Diventare proposta

Inserito in NPG annata 1979.

 


Giovanni Villata

(NPG 1979-02-23)


DOVE NATO IL GRUPPO

Se si volesse tentare di dire in «due» parole la storia di questi anni la si potrebbe sintetizzare così: «diventare proposta».
Il nostro cammino è iniziato nell'ottobre '75 in una zona a nord-ovest di Torino chiamata «Barriera di Milano».
Vecchie case insieme all'esplosione di nuove costruzioni. Strade zeppe di bambini alla ricerca di uno spazio per giocare. Doppi o tripli turni nelle scuole elementari e medie mentre i ragazzi che frequentano le superiori si debbono spostare, per la maggior parte, verso il centro della città.
I bar sono il luogo di aggregazione per gran parte dei giovani.
A voler leggere questa realtà più profondamente si dovrebbe sottolineare tra i problemi che oggi tormentano Torino o le città industriali in genere, la presenza di un forte tasso di immigrazione insieme ad un discreto numero di famiglie piccolo-borghesi che occupano per lo più le nuove costruzioni.
Mentalità quindi diverse quotidianamente a confronto; culture a volte in contrasto, ambiente insomma eterogeneo ma vivo e stimolante. Qui è situata la Parrocchia della Speranza, il luogo in cui da dieci anni circa esiste la comunità giovanile di cui noi facciamo parte (1).
Tre anni fa ad alcuni di noi fu chiesto di occuparci più particolarmente dei ragazzi e ragazze della nostra età.
Ecco l'idea del «gruppo 3»: un gruppo tutto da inventare per la «terza generazione» di adolescenti della zona.
Non siamo partiti da soli. Il sacerdote, un coordinatore laico del gruppo senior ed alcuni giovani del gruppo junior intenzionati a svolgere un servizio di animazione sono con noi fin dall'inizio.

LE NOSTRE SCELTE

Per poter fare un lavoro occorre sapere almeno a grandi linee la strada da percorrere, bisogna «elaborare un progetto». Nessuno di noi l'aveva in tasca, bell'e pronto per l'uso.
Le affermazioni che esporremo più sotto sono il frutto di un esame critico dell'esperienza dei senior e degli junior, unito ai tentativi ed ai ripensamenti di questi nostri anni di vita.
Potremmo riassumere così:
– Crediamo che per fare un annuncio cristiano ai giovani della nostra età sia necessario andare prima ad incontrarli là dove essi quotidianamente vivono: in famiglia, a scuola, sul lavoro ecc... e parlare con loro in modo da diventare amici. Non basta distribuire volantini o proporre generici inviti. Conoscere gli amici «in situazione», condividerne le gioie ed i dolori, disposti a fare un «pezzo di strada» insieme pagando se necessario di persona.
– Costruire assieme quello che noi chiamiamo un «progetto di vita». Molte sono le proposte che quotidianamente ci bombardano. È importante saper scegliere specialmente nel nostro mondo e nella nostra realtà di adolescenti così incerta e ambigua, facile ad essere strumentalizzata nei modi più disparati dalla società. Trovare Dio all'interno di questi messaggi è difficile. Nonostante tutto siamo convinti che in ogni uomo esiste un po' di verità e che ogni generazione è ricca di doni diversi.
– Da soli non si fa nulla: è necessario «cercare insieme», «costruire insieme». Noi crediamo che questo sia possibile vivendo in gruppo una esperienza di comunità, dove ciascuno possa essere se stesso e nello stesso tempo aprirsi agli altri. Non si tratta di costruire un «paradiso artificiale», «un'isola felice» in cui ti vieni a riposare ormai stanco e disilluso della vita, ma un ambiente in cui nella sincerità e nello sforzo di coerenza all'ideale ci si costruisca uomini maturi e cristiani veri. È qui che si incomincia a comprendere e a vivere «l'essere chiesa» cioè fratelli (non solo amici) che insieme si impegnano nella fedeltà al Cristo ad essere testimoni del suo messaggio nella storia.
– La Parola di Dio, i Sacramenti, la preghiera, l'Eucaristia non devono più essere gesti incomprensibili, momenti da sempre frequentati perché appartenenti a famiglie tradizionalmente cristiane ma vera esperienza di incontro con Cristo nella Chiesa. Di qui possiamo attingere forza per rinnovare con tenacia e speranza la nostra fedeltà e costruire una società più giusta, più a misura d'uomo.

UN PO' DI STORIA

La vogliamo raccontare di anno in anno, descrivendone gli entusiasmi, i momenti meno felici, i progetti realizzati, quelli sognati, le delusioni e le gioie che insieme abbiamo condiviso nel tentativo di diventare «proposta».

