Il gruppo: luogo privilegiato per lo sviluppo del preadolescente

Inserito in NPG annata 1979.

 


Sergio Pierbattisti

(NPG 1979-01-73)

 

L'articolo che segue è la conclusione di una serie di studi che nel loro complesso hanno risposto a istanze varie della pastorale preadolescenziale, e hanno saputo presentarci un quadro completo che informa l'educatore e lo aiuta per una maggior efficienza educativa.
Continuando su questa linea, ma in un piano più organico, si vorrebbe iniziare una serie di studi a livello teorico, ma con immediato riferimento alla vita concreta del ragazzo, che inglobi i vari momenti di interesse del mondo dei preadolescenti.
L'obiettivo che ci si propone è duplice:
– arrivare al ragazzo, tenendo conto della totalità della sua persona e del suo ambiente;
– stimolare un lavoro in comune tra ragazzi, genitori ed educatori che favorisca e sviluppi la comunità educativa, in funzione di una collaborazione più efficace.
Si vorrebbe partire dalla vita reale, tenendo presente il ragazzo completo, le esperienze che interessano il suo corpo, i suoi sentimenti e le sue emozioni, il mondo delle cose e delle persone, i rapporti con Dio.
Tutto ciò presuppone naturalmente una informazione almeno globale dei principi di psicologia e pedagogia religiosa che aiutano l'educatore nel suo compito.
Questo nostro proposito entra nel quadro tracciato nel progetto educativo globale di: «Ragazzo: uomo in costruzione», LDC (1977), che dovrebbe comprendere anche un sussidio di schede di prossima edizione e del sostegno di altri contributi del Centro.

Il gruppo luogo privilegiato...
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Prima riflessione: necessità e utilità del gruppo nel preadolescente
Necessità del gruppo in genere: bambini abbandonati totalmente sono cresciuti selvaggi. Utilità del gruppo come elemento di incidenza educativa. Si dimostra:
• In campo sperimentale
effetto autocinetico (Sherif)
effetto di una maggioranza contro uno (Asch).
• In campo psicologico
– con l'approssimarsi della preadolescenza, l'energia istintivo-affettiva del bambino tende a convogliarsi verso i coetanei (desatellizzazione)
– i gruppi rispondono a bisogni insoddisfatti dagli adulti ossia al bisogno di libertà, responsabilità, attività varie e interessanti
– in campo psicologico, come in quello biologico e in quello morale, la vita si sviluppa non chiudendosi egoisticamente, ma aprendosi agli altri e a Dio.

Seconda riflessione: il gruppo deve avere uno scopo
Finalità principale del gruppo: quella per cui è stato costituito.
Finalità secondaria: soddisfare il più gran numero possibile di bisogni dell'individuo (da ciò dipende la sua attrattiva). Deve soddisfare in modo speciale il bisogno
• di acquistare prestigio
• di essere responsabilizzato mediante la cooperazione perché Il ragazzo
– così si sente accettato
– il parere degli altri lo spinge ad uniformarsi
– chi è insicuro si sente sostenuto.

Terza riflessione: il gruppo è efficiente se il suo morale è alto
Il morale è alto quando c'è
– stretta coesione interna
– capacità di adattamento
– comunanza di aspirazioni
– forte senso del «noi».
Il morale è basso quando ci sono
– tendenze centrifughe
– si moltiplicano le critiche
– sorgono sottogruppi antagonisti
– si sviluppano le antipatie.

Quarta riflessione: la costanza e la coerenza dipendono soprattutto dal leader
Il leader non si improvvisa: la sua preparazione è condizione di maggior efficienza. Può essere autoritario o democratico.
Quando il leader è autoritario si sviluppa
– aggressività o apatia;
– servilismo verso il capo;
– l'assenza del capo produce disimpegno;
– in situazioni difficili il gruppo tende a dividersi.
Quando il leader è democratico si sviluppa
– spirito comunitario;
– senso del «noi»;
– l'assenza del capo non è quasi avvertita;
– in situazioni difficili il gruppo reagisce con sforzo unitario.
Il comando democratico è nettamente più produttivo.

