Il cristiano nella prassi politica: uniformità o pluralismo?

Inserito in NPG annata 1979.

 

Bartolomeo Sorge

(NPG 1979-06-47)

 


IL DIFFICILE RAPPORTO TRA FEDE E POLITICA

Il tema della presenza del cristiano in politica (intendendo politica in senso stretto e tecnico: in riferimento ai partiti e ai movimenti), ha già una lunga letteratura. Abbiamo l'impressione però che oggi si stia riproponendo in modo urgente, per la provocazione di nuove posizioni pratiche.
Può suggerire qualche spunto di riflessione?

Con questa domanda mi propone un problema centrale, che ha riflessi notevoli anche nella situazione italiana. In questi ultimi anni, non sempre è stato risolto bene. E questo ha prodotto gravi conflitti di coscienza in molti giovani cristiani. Il nodo del problema è questo: fede e politica (due cose evidentemente diverse) rappresentano quasi due piani paralleli, assolutamente autonomi nei confronti l'uno dell'altro, oppure hanno dei punti di reciproca intersecazione?
In breve, ecco la mia risposta.
La fede è la personale libera adesione al messaggio di Dio. Questo messaggio non è però un discorso astratto, lontano dai problemi dell'esistenza quotidiana. Esso è anche rivelazione dell'uomo a se stesso. Esiste quindi, sempre, una dimensione della Rivelazione destinata direttamente ad illuminare l'esistenza e il cammino storico dell'uomo, che investe perciò l'«antropologia».
Anche la politica si ispira a un'antropologia, necessariamente. La politica, infatti, comporta sempre, da una parte, il riferimento a una visione dell'uomo, della storia, della società (è la sua «ispirazione») e, dall'altra, una mediazione di natura «tecnica», attraverso cui tradurne la visione di fondo in programmi di governo, di partito, di gestione economica. Attraverso queste opzioni storiche, di ordine pragmatico, l'azione politica si fa promozione e servizio dell'uomo.
Perciò, fede e politica, si incontrano non sul piano delle mediazioni «tecniche», ma su quello, ben più fondamentale, dell'ispirazione antropologica, sul discorso sull'uomo.
E poiché la Parola di Dio illumina l'antropologia, ad essa compete un giudizio sul «momento antropologico» insito in ogni scelta politica.
In Italia, ci sono cattolici che non accettano e non riconoscono questa funzione orientatrice della fede in ordine alla dimensione antropologica della prassi politica.
Essi ritengono la politica unicamente una prassi professionale e quindi ne affermano la totale autonomia nei confronti del piano della fede. Non è una conclusione accettabile; anzi è positivamente in contrasto con tutto l'insegnamento sociale della Chiesa. Essa però contiene una innegabile parte di verità. Infatti, non si può dedurre una politica direttamente dalla fede, proprio perché la prassi politica è contingente, mutevole, relativa e suppone in ogni caso le necessarie mediazioni storiche, culturali e professionali. Queste mediazioni sono processi che hanno una loro autonomia: non dipendono né sono derivabili dalla fede.
La fede quindi deve rispettare l'autonomia dei processi culturali, economici, e della prassi politica; in caso contrario si cade nel clericalismo e nell'integrismo.
Ma, nello stesso tempo, la fede impone alla coscienza del cristiano che le opzioni temporali, nel pieno rispetto dell'autonomia e del pluralismo delle necessarie mediazioni, siano ispirate coerentemente a un'antropologia plenaria e trascendente.
Ecco, dunque, la conclusione. Non esiste una scelta di pura prassi politica, che si possa separare in modo assoluto dal riferimento al momento antropologico. E questo momento antropologico, per un credente, sarà sempre illuminato dalla Parola di Dio e dal Magistero della Chiesa.
Il cristiano, dunque, se vuol essere coerente con la sua fede, deve tener sempre presenti i valori ispiratori (quella che ho definito «l'antropologia illuminata dal Vangelo») anche nelle opzioni politiche.
È compito proprio dei laici tradurre quei valori fondamentali in scelte operative efficaci; in questa «traduzione» essi godono di una legittima autonomia e responsabilità, di cui devono rispondere personalmente di fronte a Dio, alla comunità cristiana e al mondo.

