La comunità del Lagaccio

Inserito in NPG annata 1979.


(NPG 1979-08-17)


Il Lagaccio: nome che fotografa un ambiente

Alle spalle della Stazione Principe, un budello tortuoso, uno spiazzo con la chiesa parrocchiale dove l'occhio spazia su palazzi degradanti a guisa d'anfiteatro: il Lagaccio!
Il nome fotografa plasticamente l'ambiente: case e traffico hanno rubato lo spazio: per i ragazzi (circa 1.100 quelli della scuola d'obbligo) solo il campetto e la piazzetta della chiesa!
La vita ruota senza grossi sussulti attorno ad un'unica strada, perché solo l'omonima Via del Lagaccio offre botteghe e bar: unici punti e occasioni di ritrovo. Anche ad un rapido colpo d'occhio il quartiere si rivela punto di confluenza di diverse regioni. Tutte vi sono rappresentate, dal Friuli alla Sicilia, anche se predominano i meridionali specie della Campania, Calabria e Sicilia, sradicati dalle loro terre nel periodo di boom economico.
Proprio in quel periodo la Parrocchia ha subito problemi enormi senza per altro avere la possibilità e la capacità di risolverli.
Malata di infantilismo continuava l'attività sulla falsariga di una pastorale ormai superata che prevedeva il catechismo ai bambini e l'aggancio di alcuni che sembravano più promettenti, fagocitati poi inesorabilmente dal sistema.
A livello giovanile qualche gruppetto fluttuante tentava di scimiottare la proposta cristiana finché nel marzo 1975 un disegno ben preciso portò un giovane a fare l'esperienza del Cursillo.

Inizio di una vita nuova

Tornò dalla montagna con le idee chiare e tanta volontà di impegnarsi veramente. E così fu. Il pizzico di lievito cominciò a fermentare la massa. Attorno a lui cominciò a ruotare un gruppo di giovani, i vecchi amici, che si incontravano e (inaudito per la zona) pregavano insieme.
Ricordiamo ancora lo sguardo stupito e trasecolato della gente di fronte al fenomeno: era assurdo vedere tanti giovani in chiesa a pregare.
Una volata lunga e tirata ci portò all'estate: si provava un gusto enorme a stare insieme, a non fare più i soliti discorsi su ragazze o Genoa e Sampdoria.
Sulle ali dell'entusiasmo l'estate ci regalò un avventuroso ma affascinante campeggio con un gruppetto di ragazzi scelti fra coloro che non avevano la possibilità di andare in vacanza.
Ed ecco settembre: la necessità di non procedere più a impulsi e sensazioni ci porta ad abbozzare i primi programmi. Si cerca un aggancio con i ragazzi. Questo avviene con la rappresentazione dello spettacolo: «Caino e Abele» di Tony Cucchiara, che alla fine del '75 viene rappresentato a più riprese. (Nella parrocchia fu riproposto una decina di volte!).
Il ritrovarsi per le prove, la tensione per lo spettacolo, cementarono la coesione del gruppo che viveva in questo periodo il suo momento migliore, anche perché l'impegno con i ragazzi aveva notevolmente ingrossato le file. Molti giovani, stimolati anche dal fatto di vedere un gruppone di giovani molto amici tra loro, chiedevano continuamente di poter entrare nel gruppo.
Ci incontravamo tre volte la settimana per un momento formativo, per la preparazione dei canti da eseguire durante la messa della domenica alle ore 11, e per un momento di preghiera. La domenica, giornata forte per il gruppo, era vissuta completamente insieme. Si cominciò a uscire due domeniche al mese. In seguito, visto che si stava bene, si finì coll'uscire, giovani e ragazzi, tutte le domeniche.

Prospettive e problemi nuovi: le famiglie

L'impegno con i ragazzi aprì prospettive nuove e soprattutto problemi nuovi. Ci si accorse che una pastorale efficace con i ragazzi non poteva escludere le famiglie, tanto più che nella maggior parte dei casi, l'educazione alla fede era demandata unicamente alla parrocchia.
Si iniziò allora porta a porta a invitare personalmente i genitori dei ragazzi ad un incontro ogni quindici giorni nelle case.
Alla fine di maggio una magnifica giornata di convivenza preceduta da un incontro in cui i vari gruppi indicavano i programmi realizzati, celebrò il cammino percorso. Con i ragazzi questo si volle particolarmente sottolineare rivedendo tutto alla moviola attraverso l'«Operazione K2». Ad essa fecero seguito alcuni ciclostilati pungenti a giovani e adulti, per stimolare il cammino.
Non c'era tempo per tirare il fiato: l'estate bussava alla porta e con l'estate il problema del campo-scuola. Si ritentò l'esperienza del campeggio a Pian di Remo in due turni per ragazzi e per giovani. Ebbe carattere meno pionieristico, perché basato sull'esperienza dell'anno precedente e preparato in tutti i dettagli, soprattutto a livello di giovani.
La perfetta riuscita del campeggio ci convinse che non si poteva più procedere su programmi appena abbozzati, ma occorreva riferirsi a progetti ben definiti.

