Educazione morale e religiosa del preadolescente

Inserito in NPG annata 1979.


Paolo Ripa

(NPG 1979-08-37)


UNO SGUARDO INTRODUTTIVO

Anzitutto concentriamo lo sguardo sul preadolescente poiché è di lui che si parla. La parola «adolescenza» (com'è usata dagli psicologi) indica il lungo periodo di crescenza che va dagli 11 ai 17 anni. Esso viene normalmente diviso in due tappe: la prima che va dagli 11 ai 14 anni è chiamata preadolescenza o prima adolescenza.
In Italia i preadolescenti (maschi e femmine) sono circa 2 milioni e mezzo, il 4,5% della popolazione totale il che significa che in un centro di 1.000 abitanti ce ne sono in media 45.

PREADOLESCENZA: ETÀ DI UNA CRESCITA PRIMA LENTA POI TUMULTUOSA

In un libricino di T. Bosco c'è una descrizione breve e simpatica che mi pare dia subito, con una pennellata giusta, lo sviluppo del preadolescente.
«Il ragazzino o la ragazzina che compie 10 anni ha tutte le qualità del prodotto finito. È un fanciullo che ha raggiunto la sua maturità: è contento di sé e gli altri sono contenti di lui. Ama la sua casa. Accetta volentieri l'autorità di papà e mamma. S'interessa della scuola e accetta una ragionevole quantità di compiti. Può arrabbiarsi qualche volta ma non gli piace arrabbiarsi. Non serba rancore per nessuno. Prega volentieri. È un fanciullo felice. Le mamme vorrebbero che il mio bambino rimanesse sempre così.
Invece, mamme carissime, non può rimanere sempre così. Sarebbe un mostro. Deve crescere come tutte le persone umane. Gli 11 anni segnano la partenza per una nuova crescita, prima lenta, poi tumultuosa. Il fanciullo calmo e tranquillo dei dieci anni scompare e appare il preadolescente: chiacchierone, curioso, in perenne movimento, sempre sul chi va là. Cresce rapidamente come un asparago, ha un appetito immenso e una sete inestinguibile di sapere nuove cose. Gli piace discutere ma parla sempre lui... Gli umori vanno e vengono: scontroso al mattino allegro al pomeriggio, languido in primavera, pestifero quando piove, affettuoso quando nevica.
Il preadolescente sale con piglio deciso la scala della vita. Sarà irruento a 11 anni, allegro a 12, riflessivo a 13, pieno di vita a 14. Durante questi anni un potente fascio di energie esplode dentro di lui e provoca un forte sviluppo fisico, conoscitivo, personale, sociale, affettivo, religioso.
A 14 anni si addentrerà nell'adolescenza, e sarà evidente che il fanciullo in lui è proprio scomparso ed è nato l'uomo. Per questo gli anni della preadolescenza vengono anche chiamati "gli anni della seconda nascita"» (Bosco T., Aiutiamoli a crescere, Torino '77). Una espressione azzeccata se si pensa alla complessità e decisività di questo avvenimento, allo shock che produce. Probabilmente solo la nascita ne produce uno simile. Ma mentre nella nascita si tratta di qualcosa che si risolve rapidamente e a livello inconscio, qui si gioca sui tempi lunghi e sulla sofferenza di una coscienza che è capace di domandarsi, a volte con angoscia: «Che cosa mi succede?». Una serie di grosse mutazioni quasi contemporanee... ecco che succede! Lo sviluppo fisico che coinvolge tutto l'organismo (peso, statura, maturazione sessuale); lo sviluppo conoscitivo col passaggio dal modo concreto di pensare proprio degli 11 anni alla capacità di ragionamento astratto dei 13-14 anni; lo sviluppo sociale e affettivo che spinge il preadolescente a cercare il gruppo, gli amici, il ragazzino o la ragazzina; lo sviluppo morale e religioso che gli fa affrontare una prima revisione critica di ciò che accettava «per autorità»; sviluppo di tutta la personalità che spesso lo pone in contrasto con la famiglia e i genitori.
Nel complesso una faticosa e meravigliosa esplorazione di nuove terre, un grosso e decisivo sforzo da affrontare.

