Introduzione a: Educare al senso di colpa?

Inserito in NPG annata 1979.


(NPG 1979-09-21)


Siamo spesso bombardati da interrogativi dalla difficile soluzione:
Come interpretare in modo serio e non riduttivo il diffuso scadimento etico?
È vero che ci troviamo in una situazione di crisi rispetto al senso del peccato?
La riduzione della pratica della confessione sacramentale è la logica conseguenza di questa situazione?
Qual è la genesi e il ruolo della colpevolezza nell'origine e nello sviluppo del senso del peccato?
La realtà religiosa del peccato con quali dinamismi psichici ha a che fare? Che rapporto esiste tra senso di colpa e senso del peccato?
Come annunciare la salvezza di Gesù Cristo a giovani attanagliati da sensi di colpa immaturi? O, al contrario, troppo disinibiti?
Questo dossier (preparato in buona parte da G. Sovernigo, che i lettori apprezzano per la frequente collaborazione redazionale e per le preziose pubblicazioni a diretto servizio degli educatori: Progetto di vita e scelta cristiana, Come amare, Divenire liberi - ed. LDC), in un dialogo serrato tra teologia e scienze dell'educazione, si colloca nel fuoco di questi problemi. Esso si propone prima di tutto di conoscere più da vicino l'origine e il ruolo svolto dalla colpevolezza nello sviluppo morale e religioso dei giovani.
Affronta poi le connessioni esistenti tra senso di colpa e senso del peccato, per suggerire infine l'azione educativa necessaria perché la colpevolezza faciliti tale sviluppo, seguendo i vari stadi evolutivi. Ha quindi un obiettivo di grossa valenza: contribuire a rendere l'educazione morale e religiosa più aderente alla concretezza della persona umana; liberare così i giovani da quei sensi di colpa che ne intralciano lo sviluppo per far riscoprire invece le dimensioni proprie del senso del peccato.

FATTI

Sentirsi colpevoli in qualche momento per un dato motivo è una esperienza universale e quotidiana. A tutti capita, prima o dopo, di fronte ad alcune situazioni particolari di sentirsi in colpa.
Infatti l'esperienza della colpevolezza è un fenomeno comune che contrassegna in profondità lo sviluppo del singolo e del gruppo. Fa parte dell'esperienza umana, della fallibilità e della debolezza. Tuttavia essa a volte assume forme vistose che pongono un problema. Diviene allora senso di autonegatività inibente.
«Ascoltando giovani a tu per tu, scrive Roger Schutz, mi chiedo spesso da dove venga in loro quel sentimento di sentirsi condannati, quel senso di colpevolezza che non ha nulla a che vedere con il peccato. Il peccato è rottura con Gesù Cristo, è far uso dell'altro, è renderlo vittima di se stessi. In ogni uomo si ricapitolano tutte le tendenze dell'umanità, il meglio ed il peggio, ma non consiste in questo il peccato. Sì, ma senza eccezione, tutte le tendenze, più o meno, coesistono in ogni essere umano: le aspirazioni alla generosità o all'omicidio, il desiderio di uccidere il padre o la madre, il fratello o l'amico; tutte le tendenze affettive, l'amore e l'odio; tutto in un solo essere.
Alcuni giovani, scoprendo se stessi senza che nessuno vi sia ad ascoltarli, giungono allora a credersi dei piccoli mostri e sono condotti all'autodistruzione, al limite fino al suicidio.
Chi ci condannerà? Le norme della società? In ogni epoca, le società hanno prodotto leggi di autodifesa, di colpevolizzazione con la mira di porre
l'uomo in uno schema di norme precise: uno schema di normalità...
Per esempio, prima del Cristo, il piccolo popolo di Israele, minacciato, vuole assicurarsi una discendenza. Getta allora l'interdetto sulla donna sterile; essa è disprezzata poiché non generando, non rientra nelle leggi di normalità».
Queste situazioni di colpevolezza non sono proprie unicamente del mondo giovanile, anche se in questa tappa della vita il senso di colpa si fa sentire con particolare forza in varie direzioni.
Tali stati di colpevolezza sono presenti nelle varie età della vita, legati soprattutto al tipo di personalità, alla storia evolutiva di ogni singolo, ad alcuni particolari fattori educativi, al contesto ambientale in cui si è cresciuti.
La reazione di ogni persona alle proprie scelte sbagliate non è così semplice e chiara come potrebbe sembrare a prima vista. Questa reazione porta con sé dei risvolti e delle implicane a vario livello che la rendono molto complessa, spesso difficile da decifrare.
A volte la causa di queste reazioni è ben precisa, facilmente individuabile in un avvenimento o in una persona. Altre volte essa è vaga, tanto imprecisa quanto diffusa e persistente.
Talora essa facilita il cammino evolutivo, essendo uno stimolo. Agisce sul piano morale e religioso come un fattore che aiuta il soggetto a prendere contatto con se stesso e con la realtà secondo le dimensioni del vivere quotidiano.
Altre volte essa inceppa l'evoluzione, appesantisce il cammino personale e di gruppo come una palla di piombo al piede, come un freno bloccante.
I due interventi presentati come "fatti" ci introducono già nella valutazione di questi problemi. Il primo analizza le situazioni tipiche del senso di colpa, attraverso documenti giovanili (sono importanti le piste di riflessione, per sollecitare il confronto all'interno del gruppo); il secondo suggerisce criteri per valutare quando la colpevolezza è normale o patologica.

