La difficile funzione dell'animatore

Inserito in NPG annata 1979.

 

Mario Pollo

(NPG 1979-02-42)

 


I TEMPI «FELICI» DELLA FIGURA DELL'ANIMATORE

Per capire la figura, il ruolo, la funzione dell'animatore oggi, almeno nei suoi punti critici, nei punti cioè che rendono problematico e conflittuale il suo impatto con la realtà educativa, è necessario fare una breve premessa che analizzi le tensioni ed i valori che hanno sotteso lo sviluppo e le scelte di questo particolare servizio negli ultimi anni (dal '68 in avanti).
La prima osservazione è quella che il ruolo e la figura dell'animatore sono stati disegnati nei loro tratti caratteristici preminenti dalla cultura e dai valori che sono emersi a cavallo del '68. Infatti in Italia ed in particolare negli ambienti ecclesiali questa figura prima del '68 praticamente non esisteva, se non con caratteri di eccezionalità ed era comunque diversa da quella a cui si fa riferimento oggi.
Dopo il '68 è diventata culturalmente dominante una pedagogia che sino allora era esistita solo come piccola isola progressiva, marginale e le cui manifestazioni concrete erano fortemente contrastate ed osteggiate da chi (ed erano legione) si identificava con le norme, i valori e le conformità della cultura dominante.
La rivoluzione culturale del '68 ha di fatto accelerato il passaggio nel «passato» di molte delle concezioni educative che sino ad allora avevano dominato il campo.
L'animatore è un ruolo ed una figura che da allora si è andata delineando come quella attraverso cui, in una rinnovata visione dell'uomo, della società e dei rapporti tra fede e politica, alcune comunità ecclesiali perseguono il compito di una educazione liberatrice dei ragazzi e dei giovani.
Se non si collega l'origine dell'animazione ecclesiale a quel crogiuolo di cultura e di valori che fu il '68 difficilmente si riescono a capire le motivazioni che hanno spinto molti giovani ad indossare l'abito, allora informe, dell'animatore né tantomeno quelle che li hanno sorretti nel duro esercizio quotidiano dell'animazione stessa.
È indubbio, anche se questa affermazione pare essere contestata dagli animatori dell'ultima generazione, che gran parte delle motivazioni ad animare nascessero da una forte sensibilità politica e sociale. Molti giovani infatti videro nel ruolo dell'animatore la possibilità di coniugare, in modo creativo ed efficace, la propria fede con l'impegno sociopolitico, la promozione umana con l'evangelizzazione.
Il dato ricorrente, costitutivo di ogni processo di formazione e di ogni azione del cristiano nella realtà, fu per quei giovani quello rappresentato dal concetto di liberazione nelle sue varie forme e sfumature. La tensione morale che sorresse la vocazione all'animazione può essere sintetizzata nell'adesione di quegli animatori all'imperativo della liberazione umana.
Si può affermare, se le affermazioni precedenti sono vere, che la motivazione all'animazione fu per molti giovani politica anche se profondamente intessuta dalla loro fede.

