L'esperienza e l'esempio di Don Bosco

Inserito in NPG annata 1979.


A cura di Sergio Pierbattisti

(NPG 1979-08-49)

 

1. DON BOSCO E L'INSERIMENTO SOCIALE DEL PREADOLESCENTE

Tanti giovani soli

La zona di Porta Palazzo, scrive il biografo di Don Bosco, Don Lemoyne, brulicava di merciai ambulanti, di venditori di zolfanelli, di lustrascarpe, di spazzacamini, mozzi di stalla, spacciatori di foglietti, tutti poveri fanciulli che vivacchiavano alla giornata. Don Bosco stesso ricorda che i primi gruppi di ragazzi che poté avvicinare erano scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori, che venivano da lontani paesi. Figli di famiglie disagiate, spesso disoccupati, erano alla ricerca di qualunque mestiere, pur di campare. Li vedeva arrampicarsi sui palchi dei muratori, cercare un posto di garzone nelle botteghe, aggirarsi lanciando il richiamo dello spazzacamino. Li vedeva giocare ai soldi agli angoli delle piazze e delle strade con la faccia dura e decisa di chi è disposto a tentare qualunque mezzo per farsi largo nella vita. Se tentava di avvicinarli, si allontanavano diffidenti e sprezzanti.

Vittime della rivoluzione industriale

Quei ragazzi per le strade di Torino sono un effetto perverso di un avvenimento che ha cominciato a sconvolgere il mondo, la rivoluzione industriale. Nel 1789 a Glasgow in Inghilterra, il sig. James Watt aveva brevettato la macchina a vapore. Era uno strumento che sfruttando l'energia sviluppata dal calore faceva smuovere leve e cinghie di trasmissione. Una sola macchina impiegata in una filanda poteva produrre tanto filo quanto avrebbero potuto produrne 200.000 uomini, e per badare ai filatoi che facevano tutto questo bastavano 750 lavoratori.
Negli stessi anni, per la progressiva vittoria della medicina e dell'igiene sulle più micidiali malattie epidemiche come la peste e il vaiolo, la popolazione in Europa ha una crescita imponente: da 180 milioni nel 1800 a 260 milioni nel 1850. L'allargamento prepotente delle fabbriche (cioè dell'industria), mette in crisi gli artigiani. Una valanga di gente in cerca di lavoro si rovescia dalla campagna in città. Ma l'immenso progresso ebbe specialmente nei primi cento anni, un pauroso costo umano. «Una esigua minoranza di straricchi impose una vera schiavitù a una moltitudine infinita di proletari» (Rerum Novarum).
In fabbrica non vanno solo gli uomini e le donne. Ci vanno anche i bambini e la loro vita è mutata in tormento. Rodolfo Morando scrive: «Nei filatoi di seta (in Lombardia) si verificava il massimo impiego dei fanciulli. Le mansioni cui venivano adibiti erano di tale indole macchinale da ridurre in breve tempo all'ebetismo quei poveri esseri. Il lavoro si protraeva nell'inverno per 13 ore e nell'estate per 15, 16 ore». A Torino la rivoluzione industriale arriva di riflesso. La città si sviluppa rapidamente. Arrivano famiglie povere o giovani soli dalla valle Sesia, dalle valli di Lanzo, dal Monferrato, dalla Lombardia. Bande di giovani vagano, soprattutto la domenica, per le strade, lungo le rive del Po.

Bisogna fare qualcosa

Don Bosco tira rapidamente i conti. Quei ragazzi hanno bisogno di una scuola e di un lavoro che aprano loro un avvenire sicuro; hanno bisogno di essere ragazzi. Così egli pensò di renderli sicuri insegnando loro un mestiere che li rendesse, come si dice oggi, operai specializzati. Per questo istituì le sue scuole professionali. Sorgono per i suoi ragazzi laboratori per calzolai, sarti, legatori, falegnami, tipografi, ecc. Nel medesimo tempo egli non trascura gli studenti. Il suo scopo era quello di prepararsi collaboratori che l'avrebbero aiutato nelle sue opere.
Nel campo dell'istruzione specialmente professionale Don Bosco ha fatto scuola. Ha aperto vastissimi orizzonti, ha stimolato la società civile a ripercorrere le stesse strade per giungere a quei risultati che le scuole professionali evidenziavano sempre di più. Nel cuore del secolo XIX Don Bosco seppe percepire con immediata chiarezza i problemi fondamentali dell'ora: il primo fermento cioè di quelle istanze sociali che cominciavano a serpeggiare nel popolo e dovevano poi caratterizzare un'epoca di agitazioni non ancora composte. A questi fermenti Don Bosco oppose una visione cristiana moderna del problema sociale e del lavoro. Intuì anzitutto che il problema sociale era un problema umano e che, come tale, non avrebbe potuto essere fronteggiato se non operando nel cuore dell'uomo. Si trattava di ridestare nei lavoratori il senso spirituale della dignità, là dove stava avanzando il materialismo; si trattava di contrapporre la carità al risentimento, la solidarietà alla discordia, la cooperazione alla lotta.
È questo il messaggio cristiano e sociale di Don Bosco. Non era certo nuovo nella storia del pensiero umano derivante da tutta l'economia del Vangelo, ma era animato di spirito moderno, soprattutto era portato sul terreno operativo con tenace volontà alla luce di un esempio appassionato.

* * *
Ma Don Bosco non si è limitato ad inserire il ragazzo nella società, perché avesse un lavoro ed un'istruzione: con la sua opera educativa li seguiva tutti ad uno ad uno, perché ognuno potesse maturare socialmente, imparando ad interessarsi agli altri, a farsi prossimo per gli altri, a capire gli altri. Servendoci di quanto è stato scritto in un libretto: «Educhiamo come Don Bosco» di C. De Ambrogio, vediamo qualche tratto di questa pedagogia di Don Bosco, e facciamo qualche riflessione.

Insegniamogli a interessarsi agli altri

Un giorno Don Bosco, nelle vicinanze dell'Oratorio a Valdocco, in Torino, incrociò un giovanotto conosciuto da tutti come il capoccione di una banda malfamata. Gli sorrise e gli rivolse un saluto. Il giovanotto trasecolò nel vedere che Don Bosco s'interessava a lui con tanta bontà ed entusiasmo. Contraccambiò il saluto:
– Buon giorno – gli rispose con un piccolo cenno del capo.
Don Bosco mostrò un grado ancora maggiore di interessamento e gli disse:
– Sono molto contento di averti incontrato: devi farmi un piacere.
– Se posso, ben volentieri.
– Certo che lo puoi: vuoi venire a pranzo con me?
– Io a pranzo con Don Bosco?
– Sì, tu: perché no? Oggi son proprio solo.
– Ma lei si sbaglia: mi scambia con un altro.
– No, no... non sei tu di nome Giorgio?
– Sissignore.
– Dunque vieni.
– Ma lei si disturba per me.
– Non fare complimenti. È cosa decisa; vieni.
– Ma io non ho il coraggio di venire così come sono, con questi abiti sudici e le mani sporche.
– Non fa nulla, non importa.
– Ma forse, a casa, c'è mia mamma che mi aspetta.
– La manderemo ad avvertire.
Il giovanotto di fronte a quella pressione così dolce di Don Bosco fu costretto a cedere; pranzò con Don Bosco. Ne uscì entusiasta: Don Bosco gli aveva trasmesso il suo fuoco spirituale, l'aveva contagiato di bontà. Cambiò vita e diventò un bravo ragazzo.