L'AMBIENTE SOCIALE, IMPREGNATO DI CONSUMISMO, PERMISSIVISMO, SECOLARISMO, CONDIZIONA LO SVILUPPO DEL PREADOLESCENTE

Tutto questo avviene in un ambiente sociale che condiziona spesso duramente e negativamente lo sviluppo del preadolescente.
– Il preadolescente di oggi vive nella società dei consumi. Aumenta la quantità di beni di consumo che può avere tra le mani, beni sempre meno necessari e sempre più transitori. Sempre più grandi saranno per il ragazzo le tentazioni di preferire l'avere all'essere, di occuparsi individualmente di se stesso, del proprio successo. Tutta la società intorno a lui fa così e lo spinge ad imitarla: tutto si compra... scadimento del gratuito!
– Il preadolescente di oggi vive nella società permissiva. Il ragazzo può, sempre più facilmente, fare quello che vuole. Di qui la tentazione di cercare solo ciò che piace, di non accettare quella «fatica di vivere» che è caratteristica della sua età e quindi di evadere in mille forme: dalla lettura prolungata di fumetti e gialli, al consumo di TV, alle forme più preoccupanti di polarizzazione (e quindi di chiusura) sul sesso, alla fuga da casa, al «provare» la droga...
– Il preadolescente di oggi vive in una società secolarizzata che non lo favorisce nello sviluppo della sua religiosità.
Il ragazzo di mano in mano che entrerà a far parte di gruppi più o meno secolarizzati e interiorizzerà valori di una società più o meno secolarizzata, sarà orientato a fare le proprie scelte religiose nell'una o nell'altra direzione.
Il risultato lo abbiamo con una certa chiarezza, in una serie di inchieste sulla religiosità nell'età evolutiva e giovanile, in Italia. La «curva della religiosità» raggiunge il massimo (75%-85%) verso i 10-11 anni per poi declinare bruscamente tra i 15 e i 20 e risalire lentamente e solo parzialmente dai 20 anni in poi.
Queste considerazioni rapide e sommarie, sono sufficienti a farci capire che la preadolescenza è un'età importante e delicatissima sia in sé per la complessità di questo periodo dell'età evolutiva, sia per i condizionamenti sociali che rischiano di impedire uno sbocco positivo dal punto di vista umano e anche dal punto di vista religioso-cristiano.

IL PREADOLESCENTE RISCHIA DI RIMANERE SOLO: I GENITORI NON LO CAPISCONO, LA SCUOLA SPESSO LO IGNORA, LA CHIESA QUASI LO ABBANDONA

Ora, proprio in questo momento delicatissimo il preadolescente rischia di rimanere solo.
I genitori non lo capiscono, non sanno che fare con questo ragazzo/a strano, scomodo («Era così buono... un ometto! Non so cosa gli sia successo!»).
La scuola certo lo può aiutare mettendolo in contatto con altri ragazzi, con metodi didattici attivi, rispondendo alla sua sete di curiosità... Quando effettivamente lo fa?! La Chiesa, spiace dirlo, quasi lo abbandona. Se lasciamo da parte il lavoro che si fa nelle scuole medie cattoliche (che raccolgono una minoranza dei ragazzi cattolici), proviamo a domandarci che cosa altro fa la Chiesa per il preadolescente. È nota la situazione di gran parte delle parrocchie: i fanciulli vengono raggiunti nella quasi totalità attraverso la catechesi per la prima comunione e la cresima. I gruppi parrocchiali sono, per lo più orientati agli adolescenti e ai giovani. La fascia di mezzo è poco o per nulla curata. Che si occupi sistematicamente di questa fascia conosco solo l'ACR e lo scoutismo cattolico, associazioni che, essendo piuttosto elitarie, raggiungono pur sempre un numero piuttosto ristretto di preadolescenti.
Cosi i preadolescenti escono dal raggio di azione della Chiesa proprio nell'età in cui dovrebbero prendere in mano, con progressiva decisione personale, il loro battesimo e la loro cresima.
I nostri ragazzi, e questo è un fatto assolutamente opposto a tutta la tradizione della Chiesa, giungono all'adolescenza senza essere passati per un autentico catecumenato. Il catecumenato è un periodo di preparazione che deve rendere il discepolo di Cristo capace di essere fedele ai suoi impegni battesimali: è illuminazione e prova per la sua lotta spirituale che il battezzato deve sostenere. Ora in antico la Chiesa organizzò un catecumenato personale: infatti si rivolgeva a un adulto che compiva un passo molto personale in opposizione all'ambiente pagano che lo circondava e che perciò doveva essere assoggettato a una catechesi e a una prova personale... Quando poi si generalizzò il battesimo dei bambini, l'antico catecumenato scomparve perché la Chiesa incominciò ad affidare ai genitori e ai padrini l'istruzione e la prova che costituiscono l'essenza del catecumenato; si passò quindi a un catecumenato familiare e anche sociale poiché la società civile era sociologicamente unita alla società religiosa.
Ora il nostro problema, oggi, è che il mondo sociale si è secolarizzato: l'ambiente familiare, che dipende da quello sociale come una cellula dal corpo, costituisce abbastanza raramente un ambiente formatore di credenti. D'altra parte il ragazzo lascerà per forza questo ambiente familiare per entrare nell'atmosfera di laicismo tanto più pericoloso in quanto non l'aveva ancora respirato e non vi era preparato.
È vero che, da bambino, è stato catechizzato ed evangelizzato, ma la profondità della rivoluzione che si è operata in lui rende superata l'evangelizzazione e la catechesi ricevuta nell'età precedente: esse diventano un vestito troppo stretto: è illusorio credere che si possa ancora portare e che basti introdurvi dei rattoppi. Occorre un vero e proprio nuovo catecumenato: nuova nascita... nuova evangelizzazione.
Se questo fatto fin qui risponde a verità, allora, prima di ogni altra indicazione, è necessario un grosso sforzo di conversione da parte dell'adulto (genitori, quindi, educatori, pastori): smetterla di considerare la preadolescenza come un'età di «manutenzione», quasi che la sostanza del prodotto sia già stata ottenuta e ora sia sufficiente qualche modesto ritocco. No! Nuova terra, nuova nascita.