I primi gruppi di interesse

Si formarono così i primi gruppi d'interesse secondo le caratteristiche e le esigenze di ognuno. Tra questi sorse il gruppo «Educatori» con l'intento preciso di curare la pastorale dei ragazzi. Questo gruppo, dopo aver riveduto in chiave critica la propria estate, cominciò a elaborare il «Progetto-ragazzi» per il nuovo anno. A settembre, con il gruppo dei preadolescenti al completo, ecco la revisione sul ciclostilato «Chi ha guidato la tua auto?», e quindi il via.
Il programma, studiato nei minimi dettagli, si rivelò alla prova dei fatti troppo fumoso e teorico, con urgente necessità di ristrutturazione.
Dopo alcuni mesi il gruppo «Adolescenti» si attesta e lavora su tre fronti:
– Un gruppo collabora con due educatori nel servizio ai bambini che si ritrovano ogni sabato insieme per preparare la loro messa domenicale. Divisi in gruppi i bambini imparano i canti, dipingono cartelloni (usando il materiale della LDC) e preparano le intenzioni per la preghiera dei fedeli...
– Un secondo gruppo lavora con due educatori dei ragazzi delle medie.
– Un terzo gruppo infine, sotto la guida di tre educatori, ha il compito dell'animazione, preparare cioè le domeniche e i momenti forti dell'intera comunità ragazzi. A livello giovanile un gruppo si interessa dei problemi del quartiere e ha tra le mani alcuni casi veramente difficili di droga e disadattamento. Un altro cura la parte liturgica e un terzo i momenti di studio.
La scelta di un servizio, per quanto minimo, anche per i giovanissimi (15-16 anni) è dettata dall'esigenza di passare gradatamente dopo più di un anno dall'essere con gli altri all'essere per gli altri. Non sembrava più opportuno continuare con loro sulla falsariga dei soli incontri e dei momenti insieme.
Il gruppo giovanissimi, oltre il servizio, ridotto all'animazione, si ritrova ogni settimana insieme per un momento di studio sul testo dell'Azione Cattolica «Tu seguimi», al martedì, e, per un momento di preghiera, al giovedì.
Il gruppo dei soli educatori si ritrova per rivedere e programmare tutta l'attività ogni giovedì sera.
Nel frattempo in parrocchia entra in funzione, dopo un anno intero di revisione, la prima équipe di C.P.M. con i corsi di preparazione per i fidanzati.
Il gruppo ragazzi prepara il Natale attraverso un ciclostilato «Ho da dirti una cosa sul Natale» ed un recital, sfruttando «Natale senza Cristo».

Una proposta per i preadolescenti

A gennaio il gruppo che si interessa dei preadolescenti (11-14 anni), presenta loro la proposta «La mia impronta». Il ragazzo è invitato a impegnarsi sino a giugno in un'esperienza di gruppo basata su momenti di studio (testo base «Progetto Uomo») e vita insieme, specie la domenica.
A giugno il ragazzo, dopo averne fatto esperienza, avrà la possibilità di scegliere la proposta. La scelta del servizio per i giovanissimi poteva rivelarsi rischiosa: di qui la necessità, dopo alcuni mesi, di ascoltare gli interessati. Ecco il «Tilt», questionario preparato dal gruppo educatori, che rivede globalmente momenti e aspetti della vita di gruppo. Gli interessati sono invitati a rispondere in tutta sincerità. Il questionario viene riconsegnato anonimo, tramite un apposito bussolotto, nell'oratorio.
Ai preadolescenti, dopo il momento di effervescenza, viene consegnato un ciondolo: per le ragazze, una chiave; per i ragazzi, un chiodo; per responsabilizzare il singolo nei suoi impegni di fronte agli altri del gruppo.
Durante la quaresima il gruppo «Liturgia» prepara per la Comunità e la Parrocchia un cammino quaresimale, settimana dopo settimana, per la riconciliazione pasquale, celebrata la notte del sabato santo prima della Veglia Pasquale. E il Giovedì Santo prepara la «Cena pasquale ebraica» celebrata da tutta la Comunità, seguendo rigorosamente il cerimoniale ebraico.
Per la Pasqua anche il gruppo giovanissimi è preparato dal gruppo educatori alla riconciliazione, attraverso una liturgia penitenziale ed il recital «Il Tradimento», realizzato dagli stessi ragazzi.
La vita dei gruppi continua con il solito ritmo e si chiude per i preadolescenti con un incontro comune, dove viene lanciata la proposta per l'Estate impronta. Ogni ragazzo, prima di partire per le vacanze, è invitato a lasciare in parrocchia il proprio indirizzo. Viene così costruito un enorme ponte postale tramite messaggi quindicinali inviati a tutti i ragazzi: «Anche le tue vacanze sono piene di fiori», per poter continuare il dialogo tra i ragazzi e non sbriciolare al sole dell'estate la comunione costruita faticosamente durante l'anno.

Occorre dividersi per una maggior efficienza

Intanto in Parrocchia si lavora per il futuro: il gruppo giovanissimi viene spaccato in due gruppi nettamente distinti nei loro momenti di servizio e di comunione. I due gruppi di 15 persone circa sono formati da educatori e dai giovanissimi-animatori ed hanno come impegno l'uno: i ragazzi delle medie, l'altro: i bambini e i giovanissimi. I gruppi vengono formati senza non poche difficoltà dopo aver sentito personalmente ogni ragazzo e vagliate le sue attitudini. Può meravigliare il gruppo che ha come scelta i bambini e i giovanissimi. Senza dubbio rappresenta una fase di transizione, scelta dopo riflessioni e incontri. Si è infine optato per un gruppo che vive insieme momenti di condivisione e si spacca in due sottogruppi per i propri impegni. Le nuove scelte costituiscono senza dubbio un ulteriore passo avanti nell'intento di offrire ad ogni bambino la possibilità di una maturazione attraverso un cammino fatto insieme, che lo porterà sino alla giovinezza dove avrà la possibilità di continuare a impegnarsi con i ragazzi nel gruppo «Educatori» o di inseririsi negli altri gruppi giovanili.