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– Ogni ragazzo ha in sé latente una meravigliosa capacità di interessamento agli altri. Accrescerla o diminuirla dipende in gran parte dalla sua volontà. Ma la volontà va educata. Non sempre è spontanea. A questo alludeva Socrate, il filosofo greco, quando diceva: «Prima che un uomo possa muovere il mondo, deve muovere se stesso». Occorre insegnargli a mostrare un immediato interessamento per ogni fratello o persona che lo avvicina, per ogni compito che gli viene affidato.
– Uno dei modi migliori di accrescere la capacità di interessamento del ragazzo è quello di lasciarlo libero di esprimere quello che sente. Gli adulti sono sempre un po' inclini a frenare i sentimenti dei ragazzi. «Impara a dominarti», gli dicono con severità. «Non lasciarti trasportare dalle prime impressioni». Eppure spesso queste manifestazioni sono l'indice dell'interessamento; una repressione continua può smussare o addirittura soffocare la loro capacità di aprirsi agli altri.
– Educate il ragazzo all'arte di sapersi donare agli altri, di avvicinarsi soprattutto a chi soffre, a chi è nel dolore, di mostrare interessamento specialmente alle persone che più delle altre sono respinte ai margini della società. «Una volta – racconta un padre di famiglia – ricordo di essermi trovato al tramonto con la mia bambina in riva al mare. La marea saliva; la serata era tranquilla e opalescente. L'acqua andava all'assalto della rena asciutta e l'invadeva sempre di più. A un tratto la mia bambina disse con voce sommessa: "Non è bello, papà, vedere come il mare vuol bene alla terra?"».
La terra era indifferente, e perciò aspettava. Ma il mare no, il mare veniva. Una lezione meravigliosa: occorre insegnare ai ragazzi, come dice Gesù, «a farsi prossimo degli altri», a compiere ogni giorno qualche piccolo atto anonimo e dimenticato di bontà e di amore verso chi gli sta vicino o che incontra. Non è bello tutto questo?

Insegniamogli a farsi prossimo agli altri

– Come si possono portare questi miei cari ragazzi a essere allegri ed espansivi? –chiese in uno dei suoi «sogni» Don Bosco a un suo exallievo che gli faceva da guida.
– Con la carità.
– Con la carità? Ma... non sono amati abbastanza?
– Ci manca il meglio.
– Che cosa?
– Che i ragazzi non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati. Se sono amati in quelle cose che a loro piacciono, impareranno a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali sono. la disciplina, lo' studio, la mortificazione di se stessi; e queste cose le impareranno a fare con slancio e con amore. Bisogna amare ciò che piace ai ragazzi, e i ragazzi impareranno ad amare ciò che piace agli educatori. A questo modo sarà facile la fatica educativa...

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Ecco la grande regola: «Se l'educatore darà l'esempio, lui per primo, nel farsi "prossimo" del suo allievo, il ragazzo a sua volta imparerà a farsi "prossimo" dei suoi coetanei e degli altri».
«Chi è il mio prossimo?» chiese un dottore della legge a Gesù. E Gesù gli raccontò la storia di un pover'uomo abbandonato come morto dai banditi. «Passò un sacerdote ebreo e andò oltre. Ugualmente un levita. Arrivò un samaritano e gli si accostò. Quale dei tre uomini a tuo parere si è fatto prossimo di colui che era caduto nelle mani dei briganti?» chiese Gesù.
Gesù dà in questa parabola un significato attivo alla parola «prossimo», a cui non si riflette abbastanza. Chi è il mio prossimo? chiede il dottore della legge. E Gesù gli risponde: «Fatti prossimo di tutti», cioè sii colui che si accosta amorevolmente, colui che si china con bontà sulla miseria e il dolore degli altri, anche del primo che si presenta sconosciuto, perfino avverso, come fece il buon samaritano con quell'uomo moribondo. Fatti prossimo degli altri, amandoli. È così che il ragazzo imparerà la lezione.
– Insegnate ai ragazzi a diventare attenti agli altri, a venire incontro alle loro necessità, a non attendere che gli altri facciano loro un cenno; ad avere, come la Madonna alle nozze di Cana, gli occhi aperti e le orecchie attente, non per soddisfare la propria insaziabile curiosità, ma per captare le angosce del mondo, per indovinare quando e come si può diventare utili senza pesare, e servire senza ingombrare.
– Insegnate ai ragazzi ad avere rispetto, comprensione profonda del prossimo. Ma questo atteggiamento interiore sarebbe vanità e menzogna se la carità non divenisse attiva e non fiorisse in servizi diversi resi al prossimo, a profitto dei fratelli. La carità è uno stato d'animo, ma uno stato d'animo che ha delle mani per servirsene.
– «Che cos'è l'attenzione agli altri?» fu chiesto a Mark Twain. E lui rispose con una battuta espressiva: «Quando avevo 16 anni non ero punto attento a mio padre, perciò ero convinto che mio padre non sapesse niente. Ma quando ne ebbi 22, divenni attento a mio padre e mi stupii moltissimo scoprendo quante cose mio padre avesse imparato in soli sei anni».
Gli uccelli spingono i loro piccoli fuori del nido. Noi dobbiamo spingere i ragazzi a uscire dal nido del proprio egoismo, offrendo loro l'incentivo di farsi «prossimo» di tutti.

Insegniamogli a capire gli altri

Il 10 maggio 1884 partiva da Roma una lunga lettera di Don Bosco, indirizzata ai Salesiani dell'Oratorio di Valdocco a Torino. È un gioiello di lettera che rivela il grande cuore di Don Bosco: «Vicino o lontano – egli scrive – io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio: quello di vedervi felici nel tempo e nell'eternità. Sento, o miei cari, il peso della mia lontananza da voi, e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona una pena quale voi non potete immaginare». Racconta poi, con il suo stile arioso e spigliato, un sogno fatto poche sere prima. Nel sogno aveva contemplato, come in uno schermo cinematografico, due scene: l'Oratorio dei primi tempi, con i ragazzi di allora in chiassosa ricreazione, e l'Oratorio del 1884, dove «non vedeva più quel moto e quella vita, come nella prima scena».
– Come si possono rianimare questi miei cari giovani, perché riprendano l'allegria e l'espansione di un tempo? – aveva chiesto Don Bosco alla misteriosa guida che lo accompagnava nel sogno.
– Con la carità.
– Con la carità? Ma non sono amati abbastanza?
– Ci manca il meglio.
– Che cosa?
– Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati. Bisogna amare ciò che piace ai giovani, e i giovani ameranno ciò che piace ai loro educatori. Familiarità coi giovani, specialmente in ricreazione. Chi vuol essere amato, bisogna che faccia vedere che ama. Gesù si fece piccolo coi piccoli: ecco il Maestro della familiarità. L'educatore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare ogni cruccio e lamentela dei ragazzi, pronto a comprenderli; tutto occhi per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene di coloro che Dio gli ha affidato...