ANNO 1975-76 - GLI INIZI
Sembra la scoperta del secolo, ma per fare qualcosa non bastano le idee, ci vogliono le persone.
Di adolescenti dai tredici ai diciassette anni nella nostra barriera ce ne sono molti.
Ciascuno di noi aveva il suo «giro»: vecchi compagni delle elementari ora un po' persi di vista, amici di scuola, giovani conosciuti nei luoghi più diversi..., siamo andati a ripescarli tutti. In più spulciando negli elenchi dei catechismi di anni passati, siamo riusciti ad avere molti nominativi di ragazzi e ragazze ormai lontani dall'ambiente parrocchiale.
Passare di casa in casa, suonare il campanello tentando di riprendere un dialogo interrotto, chiedere loro se volevano venire qualche volta con noi per conoscerci di più, passare qualche momento insieme, ritrovarsi tra amici e scoprirne dei nuovi, è stato per due mesi circa, ottobre-dicembre '75, il nostro primo impegno. Avevamo una meta ben precisa da raggiungere: riuscire a convincere il maggior numero di coetanei a passare con noi in montagna qualche giorno nel periodo di capodanno. Qualcuno aderiva ed allora subito lo si faceva conoscere agli altri e veniva così coinvolto in prima persona nell'attività di ricerca.
Nel frattempo ogni tanto ci si trovava per programmare qualche gita o per scambiarci le impressioni su problemi vari o fatti capitati in famiglia o a scuola con l'intento di cominciare a conoscerci più profondamente, sapere cosa si pensava, che intenzioni si avevano circa la possibilità di passare insieme alcuni giorni di vacanza ed eventualmente, in seguito, formare un gruppo più organizzato. Ad ostacolarci maggiormente con la loro indifferenza e varie paure in questo tentativo di contattare nuovi coetanei furono i loro genitori.
Il ritornello era pressoché uguale: «... mio figlio (figlia) deve studiare e non ha tempo da perdere in queste cose... ha già i suoi amici... siete un po' illusi voi giovani, andate per i fatti vostri». «Lasciare andare la mia ragazza con voi!?! anche se ci sono i preti, io non mi fido. Ciò che deve sapere glielo dirò io, al momento opportuno».
Per noi, carichi di entusiasmo, la cosa suonava un po' come una doccia fredda. Ci pareva così importante la proposta che non riuscivamo a capire come mai altri potessero pensare diversamente. Risultato: una trentina fra ragazzi e ragazze. Con loro iniziammo una favolosa «raccolta di carta». I soldi che avremmo guadagnato dovevano servire per coprire in parte le vacanze di capodanno a Cesana Torinese.

CESANA '76 - NASCE IL GRUPPO
Cesana, per noi della Parrocchia della Speranza, non è solo un paesino di montagna nell'alta Val di Susa, ma rappresenta qualcosa di più. Lì infatti sono nati gli altri due gruppi giovanili della comunità, lì la nostra volontà di «diventare proposta» ha iniziato a caratterizzarsi di più ed a muovere i primi passi. Insieme a cinque animatori (ragazzi e ragazze del gruppo junior) ed a Roberto (del gruppo senior) nostro coordinatore e ad un sacerdote, non solo ci siamo abbondantemente divertiti, trascorrendo splendidi pomeriggi sulla neve, ma al mattino e la sera dopo cena, tra un canto e l'altro ci trovavamo e si parlava di noi; si discuteva sul modo concreto di portare avanti questa amicizia appena iniziata, di renderla più vera, più affascinante; di aprirla agli altri. Il sacerdote che era sempre con noi, ci stimolava a riflettere sulla serietà e sulla responsabilità che devono contraddistinguere le scelte di chi vuol vivere per sé e con altri una proposta che dia senso alla vita.
Eravamo circa una ventina, gli altri rimasero a Torino. Decidemmo di fare un documento. Il primo tentativo di ricerca di idee più chiare e di realizzazioni concrete. La carta di fondazione del gruppo. Eccola.
«Dopo i giorni di vita comunitaria, trascorsi a Cesana, vogliamo proporre a tutti di continuare anche a Torino, l'esperienza di amicizia incominciata in questi giorni di vacanza in montagna. Questo vuol dire:
– conoscerci, sforzandoci di parlare, anche se abbiamo paura di scoprirci. Essere sinceri e leali, mantenendo la parola data, per far crescere la fiducia reciproca;
– essere se stessi, togliere la maschera d'occasione e non giudicare nessuno;
– evitare l'intimismo. Non chiudersi nell'amicizia fra i componenti il gruppo, ma aprirsi agli altri senza preconcetti e con molta disponibilità;
– cercare di stabilire fra ragazzi e ragazze un rapporto sereno. Non si viene al gruppo per farsi il ragazzo o la ragazza e neppure per impiegare il tempo libero in qualche maniera o per divertirsi;
– tradurre in concreto le scelte fatte, senza paura del giudizio altrui, lottando contro un facile conformismo, nel rispetto delle diverse opinioni;
– sentire il gruppo come una realtà «nostra», partecipando ad ogni iniziativa con responsabilità (puntualità agli incontri, creatività nelle discussioni e nella realizzazione dei programmi, non mascherare il disimpegno con il silenzio...).
Sappiamo che non sarà né facile né semplice realizzare tutto ciò. Costerà fatica, pazienza, rinunce e molta buona volontà. Vogliamo tuttavia tentare per diventare amici».
Eccoci di nuovo a Torino. Gli amici che non erano stati con noi, ci accolsero con gioia e con comprensibile invidia per non aver potuto partecipare alle vacanze. Raccontammo le avventure di Cesana e naturalmente si discusse sul «documento». Insieme decidemmo di:
– Dividerci in tre piccoli gruppi composti, ciascuno, da dieci, dodici persone. Avremmo così potuto conoscerci meglio e approfondire con più partecipazione le tematiche in discussione.
– Incontrarci due volte la settimana: il sabato pomeriggio per fare un po' di scuola di canto, preparare gli incontri della domenica, studiare il modo di continuare a contattare altri coetanei, pulire le salette delle riunioni, raccogliere materiale vario per poterci documentare meglio su fatti ed avvenimenti quotidiani; la domenica mattina per riprendere una serie di tematiche come l'adolescenza, l'amicizia, i problemi che ci circondano. Cercavamo noi il materiale di lavoro e poi, insieme, si mettevano a confronto le opinioni cercando di scavare all'interno di noi stessi dicendo con chiarezza le tensioni che di volta in volta inevitabilmente affioravano.
– Fare una giornata di ritiro ogni due mesi. Un avvenimento importante. Guidati dal sacerdote o dal coordinatore, si «faceva il punto» sull'andamento de] gruppo in generale, si studiavano nuove strategie e si iniziava a riflettere su problemi tipicamente religiosi.
Due fatti da registrare come importanti nella storia di questo primo anno. primo, l'aumento degli aderenti al gruppo. Nella primavera del '76 eravamo circa una sessantina fra simpatizzanti e frequentanti attivamente. La maggioranza era composta da ragazze (2); secondo, l'inserimento di tre giovani handicappati psichici (due ragazze ed un ragazzo). Cercammo subito di evitare nei loro confronti atteggiamenti sentimentali, assistenziali o pietisti. Come tutti noi secondo le loro possibilità, si proponeva di vivere interamente la proposta che si andava maturando.
Di una di quelle ragazze, Daniela, è rimasto nel cuore un ricordo profondo e incancellabile.