LO SVILUPPO MORALE E RELIGIOSO DEL PREADOLESCENTE

Conviene a questo punto passare ad affrontare, un po' più da vicino, il tema della educazione morale e religiosa del preadolescente, facendo tuttavia una precisazione: mai come in questa età lo sviluppo morale e religioso è un tutt'uno con lo sviluppo fisico, conoscitivo, sociale, affettivo; c'è cioè tutta una crescita in umanità che occorre favorire in ogni modo anche perché è premessa indispensabile per una crescita religioso-cristiana.
L'attenzione perciò si deve di nuovo spostare sulle caratteristiche del preadolescente: l'educazione alla fede deve essere attenta non solo al messaggio cristiano che trasmette, ma anche al tipo d'uomo a cui si rivolge, nel nostro caso al preadolescente.

A - Il preadolescente vuole rendersi conto da sé delle cose e impara a pensare: il suo sviluppo procede dall'osservazione al giudizio al ragionamento
Inizialmente (11 anni) si interessa dei fatti, la sua maniera di pensare è «concreta»: gli piacciono i giornalini, la TV dove le azioni «si vedono». Gli piace poco ragionare, stenta a vedere la relazione tra i vari fatti.
Poi (12 anni) inizia ad apprezzare la precisione, il meccanismo della matematica, a gustare certe parole astratte come «giustizia», «lealtà», «vita», «libertà», «pace»... A 13 anni è ormai capace di pensiero astratto, prova gusto nell'usare bene un gruppo di parole e sa valutare il pro e il contro di una scelta. La sua riflessione si porta sui grandi «perché» della vita (perché studiare, lavorare, soffrire, che senso ha la vita).
Tutto questo va evidentemente tenuto presente a livello scolastico (un insegnante schematizzava così, saggiamente, l'impegno che esigeva dai suoi alunni nella media: in prima, vedere e descrivere la realtà; in seconda, giudicare la realtà; in terza, ragionare sulla realtà).
E va tenuto presente nella catechesi. Quindi:
– grande uso di intuizione immediata (contatto con le cose in se stesse) e mediata (illustrazioni, cartelloni, disegni, foto, racconti)
– largo posto alla manipolazione, all'attivismo, al «rigirarsi fra le mani» le cose apprese, i dati: scrivere, copiare, incollare...
– avvio a «ragionare», a rendersi conto delle cose da sé, a «farsene un'idea propria», confrontarla con quella degli altri (educazione al dialogo, quindi).
– Una prima sistemazione delle conoscenze religiose. I fatti cristiani che, all'inizio, sono ancora elementi staccati (come tanti «mattoni») possono già essere abbastanza collegati tra loro.

B - Il preadolescente è alla ricerca dell'autonomia: si desatellizza dai genitori per risatellizzarsi attorno ad un eroe o in un gruppo
Scoppia cioè, «la prima guerra di indipendenza». Il preadolescente sente di non essere più un bambino e si risente di essere trattato come tale. Il bisogno di affermarsi come persona si manifesta nel desiderio di fare esperienze proprie, nell'inizio di contestazione dei genitori e degli insegnanti (le ragazze sentono pesante il «protezionismo materno», i ragazzi sviluppano una critica aspra e insistente, a volte), nel bisogno di libertà, di evasione (poter uscire di casa senza il controllo).
Quando diventerà uno «stato indipendente» invece di restare una «colonia» di papà e mamma, degli adulti?
È la fase che gli psicologi chiamano «desatellizzazione».
Contemporaneamente il preadolescente conserva un enorme bisogno di sicurezza (uccellino che tenta il primo volo e immediatamente si rifugia di nuovo nel nido), che si manifesta attraverso la «risatellizzazione» attorno a un adulto riuscito e ammirato, o a un personaggio ideale, o anche attorno a un gruppo di coetanei.

Quale applicazione trarne?

a) Oggi molti educatori sono del parere che questo momento della «desatellizzazione» non vada passivamente atteso dagli educatori, ma prevenuto: è un problema che va affrontato subito agli inizi della preadolescenza quando il ragazzo è ancora tranquillo e in grado di «riflettere pacificamente» su di sé, sui propri genitori e sui rapporti con loro, su ciò che ha ricevuto dalla famiglia e dagli educatori e su ciò che dovrà a sua volta dare.
Non bisogna fare da «freno», ma spingerlo a divenire indipendente, ossia sorgente indipendente di decisioni pensate, di amore, di donazione di sé, prima di tutto verso coloro dai quali ha ricevuto.
Questo lo si attua corresponsabilmente, gradualmente in casa, a scuola, nelle associazioni. Non è facile per la mentalità dell'adulto. Perché come dice giustamente uno psicologo, «i ragazzi normalmente credono di avere due anni in più. I Genitori, invece, credono che abbiano due anni in meno. Se ognuno si rendesse conto del suo sbaglio molte contestazioni familiari cesserebbero come d'incanto». Certo, si correrà qualche rischio in più, ma si darà loro la possibilità di diventare uomini e donne.
La guerra di indipendenza diventerà guerra di liberazione da tutti quei condizionamenti interni ed esterni che impediscono la libertà del dono cosciente di sé.
b) Il gruppo. Ne dirò qualcosa più avanti. Qui si ricordi solo: il preadolescente ne ha bisogno. Non sottovalutiamo le conseguenze per la privazione del gruppo. Sono gravi. Per il preadolescente è lo spazio per crescere.