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Capire gli altri: ecco la grande regola che inculcava Don Bosco. Oggi la psicologia ci offre una parola nuova, più difficile, ma che dice la stessa cosa: empatia. L'empatia è la capacità di apprezzare i sentimenti di un altro senza esserne emotivamente turbati in modo da influenzare il proprio giudizio. È uno stato d'animo che tutti possono acquistare, sviluppare e migliorare.
– Insegnare al ragazzo a dare importanza ai sentimenti degli altri. Uno studioso notava: «Molti motivi di attrito potrebbero essere appianati se ognuno si chiedesse, ogni volta che un altro fa qualche cosa che lo irrita: "Qual è il vero sentimento che ispira questa condotta?". Per esempio: "Ti odio. Vorrei vederti morto", grida un fanciullo verso il proprio genitore. Il babbo, applicando l'empatia, penetra nel sentimento che ha provocato quello scatto e l'interpreta secondo il giusto significato, che di solito è: "Ho bisogno di te e tu non mi presti attenzione. Ti prego, dimostrami che mi vuoi bene". L'empatia è affine alla simpatia. La simpatia dice: "Condivido i tuoi sentimenti"; l'empatia invece dice: "Capisco i tuoi sentimenti". È una comprensione che aiuta moltissimo chi è in difficoltà e chi soffre. In fondo, quando si è legati in cordata nelle ascensioni in montagna e uno della comitiva cade in un burrone, non lo si aiuta saltandogli vicino, ma piuttosto tenendosi ben saldi per poterlo tirare su».
– Insegnate al ragazzo a mettersi nei panni di un altro, a vedere con gli occhi di un altro, non con i propri occhi. Le persone anziane, per esempio, che prendono sul tragico le stramberie e le sciocchezze degli adolescenti mancano di empatia: invece di ricordarsi com'erano anche loro nell'adolescenza, vogliono che i ragazzi si comportino come uomini maturi. Non c'è cosa che la gente non sia pronta a confidarci purché ci si sappia intonare al sentimento che ispira le sue parole e le sue azioni. E il capire i sentimenti degli altri ci aiuta a non essere feriti nei nostri.
– Insegnate al ragazzo a scoprire il senso d'isolamento che spesso invade gli altri. Diceva un giovane universitario: «Mi pare sovente di essere uno zero che va in giro su due gambe. Mi pare che qui nessuno si curi di me o della mia esistenza. Per piacere, trattatemi come un essere umano e dimostratemi un po' di attenzione». Il capire l'isolamento e il sentimento degli altri può essere il segreto di un'efficace opera educativa. L'operaio che si sente considerato dal suo capo come una semplice ruota d'ingranaggio fornirà un lavoro scadente. Ma quando sente che il suo capo si interessa sinceramente di lui, dei suoi problemi, del suo avvenire, delle sue condizioni familiari, è molto più probabile che faccia un buon lavoro.
– Ci vuol pazienza per imparare a capire i sentimenti degli altri. Ma il penetrare nella mente e nel cuore di un altro essere umano può rappresentare una grande e utile esperienza. L'empatia non è altro che la carità che fa sentire agli altri che noi li amiamo.

2. DON BOSCO E L'EDUCAZIONE AFFETTIVA DEL PREADOLESCENTE

L'asse centrale della costruzione della personalità del preadolescente, è quello affettivo; e poiché tutti hanno un cuore capace di amare, tutti hanno la possibilità di diventare persone solide e armoniche.
Per giungere a questa maturità affettiva è indispensabile l'esperienza di essere amati al momento giusto: in famiglia, a scuola, in ogni relazione interpersonale. Questa esperienza è subito compresa da chi nella vita non ha conosciuti sbarramenti gravi all'amore. Per coloro che hanno sperimentato sofferenze gravi in questo campo sarà possibile ricostruire la propria personalità solo attraverso una amicizia profonda che necessariamente si orienterà soltanto verso una o pochissime persone a motivo di qualche affinità, ma poiché i meccanismi affettivi sono sempre gli stessi, una volta assimilati e perfezionati, sono disponibili per tutti.

Amorevolezza: fondamento del sistema educativo di Don Bosco

Don Bosco ha centrato proprio sull'amorevolezza il suo sistema pedagogico.
A ciò lo ha portato la sua esperienza affettiva in famiglia, specialmente per opera di sua madre, le amicizie con i coetanei a cui dava istruzione e faceva spettacolo, la Società dell'Allegria, l'amicizia profonda con Luigi Comollo a Chieri. Tutto questo lo ha formato a quella affettività tenera e affascinante che lo rendeva «padrone dei cuori». Il suo tratto conquistava talmente i giovani che nessuno si avvicinava a lui senza allontanarsi migliore.
Se Don Bosco avesse scritto un trattato sull'educazione, avrebbe parlato della potenza educativa dell'amore. Ma anziché un trattato organico e sistematico, Don Bosco ci ha lasciato in eredità la sua esperienza.
Per Don Bosco l'educazione è «cosa di cuore» (conclusione alla lettera del 28.1.1883) da cui non è mai disgiunta la ragione.
L'amore diventa espressione di fiducia, che in fondo è ottimismo verso il giovane che progredisce sempre anche se con un suo ritmo, talvolta lento, e che bisogna rispettare perché è Dio che ha creato questa natura e l'ha voluta innalzare fino a sé. In realtà ogni educatore ha compreso che i piccoli e i giovani hanno bisogno di fiducia e la ricambiano se sono amati profondamente. Perciò, dice Don Bosco, l'educatore deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, l'educazione dei suoi allievi.
Ad un giornalista che il 25 aprile dell'84 chiedeva a Don Bosco quale fosse il suo sistema educativo, rispose: «Semplicissimo: lasciare ai giovani ampia libertà di parlare di cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli».
I punti di riferimento che hanno ispirato Don Bosco nel suo lavoro educativo, sono la vita e gli scritti di San Francesco di Sales. Perché questo grande santo fonda tutta la sua spiritualità sull'amore.
L'amorevolezza è un atteggiamento di fondo che permette ad un educatore di esprimersi esternamente anche con modi severi, decisi, ma che è sempre impregnato di quella- carità di cui parla San Paolo ai Corinti: «Chi ama è paziente e premuroso, non è geloso, non si vanta, non si gonfia di orgoglio; chi ama è rispettoso, non va in cerca del proprio interesse, non conosce la collera e dimentica i torti; chi ama rifiuta l'ingiustizia, la verità è la sua gioia. Chi ama tutto scusa, di tutti ha fiducia, tutto sopporta, non perde mai la speranza» (1 Cor 13,4-7).

Accanto all'amorevolezza: ragione e religione

Per Don Bosco il fine educativo non può essere raggiunto che attraverso la triplice via di accesso: ragione, religione, amorevolezza. Quest'ultima è l'elemento che facilita la messa in opera di interventi che richiedono l'uso della ragione e la proposta della religione. Ancora Don Bosco ci suggerisce: «Ognuno procuri di farsi amare se vuol farsi temere»; perché soltanto l'amore è capace di aprire il cuore dei giovani. Il clima dell'amore apre la strada alla confidenza: «Ho bisogno che ci mettiamo d'accordo – dice Don Bosco ai suoi ragazzi in una "buonanotte" –: fra me e voi devono regnare vera amicizia e confidenza» (MB 7,504).
Le pagine più belle che parlano dell'amorevolezza come amore manifestato, sono quelle contenute nella lettera da Roma, scritta il 10 maggio 1884. In questa lettera si fa riferimento a una situazione di decadenza educativa attuale, in relazione a una tradizione più piena e riuscita.
«Come fare – chiede Don Bosco all'accompagnatore nel sogno – per rompere le barriere tra superiori ed allievi?».
«Mediante la familiarità; la familiarità con i giovani specialmente in ricreazione... Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più; ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello».
Non può esistere sistema preventivo senza amorevolezza, e non esiste amorevolezza se non in un ambiente di famiglia, nemico di ogni collegialismo, di ogni ufficialità, di ogni stile burocratico e diplomatico.
Non esiste famiglia dove il clima di convivenza è privo di gioia spensierata, di allegria suscitata dagli stessi educatori che dovrebbero essere l'anima della ricreazione, rinunciando ai propri gusti per vivere con i ragazzi la rumorosa e a volte faticosa vita del cortile.
A un padre gesuita che gli aveva chiesto qualcosa sul modo di educare i giovani, Don Bosco rispose con una sola parola: «Amandoli!». Soleva anche dire: «Trattiamo i ragazzi con cuore ed essi ci ameranno; trattiamoli con rispetto ed essi ci rispetteranno» (MB 14,847).
Non è facile esaminare con un minimo di impegno le caratteristiche di questa amorevolezza. La via migliore è forse quella di analizzare alcuni passi dove Don Bosco parla direttamente di questa caratteristica del suo sistema.