CASTELDELFINO - ESTATE '76 - UNA SETTIMANA PER «CRESCERE»
Dalla val di Susa alla val Varaita, in provincia di Cuneo.
Dopo un po' di battaglia con i genitori, partiamo in una trentina. Vi sono diverse persone nuove. Per poter camminare insieme è dunque necessario riprendere antichi discorsi sull'amicizia, sull'adolescenza e fermarci su un problema che sembra esigere una particolare attenzione.
«Che rapporto maturare fra ragazzi e ragazze della nostra età, per poter fare un'esperienza veramente liberante di vita insieme?» (3).
Non possiamo tracciare in dettaglio il programma svolto. La giornata veniva strutturata secondo le esigenze del momento e insieme.
Partendo, come riferimento base, dal documento di Cesana riscopriamo la necessità di «essere più chiari nei rapporti fra di noi» e l'esigenza di dichiarare lotta aperta ai gruppetti «chiusi», i quali avevano solo il pregio di provocare pettegolezzi e emarginazione. Sembrava poi ancora necessario scuoterci da una certa stanchezza che aveva caratterizzato la vita degli ultimi mesi a Torino per riprendere con grinta e creatività.
Dopo approfondite e vivaci discussioni, scoprimmo che era importante vivere il rapporto ragazzi-ragazze senza farne «il problema», ma cercando di inserirlo nella più ampia ed importante problematica della costruzione di una persona matura, cioè di uno che voglia farsi un progetto di vita serio, che coinvolga tutta la propria persona in un atteggiamento di dono e in una visione di dialogo. «Questo quotidiano lavoro di rimessa a fuoco dell'ideale – concludemmo – con notevole sforzo personale e nel confronto con la comunità, ci fa maturare nella sessualità e ci rende disponibili al progetto che Dio ha su di noi» (Documento di Casteldelfino).
Non possiamo tralasciare di dire un'altra esperienza positiva di queste vacanze: per la prima volta ogni sera si celebrava l'Eucaristia e durante il giorno ci si trovava a piccoli gruppi per pregare insieme meditando il Vangelo. La partecipazione alla Messa non era obbligatoria, tuttavia ci si trovava in molti attorno all'altare e si notava una viva presa di coscienza del valore di gesti fino ad ora fatti meccanicamente e distrattamente.
Qualcuno poi, proprio a Casteldelfino, ha ripreso la pratica del Sacramento della Penitenza.