C - Educazione morale: avviene attraverso il passaggio da una morale eteronoma ad una morale autonoma
NB. Parlando di sviluppo «morale e religioso» parliamo di un aspetto vertice della maturazione umana. È chiaro che una maturazione soddisfacente avviene solo se l'ambiente è di aiuto e di guida. Ecco perché questo aspetto non si può staccare dai punti precedenti.
Alcuni cenni alle caratteristiche dello sviluppo morale del preadolescente.
1. Lo sviluppo intellettuale, con un progressivo raggiungimento del livello razionale, permette una migliore comprensione delle norme morali, che diventano più convinte e personali.
– Diminuisce l'importanza attribuita alla «responsabilità materiale» (l'azione in se stessa) in favore della responsabilità intenzionale.
– Si passa da una morale in cui le norme valide sono quelle imposte dal di fuori, dai genitori ed educatori (morale eteronoma) a una regola interna che sgorga dalla coscienza autonoma.
2. Parallelamente allo sviluppo intellettuale, i processi di emancipazione dai genitori («desatellizzazione») e di indipendenza nei confronti degli adulti contribuiscono a cambiare la base su cui i valori vengono accettati: la fedeltà a quello che suggeriscono i genitori perde di importanza, mentre ne guadagna la persuasione che è opportuno agire in un determinato modo.
3. Un'altra caratteristica dello sviluppo morale del preadolescente è il legalismo o moralismo, per cui egli tende a valutare ogni condotta, propria o altrui, sul metro della bontà o riprovazione morale.
– Il preadolescente, in questo, è povero di sfumature. È portato a catalogare le azioni proprie o altrui in base a criteri netti di «bene» e di «male».
– La stessa religiosità ne viene condizionata nel senso che prevalgono nella coscienza del preadolescente le preoccupazioni morali fino al punto di identificare indebitamente religione e moralità, riducendo la religione a mezzo per risolvere i problemi morali, salvo poi a mollare tutto in caso di fallimenti morali.
4. D'altra parte, e questa è l'ultima caratteristica, a questi idealismi si contrappone nella condotta pratica del preadolescente una grande incertezza morale.
Le motivazioni di comportamento del preadolescente sono sempre meno la legge dell'adulto, come quando era bambino, e diventano «incerte» perché oscillano tra l'attaccamento alle norme ricevute, l'accettazione delle regole del gruppo cui appartiene, le norme morali da lui stesso scoperte come valori assoluti e universali...
Così, assistiamo a incertezze, incoerenze, insuccessi, regressioni che a volte, portano a tipi morali non sempre soddisfacenti come l'opportunista o l'incoerente.
Di qui trae origine una certa ansietà, che è spesso soffocata nei ragazzi dalla superficialità, più sentita nelle ragazze. Si possono sviluppare scrupoli o uno sproporzionato senso di colpa che falsano la sensibilità morale e suscitano apprensioni per comportamenti passati o presenti.

Come rispondere alla situazione?

Lo sviluppo morale del preadolescente va seguito da vicino con grande attenzione educativa.
Sta cambiando la base su cui poggia il suo sistema di valori. Sta passando da un orientamento satellizzante nell'apprendimento e nell'accettazione dei valori (è buono ciò che è tale per le persone per me significative), all'orientamento esplorativo (è buono ciò che io personalmente scopro che è tale in se stesso).
Di fatto, questa evoluzione spesso non avviene, e troppi ragazzi passano dall'accettazione dei valori dei genitori a quella dei valori (o disvalori) dell'ambiente o dei compagni senza procedere verso uno sviluppo umano e cristiano.
Il tipo di intervento educativo (coerenza-incoerenza / autoritarismo-remissività / fiducia / disciplina / democrazia-imposizione razionale) ha grande influsso sulla formazione del carattere morale. Molte recenti ricerche, anche sperimentali, hanno messo in rilievo che, per ottenere che il ragazzo si formi una forte coscienza morale e accetti i valori degli educatori, occorre che questi:
– amino il ragazzo e facciano apprezzare il loro amore come un bene;
– lo lascino nel tempo stesso incerto sulla conservazione di questo amore (dipende dal comportamento del ragazzo).
Questo sistema include lode, privazione di affetto come punizione e fiducia nella ragione.
Occorre anche che gli educatori si comportino come chiedono ai ragazzi di comportarsi. E questo deve essere fatto in modo costante e coerente.
In queste ricerche psicologiche recenti c'è una coincidenza quasi letterale con le intuizioni e la pratica educativa di Don Bosco (Ragione, religione, amorevolezza. «Amate i giovani e fate che siano convinti di essere amati»), anche se non si tiene conto esplicitamente della forza delle motivazioni religiose che costituiscono una delle basi portanti del sistema educativo del santo torinese.