La interrompo.
Queste affermazioni, di tipo teologico, hanno bisogno di diventare concrete, vicine alla prassi, se vogliono servire come suo orientamento.
Le formulo nuovamente la domanda, sollecitandola attorno a due ordini di problemi. Qual è la funzione della fede in merito agli orientamenti e alle scelte pratiche? Qual è la funzione della fede in merito alla presenza, concreta e quotidiana, del cristiano nel partito politico?

Ho fatto una serie di affermazioni che possono apparire teoriche. Ma in realtà si tratta di alcuni chiarimenti fondamentali, che sono necessari per evitare ambiguità. Cerchiamo, allora, di trarre alcune conclusioni più concrete dalle cose dette. Una prima conclusione è che il cristiano è tenuto ad impegnarsi nel politico. La coerenza con la sua professione di fede esige che egli serva i suoi fratelli storicamente nella vita di ogni giorno. È la sua testimonianza. La presenza attiva nel mondo politi co, economico, sindacale, culturale non è altro che la traduzione concreta di que compito di «animazione della realtà temporale», di cui parla il Concilio, che costitui sce la vocazione di ogni cristiano.
Una seconda conclusione è che il cristiano non può essere un «qualunquista» nell sue scelte politiche. Se è vero che il Vangelo può ispirare opzioni e programmi dive! si, è anche vero che esistono prassi politiche, economiche e comportamenti socia che sono in contrasto con una antropologia illuminata dalla fede.
Per esempio, il cristiano sa, alla luce del Vangelo, che solo l'amore può fondare un vera giustizia tra gli uomini. Di conseguenza, un cristiano non potrà mai far sua un prassi politica che si fondasse sull'odio; condividendola, egli comprometterebbe I
sua coscienza e si comporterebbe in modo contrario agli interessi stessi dell'uomo e della sua vera liberazione.
Così, ancora, il cristiano non potrà accettare una visione materialistica o puramente immanente della storia e della società, perché questa concezione è riduttiva della dignità stessa dell'uomo, non lo libera, ma lo mutila. Gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Qui nasce il problema più difficile.
Ci possono essere programmi o scelte politiche particolari, che sono in sé buoni ed efficaci e non in contraddizione con una visione antropologica integrale, anche se si ispirano a diverse concezioni ideologiche. In questo caso, un cristiano può fare tali scelte e collaborare con chiunque le condivide, partendo da altre visioni. Ma in simile contesto di pluralismo ideologico bisognerà operare – di volta in volta – un'attenta opera di discernimento, per evitare il rischio di non servire l'uomo, nonostante la buona volontà, ma di collaborare invece a distruggerlo, a renderlo più schiavo.
Quest'opera di discernimento è spesso difficile, supera in molti casi le capacità del singolo, e si può trasformare in un dramma di coscienza per molti cristiani. Anche perché si possono dare persone o programmi che si presentano con l'etichetta di «cristiani» e, nella realtà, si discostano poi dagli ideali professati oppure si dimostrano politicamente inefficaci. Di qui l'importanza che tutta la comunità cristiana, nel suo insieme, sia pure un luogo di discernimento e di verifica delle scelte che occorre fare per promuovere l'uomo e per aprire il mondo a Cristo, come insiste la Octogesima adveniens al n. 4.

Possiamo perciò concludere nell'opzione di un pluralismo pratico di presenze politiche?
Il Convegno ecclesiale di Roma ha preso posizione contro l'integrismo e un certo collateralismo del mondo cattolico con la DC.
In Italia, oggi, come possiamo orientarci?