Il campo-scuola ad Ormea

Ma lasciamo per un attimo in disparte le prospettive per guardare l'estate che riserva ai giovanissimi come momento forte il campo-scuola ad Ormea dal 15 al 30 luglio sul testo «Ecco l'uomo». Il campo-scuola giovanissimi è seguito da quello giovani (30 luglio - 15 agosto) sul tema: «Cristiano, pietra di scandalo, uomo di comunione», ove vengono gettate le basi per il nuovo anno.
Alla luce del campo-scuola la comunità si spacca in quattro gruppi giovanili: due che lavorano con i ragazzi e gli adolescenti, due che lavorano nel quartiere. Oltre a questi vi sono due équipes di C.P.M. e un gruppo di 15 mamme impegnate nel catechismo. Ogni gruppo sceglie il proprio responsabile che formerà il «Direttivo» per programmare insieme i vari momenti del cammino.
I gruppi hanno momenti nettamente staccati di comunione e di preghiera: rimangono come punti fermi la messa comunitaria domenicale alle ore 11 e alcuni momenti forti in preparazione al Natale, Pasqua, Pentecoste, oltre a convivenze e ritiri. I vari gruppi inoltre si spaccano per ritrovarsi mescolati ogni 15 giorni per incontri di condivisione.
Il tutto viene codificato attraverso un documento «Operazione Comunità», distribuito nella convivenza il 6 novembre '77, che segna un po' il via alle attività comunitarie sul testo «Evangelizzazione e Ministeri».
Si parte secondo le nuove direttive e prospettive. Il sottogruppo che si interessa degli adolescenti tenta di agganciare ragazzi e ragazze nuovi. Gli «Educatori» vanno alcune volte di casa in casa invitando personalmente a partecipare. Nonostante difficoltà e diffidenza (vengono scambiati per testimoni di Geova, per accattoni...) riescono ad agganciare alcuni.

La Festa del Ciao

Il sottogruppo che si occupa dei bambini prosegue sulla falsariga dell'anno precedente con gli incontri del sabato pomeriggio. Il gruppo che si occupa dei preadolescenti filtra attraverso la scuola con il manifesto «Brico» per preparare la grande festa di autunno con tutti i preadolescenti del quartiere, «La Festa del Ciao» sintetizzata dallo slogan «Anche tu sei una parola di festa».
Come preparazione alla Festa del Ciao, viene allestita l'«O.P.» (Operazione Partenza), riservata a tutti i preadolescenti dell'anno precedente i quali sono invitati a passare insieme un'intera giornata di condivisione attraverso quattro fasi: condivisione del cammino, della gioia, del pasto, della fede. Scopo della giornata: ricucire il gruppo di preadolescenti come gruppo di accoglienza per la festa. Questo gruppo, tornato in parrocchia, comincia a macinare lavoro in vista della festa del Ciao: prepara i canti, l'ambiente (montagne di striscioni, slogans, manifesti) e la festa (danze) per tutti i nuovi preadolescenti che desiderano partecipare. A tutti i preadolescenti del quartiere giunge l'invito per la festa attraverso la scuola, tramite il ciclostilato «Anche tu sei una parola di festa». L'invito della festa viene sottolineato dai manifesti preparati dagli animatori e con i quali è imbrattato a più riprese il quartiere.
Nella previsione di una buona affluenza la festa è preparata a puntino: il ciclostilato spiega tutti i particolari a cui gli educatori si attengono ferreamente. I preadolescenti debbono presentarsi all'Oratorio per consegnare il tagliando di adesione. Nell'occasione è loro restituito un talloncino da riportare al momento della festa. Esso faciliterà la formazione di cinque gruppi di 30-35 preadolescenti ciascuno. Sul campetto sportivo della Parrocchia vengono allestiti stands per i giochi, il bar ed il palco per una miniorchestra formata dai ragazzi stessi. Al microfono un educatore guida la festa.
I vari gruppi si alternano ai giochi, secondo lo schema di «Giochi senza frontiere», intervallati da canti e da cerchi dell'amicizia.
Per tutti: caldarroste e torte a gogò, portate da ogni ragazzo.
Cala la notte e la festa si sposta attorno ad un enorme falò dove si succedono nel silenzio le danze. Quindi la gioia riesplode al momento di un enorme girotondo ed infine vengono consegnati dei ciondoli di legno pirografato, che segneranno il cammino dei preadolescenti: un cuore forato a quei di prima media, un muro di mattoni a quei di seconda, un ornino che si disegna a quei di terza.
Ogni gruppo ha un proprio nome ed un proprio canto:
I media: «MINICON» - L'Amicizia;
II media: «SUPERDAI» - Mattone su mattone;
III media: «MAXIPIU» - Il sale della terra.
Tutto ha una funzione e richiama il cammino da compiere: aprirsi agli altri (cuore), per costruire con gli altri (muro in mattoni), per costruire se stessi (uomo che si disegna).

L'attività riprende

I preadolescenti vengono divisi in sei gruppi: tre di ragazzi e tre di ragazze, corrispondenti alle tre classi delle medie. Essi si incontrano una volta la settimana per il momento di catechesi nella propria sede. Ogni ragazzo inoltre sceglie un gruppo di interesse secondo le proprie capacità: teatro, maglia, canto, traforo, e si ritroverà con tutti, due domeniche al mese per la gita.
Le altre due domeniche sono riservate come momento proprio del gruppo animatori. A Natale una lettera aperta «Attenzione alle buche», invita tutti i ragazzi ad evitare inconvenienti e sfasature. Ed ecco scattare per l'occasione il mese della Pace, fotografato dallo slogan: «Mi interessa».
Ha i suoi momenti forti in un incontro con i genitori che segnerà l'inizio di un cammino percorso con loro. In occasione della festa del Grazie dal gruppo «Teatro» viene organizzato per i genitori uno spettacolo. Attraverso a questo i preadolescenti vogliono manifestare la propria riconoscenza alle famiglie, riportando con canti e mimi i genitori ai momenti della loro giovinezza.
Da notare che ogni invito, anche il più banale, viene consegnato a mano, anche per instaurare con i genitori un rapporto di amicizia e simpatia.
In occasione dell'incontro con i genitori viene consegnato ad essi un questionario «Diteci la Vostra» per conoscere le loro opinioni sull'Oratorio.
Dopo il mese della Pace ecco a tamburo battente, durante il periodo quaresimale il «Rally della Pace», sintetizzato nello slogan: «Gridiamo più forte». Viene celebrato attraverso una liturgia penitenziale con tutti i preadolescenti e soprattutto attraverso incontri con gruppi di altre parrocchie secondo l'itinerario prestabilito. A distanza di circa due mesi ecco la seconda lettera aperta ai preadolescenti: «Ma scusa: il gruppo per te è mica un albergo?».