D - Educazione religiosa

Tempo di superamento di atteggiamenti animistici e magici e di passaggio alla concezione di Dio come «Qualcuno»

Il fanciullo (fin verso i 9-10 anni) aveva con Dio una relazione di tipo animistico e magico, cioè una tendenza ad attribuire delle intenzioni di malevolenza (più facilmente) o di benevolenza alla realtà e agli avvenimenti del mondo esterno.
In altre parole: persuasione di essere al centro del mondo e che tutto ciò che gli capitava fosse premio o un castigo per ciò che faceva.
Moriva il cagnolino cui era affezionato? Pensava: «È Dio che mi castiga». Sbocciava un fiore sul terrazzo? «È perché sono stato buono». Animismo: credere che tutto sia fatto direttamente da Dio per premiare o castigare. Inoltre, tendenza al magismo,
cioè credere che certi gesti, certe parole abbiano effetto automatico, «catturino» la forza di Dio. Ne deriva un atteggiamento religioso sfasato: la tendenza a «convocare Dio», non ad «invocarlo», quindi esclusione di un autentico atto di sottomissione. Lentamente il preadolescente si va liberando da questi atteggiamenti (certi purtroppo non se ne liberano mai, nemmeno quando crescono e diventano grandi). Attenzione però che non resti il vuoto.
Occorre:
– Portarlo all'idea di Provvidenza Divina che chiama gli uomini a mettersi a servizio dell'opera redentrice e santificatrice di Dio. Aiutarlo a smettere di reagire ingenuamente come se tutto girasse attorno a lui; abilitarlo a leggere negli avvenimenti degli inviti ad aprirsi all'azione di Dio, ad inserirsi nel giro dell'universo, ad amare il prossimo e aiutarlo a costruire tutti insieme il mondo che Dio ci chiama a costruire.
– Inculcargli il riconoscimento della autonomia delle cause seconde. Deve imparare ad attribuire a tutti i fenomeni fisici, metereologici, psicologici, sociologici la parte che loro spetta nel funzionamento del mondo. (Gli educatori che si servono di Dio come spiegazione universale ritardano questa maturazione).
– Portarlo ad una accettazione personale e quindi voluta da lui di ciò che Dio gli chiede: a superare l'atteggiamento magico nella preghiera e nel ricevere i sacramenti.

Tempo di rifiuto della religiosità tradizionale presente nei genitori

Man mano che il tempo passa, il preadolescente si accorge che la «sua» religione non è «sua». Gli è stata data dalla famiglia, dal parroco, dalla scuola; se l'è trovata addosso come un vestito che non ha scelto lui. Il suo bisogno di affermazione, di fare crescere la sua persona lo spinge a una revisione critica di questa religione di famiglia. Quando il ragazzo si sente spinto a questa revisione critica, occorre che abbia davvero la possibilità di farla, con l'aiuto di iniziative, di libri, e specialmente di educatori in gamba: che siano suoi amici, che conoscano bene lui... e conoscano bene i contenuti della fede.
Egli è pronto e anche ben disposto ad incontrare autenticamente Dio, la persona di Cristo suo figlio e nostro liberatore, la Chiesa, i Sacramenti, la legge della carità. Ma c'è una condizione indispensabile perché questo avvenga: che trovi una guida! Che lo aiuti nel passaggio dalla religione del bambino al cristianesimo adulto, e che lo aiuti secondo le tendenze proprie della sua età.
– Il preadolescente va «alla scoperta». Occorre portarlo alla scoperta di Dio nel mondo della natura, nel mondo dell'uomo, cercando la giustizia, la libertà e la pace; nella Chiesa, immersa nel mondo, per fermentarlo dall'interno; nella sua stessa crescita.
– Il preadolescente cerca modelli vivi attorno a cui «risatellizzarsi» ed è affascinato dagli eroi. Sarà affascinato da Gesù, ne farà il suo modello di vita se gli verrà presentato come l'eroe più grande che l'umanità ha avuto, e da altri personaggi positivi.
– Il preadolescente rifiuta l'adulto che impone le scelte. Rifiuterebbe anche Dio se lo percepisse come un adulto che impone questo o quello. Lo dimostrano alcune frasi di preadolescenti tratte da un'inchiesta su Dio: «Ciò che è seccante è che Dio vede tutto!». «Dio è dappertutto per sorvegliarci e vedere se facciamo il peccato». «Davanti a Dio provo paura perché non sono sicura di me e credo che lui mi punisca e mi mandi all'inferno». Questo sentimento, che considera Dio come un avversario che impone e punisce, uno di cui aver paura, facilmente è un inizio di un rifiuto di Dio totalmente. Il preadolescente è invece portato ad accettare un Dio che (proprio perché è l'inventore della crescita dell'uomo) lo rispetta come persona: aspetta che il ragazzo lo accetti o lo rifiuti, sapendo che chi cerca la verità con amore, accetta Dio e la sua salvezza.