CRISI ATTUALE DELLE MOTIVAZIONI DELL'ANIMATORE

Dopo la primavera culturale degli anni intorno al '68, dopo la speranza della liberazione dell'uomo, dopo le intemperanze dello scambiare il dover essere con l'essere, è venuto, purtroppo, il tempo della restaurazione, della vendetta del conformismo che può finalmente rivelare se stesso come saggezza. Il retroterra motivazionale originario dell'animazione si sfuma e diviene meno percepibile tanto in chi l'ha vissuto negli anni caldi dell'entusiasmo, quanto in chi più recentemente ha scelto il ruolo dell'animatore.
Ma la spiegazione alla caduta motivazionale non deve essere ricercata solo nella caduta di tensione morale ed ideale che caratterizza i nostri giorni, nella restaurazione che tende a criminalizzare l'utopia o nel fatto che i giovani del '68, in accordo con il tempo della vita, hanno abbandonato il ruolo di animatore senza che le loro motivazioni originarie fossero state acquisite dalla generazione di animatori che li ha sostituiti.
Vi sono altre ragioni, che a mio avviso sono contenute già all'interno delle motivazioni che hanno condotto molti giovani a scegliere l'animazione come sintesi della propria fede con l'impegno politico o genericamente sociale, a provocare la crisi della fiducia nell'utilità e nel senso del proprio essere animatori oggi.
Alcune di queste ragioni vanno ricercate in una sorta di determinismo educativo che ha sotteso l'impegno di molti animatori. La maggior parte degli educatori si era illusa infatti che bastasse animare in un certo modo per ottenere, nel breve periodo, significativi risultati a livello delle coscienze degli educandi e addirittura a livello di trasformazione delle strutture in cui erano inseriti, fossero esse ecclesiali o sociali.
Questi animatori sono stati contraddetti dagli eventi, frustrati nelle loro attese, disillusi che il potere potesse essere esorcizzato nel breve periodo dalla volontà dello spontaneismo e dell'utopia.
Sono stati contraddetti molto spesso perché hanno creduto, sbagliando, che il compito dell'educazione fosse quello di sostituire ad un potere un altro potere, quello cioè di liberare dando un modello concreto, storico, possibile della liberazione. Molti non hanno tenuto sufficientemente conto che l'educazione, l'animazione in modo particolare deve liberare da..., e non assolutamente per..., rendendo di fatto disponibili gli educandi ad un nuovo potere, a ritenere conclusa una liberazione solo perché ad un potere se ne è sostituito un altro.
La disillusione in altri casi è stata generata dal credere che i risultati di un processo di animazione sui singoli e sul sociale siano valutabili attraverso l'analisi dei risultati nel breve periodo. L'educazione svela i suoi risultati in cicli ed in modi che sfuggono alle vicende del contingente ed alla evidenza della quantificazione obiettiva.
Un altro elemento generatore della disillusione si può ricercare nel fatto che molti gruppi hanno scelto, come animatori, degli adolescenti, la cui età, la cui preparazione e le cui problematiche esistenziali li rendevano poco idonei al ruolo dell'animatore e facili allo scoramento. Per non parlare poi della confusione che molti gruppi hanno fatto tra la funzione del leader e quella dell'animatore o peggio tra animazione e assenza di un qualsiasi progetto o metodo pedagogico validato.

In sintesi, le ragioni di una crisi

L'elenco potrebbe continuare impietosamente per scoprire che spesso il fallimento, la crisi o semplicemente la stanchezza di un processo di animazione nei gruppi ecclesiali ha spesso origine nello stesso progetto che l'animazione persegue. È evidente che la caduta dell'utopia e delle tensioni di rinnovamento tipiche dei nostri giorni non può che facilitare lo svilupparsi della crisi motivazionale degli animatori, fornire ad essi elementi continui di evidenza, facendo vedere come sempre più lontani i traguardi che l'animazione ha sempre assunto come propri.
Riassumendo si può dire che i motivi lontani della crisi dell'animatore debbano essere ricercati:
– nella concezione stessa dell'animazione così come la spinta del '68 l'aveva generata;
– nel trasferimento improprio sul ruolo dell'animatore di motivazioni tipiche di altri ruoli (sindacali, politici, affettivi, ecc.);
– nel non corretto modo da parte degli educatori di valutare i risultati dell'animazione;
– nella giovane età di molti animatori; nella impreparazione e nella mancanza di una seria programmazione educativa;
– nella crisi sociale e politica della nostra epoca che investe strutture e valori spingendo verso la regressione, verso il cadavere, che si pretende vivo, della restaurazione.

COME USCIRE DALLA CRISI

Per prima cosa mi sento di affermare con forza che non è in crisi l'animazione ed il ruolo dell'animatore correttamente intesi ma una certa pratica dell'animazione e del ruolo dell'animatore. E questo al di là di tutto può essere positivo perché può consentire ai gruppi ecclesiali di rifondare la loro azione educativa, il loro modo di fare animazione rendendola più adeguata ai propri bisogni ed al bene «assoluto» degli educandi. Per questo motivo mi sento di proporre una via di soluzione della crisi motivazionale dell'animazione, e quindi degli animatori, attraverso la sua definitiva trasformazione in una funzione di pura educazione e la «professionalizzazione» del ruolo dell'animatore.
È la scoperta dell'acqua calda? Può darsi; però, allora, all'analisi dei fatti risulta che l'acqua calda è conosciuta da pochi gruppi ecclesiali.