Un cammino senza sosta

Il cammino dei preadolescenti continuerà con un recital: «Wanted, Gesù Cristo» nella scuola, e una festa per agganciare gli altri preadolescenti rimasti finora esclusi. Si articolerà inoltre in una «Settimana internazionale» nel tempo di Pentecoste e nel «T.E.E.» (Tempo Estate Eccezionale) durante il periodo estivo.
Mentre l'anno è in pieno svolgimento si pensa già al futuro, all'estate per il campo-scuola che vedrà protagonisti oltre i giovani e gli adolescenti anche i preadolescenti. Per questi è in cantiere il documento «Fischia il vento» che segnerà un ulteriore passo avanti nel nostro impegno pastorale.

DISCUTIAMONE INSIEME

INTERVISTA CON LA COMUNITÀ DEL LAGACCIO

Durante un incontro redazionale abbiamo avuto l'occasione di intervistare i giovani più impegnati della Comunità del Lagaccio. Il gruppo, guidato dal loro animatore, Mario De Luca, ha partecipato attivamente alla discussione mostrando convinzione e impegno nel lavoro che svolge.
Le domande, a carattere pratico immediato, avevano lo scopo di evidenziare alcuni aspetti sociali, culturali, religiosi dei preadolescenti presso i quali questi giovani orientano maggiormente il loro impegno.
Verso il termine l'intervista è sfociata spontaneamente nel discorso della «discoteca». È vero che per i preadolescenti l'argomento è un po' prematuro, ma abbiamo creduto non fosse opportuna una «amputazione», sia perché non è raro che anche preadolescenti entrino in discoteca, se non altro solo per vedere, per ricercare sensazioni nuove, sia perché un discorso di questo tipo non è infrequente nelle loro conversazioni. È utile perciò per l'animatore di preadolescenti sondare anche questo terreno.

Domanda. Nella vostra relazione avete parlato di una particolare difficoltà per la gioventù del vostro quartiere perché appartiene in massima parte a famiglie immigrate e sradicate dalle loro terre nel periodo del boom economico. Vorremmo chiedervi perciò: quali altre difficoltà incontra secondo voi il preadolescente di oggi per il suo inserimento sociale?
Risposta. Ognuno ha esperienze diverse in base ai ragazzi che ha conosciuto. La nostra esperienza è collegata ai ragazzi di un quartiere centrale di Genova: il Lagaccio. Questo quartiere è abitato prevalentemente da «proletari». La maggior parte sono immigrati e le famiglie hanno trovato difficoltà nel trasferirsi dal loro paese di origine alla città industriale: e tutte queste difficoltà che i genitori hanno subito, si riflettono sui figli. I nostri ragazzi hanno quindi tantissimi problemi di inserimento sociale. Si pensi ad esempio che per questi ragazzi è un problema parlare di altre cose al di fuori del calcio. Talvolta un discorso serio, per loro è un vero tabù, e questo per me è molto grave. Alla base di questo c'è tutta una mentalità, tutta una serie di difficoltà che noi come gruppo tentiamo di superare. Io e Tony abbiamo avuto una esperienza. Eravamo andati a casa di un ragazzo che da due o tre volte non veniva alla riunione. Siamo stati un'ora a parlare con i loro genitori. Essi ci spiegavano che lui si passa delle giornate, delle domeniche in cui anziché venire con noi a partecipare a delle passeggiate, a dei giochi, se ne sta con la radiolina a sentire le partite. Addirittura arriva al punto di tappezzarsi la casa di figurine o giocherella da solo tutto il giorno. Altri non vedono altro che il pallone. Non mi sembra questo un modo per far crescere la loro personalità. Alla loro età questo lo facevamo anche noi. Sono grossi handicap per noi della Comunità che tentiamo di proporre ambienti diversi, modelli diversi. Chiaramente l'ultimo modello che proporremo è il calciatore, tanto per dire. Del giornale leggono la pagina sportiva e basta, della televisione vedono solo la cronaca registrata delle partite.

Domanda. La scuola non serve a rompere questo cerchio di interessi?
Risposta. Secondo me la scuola non ha aiutato in questo inserimento i ragazzi: non so da che cosa ciò dipenda. Noi come Comunità ci siamo inseriti nella scuola per cercare di salvare in qualche maniera se non altro gli ambienti dove forse si può far leva maggiore sul ragazzo. Sono già due o tre anni che stiamo facendo incontri con i genitori. Anche quest'anno siamo entrati nella scuola con una nostra novità.

Domanda. In che senso siete entrati: avete preso contatto con gli insegnanti di cultura o solo con quelli di religione?
Risposta. Gli insegnanti di religione quasi non li conosciamo: entriamo in contatto con gli altri insegnanti, partecipiamo ai consigli di classe.

Domanda. Non credete che una delle maniere di aiutare i preadolescenti a rompere questa loro impossibilità di arrivare a una società, sia diventare amici dei professori di cultura? Ormai le antologie sono strade per affrontare certi problemi. Le antologie sono il pane che il ragazzo mangia tutti i giorni. Diventare amici di questi professori e attraverso loro discutere quale è la scala di valori da far entrare lentamente, non potrebbe essere una forma valida?
Risposta. Tra la posizione ideale e quella ottimale, c'è un divario enorme. Ci saranno uno o due professori su venti, che sono disposti a fare un discorso nuovo. Evidentemente chi dovrebbe instradare i professori ad essere aderenti ai problemi dei preadolescenti dovrebbero essere i genitori.