Amorevolezza è familiarità

Ciò significa: stare con i giovani, porsi al loro livello, fare le cose che piacciono a loro, dar loro confidenza. Viene da ricordare il rammarico di Giovannino Bosco per non poter accostare il suo parroco: «Io vedevo parecchi buoni preti, che lavoravano nel sacro ministero, ma non poteva con loro contrarre alcuna familiarità... Più volte piangendo diceva tra me e anche con altri: – Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dir loro buone parole...». Don Bosco amava stare insieme ai suoi giovani e ai salesiani. Lo stare insieme è per lui il grande rimedio per far rifiorire lo spirito primitivo dell'oratorio.

Amorevolezza è profondità di affetto

«Miei cari, dice Don Bosco nell'introduzione al Giovane Provveduto, io vi amo di tutto cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai; vi posso accertare che troverete libri propositivi da persone di gran lunga più virtuose e più note di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo e che desideri la vostra vera felicità».
Molte lettere esprimono la profondità e l'autenticità dell'affetto di Don Bosco. Ne citiamo una del 23 luglio 1861: «Sono pochi giorni che vivo separato da voi, o figlioli, e mi sembra esser già trascorsi più mesi. Voi siete veramente la mia delizia e la mia consolazione, e mi mancano l'una e l'altra di queste due cose quando sono da voi lontano».

Amorevolezza è affetto dimostrato

La familiarità esige che i giovani si accorgano di essere amati. Lo sottolinea un tratto della lettera da Roma: «... Ci manca il meglio... che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati... Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono, col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione...».

Amorevolezza è affetto concreto

Chi desidera il bene dei giovani non si ferma davanti a nulla; non si accontenta di parole e scende ai fatti. Ma soprattutto cerca la loro salvezza spirituale. «La mia affezione è fondata sul desiderio che ho di salvare le vostre anime, che furono tutte redente dal sangue prezioso di Gesù Cristo, e voi mi amate perché cerco di condurvi per la strada della salvezza eterna».

Amorevolezza è affetto casto e puro

L'affetto verso i giovani si deve spogliare di ogni forma di sensualità egoistica, di attaccamenti particolari che sono a volte espressione di problemi affettivi non ben superati nell'educatore stesso quando superano le soglie del buon senso. Nella lettera da Roma Don Bosco lamenta che esista «chi si lascia rubare il cuore da una creatura e che per far la corte a questa, trascura tutti gli altri giovinetti».
L'attaccamento morboso a un bambino o a un giovane è un pericolo professionale per l'educatore che deve amare cordialmente e dimostrare il suo affetto. Non si deve tuttavia confondere tale attaccamento con la vera e autentica amicizia che è la normale via d'accesso per riscaldare il cuore di una persona e rivelare le sue ricchezze. L'amorevolezza, così come appare nel pensiero e nella prassi di Don Bosco, rientra in un filone di problemi ed esperienze che sono centrali per lo sviluppo corretto e armonioso della persona.
L'intuizione di Don Bosco si rivela ancora una volta feconda e creativa, come è germinalmente fecondo il principio evangelico dell'amore di Dio e del prossimo che diviene il comandamento centrale per un cristiano.

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Come fare amicizia coi ragazzi

Il volto dei ragazzi si illumina di un sorrisetto felice. Don Bosco li sta esilarando con una storiella divertente.
Racconta: «Mentre Gianduia era sul palco, fu interrogato quale fosse secondo lui il vino più buono. Egli, silénzto.
– Ti piace di più il Barbera d'Asti?
Gianduia fece una smorfia per dire di no.
– Il Moscato di Strevi?
– No.
– Il Siracusa?
– No.
E gli nominarono un'infinità di vini eccellenti: la Malvasia, il Bordeaux, il Tokai, il Marsala, lo Champagne, il Malaga, il Nebbiolo, il Vin Santo, il Caluso, ecc. E gianduia, sempre con una smorfia e con un gesto ridicolo, diceva di no.
– Qual è dunque il vino che ti piace di più?
– Il vino che mi piace di più è quello che ho nel bicchiere, è quello che posso bere. Che importa a me che tu mi nomini tante qualità di vino, tutte eccellenti, se io non posso averle e quindi non posso berne, buffone che sei!».

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Ecco uno dei mezzi di Don Bosco per fare amicizia con i ragazzi.
– I ragazzi hanno molto più discernimento di quanto gliene attribuiscono di solito gli adulti, e gradiscono le barzellette e le storielle divertenti. Don Bosco aveva il segreto di mantenere la conversazione e il dialogo con i ragazzi al livello del loro interesse, ma senza cerebralismi o moine. Quindi usava raccontare, per tenerli allegri, storielle facili e non complicate, battute scherzose, ma non graffianti o incomprensibili.
– Un altro segreto di Don Bosco nel conquistare subito il cuore dei ragazzi: non li metteva in imbarazzo. Il ragazzo è come un animaletto selvatico che si avvicina più facilmente se non si sente osservato. Non mettete mai un ragazzo al centro di un gruppo di adulti che stiano silenziosi ad ascoltarlo. Ditegli invece qualche cosa, raccontategli magari una storiella, senza metterlo in imbarazzo con la vostra intimidante attenzione: una storiella lo fa subito ridere e lo mette a suo agio.
– Se volete essere cordialmente detestati, provatevi a prendere in giro un ragazzo che avete appena conosciuto. Nulla è più umiliante per lui, perché il ragazzo sa di non essere intellettualmente capace di rispondervi per le rime, e inoltre sa che sarebbe sgridato da tutti per la sua impertinenza qualora cercasse di farlo.
– Quando un ragazzo se ne esce con uno strafalcione o un lapsus, la buona educazione esige dall'adulto un solo modo di comportarsi: mantenere un viso totalmente inespressivo. Il fargli rilevare l'errore, commesso da lui inavvertitamente, e il rimproverarlo è come dargli una mazzata sul capo: lo mette k.o. e lo stende su un tappeto di irritazione da cui non riuscirete più a tirarlo fuori.
– Don Bosco insegna che il miglior atteggiamento da assumere con i ragazzi è la naturalezza, la semplice e spontanea naturalezza. Bisogna che il ragazzo vi consideri non come un estraneo davanti al quale gli tocca esibirsi, ma come un vecchio amico con cui è facile allacciare una pronta amicizia.

