Educazione religiosa: un'esperienza nella scuola media

Inserito in NPG annata 1979.


Paolo Risso

(NPG 1979-08-68)


Da una lunga e vivace esperienza di scuola, sono nate queste riflessioni di Paolo Risso.
Il dialogo formativo, maturato nella quotidiana opera di insegnamento e di formazione umana e cristiana, riappare qui negli interventi dei ragazzi che suscitano una problematica di fondo su cui siamo invitati a riflettere.

Il professore di lettere nella scuola media, in mezzo ai preadolescenti tra i quali opera, è un'educatore dell'uomo, in tutte le sue dimensioni, nella sua integralità. Non va a scuola solo per insegnare l'analisi logica, ma per educare l'uomo, per far crescere l'uomo, in ogni ragazzo che ha davanti. E perciò non c'è problema del ragazzo che gli sia estraneo.
Animato da questa certezza, il professore cristiano accoglie il ragazzo così com'è (= il ragazzo fenomenico), lo aiuta a interrogarsi sulla vita, rendendolo pensoso (= il ragazzo problematizzato), lo avvicina a Cristo, risposta a tutti gli interrogativi di fondo dell'esistenza, contribuendo a farlo «più nuovo» (= il ragazzo cristiano).

II ragazzo fenomenico

L'educatore ascolta il ragazzo con profondo rispetto e con vivo interesse, qualunque cosa manifesti, anche la più banale, qualunque dramma presenti, anche il più triste. È questo l'atteggiamento di chi ama profondamente l'altro: Don Bosco parlerebbe di «amorevolezza»; gli psicologi attuali lo chiamerebbero «capacità di valorizzazione». Certamente è di qui che inizia l'educazione (1).
Il preadolescente, in questo clima di amicizia, rivela il suo io, nei suoi problemi, nelle sue aspirazioni e nei suoi limiti. Ascoltiamo la sua voce.
«Mi sento un vagabondo sulle strade della terra. Ieri ero un bambino e stavo bene in casa con la mamma. Oggi cammino all'avventura per le strade della mia terra, per le vie della mia città» (Rudy, 13 anni).
«Quando sento un juke-boxe, non posso più stare ferma... Ho voglia di cantare, di ballare, da sola o con gli amici. Forse sono bella, ma sono triste, perché il mondo non è proprio come la musica del juke-boxe» (Anna, 14 anni).
«Sovente non capisco la lezione di matematica... ma io sono intelligente, me ne accorgo proprio adesso: voglio capire che cosa c'è nel mio cuore di ragazzo, che cosa c'è nel cuore dell'uomo» (Michele, 13 anni).
«Gli adulti, se li ascolti, ti proibiscono tutto... Certo il male esiste e io sento in me una voce insolente che mi rimprovera, quando non mi sono comportata bene... Ma io voglio essere felice, correre libera, dietro ai miei sogni» (Sandra, 12 anni). «Mi trovo a vivere in un mondo fatto di petrolio bruciato e di smog, impastato di sparatorie e di rapine, insanguinato di ragazzi rapiti e carbonizzati, di bambini abortiti. Fa pietà, fa schifo, questo mondo. Io voglio un mondo diverso» (Stefano, 14 anni).
«Mi manca proprio niente, ma da un po' di tempo, spesso mi sento triste... Vorrei sapere perché...» (Luciano, 13 anni).
Così parlano, a chi li ascolta, i ragazzi di oggi. E queste sono ancora voci serene, perché spesso il loro «dramma» diventa più complesso. Nelle loro parole si rivelano i «fenomeni» della loro età e l'ambiente di vita in cui si trovano.
A questo livello, il ragazzo lasciato a se stesso è capace di constatazioni, di rendersi conto di quello che sperimenta nella sua vita, di sentirsi vivo, senza ancora avere chiare le «ragioni della vita».
O meglio, nelle sue constatazioni, sono impliciti '«gli interrogativi profondi» sui problemi della vita.
Tenendo presente la dinamicità del ragazzo che «cresce» nel suo corpo e nella sua intelligenza, lo sviluppo affettivo della sua età e la sua nuova capacità di amare, la sua ricerca appassionata di «senso» che si cela sotto le esperienze, l'educatore – che opera nella scuola o fuori della scuola – lo guida a conoscere se stesso, a scoprire il mondo dei valori, a interrogarsi sui grandi «perché», ad incontrare Gesù Cristo e, in Lui, a trovare la pienezza della sua umanità.
In che modo si può operare tutto questo?
«Gli interrogativi» sono propri dell'uomo, per cui non è difficile, stimolare i ragazzi a pensare, a interrogarsi sull'esistenza e a diventare critici di fronte a se stessi e di fronte al mondo.
La lettura di un testo letterario dell'antologia, opportunamente scelto, o di un articolo di giornale, come la visione di diapositive o di filmati adatti, possono essere, per esempio, gli stimoli adatti e facilmente reperibili, per aiutare il preadolescente a pensare.
In questo modo il professore, senza invadere le competenze di nessun altro, arricchisce i suoi ragazzi di «esperienza in umanità». All'alunno che vuole conoscere, che sente il bisogno di confrontarsi, la lettura e il commento di una poesia di Leopardi o di Ungaretti o di un diario (come quello di Anna Frank), giova, se non altro, a conoscere più in profondo «chi è l'uomo».
Ma soprattutto lo spinge a porsi il problema di fondo, quello che coinvolge e comprende tutti i problemi, che costituisce per i filosofi, il problema dell'essere: «Perché io vivo? Che cosa me ne faccio della vita? Che ci sto a fare nel mondo?». Nasce il preadolescente che si interroga e poi si progetta...