Domanda. In che senso i genitori mancano nell'educare all'inserimento sociale i loro ragazzi?
Risposta. Ormai conosciamo tutte le famiglie, perché per gli incontri dei genitori portiamo personalmente gli inviti, andiamo nelle case, ci stiamo. Ci sono quelli che non ci fanno nemanco entrare o ci fermano sulla porta; altri invece ci fermano per mezz'ora, un'ora. Ci pare di poter asserire che la loro impreparazione influisce molto sullo sviluppo del ragazzo. Purtroppo mi sono accorto che i genitori non sempre riescono a comunicare con i loro figli, a capirli, anche dal punto di vista psicologico.

Domanda. Quali sono secondo te le cause per cui i genitori sono allo scoperto, poveri al momento di comunicare, incapaci di trasmettere valori. E quindi che cosa si può fare per toccare questi punti, per aiutarli un poco?
Risposta. Noi abbiamo agito così: abbiamo preso coppie di genitori, perché è la coppia che educa il ragazzo. Esse hanno incominciato ad incontrarsi tra di loro per un discorso iniziale di educazione alla fede e non soltanto ai valori. Questi incontri sono seguiti dal nostro curato. Egli si rifà normalmente al matrimonio e imposta un discorso religioso e pedagogico che partendo dal fidanzamento giunge all'educazione dei figli.

Domanda. Hai parlato di due difficoltà: scuola e famiglia. Scuola che non è adeguata e famiglia che non è carica di valori. E hai detto più o meno quello che credete di poter fare, ossia quei piccoli incontri e quegli avvicinamenti. Credi che ci sia qualche altra grossa difficoltà che incontra il preadolescente, per esempio tutto l'ambito dei mass media che oggi il preadolescente «mangia»?
Risposta. Era già un po' sottinteso nel mito iniziale del calciatore.

Domanda. Ti pare che i mass media incidano nel creare una deviazione del preadolescente nel suo inserimento sociale?
Risposta 1a. Basta riferirsi ad esempi che sono infiniti. Qualsiasi «cretinata» che è pubblicizzata, diventa subito preda dei ragazzi. Essi parlano attraverso gesti e parole della pubblicità, si creano addirittura un loro vocabolario. I mass media arrivano al punto di insegnare un nuovo linguaggio.
Risposta 2a. Io difenderei la figura del calciatore.
Il rischio che noi abbiamo è quello di dire, come si faceva con noi bambini: «Questo è cacca». E questo per me è sbagliato. Forse bisogna andare a cercare che cosa significa per un ragazzo poter fare collezione di figurine o aver un idolo, tipo calciatore o attore. I ragazzi sono schiavi delle figurine o del fatto che noi insegniamo alla gente a collezionare? Se noi diciamo: «Questo è male», non risolviamo niente: noi dovremmo vedere che cosa può raccogliere lui o che cosa è ciò che deve veramente raccogliere, deve possedere. Per moltissimi ragazzi, soprattutto nei quartieri popolari, le figurine, come le birille di quando noi eravamo piccoli, sono le uniche cose che hanno veramente di proprio.
Altra cosa è, secondo me, il cantante e il calciatore. È l'amico «grande» che i ragazzi vorrebbero avere. Il calciatore è un uomo pubblico: veramente appartiene a tutti, ognuno lo sente come appartenente a sé. Un ragazzino dice: Questo non me lo porta via nessuno, è un amico importante che ho anch'io. Questo è ciò che significa un divo: il suo amico grande. Oltretutto è un amico grande che non soltanto è in gamba e sente come suo, ma è un amico che lo ascolta. Se c'è una categoria che non è ascoltata mai da nessuno sono proprio loro, i ragazzi. Né li ascoltano a casa i genitori, né a scuola i professori; al massimo questi li interrogano per dare i voti. Invece questo è un amico che oltre tutto lo ascolta. Anche noi, preti, non ascoltiamo i ragazzi. Li sovrastiamo di prediche e questo quasi per deformazione professionale. E allora si fanno l'amico che finalmente li ascolta. Forse invece di dirgli: «Tu sei schiavo dei tuoi calciatori», gli dovremmo dire: «Tu stai cercando soltanto un amico». A un certo punto però, è vero, avviene la deviazione: un ragazzino che fa la raccolta di figurine non studia, fa disperare i genitori e rovina la sua giornata. Quello che mi interessa è proprio la terapia da seguire, sapere come ve la cavate.

Intervento 1°. Ripensando quando anch'io facevo la raccolta, mi pare che non interessa tanto al ragazzo il fare la raccolta delle figurine di quel dato calciatore, ma il collezionare comunque; per cui se ad esempio si dovesse fare la collezione dei personaggi della bibbia, il ragazzo non avrebbe difficoltà a farla. Bisognerebbe arrivare alla ricerca di cose che interessano il ragazzo, non come alternative, ma come complementari.
Intervento 2°. Mi diceva Leonarda che quando lei era ragazzina, durante una festa sarebbe stato un assurdo che una televisione si fosse messa a parlare. Mi diceva: «Era talmente ricca quella giornata di festa, erano talmente tanti, erano talmente interessanti gli adulti che ci facevano ballare, o i ragazzi che correvano, o l'albero di Natale, che a un certo punto una televisione sarebbe stata completamente fuori posto». Cioè se la vita di famiglia è talmente ricca, talmente carica di interesse, il ragazzo non va certamente a cercare altre alternative che vengano a riempire la sua solitudine, perché solitudine non ne ha. Quindi è giusto quello che dici tu: creare veramente degli interessi.
Intervento 3°. Io vi dico come ho superato la cosa. Io ero matto per Gianni Morandi, cioè ho passato delle giornate intere ad ascoltare dischi. Non è che vivevo solo in quel mondo lì, però avevo questo idolo. Quando i miei amici mi hanno portato in Parrocchia dove facevano delle cose stupende che mi interessavano, Gianni Morandi è scomparso immediatamente dai miei interessi, perché ho trovato nella Comunità una cosa che mi interessava di più.