PROSPETTIVE

Nell'evoluzione della moralità e della religiosità, dagli stadi infantili alle forme più evolute dell'atteggiamento religioso e morale, un posto particolare viene occupato dal senso di colpa o colpevolezza. La condotta morale e religiosa infatti, nel suo enuclearsi secondo le varie età, per orientarsi verso gli stadi maturi deve affrontare e superare vari conflitti dagli esiti ambivalenti, suscitati molto spesso dal dinamismo psichico del senso di colpa. L'esplorazione psicologica, in particolare psicanalitica, ci ha rivelato la complessità dell'atto morale, la necessità dello sforzo per adeguare le proprie scelte ad una norma e ad un ideale di vita proposto, l'ambivalenza di molte buone intenzioni. Infatti i nostri atteggiamenti e comportamenti hanno radici multiple e profonde.
Ogni atto umano, ogni comportamento è una realtà unica, complessa e polivalente ad un tempo. Ciò che si manifesta all'esterno, ciò che si vede, si constata e controlla è solo una parte della realtà, come la punta emergente di un iceberg. Così pure ciò che un atto significa si rifà a sorgenti multiple.
Ogni scelta infatti è frutto di molti fattori che sono all'opera nel concreto individuo. Viene sostenuta da varie motivazioni, parte consce, parte inconsce, alcune autentiche, altre inautentiche, alcune valide rispetto a ciò che si propone, altre meno valide. Ogni scelta viene lievitata ed orientata da alcuni obiettivi più o meno dichiarati, più o meno consapevolmente assunti.
Di conseguenza la valutazione morale di un atto è un fatto complesso che esige molta cautela. Ogni giudizio affrettato, anziché far luce e far crescere, può costituire una gabbia che imprigiona e mortifica.
Perciò la valutazione morale e religiosa di ogni comportamento va fatta alla luce dei complessi fattori che lo generano.
La colpevolezza è un fattore psicologico dalle numerose valenze. Alcune, più o meno problematiche, ostacolano una sana evoluzione psichica. Altre più positive promuovono lo psichismo del soggetto. Essa è talmente influente da essere responsabile per buona parte dello sviluppo positivo e normale della personalità, come pure di tanti comportamenti problematici, talora anche devianti.
Non tutto ciò che è sotto il segno della colpevolezza è peccato e viceversa.
Ci sono alcuni aspetti della colpevolezza che non hanno un riferimento diretto al peccato, pur essendo molto influenti. Senso di colpa e senso del peccato sono due dimensioni umane distinte ed interagenti. Confonderle genera pericolosi equivoci. In piano educativo è necessario perciò distinguere il disordine morale e spirituale dal semplice malessere psicologico, il senso di colpa dal senso del peccato; cogliere la differenza tra colpevolezza nevrotica e colpevolezza normale; distinguere le varie competenze tra la psicologia e la pastorale, tra lo psicoterapeuta ed il prete, in particolare tra le scienze umane e la morale.
Trattare del peccato è compito specifico del moralista e del teologo.
Però, poiché il peccato fa parte del comportamento umano, chi lo studia non può disinteressarsi, pena il girare a vuoto, dei risultati delle scienze che studiano il comportamento umano.
Gli articoli che seguono si propongono di individuare meglio lo spessore e le varie dimensioni della colpevolezza con le sue rispondenze non solo spirituali, ma anche emotivo-affettive, in vista di un'azione più adeguata.

