-nio, An-to-nio, Mi-rel-la, Mi-rel-la, ecc. ecc.».
– Da che cosa nasce questo bisogno di dare spazio alle istanze della persona in quanto tale rispetto alla pressione socio-ambientale?
– In che cosa consiste questo peccato di «leso comunismo»?
– In che modo e perché una istituzione può agire in maniera indebitamente colpevolizzante?

 

Per la ricerca-riflessione o di gruppo:
– Ascoltando queste situazioni che cosa ti viene in mente spontaneamente?
– Qual è secondo te il problema centrale di queste situazioni?
– In che cosa si rassomigliano e in che cosa si differenziano, riguardo alla colpevolezza, le personalità dei protagonisti delle situazioni di vita presentate?
– Da che cosa nasce in ciascuno di loro il senso di colpa?
– Quali sono gli effetti negativi del senso di colpa nella loro vita?
– Quali vie di soluzione vanno suggerite?