Domanda. Passiamo ad un altro aspetto. Quali deficienze della scuola e della società rischiano di compromettere l'educazione morale e religiosa del ragazzo? In pratica nella prima domanda, che era generica, tra le molte difficoltà abbiamo trovato anche la scuola oppure la famiglia, due componenti della società. Adesso ritorniamo sulla scuola e sulla famiglia, però non più come inserimento sociale, ma come educazione morale e religiosa. Io comincerei a fare una considerazione. Io purtroppo non ho vita continua con i ragazzi: vado a parlare in qualche scuola, sto in cortile con loro, ma non ho il polso della scuola continua con loro. Però vedo moltissimi libri di scuola. Il grosso guaio di questi libri è che concepiscono un falso pluralismo che purtroppo sta entrando nelle scuole. Cioè: fanno un volume su Israele oppure su Daniele o su Gesù Cristo e allora mettono pezzi di autori vari di ideologie diverse, li mettono uno accanto all'altro con un accostamento terribile, perché nessuno sa chi siano questi autori, che mentalità, che problematica avevano. Alla fine ne risulta non una educazione, ma il caos totale. Io ho una grande paura che la scuola e la società, per reagire a una scuola fascista di imporre un certo bagaglio di valori, adesso vada all'eccesso opposto, cioè voglia volutamente prescindere da ogni scala di valori o di affermazioni di verità e metta tutto in mano al ragazzo il quale, essendo incapace di qualunque struttura critica, beva un po' di tutto e infine abbia un gran minestrone in testa.
Risposta. Quest'anno, entrando nella scuola per consegnare giornalini di Comunità, o per dare circolari che dicano qualcosa, ci siamo resi conto di ciò che riguarda l'educazione morale e religiosa... Ci siamo accorti del comportamento dei professori nei confronti dei ragazzi e ci siamo chiesti come si possa parlare di educazione religiosa e morale. Noi possiamo intervenire attraverso i consigli di classe sempre che accettino le nostre critiche, che vogliono essere costruttive, perché siamo lì per lavorare per il bene, mai per distruggere. Sembra che attraverso le nostre discussioni i professori prendano coscienza se non altro della necessità della discussione. Sono rimasti «allibiti» del cineforum che abbiamo organizzato lo scorso mese: «Ma i ragazzi li seguono, li stanno ad ascoltare!». Eravamo io e un'altra persona che parlavamo. che,
Non siamo preparati, abbiamo quel minimo di conoscenza, di intuito, se vogliamo, niente di più. I professori potrebbero senz'altro fare molto meglio di noi con la cultura che hanno. Penso che a riguardo della discussione si stanno muovendo i primi passi ora.

Domanda. Tu vedi come mezzo di educazione morale la tecnica del dialogo. Forse per educazione morale bisognerebbe intendere un ambito un poco più ampio, cioè se nella scuola c'è o si rischia di compromettere l'educazione ai valori quali la verità, la libertà, l'uguaglianza, che sono valori fondamentali. Tu dici che manca questo dialogo: evidentemente manca quindi la ricerca della verità?
Risposta. Qui non voglio ergermi a giudice, però secondo gli allievi, il fatto che i professori parlano e che loro debbono ascoltare è già una scuola di un certo tipo. Poi si arriva al momento in cui si dovrebbe instaurare una discussione, ma i ragazzi non sono preparati, perché a scuola non l'hanno mai fatta. In qualche maniera adesso stiamo provando, attraverso a griglie di lavoro, a far parlare, a dare uno spazio soprattutto a loro, però ci accorgiamo che non sono preparati. Se, per fare un esempio, faccio una domanda qualunque: «Dimmi un po', che lavoro fa tuo padre?», questo qui tra una risatina, tra una sciocchezza e l'altra non dice nulla. Ti accorgi come non sono abituati, non sono stimolati. Ribadisco il discorso di supplenza di noi come Comunità. Cerchiamo di farla con grossi limiti, perché anche noi non siamo preparati.

Domanda. Avete l'impressione che in certe scuole per preadolescenti si cerchi di strumentalizzare il ragazzo? Cioè si cerchi di imporre determinati comportamenti, determinati atteggiamenti di fondo che compromettono l'educazione religiosa e morale, che la scuola dovrebbe favorire, cioè la ricerca onesta della verità?
Risposta. Io dall'esperienza di scuola media ricordo di aver riconosciuto questa strumentalizzazione. Ricordo che ciò avveniva da parte della professoressa di lettere.
Ritornavo a casa scioccata, nel senso cioè che avevo quasi sostituito la professoressa al modello dei miei genitori. Nei miei discorsi citavo sempre la professoressa. Anche Doma inconsciamente essa ci trasmetteva le sue idee, anche quella politica. A forza di sentirla per tre anni di seguito ce ne siamo accorti.

Domanda. Vi trasmetteva almeno un'istanza critica, di non «bere», di pensare con la vostra testa?
Risposta. Io ricordo che ci lasciava scegliere pochissimo. Anche gli altri professori d'altronde. Come educazione morale io ne ho vista ben poca.

Domanda. L'insegnante di religione per conto suo vi consegnava il solito pacchettino da imparare o vi trasmetteva dei concetti con una certa coscienza critica?
Risposta. Forse l'unica esperienza positiva per me è stata quella di religione. L'insegnante era un tipo che ci trattava da persone adulte, anche se eravamo ragazzi. Ci coinvolgeva. Preferivo quell'ora di religione perché ero più libera, non ero obbligata a «bere». Nell'ora di religione c'era un confronto, un dialogo. L'insegnante coinvolgeva anche gente che magari non ne sapeva niente di religione.