In materia, il convegno romano su «Evangelizzazione e promozione umana» ha offerto una serie di chiarimenti che ritengo validi. Da un lato, è maturata fortemente nella comunità cristiana italiana la coscienza d'un legittimo pluralismo politico dei cattolici.
Sarebbe un ben povero Vangelo quello che riuscisse ad ispirare solo una prassi politica e storica, fino ad esaurirsi in essa!
Il Vangelo si pone sul piano dell'assoluto. La politica appartiene al piano del relativo. Una stessa esigenza di coerenza cristiana può esigere, in situazioni storiche diverse, scelte e comportamenti politici tra loro assai diversi, eppure tutti chiaramente ispirati all'antropologia evangelica.
D'altro lato, proprio la storicità del nostro discorso, ci costringe a sottolineare che la situazione italiana è, per molti versi, una situazione unica e anomala. Cosi avviene che i cattolici non possono comportarsi in Italia come fanno, per esempio, in Inghilterra, in Francia o in USA. La situazione storica, contingente, del nostro Paese rimane tale da non consentire ancora quell'effettivo e legittimo pluralismo politico, che – come dicevo – è ormai un'esigenza acquisita dei cattolici. La ragione è che da noi sussiste pericolosamente una rigida polarizzazione dell'elettorato tra due grossi blocchi, che fanno capo alla DC e al PCI. Questa polarizzazione non lascia spazio a un terzo polo sicuramente democratico. Ora, – allo stato attuale dell'incerta evoluzione ideologica del PCI – solo un'alternativa di questo tipo potrebbe consentire ai cristiani di misurarsi con altre scelte politiche possibili, senza correre il rischio di compromettere le libertà fondamentali. Dev'essere, dunque, ben chiaro che l'unità politica dei cattolici non si può far derivare deduttivamente dal Vangelo. Essa oggi è imposta in Italia da situazioni contingenti, che certamente cambieranno, e già stanno cambiando. Ma, finché la situazione non evolve decisamente (come tutti auspichiamo), un indebolimento della presenza politica dei cattolici porterebbe con sé un ulteriore deterioramento del discorso sull'uomo e sui valori portanti della convivenza.
È giusto, dunque, che mentre si richiama alla coscienza dei cristiani la gravità della situazione, si tenga pure presente, per non crearsi illusioni, che nell'area cattolica c'è tutto un fermento di gruppi e di movimenti che sempre meno accettano il discorso di una unità politica basata solo sulla necessità imposta da situazioni contingenti, anche se obiettivamente ne avvertono il peso.
Per quanto riguarda la DC una ulteriore indisponibilità o pigrizia a fare un discorso coraggioso, aperto alle istanze del rinnovamento circa gli uomini, i programmi e la stessa vita interna del partito, potrebbe funzionare da otturatore e far esplodere – con esiti imprevedibili – una situazione che da troppo tempo si trascina stancamente.

DIALOGO E CONFRONTO SULLA PRASSI POLITICA NELLA COMUNITÀ ECCLESIALE

La prassi politica ha prodotto, in questi anni, gravi lacerazioni nel mondo cattolico, come anche lei ha ricordato.
Con l'accusa di integrismo o di disfattismo, gruppi e movimenti hanno chiuso ogni dialogo reciproco.
Oggi le cose sembrano più tranquille. Ha l'impressione che questo sia indice di una maturazione in corso? Oppure è un altro segno di un più diffuso disinteresse e disimpegno?
Pensiamo, per esempio, alle «aggregazioni cattoliche».
Qualcuno le guarda con sospetto. Per altri, invece, sono un fatto positivo e provvidenziale. C'è anche qualche nostalgico, che vede in esse un ritorno tranquillo al passato.
La mia domanda ha un risvolto concreto, che chiama in causa un modello di Chiesa. Abbiamo l'impressione che troppe comunità ecclesiali non sappiano dialogare che con quanti vivono in modo rigido al suo interno. Raramente utilizzano l'esperienza di giovani e di adulti (come singoli o come gruppi) che militano in modo pluralista nel politico e continuano a vivere una vita cristiana intensa.
Non ce ne sono neppure gli spazi... 
Condivide questa preoccupazione?