ANNI 1976-78 - PIÙ RESPONSABILI PER SERVIRE MEGLIO

Gli animatori

Sono loro i primi a tentare di qualificarsi per lavorare meglio. Hanno scoperto che il loro non è un «mestiere» facile e, per tutto il mese di settembre hanno lavorato a ritmo serrato con un fitto calendario di incontri di studio.
All'ordine del giorno i seguenti argomenti: psicologia dell'adolescenza e l'adolescente nella società d'oggi; la dinamica di gruppo cioè quali sono i fenomeni che si verificano nei gruppi; l'approfondimento delle motivazioni cristiane alla base dello specifico impegno di animazione cristiana (4).
Siccome non si può animare una realtà se prima non la si vive, anche loro hanno deciso di trovare momenti per «fare comunità»: confrontarsi con la Parola di Dio soprattutto nella Revisione di vita quindicinale, partecipare alla preghiera quotidiana, oltre ad incontrarsi per approfondire le tematiche di settembre. L'impegno degli animatori si delinea in due direzioni: prima, vivere personalmente e tra di loro la proposta cristiana; seconda, crescere con noi, nel dialogo, come amici più adulti con cui percorrere la stessa strada (5).
Ne presentiamo alcune:
– ogni anno almeno due o tre di loro lasciavano l'impegno o se ne andavano dal gruppo. I rimasti erano piuttosto in difficoltà perché, da un lato, un amico che se ne va lascia sempre un vuoto e dall'altro c'era il problema di rispondere ai legittimi interrogativi degli adolescenti disorientati sul fatto;
– il non essere riusciti a costruire una comunità fra animatori;
– una certa mancanza di resistenza al lavoro e la ricerca di risultati immediati e visibili: in questo servizio questo tipo di risultato è scarso;
– il lasciarsi coinvolgere affettivamente tra ragazzi e ragazze e diventare oggetto di pettegolezzi piuttosto che punto di riferimento e di dialogo;
– l'aver percepito il compito dell'animatore più come un dovere da svolgere che una chiamata a cui rispondere finendo di instaurare un rapporto con i ragazzi puramente tecnico o a livello di osservatore staccato, quindi senza senso di responsabilità e creatività;
– la non socializzazione aperta dei problemi personali specialmente affettivi. Si è così fatta una fatica enorme nell'andare avanti. Le cause? Ne abbiamo più volte parlato insieme. Siamo più o meno giunti a questa conclusione: molto probabilmente c'è stata una scarsa e non continua preparazione specifica, oltre ad una presenza troppo saltuaria del sacerdote. In più da parte di qualcuno la paura di diventare «pedina» in un sistema di cui non si capiva bene la natura.
Ancora, da ultimo, la mancanza di interiorizzazione dei motivi cristiani del servizio. Probabilmente ne hanno percepito di più la dimensione umana ed affettiva che quella vera e più completa di testimoni di un messaggio.
Per precisare è bene aggiungere che:
– nessuno è stato obbligato a fare l'animatore,
– non tutti gli animatori hanno vissuto la loro esperienza in questi termini. Alcuni si sono veramente impegnati a superare difficoltà realmente esistenti. Tuttora svolgono questo servizio e ne sono contenti.
Diventa però difficile far maturare un gruppo quando gli animatori si trovano in queste condizioni.

Il gruppo

L'assemblea generale d'ottobre segna l'inizio dell'attività. L'intento è di rendere più funzionale la struttura ma in modo particolare di qualificare i momenti di discussione e di servizio.
– I momenti di discussione. Sempre la domenica mattina, come l'anno precedente, ci si incontra a piccoli gruppi per parlare dei nostri problemi, verificare
l'impegno nella pratica quotidiana e accostarsi con più profondità alla Parola di Dio. Sono momenti che reputiamo ancora necessari per socializzare le scelte fatte e avviare, sebbene con discrezione, una certa correzione fraterna.
– I momenti di servizio. Tre sottogruppi di lavoro.

Sottogruppo catechesi
L'obiettivo è di fare la catechesi ai bambini della terza elementare che nell'anno riceveranno per la prima volta l'Eucaristia.
È in forza del Battesimo che ciascuno contribuisce con la comunità ad educare alla fede e ad educarsi alla fede. Pensiamo difatti che «fare il catechismo» non sia solo annunciare aride verità da imparare a memoria ma sia invece fare con i bambini e con tutta la chiesa, un cammino di crescita nella adesione a Cristo, da vivere in ogni particolare situazione.
Ci siamo preparati con lo studio di alcune tematiche bibliche seguendo le linee del Catechismo dei fanciulli «Io sono con Voi», cercando di scoprire insieme le caratteristiche principali della psicologia del bambino e le esigenze pedagogiche connesse con la presentazione del messaggio cristiano.
Ogni «lezione» veniva preparata insieme a tutti i catechisti e poi ciascuno di noi l'adattava alla propria situazione. Una esperienza interessante perché offriva la possibilità non solo di sentirsi utili, ma anche di stabilire rapporti con i genitori. Scoprimmo così situazioni veramente difficili. Matrimoni sballati, sofferenze nascoste dietro un sorriso d'occasione, gente che viveva da anni in una camera in case malsane, bambini cagionevoli di salute o molto aggressivi, causa di tutto ciò l'estrema povertà e la mancanza di serenità delle famiglie.
Quando si percepivano situazioni del genere si cercava di intervenire noi per quanto ci era possibile. Il più delle volte ne parlavamo con i componenti del gruppo famiglie della parrocchia, con i giovani che si interessavano di situazioni di povertà ed emarginazione, con i componenti del comitato di quartiere cercando di sollecitare l'intervento.

Sottogruppo Terzo Mondo
L'idea di costituire questo gruppo di lavoro è sorta da un incontro con Silvana, una missionaria laica che è impegnata tutt'oggi in Kenya.
L'ascoltammo raccontare le situazioni di miseria e di sottosviluppo di alcune tribù Keniote, al di là di questi fatti, ci accorgemmo della necessità che il nostro gruppo si aprisse ai problemi più ampi del Terzo Mondo.
Il lavoro da fare si prospettava dunque in due direzioni: da un lato informarsi e dall'altro scegliere un'attività concreta.
L'informazione ci occupò nella ricerca e nello studio di libri, riviste e nel tenere contatti epistolari con Silvana e con alcuni missionari, di cui lei ci descrisse la situazione e ci fornì l'indirizzo.
Venivamo così a conoscenza di avvenimenti particolari, la cui scoperta rendevamo nota a tutta la gente della parrocchia, tramite cartelloni ed interventi in Chiesa prima dell'omelia, in modo particolare in occasione della Quaresima. Preparammo inoltre un «banco di vendita»: saponette, poster, cassette per registratori ed una fitta serie di mercanzie varie, costruite da noi o rintracciate da ogni parte, ci permisero di raccogliere fondi per la costruzione di una baracca in legno da assegnare ad una famiglia della tribù dei Gabra.