Il ragazzo problematico

«Alzarmi, far colazione, andare a scuola, dire sempre di sì ai professori, tornare a casa, pranzare, studiare, giocare, cenare, dormire... e poi di nuovo da capo... Tutte così le mie giornate. E questo per mesi, per anni. Perché tutto questo? (Gianni, 12 anni).
«Spesso mi sento sola. E a volte mi chiedo: che cosa faccio nella mia vita? Perché vivere, muoversi, faticare? Io desidero essere felice, sempre, ma spesso sono triste» (Luisa, 13 anni).
«Un mio amico è morto a 17 anni per la leucemia... Io sono rimasto inebetito... Le sembra giusto? Se la vita è tutta qui, io dico che è uno schifo» (Michele, 14 anni).
«C'è un problema che ogni volta che ci penso ha il potere di rendermi triste e non c'è niente che mi aiuti a superarlo: «Mi sento inutile...». Vorrei donare la mia vita per qualcosa di grande e di bello, ma che cosa faccio? Sono stupida, vero?» (Anna, 14 anni).
Emergono in queste domande di ragazzi, colte a volo sulle loro labbra in una conversazione tra i banchi di scuola o nelle loro lettere, i grandi problemi della vita: «Perché si vive? Perché si lavora? Perché si soffre? Perché si muore?».
Quando un ragazzo è giunto a porsi queste domande, non vive più nell'immediatezza dei fenomeni della sua esistenza, nell'istintività dei sentimenti, dei desideri e dei limiti che sperimenta. È già più in alto nel suo cammino.di essere uomo. Comincia a prendere in mano la sua umanità e a cercarne l'orientamento di fondo.
È per questo che gli antichi pensatori – come Socrate per esempio – ponevano il «nosce teipsum» (= conosci te stesso) al vertice della conoscenza umana. Attraverso «il dialogo» che demoliva i pregiudizi e costruiva le certezze, il maestro doveva portare il discepolo a conoscere l'uomo e il mondo nella loro essenza (2).
Anche oggi la moderna pedagogia indica tra i suoi fini quello fondamentale e a volte considerato unico, di guidare il ragazzo a diventare critico, a pensare, a chiedersi il «perché» di tutto, a cominciare da se stesso, ai problemi che lo circondano. È l'eredità dell'illuminismo, della scuola rousseauiana che si fa sentire in tutto questo. «La ragione che ragiona» è il vertice cui deve giungere l'uomo, senza pregiudizio alcuno, in una totale libertà di pensiero (3).
Indubbiamente c'è una conquista positiva in tutto questo. Ma per l'educatore cristiano – operi nella scuola o fuori della scuola – ciò costituisce non certo il fine ultimo, ma una tappa della formazione del giovane.
Il ragazzo che s'interroga su qualsiasi problema – tanto più sui problemi di fondo dell'esistenza – vuole trovare una risposta. Egli non rifiuta l'educatore amico che si mette al suo fianco e, con dolcezza ed autorità, lo aiuta a scoprire la luce e le certezze di cui ha bisogno per vivere.
L'intelligenza ricerca, ma non a vuoto. Essa è essenzialmente «intenzionale», cioè è rivolta, in un «tendere a...» continuo, al raggiungimento di una meta, all'appagamento interiore nella Verità (4).
Per questo il professore cristiano può servirsi dei mezzi più adatti della moderna metodologia, per stimolare la riflessione del ragazzo in tutti i processi di ricerca e di chiarificazione, ma non può fermarsi lì. Ne va di mezzo la sua identità cristiana, perché sarebbe un socratico o un illuminista, non l'annunciatore della Buona Novella.