È insomma il grande momento durante il quale il ragazzo abbozza un progetto di vita

Sono importantissime due cose:
1. Che il preadolescente sappia che tutte le trasformazioni che avvengono in lui sono una chiamata di Dio perché faccia il suo progetto di vita. (Peccato a quest'età: non fare il progetto).
2. Che questo progetto lo faccia
– per il suo bene e per la sua felicità presente e futura
– non da solo ma con Dio, con quel Dio che lungi dall'essere un pauroso elemento di incertezza e timore, è la vera garanzia del successo finale di tutto ciò che è stato progettato con lui, qualunque difficoltà si possa trovare sulla via.
Purtroppo non sempre questo avviene. Una frase di un preadolescente interrogato su Dio è illuminante: «Dio è come il fulmine che può rovinare tutto in un istante». La frase può rivelare un progetto fatto da solo, senza tenere conto di Dio. Allora, nel roseo sogno d'avvenire che il ragazzo/a si crea, l'unico elemento non sotto controllo, e capace quindi di rovinare tutto in un istante è... Dio. Il solo averlo omesso lo fa diventare nemico.
Purtroppo questa conclusione su Dio avviene non perché il preadolescente tenda ad escluderlo, ma perché l'adulto non glielo presenta come un valore. (Ecco perché è un fatto gravissimo che la Chiesa si preoccupi poco dei preadolescenti).
Occorre fare uno sforzo per mettere il ragazzo a contatto con una ricchezza di valori più grande che sia possibile. E Dio è il valore più grande. Non si rispetta, anzi si mortifica la libertà di scelta del ragazzo non presentandogli (per quale strano pudore o timore?) alcuni valori, in particolare i più profondi: i valori morali, religioso-cristiani. Non si rendono più realistici i suoi progetti, e quindi vera sorgente di vita e di felicità, permettendogli di ignorare gli elementi costitutivi più veri che esistono e che hanno lasciato una traccia cosi evidente nella storia, nella cultura, nella vita dell'uomo: Dio, Cristo, il Vangelo, la Chiesa, la vita eterna, la comunione degli uomini e dei Santi.
Se, per mancata proposta, noi permettiamo che il ragazzo costruisca il suo progetto di vita senza prendere in considerazione tutta la realtà, e in particolare Dio e la sua indistruttibile forza di salvezza, saranno colpa nostra le disillusioni, le sofferenze, gli smarrimenti, i crolli futuri.
Se costruisco il mio piano di vita senza tenere conto di Lui, Dio diventa il «terzo incomodo», l'unico elemento che non mi è dato di controllare e allora non restano che due possibili sbocchi per il mio sviluppo religioso: o sono coerente e rigetto la fede in Lui proseguendo la strada orfano e solo, o cercherò in qualche modo di tenerlo a «bada» con una certa pratica religiosa, col compromesso, con la superstizione. Sono così aperte tutte le vie per le espressioni immature e devianti della religiosità. Ed è in questi anni che la scelta incomincia.

È infine il momento dell'inserimento nella Chiesa

Con l'allargarsi del suo cerchio di interessi per le persone, il ragazzo passa dall'appartenenza al piccolo mondo della famiglia e della scuola elementare a quello più vasto della scuola media e, in genere a quello della società più vasta. Si sviluppa in lui la «coscienza degli altri» e della propria appartenenza a vari gruppi e a una classe sociale (con l'interiorizzazione di più modelli di vita).
In questa situazione il ragazzo perde in parte o del tutto il senso della appartenenza alla Chiesa.
Occorre perciò che la dimensione ecclesiale sia costantemente presente nella catechesi di questa età, ma, più ancora, che il ragazzo faccia esperienza di Chiesa: nella parrocchia, nell'associazione, nel gruppo.

EDUCAZIONE MORALE E RELIGIOSA DEL GRUPPO

Il gruppo potrebbe venir definito l'esigenza sintesi del preadolescente perché nel gruppo il ragazzo può effettivamente trovare una risposta alle esigenze tipiche dell'età che attraversa: la confidenza, l'amicizia, il confronto con i coetanei, con gli adulti che assumano il ruolo di modello. Sono tutti elementi presenti globalmente nel gruppo.
Se a ciò si aggiunge la forte sensibilità sociale di oggi e la tendenza, pure molto forte, a riunirsi in gruppi, appare infelice e quasi certamente destinata al fallimento un'azione pastorale tra i ragazzi che guardi con diffidenza al gruppo e voglia agire prescindendo da esso.
Ora, «gruppo» è termine estremamente generico e sappiamo quanti modi diversi di «stare insieme» serva a designare.
Vi sono i gruppi spontanei: i ragazzi si riuniscono di propria iniziativa per giocare insieme; per andare in giro insieme, o anche per parlare tra loro di determinati argomenti sui quali ben presto si arenano scoprendo di saperne troppo poco. I gruppi spontanei di preadolescenti sono occasionali: costituiti, disfatti e rifatti con molta facilità.
Ci sono gruppi organizzati con la presenza di adulti, che naturalmente danno maggior garanzia di continuità e di contenuti. Ci sono gruppi a livello d'impegno molto diverso: altro è il tipo d'impegno di un gruppo sportivo, altro quello di un gruppo scout o di un gruppo di A.C.
Guardando al gruppo dal punto di vista dell'educazione morale e religiosa, mi pare esistano alcune caratteristiche fondamentali, su cui occorre essere d'accordo per poi assicurarne la presenza nei gruppi di preadolescenti che nascono o che si fanno nascere nell'ambito parrocchiale o diocesano.