Sottogruppo informazioni-ricerche
È stato il gruppo che ha raccolto il maggior numero di partecipanti.
Si è lavorato per sensibilizzarci e sensibilizzare il maggior numero possibile di persone ai vari problemi di attualità. Scuola, giovani, droga, il problema degli handicappati... ecco alcuni tra gli argomenti presi in considerazione. In particolare abbiamo affrontato il problema droga stimolati più da vicino da situazioni esistenti nella scuola.
Ci siamo messi in contatto con il «Gruppo Abele», una comunità nata a Torino, proprio per cercare di affrontare i problemi dell'emarginazione ed in particolare aiutare i giovani ad «uscire dal giro».
Nostra intenzione sarebbe stata quella di tradurre in «recital» questa ricerca. Non siamo riusciti per varie ragioni, allora l'abbondante materiale raccolto è stato radunato in un fascicolo ciclostilato da diffondere fra gli amici e conoscenti, ma specialmente all'interno del mondo giovanile.

Altri momenti importanti della vita di gruppo

La preghiera comunitaria
Al sabato, dopo i lavori di gruppo ci si trova tutti insieme per riflettere sulla Parola di Dio della domenica seguente e fare un po' di revisione di vita. E una preparazione all'Eucaristia e nello stesso tempo un avvicinarsi al Vangelo soprattutto. Per facilitare la partecipazione si è modificata più volte la struttura. È stata un'esperienza irta di difficoltà.
Ci siamo accorti che pregare mettendosi in un atteggiamento di ascolto non era facile, sarebbe stato più comodo recitare formule. Ci sembrava difficile legare la preghiera alla vita di tutti i giorni, per cui facilmente, al momento della messa in comune delle riflessioni, c'erano lunghi e pesanti silenzi.
Si impara a pregare, pregando, ci ripeteva il nostro «don».
Continuammo nonostante tutto, sforzandoci di trovare ciascuno qualche momento nella giornata per riflettere, fare silenzio personale, il contributo che si poteva dare al sabato sarebbe stato più vivo e profondo.

L'Eucaristia domenicale
Ci eravamo assunti il compito di animare la Messa delle ore 11. Era una celebrazione eucaristica in cui affluivano molti giovani. Per noi costituiva oltreché il momento centrale del nostro incontro con il Cristo assieme alla comunità, anche una occasione, tramite le intenzioni di preghiera, i canti, ma in particolare modo gli interventi prima dell'omelia di denuncia di fatti o situazioni di povertà, di ingiustizia verificatisi nella nostra barriera. Scopo di tutto ciò perché la messa non «finisca» in chiesa ma continui nella vita.

L'Assemblea
Eravamo ancora aumentati di numero. Il dividerci a piccoli gruppi, nei momenti di discussione ed in quelli di lavoro, poteva far dimenticare l'insieme della comunità.
Ecco l'esigenza di un po' di tempo per ritrovarci tutti a verificare la vita del gruppo, cercare di chiarire eventuali tensioni latenti discutendone insieme, comunicarci riuscite e fallimenti di iniziative, riprogrammare, studiare nuove strategie.

Il ritiro
Quest'anno si è cercato di accentuare le tematiche religiose. Ogni due mesi una intera giornata dedicata alla meditazione e alla preghiera. Tema: «conoscere Cristo per poterlo seguire».
La giornata normalmente si svolgeva così: al mattino la celebrazione dell'Eucaristia e l'esposizione dell'argomento, poi una mezz'ora di silenzio, in cui ciascuno di noi si impegnava ad approfondire personalmente il contenuto proposto, ed a tentare di inserirlo nella propria vita.
Il pomeriggio, dopo un po' di relax, ci si ritrovava per mettere insieme il frutto del lavoro personale e discutere in assemblea dubbi o proposte varie.