3. DON BOSCO E L'EDUCAZIONE MORALE E RELIGIOSA DEL PREADOLESCENTE

Don Bosco trasmette ai ragazzi quel «senso di Dio» in cui è cresciuto

La vita di Don Bosco ragazzo è caratterizzata dal «senso di Dio». Dio ti vede è una delle parole più frequenti di Mamma Margherita. Se vede i suoi figli in preda a piccoli rancori o sul punto di inventare una bugia per cavarsela d'impiccio: «ricordatevi, dice loro, che Dio vede anche i vostri pensieri».
Ma non è un Dio-carabiniere quello che lei scolpisce nella mente dei suoi piccoli. Se la notte è bella e il cielo stellato, mentre stanno a prendere il fresco sulla soglia dice: «È Dio che ha creato il mondo e ha messo le stelle lassù». Quando i prati sono pieni di fiori mormora: «Quante cose belle ha fatto il Signore per noi». Dopo la mietitura, dopo la vendemmia, mentre tirano il fiato dopo la fatica del raccolto, dice: «Ringraziamo il Signore. È stato buono con noi, ci ha dato il pane quotidiano». Anche dopo il temporale o la grandine che ha rovinato tutto, Mamma Margherita invita a rifletter: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Lui sa il perché».
Accanto alla mamma, ai fratelli, ai vicini, Giovanni impara così a vedere un'altra persona, Dio. Una persona grande. Invisibile ma presente dappertutto, nel cielo, nelle campagne, nella faccia dei poveri, nella voce della coscienza che dice: «Hai fatto bene, hai fatto male». È padre buono e provvidente, dà il pane quotidiano, a volte permette certe cose (la morte del papà, la grandine sulla vigna) difficili da capire: ma Lui sa il perché e questo deve bastare.
È questa la religiosità prima, normale, che Giovanni assorbe da sua madre e dal suo ambiente e che con naturalezza trasmetterà ai suoi ragazzi.
Una delle prime pratiche religiose a cui Giovanni partecipò fu la recita del Rosario. In quel tempo era la preghiera serale di tutti i cristiani. Ripetendo cinquanta volte l'Ave Maria, anche i contadini dei Becchi parlavano con la Madonna. Per loro dire cinquanta volte le stesse parole non era un controsenso: nella giornata avevano battuto la zappa centinaia di volte nello stesso solco e sapevano che solo così si ottiene buon raccolto.
Ma il «senso di Dio» per Mamma Margherita, e quindi per Giovanni, non si fermava qui. Se c'era un malato grave nelle case vicine, venivano a svegliare Margherita. Sapevano che non rifiutava di dare una mano. E lei destava uno dei figli perché l'accompagnasse. Diceva: «C'è da fare un'opera buona».
Con queste semplici parole, a quei tempi, si mettevano insieme molti valori che oggi chiamiamo generosità, impegno per gli altri, altruismo, servizio.

Vuole che i suoi ragazzi siano sinceri

Giovannino Bosco è un fanciullo con l'argento vivo addosso. Un giorno è solo, in casa; la mamma è fuori. Gli viene il ghiribizzo di afferrare qualche cosa di molto alto sull'armadio; ma non ci arriva. Come fare? Ingegnoso, avvicina una sedia, ci monta sopra e si arrampica. Allunga il braccio. Col gomito urta l'orciolo dell'olio e lo fa cadere. Patatrac: cocci e olio sparso. Che dirà la mamma? Meglio nascondere tutto. Salta giù dalla sedia e dà mano alla scopa per far sparire tutte le tracce. Impossibile: la macchia d'olio si allarga. E allora? Nella sua coscienza esplode un dilemma: dire o non dire? Essere sincero con se stesso e poi con la mamma o no?
Giovannino decide: prende un coltello, esce, attraversa l'aia, e, giunto alla siepe di cinta, adocchia un ramo. Lo taglia netto. Poi si accoccola in un canto e col coltello lo rimonda dalle foglie e l'adorna con incisioni.
La mamma rientra. Giovannino le corre incontro:
– Ciao, mamma. Hai fatto buon viaggio?
– Sì, Giovannino. E tu hai fatto il bravo?
– Oh, mamma, guarda – e le porge il ramo liscio e flessibile come una frusta.
– Cos 'hai combinato? – domanda la mamma.
E Giovannino subito con schiettezza e sincerità:
– Ho rotto il vaso dell'olio. To' la verga perché tu non vada a cercarla. Giovannino tiene la testa china. Come si fa a punire un fanciullo così sincero? Mamma Margherita lo perdona.

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Giovannino Bosco è stato sincero con la mamma perché prima è stato sincero con se steeso. La sincerità con se stessi non è facile. Come si fa a stabilire se si è onesti e schietti con se stessi? Uno psicologo consiglia: «Esaminate la capacità di saper ridere di voi stessi. Potete ridere di voi stessi, e riderne davvero, con sincerità? Se è così, probabilmente riuscirete a essere sinceri con voi stessi, a non nascondervi nulla».
– La sincerità con se stessi aiuta i ragazzi ad affrontare la vita con decisione, li aiuta a impegnarsi a fondo. Un altro psicologo dà questo consiglio: «Chiedetevi: "Qual è stato l'ultimo avvenimento significativo della mia vita? Una malattia? La morte di un genitore?". Poi chiedetevi: "Mi sono mai soffermato a rifletterci? Ho mai pensato che cosa volesse dire davvero per me?" Se la risposta è no, è certo che voi state vivendo senza mai riflettere; voi passate i giorni con la testa nel sacco, e non siete del tutto sinceri con voi stessi. Avete paura di esaminarvi».
– Essere sinceri con se stessi, più che una formula di successo, è un modo di vita. La sincerità con sé stessi viene anche chiamata con un'espressione meravigliosa: L'io aperto». C'è pericolo però di scoraggiarsi e di deprimersi. La sincerità con se stessi non va confusa con la depressione. L'autentica sincerità include una valutazione del bene e del male che allignano in noi. Si devono riconoscere i propri difetti; ma si devono anche riconoscere le proprie capacità e possibilità di miglioramento.
– La sincerità con se stessi aiuta ad accettarsi così come siamo, con i nostri limiti e debolezze; e, cosa importante, aiuta ad accettare gli altri così come sono. A una mite e timida insegnante era stata affidata una classe di ragazzi indisciplinati e incorreggibili. Uno specialmente, di nome Giuseppe, quattordicenne, si divertiva a scatenare in scuola il finimondo. Un pomeriggio l'insegnante lo trattenne dopo la scuola e gli chiese perché provocasse tutto quel disordine in classe. Per un attimo lui la guardò imbronciato, poi rispose: «Perché è così facile farvela». «Lo so che è così – disse l'insegnante con un sospiro. – Ho avuto sempre paura di ragazzi come te e tuttavia mi piacerebbe poterti aiutare. Non vuoi davvero che qualcuno ti voglia bene e ti aiuti?». Con stupore dell'insegnante, il ragazzaccio crollò e le raccontò la storia intima della sua sofferenza, povertà e solitudine.

Vuole che imparino a pregare

Diceva Don Bosco: «Io non esigo di più di quanto si fa da ogni buon cristiano, ma procuro che queste preghiere siano fatte bene». «È meglio non pregare che pregare male». «Non caricatevi di troppe devozioni» ripeteva con San Filippo Neri. «Tenetevi alle cose semplici, ma si facciano con perseveranza».

Sul principio del 1858 Don Bosco deve estinguere un grosso debito, ma non ha un centesimo in tasca. Il creditore aspetta già da tempo e per il 20 del mese vuole assolutamente essere pagato. In quelle strettezze, Don Bosco chiama alcuni ragazzi:
– Quest'oggi ho bisogno di una grazia particolare – dice loro; – io andrò in città e durante tutto il tempo che vi rimarrò, qualcuno di voi sia sempre in chiesa a pregare. I ragazzi glielo promettono. Don Bosco esce. Giunto presso la chiesa dei Preti della Missione, in via Arcivescovado, gli si avvicina uno sconosciuto e garbatamente gli presenta una busta con dentro parecchi biglietti da mille lire, una somma altissima per quel tempo. Meravigliato del dono, Don Bosco esita nell'accettarlo:
– A che titolo mi offre questa somma?
– Prenda e se ne giovi per i suoi ragazzi – insiste lo sconosciuto. E si allontana senza palesare il donatore.
Sempre così: quando aveva bisogno di qualche cosa, Don Bosco era solito ricorrere alla preghiera. Otteneva tutto. Diceva ai suoi ragazzi: «Chi prega è come colui che va dal re».