Il ragazzo cristiano

Se lasciato a se stesso, il ragazzo fatto «pensoso», si trova ancora in una posizione ambigua: utile, da una parte, perché è assetato di verità e di valori, ma pronto, dall'altra, a perdersi per la fragilità della sua natura nel relativismo più sterile. A questo punto l'educatore cristiano gli fa un annuncio totalmente nuovo: «Ascoltami: Gesù Cristo ha alcune proposte interessanti da rivolgere alla tua vita... Vuoi interpellarlo?».
È possibile illustrare al ragazzo le diverse proposte che il mondo offre a chi si interroga e si progetta per la vita. Gli si parli pure del progetto edonistico di chi vive per guadagnare e per divertirsi, o del progetto sociologico-rivoluzionario di chi, consapevole dei mali sociali di questo mondo, lotta per cambiare la società. Ma si abbia l'onestà di aiutare il preadolescente a vedere i limiti fortissimi di tali progetti che non rispondono a tutte le aspirazioni più profonde dell'uomo e spesso lo lasciano vuoto ed insoddisfatto. Più che i discorsi teorici, valgono «gli esempi» debitamente commentati. Ed ancora una volta il professore avrà arricchito di esperienze i suoi alunni.
Se l'educatore è cristiano, trova il coraggio di giungere alla proposta-Cristo: è Lui, il Cristo, e solo Lui, che risponde in modo adeguato a definitivo alle domande del ragazzo, che lo libera dall'egoismo e dalla sensualità, che lo apre agli orizzonti meravigliosi della comunione con Dio e della pienezza di umanità.
«L'uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo... deve avvicinarsi a Cristo. Egli deve entrare in Lui con tutto se stesso, deve "appropriarsi" ed assimilare tutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso» (5). Oggi è diffusa la tendenza a considerare l'uomo nell'ambito delle problematiche economiche e sociali e non sempre ci si rende conto che in questo modo, invece di liberarlo, lo si chiude in un orizzonte troppo stretto per lui (6). Nella scuola, spesso i docenti si limitano a proporre, anche attraverso metodologie avanzate, una visione della realtà esclusivamente socio-economica, senza accorgersi che il ragazzo ne esce inaridito e disorientato.
Quando invece un professore propone tutta la problematica dell'uomo, nella sua integralità, compresa la ricerca del senso della vita e la dimensione della Trascendenza, il ragazzo si apre alla più completa fioritura umana.
L'educazione religiosa è in fondo l'educazione completa, integrale del ragazzo e dell'uomo. Anche un professore, cristianamente impegnato, vi contribuisce in modo forte e a volte decisivo.
Egli fa notare come pressoché in tutti gli autori di letteratura sia evidente l'apertura alla Trascendenza e la ricerca dell'Assoluto anche quando è rifiutato, come pressoché nessuno sia indifferente al Cristo, ma lo abbia sperimentato vivo in un incontro o in uno scontro con Lui (7).
Non solo. Nei drammi attuali del nostro tempo – che il professore può analizzare e discutere con i ragazzi – fa cogliere come dal Vangelo di Cristo, calato nello spessore della realtà, possa nascere un uomo nuovo, un mondo nuovo.
Cristo pone Dio e l'uomo al centro di tutto, per cui nasce una nuova gerarchia di valori, una nuova moralità, al cui vertice si trova l'amore, l'offerta a Dio e il dono ai fratelli.
Tale proposta di moralità, tale progetto di vita non è presentato in una discussione astratta che difficilmente coinvolge la vita del preadolescente, ma è concretizzato in una Persona, il Cristo, come Modello immensamente liberante e positivo per l'esistenza.
Il ragazzo comincia a possedere un'autentica educazione religiosa e morale, quando, confrontandosi con il Cristo e, scopertolo come l'Uomo perfetto che rende più uomini quelli che incontra, comincia a domandarsi, prima delle sue scelte e durante le sue azioni: «Gesù, che cosa farebbe, se fosse al mio posto?».
Per giungere a tale vertice, l'educatore, in un discorso culturale profondamente urnanizzante, offre gli «esempi» di quegli uomini e di quelle donne del tempo di ieri e di oggi, che hanno fatto l'opzione fondamentale del servizio a Dio e agli altri per amore, alla sequela del Cristo (8).
Il preadolescente vede, discute, interroga se stesso e l'educatore, scopre la validità di tale proposta e comincia a chiedersi: «Se qui c'è la gioia di sentirsi compresi e amati, se qui c'è un Amico, Cristo, che mi fa più uomo, perché non posso seguirlo anch'io?».
Se è vero che l'educazione è essenzialmente educazione ai valori, il preadolescente trova in Cristo e in coloro che l'hanno vissuto, la pienezza dei valori. Se cerca chiarezza sulle «domande profonde», Cristo è la luce. Se cerca un'amicizia che non tramonta, Cristo è l'Amico per eccellenza. Se cerca la socialità nel rapporto con gli altri, Cristo è il Martire che si sacrifica fino alla morte. Se ha sete di giovinezza e di novità, Cristo è «il Vivente, eternamente giovane» (9).
È meraviglioso, per il professore cristiano, che conscio dei suoi limiti, ha cercato di operare tutto questo, ascoltare le voci dei suoi alunni che hanno «capito» Cristo. «Una volta ho chiesto al mio insegnante perché ci voleva bene e si impegnava per noi, ragazzi. Mi ha risposto che vedeva Cristo da amare in ciascuno di noi... Allora è cominciato il discorso su Gesù, su quello che porta alla nostra vita. Ho capito che se Lui non c'è nella mia vita, si fa buio nelle mie giornate, come si fece buio sul Calvario, quando morì. Ma se Lui c'è, c'è la gioia, l'amore... Che bello! Io non mi dimenticherò mai più di Cristo» (Massimo, 13 anni).
«Alla fine della terza media, la mia vita mi sta tutta dinanzi. Sta a me costruirla con fatica e con gioia. A volte ho paura, perché mi sento fragile come una canna sbattuta dal vento. Ma con me c'è Cristo che mi tiene per mano e che mi dice: "Coraggio, cammina"» (Pierpaolo, 14 anni).