Le vacanze insieme
Momento forte di ricerca, di rilancio del gruppo e di rinnovo delle motivazioni. A Peveragno, vicino a Cuneo per il capodanno. Si è sentita la necessità di riflettere più a fondo sull'Eucaristia (il senso della Messa e le conseguenze per la vita) e sulla preghiera (come Gesù intende la preghiera – preghiera e vita quotidiana – perché e come pregare insieme...).
Sono stati giorni sereni in cui alle discussioni si è preferito un clima di silenzio e di ascolto.
A Casteldelfino, nel luglio del '76. Serpeggiava in tutto il gruppo l'esigenza di scavare più profondamente all'interno del discorso della fede: «Dio, a che serve? Quali i confini fra fede, religione, religiosità e magia? La fede e la scienza, due realtà senza incontro? Morte e sofferenza, perché? Cosa c'entra Dio nella vita di tutti i giorni?».
Questi a grandi linee gli interrogativi cui si è cercato di dare risposta in modo serio e convincente.
Tra catechesi, momenti di preghiera, discussioni vivaci, lunghe gite sui monti, splendide serate intorno al falò, i giorni sono passati rapidamente e la gioia di una settimana insieme si è presto tradotta nell'impegno di far maturare in senso più decisamente cristiano il gruppo.
Così per l'anno '77-'78 si è elaborato questo programma:
a. Caratterizzare in modo più marcato la riflessione e la pratica di fede riscoperta a Casteldelfino, tramite il confronto con persone riuscite dal punto di vista cristiano e l'allenamento a giudicare i fatti alla luce della parola di Dio. Inoltre, per maggior chiarezza di idee, si è programmato un corso di «teologia di base» in cui prendere coscienza delle verità della fede in modo sistematico e adatto alle nostre esigenze di giovani oggi.
b. Far diventare particolarmente forti i momenti dell'Eucaristia, della preghiera comunitaria, le revisioni di vita, per verificare l'identità cristiana.
c. Inserire in gruppo, previa consultazione con genitori, con educatori specializzati, altri giovani handicappati stimolandoli a partecipare interamente alla vita del gruppo.
d. Tradurre in servizio i momenti di lavoro nei seguenti sottogruppi:
• catechesi della prima comunione. Migliorare la preparazione dei catechisti ed approfondire il contatto con i genitori;
• terzo mondo. Approfondire più seriamente alcune situazioni del terzo mondo e comunicarne i risultati ad altri giovani del quartiere;
• animazione sportiva. Un tentativo di fare incontrare ragazzi e ragazze che trascorrono normalmente il tempo libero in mezzo alla strada per giocare insieme, praticare lo sport in un ambiente serio e qualificato senza voler «produrre dei campioni» ma instaurare un clima di amicizia e di fiducia tra persone. È nata la società sportiva «Ghandi '77»: un primo tentativo di inserirsi con una proposta originale in un più vasto «progetto giovani» che l'Amministrazione Comunale sta approntando per il quartiere.
Come appare evidente dalla seppur breve descrizione, qualche cosa nella struttura si è modificata nei confronti dell'anno scorso. Non c'è più la divisione in sottogruppi di discussione e di servizio, ma all'interno di ogni sottogruppo di servizio si sarebbero dovuti trovare alcuni momenti per la revisione di vita e la preghiera.
È pure scomparso il sottogruppo di lavoro «informazioni e ricerche». Se ne è decisa la soppressione perché non si riusciva a trovare sbocchi concreti. Rimangono invece tutti gli altri momenti caratterizzanti la vita del gruppo l'anno precedente.
Non ci pare di dover aggiungere altro, se non la constazione che alla fine del '78 c'era un clima di stanchezza.

I genitori

Sono stati veramente in pochi a capire il perché di un gruppo. Si è tentato più volte di coinvolgerli direttamente. Ciascuno ne parlava nella propria famiglia; gli animatori, i coordinatori (6) ed il sacerdote si davano da fare in contatti personali ed in incontri riservati a loro.
I risultati non sono stati granché soddisfacenti.
Dopo un primo avvio abbastanza promettente la loro partecipazione è diminuita di intensità. Non sentivano più la necessità di intervenire ai momenti forti della vita del gruppo, «tanto – dicevano – c'è già chi si occupa di voi e noi possiamo demandare loro questo compito. L'importante è che venire al gruppo non vi distragga dagli impegni scolastici e non vi faccia perdere troppo tempo». Per molti giovani questo assenteismo dei genitori è stato un motivo in più per non proseguire il cammino intrapreso; per altri invece è diventato stimolo a cercare di uscire dalla solita mentalità individualista ed a contestare con un impegno aperto verso gli altri una vita tutta impegnata nel binomio casa-lavoro. Ci seguì invece in modo particolare la mamma di Daniela ed alcuni genitori, i cui figli, handicappati, si erano inseriti nel gruppo.

Daniela

L'abbiamo conosciuta nell'aprile del '76. È venuta con altre ragazze handicappate. L'abbiamo scoperta a Casteldelfino sempre nello stesso anno, in vacanza. Parlava poco, era attenta a tutto. Capimmo da qualche sua confidenza ma soprattutto da qualche frase del suo diario che voleva bene a tutti con profondità e con uno straordinario senso dell'amicizia.
Sapeva distinguere con precisione chi fra di noi si avvicinava a lei con cuore aperto oppure con atteggiamento di circostanza.
Ha partecipato nel sottogruppo Terzo Mondo contribuendo con dei piccoli lavori ma ancora più con la sua presenza serena ad allestire il banco di vendita. È morta, quasi improvvisamente, il 21 settembre del '77, aveva ventitré anni. Ci ha lasciati in punta di piedi con estrema delicatezza e semplicità, senza voler preoccupare i suoi amici, così come era vissuta.
Fummo in molti a capire cos'è veramente l'amicizia ed a pensare che Daniela era «entrata» in noi e tutt'ora «ci rimane dentro» come dono di Dio.

VERSO IL FUTURO: UNA FRATERNITA APERTA A TUTTI

QUALCOSA NON VA
Non solo noi del gruppo 3 sentivamo che qualcosa non funzionava più; anche gli altri amici più adulti, i senior e gli junior desideravano rivedere il tutto. L'avvio venne da un'analisi sulla situazione dell'intera comunità giovanile. Si notavano in particolare:
– una dispersione di forze: troppi impegni in molte direzioni per cui le persone rimanevano oberate di lavoro ed i servizi risultavano poco qualificati;
– la necessità di non continuare più ad essere tre comunità con vita indipendente ma l'esigenza di maggiore unità;
– il cambiamento dello stato sociale di buona parte degli «anziani» del gruppo. Il matrimonio per alcuni e l'inizio del lavoro per altri, limitavano il tempo disponibile;
– la progressiva perdita di mordente su alcuni valori di fondo come la fede, il senso della chiesa, la preghiera...;
– le interminabili discussioni polemiche e dure in cui, più che il desiderio di crescere si notava la voglia di far prevalere il proprio punto di vista. Cercammo un esperto di gruppi giovanili per operare un confronto. Dopo aver appreso quali avrebbero dovuto essere le caratteristiche di una comunità cristiana che intenda celebrare la salvezza impegnandosi all'interno della storia, ciascun gruppo della comunità aprì il dibattito.
Noi ne parlammo a Casteldelfino nel luglio scorso.