Intervento 1°. Secondo me dipende dai preti che uno ha incontrato. Ci sono dei preti che, per carità! sono peggio dei professori.
Intervento 2°. Io vi posso dire che dalle mie esperienze dirette e un po' anche dagli studi di psicologia, il dialogo può anche «fregare». Cioè in prima e seconda media il ragazzo è portatissimo ad esprimere la sua opinione, ma non è assolutamente capace di dialogare, cioè di ascoltare ciò che dicono gli altri. Una volta che ha detto la sua opinione lui «se ne va» e poi alza di nuovo la mano per dire ciò che gli è venuto in mente e magari nel frattempo tre altri hanno detto la stessa cosa. Perciò non sempre la scuola che dialoga è scuola che educa moralmente, cioè educa ad un atteggiamento umano.
La vera scuola che dà educazione morale è quella che educa al dialogo vero, che vuol dire: Io ho una mia opinione, ma la confronto anche con quella dell'altro. Io ho fatto una esperienza nella scuola qui vicina. Dopo che 16 avevano parlato, io ho chiesto agli altri che cosa avevano detto i loro compagni. Nessuno di loro l'ha saputo dire. Tutti sapevano che cosa avevano detto loro. Ciò è molto pericoloso perché può illudere un insegnante. Un insegnante d'altra parte diceva: «Io le mani alzate le taglio tutte», cioè diffidava del dialogo: prima troppo e poi niente.

Domanda. Abbiamo parlato dell'educazione morale e religiosa nell'ambiente scolastico e, a quanto pare siete un poco tutti negativi. Ma non è solo la scuola ad educare. Vorrei chiedervi perciò: «Come la società aiuta il ragazzo a maturare al di fuori della scuola?».
Risposta. Io direi che, riducendo riducendo, l'alternativa alla nostra Comunità è la squadra. C'è una polisportiva diretta dal Genoa-club, ma al di là di quell'ora di allenamento, non offre prospettive diverse. Naturalmente questa squadra ha solo possibilità di accogliere i ragazzi; le ragazze non hanno nulla di simile, per cui si riversano copiose più dei ragazzi nella nostra Comunità. Io sono certo di questo. I ragazzi di prima o seconda media che giocano nelle squadre hanno due strade: o vengono da noi e passano al mito della sala da ballo. Mi pare che non ci siano altre possibilità: il ragazzo potrà stare in squadra sportiva per un anno o due e poi o viene da noi o il suo mito sarà la sala da ballo.

Domanda. Io parlavo l'altro ieri con un sacerdote impegnato in un oratorio. Lui mi diceva che i ragazzi di quella scuola per cinque giorni sono con loro e poi, sabato e domenica, vanno in discoteca. Tutti sono consacrati alla discoteca. Possibile che noi non riusciamo a considerare una mediazione? Possibile che per noi i ragazzi che vanno in discoteca debbano essere considerati perduti? Vi pare proprio che un ragazzo che entri in sala da ballo sia perduto per la comunità cristiana? Credete che sia una cosa che tagli fuori completamente?
Risposta. Secondo me non è tanto il ballo, ma quello che c'è dentro. Intendo cioè i famosi «boss», cioè quelli che in qualche maniera comandano. Purtroppo sono essi che volgarizzano la discoteca. Tutti quei valori che noi faticosamente cerchiamo di inculcare, in una giornata vengono clamorosamente distrutti. Quello che fa più presa poi sono quei dieci minuti trascorsi in discoteca che non quel lungo lavoro faticoso basato su continue rinunce. Chiaramente lì viene tutto rimesso in discussione. Io sono rimasto quattro anni in discoteca: praticamente tutte le superiori me le sono fatte in discoteca. Le prime volte si trattava di organizzare feste studentesche, poi un po' alla volta sono entrato nel giro. Quello che più mi ha scioccato sono stati quei ragazzi che già c'erano dentro e volgarizzavano l'ambiente.

Domanda. Voi avete l'impressione che la normalità sia questa: il volgare come base unica?
Risposta. Io vorrei portare tre esperienze: una di mia sorella, una dei miei compagni di semola e una mia esperienza di comunità.
Io ho notato tra i miei compagni un vero affannarsi per le sale da ballo: uno scambiarsi biglietti di ingresso, un interessarsi delle sale nuove e un voler subito provarle. Secondo me questi ragazzi vanno in cerca della sessualità, della ragazza, perché lì si è sicuri di poterla avere. A mia sorella piace ballare e va al ballo solo per ballare, non per un preciso scopo, quello cioè di farsi un ragazzo. Ora si è messa in una squadra di calcio e allora non si interessa nemanco del ballo. Io ho provato a ballare in parrocchia in occasione di veglioni. Mi sono trovato tra tanti, costretto anch'io a dover muovere piedi e mani senza sapere che senso avessero tali movimenti. Le ultime teorie del ballo ritengono che la persona che balla bene deve ballare da sola. Ora mi hanno detto che con il diffondersi del travoltismo, quello che balla bene va al centro del ballo, fa spettacolo, e tutti gli altri stanno attorno. Addirittura vengono pagati dei ballerini perché facciano spettacolo in questo modo. Un giovane, riferendosi al ballo parrocchiale di Capodanno mi ha detto che da noi ci si diverte di più perché nessuno sa ballare veramente e allora c'è maggior affiatamento, mentre nelle discoteche quello che sa ballare taglia gli altri. Gli altri vengono emarginati. Una cosa ancora che caratterizza la discoteca è la violenza. Si formano le bande, le «gang». Un mio amico che sa ballare molto bene ha rischiato di essere picchiato perché a un certo punto si è fatto cerchio attorno a lui e un altro del ballo si è visto messo in secondo ordine.