1. Deve trattarsi, per quanto è possibile, di un gruppo di vita, che dia una risposta il più possibile globale alle aspettative del preadolescente

Mi spiego: non possiamo limitarci a raggiungere il ragazzo in uno solo dei suoi settori. Ad esempio il riunire i ragazzi per farli solo giocare, o per portarli a fare la gita, non forma un gruppo di vita; come non forma un gruppo di vita il radunarli per far loro solo della catechesi. Gruppo di vita è quello che cerca di dare una risposta, il più possibile globale, alle aspettative del preadolescente e quindi gli viene incontro in tutti i settori: gli assicura lo svago, il gioco, l'incontro sereno con i coetanei, un inizio di impiego concreto per il prossimo, l'amicizia, la catechesi, momenti di vita spirituale, ecc.
Naturalmente tale gruppo si servirà di uno o alcuni elementi che funzionino da catalizzatore di tutto il resto e che conferiscano a tutto il gruppo una sua fisionomia. Un gruppo a carattere sportivo farà dello sport, un gruppo scout realizzerà uscite e vita all'aperto, un gruppo di impiego sociale si darà da fare per raccogliere fondi; ma nessuno di questi gruppi dovrebbe rinunciare a creare un ambiente di vita che equivalga a una preoccupazione globale nei riguardi del ragazzo.
Se concepito così, il gruppo esercita un'attività fortissima sul ragazzo, lo inizia a uno stile di vita che tende a diventare abituale anche negli ambienti estranei al gruppo, gli fa fare un'esperienza, molto concreta di Chiesa. E inizialmente proprio il gruppo a ispirazione cristiana cui appartiene è il gruppo che gli fa da trampolino di lancio per l'inserimento nella sua Chiesa locale. La condizione, però, è che si tratti di un gruppo di vita!

2. Il gruppo realizzi una continuità educativa

È forse questo uno degli aspetti più carenti della nostra pastorale per ragazzi!
Perché vi sia continuità educativa sono necessarie essenzialmente due cose:
a) Che ad ogni organizzazione di fanciulli in età elementare corrisponda un gruppo che accolga gli stessi divenuti ragazzi (nello scoutismo ciò avviene: lupetti-esploratori e coccinelle-guide per le ragazze; lo stesso per l'Azione Cattolica: fanciulli di A.C. - gruppi di A.C.R.) e che li segua, adeguandosi alla loro evoluzione, fin verso il quindicesimo anno.
Si obbietterà che, proponendo queste cose, ci si rifà al metodo preciso dello scoutismo o anche all'A.C., i quali raggiungono pur sempre una minoranza di ragazzi; e che non si vede come tale metodo sia applicabile alla massa dei ragazzi; che dovremmo pur agganciare. È vero! Ma è anche vero che, pur rendendoci conto della difficoltà, non si riesce a scorgere altra via per un'azione efficace.
Certo, si tratterà di individuare i vari livelli a cui è possibile lavorare: per alcuni ragazzi più disponibili si potranno creare gruppi di maggior impegno, mirando fin da questa età a formare degli animatori laici, dei capi; per altri ragazzi ci si accontenterà di un livello medio; per altri infine ci si dovrà limi-
tare ad un minimo. Si dovrebbe cioè essere aperti ad un pluralismo di gruppi, non solo nel senso che diversi sono gli interessi che catalizzano la vita del gruppo e la strutturano (Sport, impiego sociale, ecc.), ma anche nel senso che diverso è il livello di impegno richiesto al ragazzo.
Ciò che, però, appare importante per ogni gruppo, a qualsiasi livello esso venga costituito, è che prenda il ragazzo che esce dalla fanciullezza e lo segua con costanza nella sua evoluzione, consentendo anche un passaggio, quando se ne veda l'opportunità, a un gruppo di maggiore o minor impegno, realizzando così un interscambio nel pluralismo.
b) Che i responsabili dei gruppi dei piccoli lavorino in collaborazione con i responsabili del gruppo dei medi, in modo da consentire uno sviluppo graduale nei tipi di attività, nella catechesi, ecc.; cosi che si abbia un discorso veramente unitario che deve poi continuare nei gruppi di adolescenti e di giovani, e che accompagna quindi il ragazzo lungo l'intero arco evolutivo.
c) Che ci si preoccupi di una conoscenza reciproca tra gli animatori del gruppo e la famiglia in modo da evitare quelle marcate dissonanze che nuocciono terribilmente a uno sviluppo armonico del ragazzo.