RIDIVENTARE PROPOSTA
Alcune domande stimolarono il nostro ripensamento. Nel foglio distribuitoci in montagna, ci si chiedeva di «fare il punto» sulla situazione ricercando in due direzioni:
– un bilancio sul come ciascuno di noi in particolare e poi in gruppo aveva interiorizzato i valori scoperti in questi anni; quali erano state le difficoltà per un impegno cristiano nella scuola, negli ambienti di lavoro, in famiglia... e poi discuterne insieme;
– ripensare il gruppo per renderlo «una fraternità a servizio».
Ne scaturirono alcune esigenze:
– trovare dei momenti in cui rinnovare e celebrare la fede, speranza e carità vissute nel quotidiano e nei diversi servizi che si sarebbero scelti;
– rivedere la direzione ed il funzionamento dei servizi;
– non chiuderci all'interno, come si stava facendo ma aprirsi soprattutto tramite un deciso inserimento nella realtà giovanile del quartiere;
– operare un progressivo ma maggiore interscambio fra i tre gruppi giovanili specialmente a livello di momenti di celebrazione della fede in modo da poter, nello scambio reciproco, arricchirci di esperienze diverse.
A livello operativo a tutt'oggi ci siamo strutturati così:
– Momenti per celebrare la fede e fare un'esperienza ecclesiale, tramite la revisione di vita, la preghiera, l'Eucaristia di gruppo, la liturgia della penitenza... Ciascuno di noi ha scelto una piccola comunità. Se ne sono formate quattro coordinate da due o più animatori (7). Ognuna dovrà autogestirsi secondo le esigenze dei membri.
– Sottogruppi di servizio. Sono quattro:

Sottogruppo Terzo Mondo
Si è deciso di continuare a lavorare in un campo che già ci ha visti abbastanza attivi per due anni.
Quest'anno dovremmo cercare una «maggior concretezza» quindi:
– scegliere ambiti di lavoro più precisi, come ad esempio l'istruzione nel Terzo Mondo, il problema del sottosviluppo e della fame, il tipo di presenza della Chiesa...;
– continuare ad aiutare un missionario, P. Tablino che vive fra i Gabra in Kenya, tramite la ricerca di fondi. Un impegno proposto da questo sottogruppo a tutti i componenti la comunità;
– sensibilizzare l'opinione pubblica tramite mostre, cineforum, articoli sul giornale di gruppo «Costruire»;
– contattare altri gruppi o enti impegnati in questo campo per riuscire ad incontrare giovani del Terzo Mondo, attualmente a Torino.
Sottogruppo animazione sportiva
Continuare il lavoro della Ghandi '77, la nostra società sportiva. Ad un anno di vita si pensa di riproporre, seppure in modo diverso, il medesimo obiettivo «fare uno sport alternativo» in contrasto con uno sport di tipo agonistico e selettivo
Non si vuole produrre campioni ma offrire a tutti, giovani o meno, a chi ha mezzi, ma preferibilmente a chi non ne ha di praticare lo sport usufruendo degli impianti esistenti e di animatori (8) preparati in un clima di amicizia.
Sono in programma corsi di pallavolo, calcio, ginnastica. Quest'anno si è iniziato con «l'ottobre sportivo». Una festa proposta a tutto il quartiere in cui si alterneranno momenti tipicamente sportivi come marce non competitive, giochi vari ed incontri con la gente.

Sottogruppo giornale
La nostra comunità giovanile ha dato vita negli anni scorsi a due giornali il «Campanaccio» e «Costruire»: un dialogo aperto fra giovani.
«Costruire» non solo rimane il titolo della testata ma ne esprime anche lo stile. In redazione, particolarmente impegnati saranno i membri di questo sottogruppo, ma ciascun componente dell'intera comunità giovanile potrà dare il proprio contributo.
Vi appariranno articoli in cui si cercherà di mettere a fuoco la scelta cristiana, i risultati e le varie iniziative dei sottogrupi di lavoro, il contributo dei lettori o di chi vorrà farne un mezzo di dialogo.
Tutta la comunità si è impegnata a coprire le notevoli spese di gestione.