Il convegno di Roma ha favorito la crescita di una coscienza nuova nella comunità ecclesiale italiana, acuendo il bisogno di ritrovarci insieme sui valori portanti della nostra fede, nonostante la legittima differenza di esperienze vissute. La novità sta nel metodo di questo incontro: è un dialogo-incontro al quale la Chiesa italiana ancora non è abituata, e che porta a impostare pure in modo nuovo il confronto con le culture diverse operanti nel Paese.
Certo, il cammino è quasi tutto da fare. Siamo all'inizio, in una fase germinale, anche se ormai diffusa un po' dappertutto nella base ecclesiale. Con una battuta che potrebbe apparire esagerata (ma non lo è!) dico che per la prima volta, nel mondo cattolico italiano, stiamo abituandoci a parlare fra di noi. Occorre superare decisamente quelle innaturali divisioni per cui in passato avveniva che gruppi di cattolici non parlassero quasi mai fra di loro, ma seguissero ciascuno la propria strada. Non è così che si costruisce la comunità cristiana, come Cristo la vuole e come il mondo l'attende!
Ci possono essere stati incomprensioni ed errori, ma ora è tempo che essi siano assolutamente superati. È tempo di costruire! Perciò, dobbiamo tutti meditare e soprattutto tradurre in pratica quello che Giovanni Paolo II ha detto, il 24 gennaio scorso, al Consiglio permanente della CEI. Il Papa ha invitato esplicitamente i nostri Vescovi a fare ogni sforzo perché nella comunità ecclesiale italiana si realizzi il necessario dialogo fra tutte le componenti del mondo cattolico, creando – ha detto testualmente – «nuove occasioni di incontro e di confronto, in un clima di apertura e di cordialità, alimentato alla mensa della Parola di Dio e del Pane eucaristico». Ed ha aggiunto, chiaro riferimento alle vicende di alcuni movimenti cattolici italiani: «Bisognerà riprendere con pazienza e fiducia il dialogo, quando sia stata interrotto, senza lasciarsi scoraggiare da ostacoli ed asperità nel cammino verso la comprensione e l'intesa». Dopo il Convegno di Roma, ci si sta davvero movendo in questa direzione, anche a livello di vertici dei diversi Movimenti; un po' meno a livello delle rispettive basi. Le parole del Papa alla CEI vengono a confermare autorevolmente lo spirito e le indicazioni del Convegno di Roma: un modo più maturo di vivere la Chiesa, di costruire una comunità cristiana, unita nelle cose essenziali, nell'esperienza della fede e nella fedeltà al Magistero, ma pluralista, articolata e dinamica negli spazi e nelle forme di presenza nei diversi campi del servizio dei cristiani al mondo.
L'adesione all'unica fede, come dato normativo di unità; la carità in tutto e sempre; la libertà nelle diverse scelte opinabili. È la Chiesa del domani. Ci stiamo muovendo in questa direzione, anche in Italia.

Mi scusi. Non è un po' troppo ottimista? Non le pare che, in molte comunità ecclesiali, invece, le cose vadano ancora ben diversamente...

Riconosco che la strada da percorrere è ancora lunga.
In Italia sopravvive ancora qua e là un clima anacronistico di clericalismo. Non è scomparsa del tutto la mentalità di chi vede nel laico l'esecutore passivo di quello che il vescovo o il parroco determinano. Ma si tratta di atteggiamenti mentali ormai superati dalla coscienza delle nuove generazioni, oltre che dalla Teologia.
È urgente perciò adeguare pure le strutture all'ottica di partecipazione e di reale comunione, sulla quale tanto insiste Giovanni Paolo II.
Non deve più avvenire che il legittimo pluralismo su questioni opinabili, impedisca addirittura – come purtroppo talvolta è accaduto – di celebrare insieme l'Eucaristia, di pregare e di testimoniare uniti il Vangelo. Ma, il pluralismo è legittimo, costruttivo e arricchente, nella misura in cui sono fatti salvi i valori essenziali della nostra professione cristiana. Altrimenti c'è solo lacerazione dell'unità e della comunione ecclesiale, lacerazione della carità; non si fa opera di crescita, ma di distruzione. E si finisce con autoescludersi dalla vita della comunità.
Questi problemi hanno fatto da sfondo a gran parte dei drammi e delle crisi che la Chiesa italiana ha sperimentato negli anni settanta.
Oggi, anche grazie all'impulso che è venuto dal convegno di Roma, siamo in una fase di rapida maturazione.
Le contraddizioni e le difficoltà non mancano e non mancheranno. Esse sono, del resto, lo scotto inevitabile di ogni vera crescita.