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Che cos'è la preghiera? Fu definita: «Un colloquio del Figlio di Dio, Gesù, che vive in noi, con il Padre che è nei cieli, sotto l'azione dello Spirito Santo».
– Occorre far capire ai ragazzi che la preghiera è un orientamento profondo dell'anima verso Dio. Succede pressapoco come per una mamma che ha un bimbo ammalato. Lo visita frequentemente, gli misura la febbre, lo cura; ma anche quando scende in cucina a rigovernare la casa, il suo pensiero non si stacca dal suo bambino, è orientato verso di lui.
– Per insegnare ai ragazzi a pregare occorre far loro conoscere Gesù. Gesù non è mica qualcuno morto; è una persona viva, il Vivente per eccellenza. Per conoscere Gesù, bisogna conoscere e leggere il Vangelo. «La vita eterna è conoscere Gesù Cristo», disse Gesù nell'ultima cena. Uno dei più grandi scrittori russi aveva inciso sul suo tavolo di lavoro queste parole: «Mi fa paura separarmi dal Vangelo anche per pochi giorni». Padre Leonzio de Grandmaison esortava: «Studiate, cercate, scrutate, svelate senza posa, per voi e per gli altri, le insondabili ricchezze di Gesù nel Vangelo. Fissatelo ostinatamente fino a saperlo a memoria. Meglio ancora: fino ad assimilarvi a lui, ad assorbirvi in lui».
– Occorre insegnare ai ragazzi a trovare ogni giorno il tempo adatto per pregare. Qualcuno dice: «Ma io non ho tempo per pregare». Come, non hai tempo? Le 24 ore del giorno si possono dividere in 96 quarti d'ora. Ebbene: 32 o 36 quarti d'ora vanno al sonno; 36 o 40 quarti d'ora vanno al lavoro; 4 o 5 quarti d'ora vanno agli spostamenti vari; 6 o 8 quarti d'ora vanno ai pasti. Basta un unico quarto d'ora dato a Dio nella preghiera per far vibrare di gioia e di sole tutta la giornata.
– Occorre far capire ai ragazzi che nella preghiera succede esattamente come nella corsa. Chi prende un magnifico scatto iniziale, corre bene. I momenti d'inizio sono i più preziosi, come nella giornata le prime ore del mattino. Bisogna all'inizio dare un colpo di freno a tutte le preoccupazioni, smorzare il tumulto dei pensieri profani, azzerare il volume delle occupazioni.
– Don Bosco spiegava ai suoi ragazzi che Dio è dentro di noi. È lì che ci dà appuntamento e che ci attende durante la giornata, oltre che nella Chiesa. Dio dentro di noi non è un Dio silenzioso: egli parla. Ma per ascoltarlo bisogna fare silenzio. La preghiera consiste appunto nel pensare a Dio, nel parlargli dolcemente, nel presentargli, perché le benedica, tutte le persone che noi incontreremo durante il giorno.
Diceva Don Bosco agli educatori: «Chi ha vergogna di esortare alla pietà è indegno di essere maestro». E ancora: «Quando i ragazzi ameranno la preghiera, noi educatori avremo adempiuto uno dei nostri obblighi più importanti. Perciò il tempo che noi impieghiamo per educare i giovani alla preghiera è il meglio utilizzato; assai più del tempo che noi impieghiamo per istruirli e divertirli».

I valori morali e religiosi sono fonte di gioia

Per Don Bosco la gioia era elemento per l'educazione religiosa. Anche Domenico Savio l'aveva capito. Egli dice all'amico Gavio Camillo: «Sappi che noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri». Sbaglia l'educatore che presenta la religione come una serie di divieti e Dio come un giudice inflessibile. Il nostro Dio è il Dio della gioia, della libertà, dell'amore.
Vangelo vuol dire lieta notizia. «Vi annuncio una grande gioia», «Rallegratevi ed esultate» è il grido del vangelo. «Rallegratevi nel Signore perché egli è vicino», è il grido degli apostoli (Fil 4,4).

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I ragazzi, Don Bosco li voleva sempre nella gioia. La gioia è il clima più propizio per far maturare i giovani.
– Occorre abituare i ragazzi ad amare e ammirare la natura. Per esempio, fare loro notare il chiarore delle stelle sulla neve fresca, oppure la vista inattesa di un prato stellato di mughetti. La gioia «è giubilo, letizia; è quanto di più intenso ha l'allegrezza». Entrano nella composizione della gioia un certo sbigottimento, un certo mistero, e anche un senso di umiltà e di gratitudine. Si avvertono a un tratto tante cose vive: una foglia, un fiore, una nuvola, il moscerino ronzante sullo stagno, la rondine che stride garrula.
– Occorre abituare i ragazzi a gustare la vita di famiglia. Sentendosi amati dai loro cari, i fanciulli avvertiranno sbocciare insensibilmente nei loro cuori la gioia che in certi momenti, come a Natale o a Pasqua o in altre occasioni, diventerà più intensa del solito. «Se manca la gioia, manca tutto», scrisse il romanziere Stevenson. I momenti della gioia sono come l'aratro che rovescia la terra in un campo secco e inselvatichito.
– Per gustare la gioia, occorre abituare i ragazzi a mantenere l'anima perennemente in grazia. Don Bosco li voleva «più buoni e meno cattivi». Solo così i ragazzi conservano la freschezza del loro senso di scoperta. La presenza del Signore nella loro anima apre il cuore alla gioia, anche se avessero fisicamente qualche dolore da sopportare. Il naturalista inglese Jefferies, povero e gravemente ammalato, ma ricco di Dio, esclamava dalla sua poltrona di invalido: «Ogni filo d'erba è mio, come se io l'avessi piantato; tutte le erbe mi appartengono e io le amo. Ogni falco che passa alto nel cielo è mio; c'è cosa più bella della curva descritta dal suo volo contro l'azzurro? Oh, giorni felici, felici!».
– Occorre abituare i ragazzi a sentirsi uniti gli uni con gli altri. E questa la gioia di amarsi scambievolmente, la cosiddetta gioia della «comunione dei santi», cioè la gioia di sentirsi fratelli nel Signore. Lo Spirito Santo stabilisce tra tutti noi una comunione, una solidarietà. Bisogna far capire ai ragazzi che ognuno di loro vale molto di più se messo insieme con gli altri che non isolato. I ragazzi hanno bisogno di affiatarsi con i loro compagni per essere veramente se stessi; hanno bisogno di vivere nella carità fraterna per essere veramente figli di Dio. Non si è cristiani per sé soli. Il vero lievito della gioia è l'amore fraterno, è il volersi bene.