Intervento 1°. Io mi domando che cosa vanno veramente a cercare quelli che entrano in discoteca. Io conosco le reazioni di ragazze molto brave. Una cosa che cercano è una specie di avventura, che loro vanno a vedere e trovano nei fumetti che leggono, nei fotoromanzi soprattutto, in cui c'è moltissimo questo aspetto un po' irregolare della vita. Queste ragazze appartengono a famiglie borghesi, sono sole in casa: sono quasi tutte figlie uniche e vanno proprio a cercare quel tanto di diverso che non sia la zia, la nonna. Sono pochissime quelle che rimangono fedeli alla stessa discoteca. Non ballano, si mettono di fianco e più che altro guardano. È la prima volta che sono semicorteggiate da qualcuno che è grande, che ha quell'aspetto sicuro che non hanno certo i ragazzini che vanno a scuola. Per loro questo è già tutto. Quindi la discoteca diventa il sogno della settimana, perché è quell'avventura che loro vedono sempre dappertutto, ma che non provano mai. Ha quell'aspetto peccaminoso che loro cercano, ma in fondo non trovano niente. Moltissime addirittura hanno paura, ma vogliono andare lo stesso, perché per loro è il salto nella vita. La vita che attrae infatti è quella avventurosa. Se noi rappresentassimo, così per dire, in televisione, nella stampa, una vita normale, problemi normali, non li guarderebbe nessuno. A furia di abituare a considerare vita attraente soltanto lo spettacolare, l'avventuroso, la gente cerca queste cose. La ragazzina allora dice: «Io non sto mica vivendo perché a me non capita mai nessuna avventura: nessun architetto si interessa di me». (Nei fotoromanzi l'interprete maschile è sempre per lo meno architetto). La comunità cristiana quindi non deve soltanto fare prediche, deve, per quanto è possibile, sapere che un ragazzo di una certa età cerca di queste cose: se non le trova va a cercarle altrove.
Intervento 2°. Noi più grandi abbiamo vissuto per anni questa esperienza. Dopo aver accolto la proposta cristiana abbiamo provato disgusto per queste cose perché abbiamo scoperto una cosa meravigliosa per cui per noi valeva la pena vivere per determinati valori. Nella comunità parrocchiale abbiamo trovato modo di interessare, di divertire i ragazzi, di passare delle bellissime domeniche insieme. Ecco perché i nostri ragazzi non fanno questa esperienza della discoteca. Anche noi come comunità ci siamo proposti questo problema. Ci siamo detti: «Perché, al limite, non potremmo andare a gruppi nella discoteca?». C'è stata quindi una discussione. Ogni tanto qualcuno va in discoteca, come uno che mi ha detto che domenica alle tre era entrato in discoteca ed era uscito alle quattro, dopo aver speso 5.000 lire. È uscito perché non ha trovato alcun divertimento, mentre noi in Comunità abbiamo trascorso una domenica interessante.
Intervento 3°. Tu proponi l'alternativa di un gruppo che si diverte, ma purtroppo tante parrocchie non propongono questa alternativa.
Intervento 4°. Il problema non è la discoteca: il problema è la domenica, la festa. Siamo tutti d'accordo che è un giorno di festa. Ma non sono molte le possibilità di fare veramente festa: la discoteca rimane l'unica offerta possibile che hanno, oppure vanno al cinema. Il problema è il fare festa. Se noi diamo veramente ai ragazzi la possibilità di fare festa insieme, la discoteca se la scordano subito. Ci sono gruppetti alla domenica che si chiedono: «Ma dove andiamo?». Io ho trovato diverse volte delle ragazzine piangenti appunto perché avevano passato il pomeriggio a discutere dove dovevano andare e arrivata la domenica sera provavano tutta la tristezza per non essere andate da nessuna parte. Si erano spostate da una parte all'altra della città così senza scopo.

Domanda. Voi più giovani avete saltato questo passaggio della discoteca. Cosa ne dite?
Risposta. Siamo riusciti a trovare nel gruppo quello che chiedevamo. Cioè volevamo passare la domenica insieme a giocare e scherzare e il gruppo ce lo ha proposto. Perciò non siamo andati a cercare altri interessi. Almeno a me è successo così.

Intervento 1°. La posa fondamentale che ho riscoperto nel gruppo è l'amicizia. Le alternative di studio, cinema e discoteca, in fin dei conti ti lasciano solo, mentre qui nella Comunità c'è un dialogo, c'è un confronto, c'è la possibilità di vivere in gioia con gli altri. È un arricchimento stare con gli altri. Alla domenica andiamo in gita. Per me è una cosa bellissima. Cose tutte che non troverei né in discoteca né fermandomi al televisore a seguire le partite.
Intervento 2°. Occorre far notare la differenza tra spettatore e attore. Tutte queste cose in fondo creano dei buoni spettatori, ma uno a un certo punto, a una certa età, è stufo di fare lo spettatore. Questi nuovi spazi danno appunto la possibilità a tutti di diventare attori. Io credo che sia così: mi piacerebbe che fosse veramente così.

Da questo confronto è emerso ancora una volta che sono molti gli interrogativi che pone una vera promozione umana del preadolescente.
Accanto a giovani veramente realizzati in tutte le loro componenti, ne abbiamo visti altri in cerca di un inserimento sociale, ma il loro problema è eluso sia dalla scuola che dalla famiglia. La loro educazione affettiva, anziché maturarli nell'apertura agli altri è concepita spesso nel concedere loro ogni egoistica libertà. L'educazione morale e religiosa, per quelli che non sono aggregati a nessuna associazione o comunità, è trascurata, e così il preadolescente rischia di essere plagiato dagli adulti che lo strumentalizzano per il servizio di una loro ideologia.
E, terminata la scuola dell'obbligo, trova spesso ancor maggiori difficoltà nell'ambiente scolastico o vede profilarsi non lontana tutta la problematica dell'inserimento nel mondo del lavoro.