NOTE

(1) L. Cian, Il sistema preventivo di Don Bosco e i lineamenti del suo stile, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1978.
(2) A. Rigobello (a cura di), Il messaggio di Socrate, La Scuola, Brescia 1957.
(3) Salvestrini-Carboni-Zeppa, Pedagogia. Storia e problemi, vol. 2°, Ed. Massimo, Milano 1977.
(4) C. Giacon, Le grandi tesi del tomismo, Ed. Patron, Bologna 1967.
(5) Enciclica «Redemptor hominis», 4.3.1979.
(6) G.F. Morra, Dentro il tunnel delle utopie strapazzate, in «Il nostro tempo» del 1.6.1975.
(7) D. Porzio (a cura di), Incontri e scontri con il Cristo, Ed. Ferro, Milano 1971.
(8) Utilissimi a tal fine i libri di Teresio Bosco, Facce celebri, Elle Di Ci, To-Leumann 1975; (come tutti quelli della collana «Un'avventura per ogni giorno», Elle Di Ci, To-Leumann, della collana «Eroi» e «Campioni», Elle Di Ci, To-Leumann); Il mondo mia patria, Sei, Torino, 1976; Di professione uomini, Mursia, Milano 1977.
(9) V. «Il messaggio del Concilio Vaticano II ai giovani», 8.12.1965 in Documenti del Concilio, Ed. Dehoniane, Bologna 1966.
(10) Per le idee di fondo che animano il presente studio, si tengano presenti:
– Aa.Vv., Evangelizzare nella scuola?, Elle Di Ci, To-Leumann 1974.
– G. Sovernigo, Progetto di vita e scelta cristiana, Elle Di Ci, To-Leumann 1975. E soprattutto:
Ragazzo, uomo in costruzione, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile, vol. 1° e 2°, Elle Di Ci, To-Leumann 1977.