4. DON BOSCO E L'ORIENTAMENTO SCOLASTICO E PROFESSIONALE

Don Bosco ha cercato di preparare i giovani al mondo del lavoro

Don Bosco osservò le crescenti aspirazioni del suo tempo verso la scuola e la cultura. Non si deve dimenticare che l'Italia di allora era analfabeta per 1'80% e la cultura era considerata retaggio di una classe privilegiata.
Con un'azione decisiva seppe inserirsi coraggiosamente nel settore dell'istruzione della cultura teorico-classica e pratico-professionale.
Ne scaturiscono alcuni atteggiamenti di grande interesse dal punto di vista sociale e pedagogico.
1) Le esigenze del progresso culturale, tecnico e sociale, lo spingono a organizzare su larga scala scuole di tutti i tipi.
2) Anche nel mondo scolastico e tecnico-professionale egli volle concretamente affermato il primato dei valori etici ed educativi su quelli puramente didattici, con l'applicazione del principio della disciplina preventiva.
3) Don Bosco non ha portato contributi particolari nelle tecniche della didattica, però si è perfettamente inserito nello spirito del tempo caratterizzato dalla preoccupazione di ravvivare e semplificare i metodi di insegnamento, esaltando il «dialogo». Volle sempre privilegiare su tutte la «scuola serena», la scuola viva e attiva.
4) Inoltre ha dato un rilevante contributo pratico alla «scuola del lavoro», portando decisamente la scuola e la cultura nel mondo del lavoro. Don Bosco si è sforzato di far entrare i concetti di questa sua pedagogia nella scuola poiché essa è senza dubbio l'istituzione più largamente comprensiva degli interessi giovanili.
Nel settore della didattica, in armonia con i canoni del suo sistema, mirò a eliminare quanto di oppressivo, di irrazionale, di meccanico, di repressivo, potesse stagnare in una tradizione talvolta antiquata e conservatrice. Per questo, finché poté e la sua crescente attività glielo permise, non rimase estraneo al clima di rinnovamento suscitato precisamente dal generale risveglio pedagogico piemontese contemporaneo.
Alcuni indizi ed elementi positivi. Egli ebbe chiara conoscenza del problema posto dalla scuola umanistica e della necessità di una revisione dei suoi orientamenti e dei suoi compiti e affermò la necessità di una trasformazione, di una evoluzione da un aspetto puramente formalistico ad una più accentuata coscienza formativa ed educativa.
Nel campo del lavoro e della cultura realistica contribuì potentemente e genialmente all'organizzazione e allo sviluppo delle scuole professionali, della scuola del «lavoro» in funzione decisamente professionale e insieme pedagogica, aprendo effettivamente la strada alla crescente energica affermazione di una cultura propriamente umana e «umanistica», con concreta portata individuale e sociale di tipo realistico.
E ci sono notevoli indizi di «aperture» verso tecniche didattiche nuove, più redditizie e interessanti, fondate sull'uso di sussidi didattici, che rendano meno astratto e astrattista l'insegnamento, e sulla drammatizzazione didattica.
Espressione di una mentalità e di un generale orientamento spirituale, fatto di apertura coraggiosa e simpatica ad ogni innovazione positiva. Simbolo di «modernità» in un educatore, tuttavia, così rigorosamente attaccato alla tradizione cristiana nelle sue espressioni più alte ed essenziali.

Scuola cristiana

La sera del 15 aprile 1885, a Marsiglia, Don Bosco fece cena con un celebre avvocato della città, l'avvocato Michel, appena reduce da un lungo giro di affari in diverse nazioni del mondo. La conversazione venne a cadere sul paganesimo smaccato in alcuni Paesi che prima erano profondamente cristiani. Don Bosco stava a sentire; a un tratto scoccò una domanda: «Avvocato, secondo lei qual è la causa di tanta aberrazione?». Il Michel tirò fuori una spiegazione dopo l'altra; nessuna si rivelava pienamente convincente. A un certo punto Don Bosco interpolò: «No, no, mio buon avvocato. La causa del male è una sola: l'educazione pagana che si dà generalmente nelle scuole. Formata tutta su classici pagani, imbevuta di massime e sentenze pagane, In impartita con metodo pagano, la scuola non plasmerà mai veri cristiani. Ho combattuto tutta la mia vita contro questa perversa educazione che guasta la mente e il cuore dei giovani; fu sempre il mio ideale riformare la scuola" su basi schiettamente cristiane. Ora, vecchio e cadente, muoio col dolore di non essere stato abbastanza compreso». Chi lo ascoltava sentì nello sbalzo di voce di Don Bosco un timbro «di soavità e di fierezza». Don Bosco – sottolinea il suo biografo – voleva che la scuola fosse come un piccolo santuario e come una famiglia.

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La scuola può decidere il destino di un ragazzo. In bene come in male. Se non si tiene presente che la scuola dev'essere come una famiglia, il periodo scolastico diventa un seguito di crisi.
– I ragazzi vogliono imparare per amore. Portano i loro risultati all'insegnante come se si trattasse di un regalo. Le ricerche degli psicologi hanno dimostrato, senza possibilità di equivoco, quali stretti legami esistano tra i risultati scolastici e le relazioni affettive. Questo succede solo per i ragazzi? Negli Stati Uniti si volle sapere quale macchina da scrivere consentisse il massimo rendimento. In un istituto di Stato, per due anni, abilissime dattilografe si misero al lavoro con le macchine da collaudare. Le differenze risultarono notevoli. Ma un giorno cambiò il caposquadra; l'effetto fu che tutti i risultati rimasero sconvolti. Il rendimento della squadra aumentò di Mi colpo e il livello generale finì per mantenersi a una quota mai raggiunta prima nemmeno dalla migliore dattilografa che lavorasse sulla macchina migliore. Fu deciso di cambiare regolarmente i capisquadra. Con un tipo di capufficio nervoso, livello basso; rimproveri e avvertimenti rimanevano senza effetto. Con una persona calma e amichevole, sempre pronta a incoraggiare, livello alto e atmosfera serena; le dattilografe lavoravano allegramente e sentivano appena la fatica alla fine della giornata. –
– I ragazzi si sentono abbandonati nelle mani di un destino sfavorevole non appena sono costretti a vivere in un clima scolastico che non è per nulla di famiglia e meno mai cristiano. La famosa frase: «Non s'impara per la scuola ma per la vita»,
potrà impressionare dei giovanotti universitari, ma resta incomprensibile ai ragazzi e agli adolescenti. Quello che l'adulto chiama «vita», al ragazzo non dice assolutamente nulla. Il ragazzo impara per la scuola, per l'insegnante, per accontentare i suoi genitori e il suo amor proprio, ma certamente non per un fine lontano ed evanescente mi come è la vita.
– Un gran numero di difficoltà e crisi scolastiche provengono dalle eccessive esigenze e ambizioni dei genitori: mio figlio deve essere il primo. Alla clinica pediatrica di un noto professore in una grande città d'Europa venne portata una fanciulla di 10 anni. La mamma voleva farla curare perché a scuola la fanciulla era scesa dal primo al terzo posto. Eccitata, la mamma diceva al professore di fronte alla fanciulla: «Se dovesse rimanere bocciata alla fine dell'anno, ne morirei di dolore. Ammetto che possa essere brutta, ma stupida e ignorante mai». Si può immaginare quello che avviene in un ragazzo quando sente frasi di questo genere! I segnali di allarme di quella fanciulla erano: mal di testa durante le lezioni, dolorini alla schiena e ai reni. I medici parlano di mal di testa scolastico e di nausea scolastica.
Ma alla radice di tutto sta la mancanza di amore. «Fatevi amare», ripeteva Don Bosco. «La scuola deve essere come un piccolo santuario e come una famiglia cristiana».

Nove segreti per riuscire a scuola

In un ciclo di nove «buonenotti», nel novembre-dicembre del 1864, Don Bosco insegnò ai suoi ragazzi nove segreti per riuscire bene a scuola. Glieli incideva nell'anima prima che andassero a dormire, in una specie di invisibile microsolco, iniziando sempre con una battuta o un episodio interessante, alla fine chiudeva con l'enunciato del segreto. Augurava «buona notte»; i ragazzi gli rispondevano «grazie» e non smettevano di sorridergli e di fissarlo mentre lui li carezzava col suo sguardo.
Primo mezzo per studiar bene è il timor di Dio. La sapienza degli uomini deriva da quella di Dio. Come volete che un ragazzo superi le difficoltà scolastiche senza l'aiuto di Dio? E poi che piacere volete che provi nello studio chi ha il cuore agitato dalle passioni? Il secondo mezzo è non perdere mai un briciolo di tempo. Frenate la fantasia. Terzo mezzo: abituarsi a non saltare da una pagina all'altra, da un materia all'altra. Quarto mezzo: mangiare a tempo debito. Chi si mette a studiare con lo stomaco troppo pieno, si sente subito indisposto, svogliato, la testa gli si fa pesante. Quinto mezzo: frequentare compagni studiosi e diligenti. Sesto mezzo: giocare, ma ordinatamente. Ricreandovi, voi riacquistate nuove forze per studiare meglio. Settimo mezzo: superare con tenacia le difficoltà che si incontrano nello studio. Non lasciatevi sconfortare, abbandonando lo studio a metà. Ottavo mezzo: occuparsi esclusivamente di cose che riguardano la scuola. Vi dirò adesso il mezzo principale: ricorrere sempre con la preghiera alla Madonna. Maria è sede della Sapienza ed è nostra Madre; prima di mettervi a studiare, non dimenticatevi mai di dire un'Ave Maria alla Madonna.