Caricare l'animazione di una funzione prevalentemente educativa

Trasformare l'animazione in un puro ruolo educativo non vuol dire assolutamente credere nella neutralità dell'animazione ma viceversa in una sua parzialità ad un giusto livello.
Cosa significa questo? Significa dire che non deve essere compito dell'animazione il trasformare la distribuzione del potere nella società ma il fare in modo che essa sia disvelata nella maggior evidenza possibile alla coscienza dei giovani. L'animazione non deve poi criticare alcune ideologie per conto di una ideologia, ma fornire strumenti di critica a tutte le ideologie in modo che siano i giovani nella loro autonomia a compiere una scelta il più possibile riflessa e stabile.
È questo comunque che io intendo per non-neutralità al giusto livello. L'animazione, va ribadito, non è azione politica sulla realtà ma al massimo azione sull'azione politica nella realtà: metapolitica. La sua parzialità non sta nella scelta di un modello di potere, di società e di cultura ma nell'assunzione di un modello di uomo che, profondamente influenzato dalla visione cristiana, si pone in modo critico di fronte ad ogni potere, ad ogni ideologia, ad ogni conformismo pur non rifiutando l'ineluttabilità attuale del potere nella storia e la necessità di identificazione in particolari modelli politici ed ideologici. Questa seconda parte non appartiene però all'animazione ma ne è la provvisoria conclusione. Provvisoria perché l'animazione deve dare la coscienza della relatività e della incompletezza di ogni soluzione umana ai problemi umani, e quindi porre gli individui nella condizione di essere in grado di abbandonare una certa visione del mondo od una determinata posizione pratica quando questa si rivela inefficace, contraddittoria o superata dalla storia.
A questo livello del «politico» si può a mio avviso realizzare una coniugazione non strumentale della promozione umana, della liberazione con l'evangelizzazione.
Scelta dell'animazione come puro atto di educazione in una visione aggiornata dei processi educativi vuol anche dire che essa deve rivolgersi non solo alla dimensione politica e sociale dell'individuo ma anche a quelle che appartengono alla sfera del personale.
Personale e politico, privato e pubblico, razionale e irrazionale, intellettuale ed affettivo sono i continui su cui si deve sviluppare oggi una educazione attraverso l'animazione che voglia essere adeguata ai tempi ed alle responsabilità che le sono affidate. L'acquisizione della coscienza, che l'animazione deve e può svolgersi a questo livello di globalità è, naturalmente nel momento della realizzazione concreta, un altro dei fattori che può far uscire l'animazione, e gli animatori, dalla crisi odierna dando ad essa una dimensione non angusta e aperta alla speranza, al di là delle contingenze storiche della situazione sociale e politica.

Professionalizzare l'animazione: la competenza

Questo tipo di animazione richiede però una professionalizzazione adeguata degli animatori. Professionalizzazione che deve essere intesa nel senso che essi devono possedere una adeguata preparazione professionale, anche se svolgono il ruolo dell'animatore a livello di volontariato.
La proposta che può essere fatta a dei giovani che si ritiene possano divenire buoni animatori diviene allora: «Tu hai le qualità di base per divenire un buon animatore; noi ti offriamo la possibilità di prepararti teoricamente e praticamente per tale ruolo. Ti offriamo la possibilità concreta di dare una nuova qualità alla tua esistenza, al tuo servizio agli altri».
Naturalmente perché questo possa realizzarsi è necessario che esistano strutture di formazione per animatori ecclesiali o non. Mi risulta che ne esistano già parecchie in varie parti d'Italia e che alcune addirittura usufruiscano di contributi pubblici regionali. Si tratta comunque di affrontare seriamente il discorso della formazione degli animatori (ed i tempi sono maturi per questa operazione) per arrivare anche ad una omogeneità dei percorsi formativi che la realizzano.
Solo un salto di qualità può consentire il superamento positivo della crisi odierna del fare animazione.

Come conclusione

La definizione più corretta dell'animazione e la formazione degli animatori sono le due strade maestre di superamento della disillusione dell'animazione. Questo non per negare il '68 ma per dare ad esso uno sbocco che ne rispetti in modo non conservatore i valori che ha generato e che hanno dato il via al rinnovamento educativo anche nella Chiesa.
La crisi di un modello educativo è sempre dovuta alla sua incapacità di cogliere, analizzare e plasmare la realtà; è sempre dovuta cioè alla sua inadeguatezza ideale e pratica. Correggere la sua inadeguatezza vuol dire fargli superare la crisi che lo travaglia.