3. Nel gruppo ci sia sempre la presenza amica ma autorevole dell'adulto

Un gruppo giovanile può sorgere e mantenersi per mezzo dei soli giovani che lo compongono; un gruppo di preadolescenti assolutamente no! Il gruppetto spontaneo tra ragazzi non dura se non trova un animatore adulto che garantisca quella presenza amica ma autorevole, di cui il ragazzo sente fortissimo il bisogno.
D'altra parte è evidente: la maturazione dei valori cristiani non avviene con un semplice contatto o convivenza tra ragazzo e ragazzo, ma può essere garantita solo da un adulto che presenti tali valori con la parola e soprattutto li renda appetibili con una loro incanalazione simpatica nella propria vita.

Che dire del gruppo misto?

Accennate queste tre caratteristiche che ci paiono fondamentali per un gruppo che si proponga la maturazione cristiana del ragazzo e cioè: attenzione globale alle esigenze del preadolescente (gruppo di vita), continuità educativa, presenza dell'adulto, ci pare secondario e meno urgente, rispetto ai punti ricordati, un problema che, a nostro parere, è stato spesso esasperato; quello della coeducazione in gruppi misti.
Solo un accenno come linea di soluzione in età preadolescente:
– Non ci pare opportuna la formazione di gruppi misti a tutti gli effetti, soprattutto se si tratta di gruppi di vita: le esigenze del ragazzo e della ragazza sono notevolmente diverse ed è più semplice rispondervi attraverso gruppi monosessuali.
– Questo tuttavia, non implica una separazione netta e una clausura reciproca (che non sarebbe neppur più possibile). Possono benissimo consistere momenti comuni accanto a momenti separati.
– Nell'ipotesi che si voglia realizzare un gruppo misto a questa età, indichiamo come essenziali due condizioni: la presenza di un'equipe di educatori (uomini e donne) realmente preparati (problemi affettivi risolti, coscienza della dedizione richiesta dal loro impegno) e garanzia di momenti di attività separati per ragazzi e ragazze. Certo, troppo spesso il gruppo misto è stato voluto, più o meno coscientemente come rimedio (rimedio non certo risolutivo!) alle carenze e al cattivo funzionamento del gruppo.

Conclusione: necessità del coinvolgimento dei laici

A questo punto il discorso su gruppi di questo tipo, visti come via di soluzione al problema pastorale dei ragazzi, può veramente sembrare utopistico in una Chiesa che soffre e soffrirà sempre di più la scarsità di clero.
Forse è giunto il momento in cui ci si sente nella necessità di dare completa fiducia ai laici e di aiutarli a investirsi del problema. È pacifico che, al di fuori di un impegno dei laici, tutto il problema della pastorale-ragazzi resta senza sblocco! Il gruppo richiede tutta una organizzazione, una programmazione di attività, un contatto capillare con i ragazzi, relazioni con altri gruppi, incontri coi genitori, ecc., a cui il sacerdote non può più tener dietro perché non c'è, oppure il suo tempo è assorbito da necessità più urgenti.
Allora ci si accorge come sia pressante il bisogno di stimolare i giovani a riunirsi sì in gruppi giovanili, ma non perché facciano «chiesuola» o «si trovino tanto bene insieme» o sconfinino nel gruppuscolo politico, ma perché si aprano a questo tipo di servizio per la Chiesa: si deve arrivare al giovane che si prende cura del ragazzo (e questo è un grosso servizio «politico»). Il giovane deve provvedere all'organizzazione e alle attività di una associazione. È necessario, mentre li si spinge a lavorare subito (è uno sbaglio attendere gente superpreparata per iniziare), provvedere alla loro formazione; creare quasi una catena per cui i ragazzi che diventano adolescenti e poi giovani, si sentano impegnati a donare ciò che hanno ricevuto dai loro predecessori; bisogna arrivare a farne dei veri educatori alla fede, pur con tutti i limiti derivanti loro dall'età e dall'inesperienza.
È chiaro: non sarà un lavoro da affidare a chiunque, ma di giovani in grado di farlo ce ne sono e tanti.
Accanto al gruppo dei giovani laici che si prendono cura dei ragazzi, resta però, insostituibile la presenza del sacerdote. Quando ha rinunciato ad ogni problema organizzativo, si trova disponibile:
– Anzitutto per l'animazione spirituale del nucleo dei capi e per la conduzione, fatta insieme con loro e come uno di loro, dell'intero gruppo (è chiaro che pur non interessandosi di programmare le attività pratiche, non si lascerà escludere da una effettiva direzione del gruppo).
– In secondo luogo si trova disponibile per la educazione sacramentale dei ragazzi, per una loro direzione spirituale, potente mezzo di formazione da riscoprire.
Laici e sacerdote, agendo così in stretta collaborazione e armonia contribuiscono a formare un'ambiente che, attraverso tutti gli elementi in gioco, favorisca la maturazione della fede e porti il ragazzo a una graduale scelta per Cristo.