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Don Bosco si basava su una concezione integrale della scuola; i ragazzi devono vivere a scuola come in un prolungamento della famiglia. Come nella famiglia, anche nella scuola è l'amore che deve regnare sovrano. Diversamente, sono guai.
– Molti genitori agiscono in modo assolutamente insensato quando si basano su risultati eccellenti riportati occasionalmente dal loro figlio per dirgli: «L'altra volta hai avuto dei voti bellissimi. Perché adesso no? Sei diventato pigro? Ti sveglieremo noi». Un adolescente che era il primo della classe si vide costretto dai suoi genitori a studiare al pomeriggio quattro ore invece delle solite due: temevano che perdesse il primato. Per qualche tempo fece ancora degli ottimi compiti, poi si ribellò. Cominciò a mentire ai genitori. Alla fine dell'anno, risultò bocciato. Desolazione di papà e mamma. Il ragazzo fu messo sotto sorveglianza più stretta. Quando riportava un brutto voto, veniva chiuso a chiave in camera. Sistema assurdo. È l'amore, non il rendimento, che deve dirigere tutto.
– I genitori dovrebbero ricordarsi che il ragazzo a scuola non ha solo la missione di imparare; deve anche (ed è la cosa più difficile) integrarsi socialmente. A 6 anni, la maggior parte dei fanciulli non sanno quasi niente del loro compagno di banco; all'interno della comunità scolastica, vivono come individui isolati. A 8 o 9 anni, gli scolaretti formano gruppi che fanno blocco per opporsi all'insegnante. Comincia l'associazionismo: all'interno di questi gruppi si instaura tacitamente una legge analoga a quella che, in un pollaio, stabilisce l'ordine in cui ciascuno deve dare o ricevere una beccata. È il momento allora in cui il ragazzo per trarre profitto negli studi ha bisogno della ricetta dei nove mezzi suggeriti da Don Bosco, altrimenti sbanda.
– Nella preadolescenza cominciano a delinearsi alcuni caratteri tipici. C'è il ragazzo modello, mai incline al disordine, ben visto dall'insegnante, ma non dai, compagni.
C'è il ragazzo buffone che fa ridere tutti, mette in ridicolo l'insegnante e semina il disordine; in generale è un ragazzo che cerca di attirare l'attenzione, di farsi amare; probabilmente non trova abbastanza affetto a casa.
C'è il tipo in gamba, che tutti invidiano; primeggia negli sport; picchia i cattivi, ma diventa spesso anche lui un duro.
C'è il ragazzo noioso, che non finisce mai di scocciare perché vuol sapere tutto. C'è il ragazzo innocuo, amico di tutti; ha bisogno di essere incoraggiato, perché facilmente cede alla pigrizia.
E c'è il ragazzo frustrato, con cui nessuno scherza, lasciato in disparte, vittima di tutti. Sono ragazzi, questi, che han bisogno di amore, se si vuole che riescano bene a scuola.

Non basta preparare al lavoro: occorre trovare un lavoro

Erano i primi di giugno del 1847. Il tramonto coloriva la città. Don Bosco stava rientrando nella sua povera abitazione di Valdocco, dopo di aver svolto l'apostolato sacerdotale nella chiesa di San Francesco d'Assisi. Giunto sullo stradale San Massimo, notò un povero ragazzo, un adolescente: con la testa poggiata a un olmo della strada, piangeva. Gli si accostò:
– Che hai, ragazzo mio? – gli chiese. – Perché piangi?
Il ragazzo ebbe una crisi acuta di singhiozzi; poi a stento rispose:
– Sono abbandonato da tutti. Mio padre è morto prima che io potessi conoscerlo. La mamma, che mi voleva tanto bene, è morta ieri e oggi l'hanno seppellita. Il pianto divenne irrefrenabile. Don Bosco lasciò che si sfogasse, poi gli posò la mano sulla spalla:
– Dove hai dormito questa notte?
– A casa. Ma oggi il padrone ha portato via i pochi mobili che c'erano. La mamma non aveva pagato l'affitto. Appena uscita la bara, hanno chiuso la camera. Non ho più nessuno...
– E adesso, che cosa vorresti fare e dove vorresti andare?
– Non so, non so...
– Vuoi venire con me? Io farò di tutto per aiutarti.
– Oh, sì che ci vengo. Ma lei mi accetta?
– Certo. Voglio che noi due siamo sempre amici.
Gli prese la mano nella mano, lo confortò, lo rasserenò. Così lo condusse a casa, dove l'attendeva Mamma Margherita.
– Mamma – le disse Don Bosco appena entrato, – ho con me un secondo ragazzo. Dio ce lo manda; abbine cura e preparagli un letto.
Il giorno dopo, Don Bosco si occupò di trovargli un posto adatto di lavoro. Il ragazzo era intelligente, sveglio, abbastanza istruito. Don Bosco gli cercò un'occupazione tagliata per lui. Si informò dell'ambiente di lavoro. «Ti piacerebbe fare il commesso di negozio?». «Senz'altro». Si trovò bene. Il ragazzo fece carriera e si conquistò una posizione onorata.

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– È sempre un problema trovare un lavoro giusto per un adolescente. Una scelta sbagliata potrebbe rovinargli tutta la vita. Un tempo il figlio ereditava, per così dire, il mestiere del padre. Oggi molti ragazzi ignorano perfino la professione del loro padre. Si chiede a un ragazzo: «Che cosa fa tuo padre?». «È rappresentante». «Sì, ma che cosa fa?». «Mah! Tutto il giorno è in giro con la macchina e la sera, quando torna a casa, si sdraia sulla poltrona, legge il giornale e va a letto». I ragazzi studenti chiedono che la scuola insegni di più sulle professioni da scegliere.
– Non è facile scoprire per quale professione il ragazzo è tagliato o rivela inclinazione. Anche a 18 o a 19 anni, i giovani si mostrano spesso esitanti sulla scelta della loro professione. Non sanno che strada imboccare. La famiglia preme in un senso e il ragazzo non ha il coraggio di opporvisi. La maggior parte dei giovani, interrogati dopo tre anni di apprendistato, dichiarano che si pentono di aver scelto quel mestiere; ne preferirebbero un altro.
– E perché non provare una serie di test che permettano di orientare le attitudini del ragazzo? Molte fabbriche e aziende ne fanno uso. I genitori dovrebbero ricorrere a quei test per sondare le attitudini dei loro figli. Spesso invece lasciano al caso la scelta del mestiere da parte del figlio. Basta un annuncio economico o pubblicitario, una maggiorazione di stipendio o di paga, o qualsiasi altro vantaggio sociale perché il ragazzo venga avviato, magari controvoglia, a una professione che poi lo tormenterà per tutta la vita.