PER L'AZIONE

La colpevolezza costituisce un fatto umano complesso nelle componenti e ambivalente nei suoi esiti. Essa incide in profondità sull'evoluzione della personalità, particolarmente sulla moralità e la religiosità. Esse ne risentono positivamente o negativamente in modo determinante. In particolare il senso del peccato affonda le sue radici psicologiche nelle esperienze primigenie, ricevendone una facilitazione oppure un impedimento. L'esperienza del peccato infatti, così essenziale per la religiosità, si iscrive nelle strutture psichiche del soggetto, maturatesi più o meno lungo l'arco evolutivo.
Spesso ci imbattiamo in situazioni in cui il senso di colpa, anziché agire da fattore di promozione della persona, costituisce un freno e una remora per un adeguato sviluppo, talora una grave alterazione. La
religiosità stessa e la moralità ne sono contrassegnate. Non possono più svolgere il loro ruolo naturale di lievitazione del presente e di apertura al futuro.
Nasce allora il problema educativo.
– Come far passare da una religiosità vissuta in termini moralistici, oppure magici o anche in termini perfezionistici, sostenuta prevalentemente dal culto della propria personalità, ad una religiosità autentica vissuta come un rapporto dinamico tra due partners, all'interno del gruppo umano?
– Come superare una moralità «piccolo borghese» tipica di certi ambienti, fondata sull'osservanza di date obbligazioni morali?
– Come superare la pericolosa sovrapposizione della morale sulla religione così che quest'ultima resta mutilata e priva di ciò che le è specifico?
– Qual è la strada che porta ad acquisire un autentico senso del peccato?
– Quale tipo di intervento educativo è necessario concretizzare per facilitare una positiva evoluzione della colpevolezza?
– Nella dinamica evolutiva complessa della colpevolezza quale posizione e ruolo assume l'educatore religioso che si pone come intermediario?
– Quali attenzioni educative avere per riequilibrare un'educazione morale e religiosa estrinseche e farisaiche?
I fattori implicati nell'evoluzione della colpevolezza sono molteplici e complessi. Ci limitiamo qui a presentare alcune indicazioni così da cogliere le linee dinamiche dell'evoluzione e le possibili deviazioni.
L'obiettivo di una vera e autentica educazione non è quello di togliere la colpevolezza, cioè di anestetizzare la propria psiche. Ciò sarebbe una grave perdita per la vita personale e sociale, come una mutilazione di sé.
L'obiettivo educativo vero consiste da una parte, nel giungere a «gestire positivamente» la propria colpevolezza ogni volta che essa, facendo sentire la sua voce vera, fa presente un messaggio, quello delle dimensioni e delle esigenze del reale, delle persone e delle cose; e, dall'altra, nel passare dalla colpevolezza psichica a quella morale e religiosa.
Vi sono fondamentalmente due modi per aiutare l'uomo a crescere. Essi si possono identificare con due diversi metodi educativi.
Rilmann paragona queste due possibilità, che si offrono all'educatore, ai due differenti modi che si possono attuare per impedire che un fiume trabocchi oltre le proprie sponde e alluvioni l'ambiente. Il primo agisce come dall'esterno e consiste nell'aumentare lo spessore e l'altezza degli argini.
Il secondo opera dall'interno. Consiste nello scavare maggiormente il letto del fiume, liberandolo da tutti i detriti accumulati, dragandolo ripetutamente. Similmente avviene nell'educazione. Il primo tipo innalza argini e terrapieni; il secondo invece si preoccupa che la vita scorra nella maggior libertà possibile, nel modo che le è naturale. Ciò consente al soggetto di realizzarsi in una atmosfera di maggior spontaneità e autenticità. Il comportamento morale e religioso non può ridursi ad essere una sovrastruttura, il risultato di una tensione artificiale e difensiva. Invece deve sgorgare spontaneo dal centro profondo del suo essere e inserirsi fattivamente nell'ambiente.