Sottogruppo studio giovani
Riaffiora l'esigenza di comprendere e di intervenire nella complessa situazione in cui vivono i giovani del nostro quartiere. In un incontro con un sociologo si sono concordate le seguenti linee di azione:
– riflettere più globalmente sulla situazione sociale della «Barriera di Milano»;
– andare a cercare se esistono già altre ricerche e studiarle;
– avviare una indagine psicologica per avere un'idea generale sui problemi dei ragazzi fra i quattordici ed i diciotto anni;
– fare la scelta di un campo di ricerca (politico, familiare, tempo libero, droga...);
– portare a conoscenza i frutti della ricerca tramite mezzi da studiare.
Tutto questo lavoro si dovrà concretizzare nella scelta di un campo specifico di impegno attivo.
Se ad esempio il campo di ricerca fosse la droga, ci si dovrà poi dare da fare per mettersi in contatto con gruppi od organizzazioni che già vi lavorano per vagliare con loro le possibilità di intervento.
Mentre negli incontri di celebrazione della fede si rimane divisi dagli altri componenti la comunità giovanile, i gruppi di lavoro verranno gestiti in collaborazione con i componenti del gruppo junior. È un primo tentativo di unità. I ritiri e le vacanze rimangono per ora separate da quelle dei senior e degli junior. Insieme a loro parteciperemo alle assemblee generali e di verifica (ne sono state fissate tre, verso Natale, Pasqua e prima delle vacanze estive), alla Messa domenicale delle ore 11 ed alla preghiera quotidiana delle 18,45.
Abbiamo chiesto al Sacerdote di essere presente in mezzo a noi soprattutto negli incontri di celebrazione della fede. Riteniamo che in questi momenti la guida di chi nella Chiesa ha il particolare ministero di annunciare la Parola e di far crescere in Cristo la comunità sia determinante.


NOTE

(1) La comunità giovanile Speranza nel '75 è composta fondamentalmente da due gruppi: i senior, cioè i rimasti fra i giovani che circa dieci anni fa iniziarono la comunità (per maggiori informazioni cfr. Catechesi, agosto-settembre '70 fasc. B, L'esperienza di un gruppo di adolescenti in funzione catechistica e giugno-luglio '71 Catechesi giovanile attraverso il gruppo parrocchiale; NPG ottobre '72: Qualificarsi per servire, il difficile mestiere dell'animatore e ancora in NPG luglio-agosto-settembre '76, La crescita di fede nella vita di un gruppo) e gli junior, i giovani staccatisi dai senior nel '72 per portare avanti una nuova esperienza di gruppo.
Il gruppo 3 di cui descriviamo in queste pagine la storia ha avuto origine da una proposta fatta ad alcuni giovani staccati dagli junior. Fino al giugno del '78 la comunità è stata divisa in questi tre gruppi, ciascuno con vita indipendente.
Nella programmazione di quest'anno '78-79 si è cercato di porre rimedio all'inconveniente della divisione (cfr. l'ultima parte di questo articolo).
(2) Nel gruppo 3 il numero delle ragazze presenti è tutt'oggi di molto superiore a quello de ragazzi. Il fatto ha procurato e procura tutt'ora difficoltà. Fra le altre ne segnaliamo una quasi tutte le tensioni affettive delle adolescenti vengono proiettate sugli animatori maschi i quali non insensibili a queste situazioni, non sempre riescono ad uscirne senza farsi coinvolgere troppo affettivamente. Ciò provoca frustrazioni, pettegolezzi, abbassa il morale del gruppo e non favorisce l'equilibrio nei rapporti.
(3) Questo problema, nonostante le discussioni ed i vari incontri di chiarificazione è tutt'ora uno dei punti di difficoltà. In teoria si accetta l'impostazione di fondo descritta sopra. In pratica però, non c'è sufficiente chiarezza e serenità e si finisce di avere un doppio comportamento all'interno e fuori dal gruppo.
In particolare poi, questi giovani, diversamente dai precedenti socializzano poco sull'argomento. Pare preferiscano trovare una soluzione individuale o in ristrettissimo gruppo di amici che discuterne apertamente in gruppo o con persone più adulte. L difficile tentare una analisi della questione, troppi sono gli elementi in gioco.
Senza nessuna intenzione di evadere il problema si è deciso di affrontare l'argomento solo dietro richiesta e di tentarne un superamento insistendo su valori come «donazione disinteressata», «la vita come progetto di amore», «libertà e rispetto delle scelte altrui», «mentalità conformista e mentalità rinnovata» e presentando più profondamente la concezione di amore-carità che emerge dal Vangelo.
(4) Abbiamo usato i seguenti testi: R. Tonelli, La vita dei gruppi ecclesiali, LDC; alcuni articoli di Garelli su NPG riguardo alla condizione degli adolescenti oggi; E. Hell, Gli adolescenti: chi sono cosa vogliono, LDC; il Vangelo, per la ricerca delle caratteristiche dell'animatore come discepolo di Cristo.
(5) Con questo gruppo di animatori, tutti ragazzi e ragazze provenienti dall'esperienza degli junior ci si è trovati in notevole difficoltà (il fatto non si è verificato almeno in proporzioni così vaste con gli animatori dei senior e con quelli degli junior).
(6) I coordinatori. All'inizio c'era solo Roberto. L'anno successivo si pensò di affiancare una ragazza perché sembrava necessaria una presenza femminile. In seguito Roberto si sposa ed a coordinare il gruppo rimangono lui e sua moglie.
(7) Anche quest'anno qualche animatore ha smesso il suo servizio. Si è pensato di chieder< ad altri junior di sostituirli. Questi ultimi stanno tutt'ora frequentando un corso per animatori
(8) Proprio per non ricadere nel discorso della competitività si parla di animatori e non allenatori. Alcuni giovani del gruppo si sono specializzati in questo servizio seguendo i corsi del C.S.I.