Conclusione: alcuni suggerimenti per chi anima un gruppo
– Inserire il preadolescente in gruppi educativamente produttivi.
– Difenderlo da influenze negative mediante una educazione alla critica.
– Utilizzare gruppi necessari (famiglia, scuola...) come forze d'urto positive, evitando però, mediante la riflessione critica, l'accettazione passiva.
– Favorire il sorgere di piccoli gruppi che abbiano una finalità primaria (scopo del gruppo) non disgiunte da finalità secondarie di profondo interesse per il ragazzo.
– Fare in modo che i gruppi siano preminentemente di collaborazione più che di competizione.
– Il leader, mediante uno stile democratico, favorisca il senso di corresponsabilità.

 

La preadolescenza è l'età di una rinascita.
I ragazzi di 11-14 anni si trovano generalmente a dover operare un passaggio:
– sul piano fisiologico é affettivo, da un periodo di relativa stasi ad un altro di tensioni preannuncianti l'arrivo dello sviluppo puberale;
– sul piano intellettivo, da una logica concreta ad una logica formale comportante capacità di ragionamento logico, di astrazione, di generalizzazione, del rispetto del principio di non-contraddizione, della comprensione delle norme;
– sul piano morale-religioso, da una morale eteronoma ad una autonoma (sviluppo della coscienza) ed inizio di una maggiore interiorizzazione con relativi momenti critici dei valori religiosi e dei contenuti di fede;
– sul piano del rapporto con gli adulti, da una dipendenza familiare ad una maggiore autonomia ed indipendenza (processo di desatellizzazione), fondata sull'acquisizione di valori e motivazioni e sulla capacità di impegno responsabile e di esperienze proprie;
– sul piano del rapporto con i coetanei, accentuazione della vita di gruppo con apertura più responsabile agli altri e inizio di una vita di amicizia in relazione allo sviluppo affettivo.
Secondo l'esperienza e secondo gli psicologi la preadolescenza costituisce l'età d'oro dei gruppi dei coetanei come fenomeno spontaneo. La si chiama l'età della banda.
I preadolescenti, non soddisfatti dei gruppi ufficiali, cercano gruppi di coetanei nei quali le loro aspirazioni attivistiche, difensive, di prestigio, sono vissute insieme e perciò accettate e favorite.
Al vertice sta il bisogno di azione (gioco, sport, esplorazioni, spettacoli). Verso la fine del periodo si affaccia la tendenza a trovarsi insieme anche senza precisi scopi di attività.
Oggi più di prima è vivo il problema di assumere nel piano educativo la tendenza e la forma spontanea dei gruppi dei preadolescenti, per proteggerne l'autenticità, per farvi circolare valori, per stabilire una delicata ma necessaria presenza degli educatori.
Questo è possibile se non si condanna, non si disconosce, non si mortifica lo scopo e il modo dello spontaneo associarsi del ragazzo, ma lo si interpreta e incanala assumendolo come base di nuovi gruppi di vita, di gioco, di lavoro e formazione, di impegno e progresso nell'azione caritativa ed apostolica. Nelle associazioni e gruppi prestabiliti, gli stessi gruppi spontanei devono essere assunti come base dello stile e dell'organizzazione della totalità o di gran parte della vita scolastica, educativa, oratoriana.


PRIMA RIFLESSIONE: NECESSITA E UTILITÀ DEL GRUPPO NEL PREADOLESCENTE

Necessità del gruppo

Nessun uomo può vivere solo, lontano dai suoi consimili, nessuno è un'isola. Negli ultimi cent'anni gli psicologi si son trovati più volte davanti a casi di bambini abbandonati o perduti dai loro genitori, trovati e allevati da animali. Fuori dell'interazione sociale, quei bambini crebbero animaleschi e selvaggi, senza linguaggio e senza educazione.
Il contatto umano coi genitori, coi coetanei, con la società, è indispensabile per lo sviluppo della persona. I gruppi hanno perciò un'influenza formidabile sull'individuo, sulle sue idee, sui suoi atteggiamenti, sulle sue norme morali, sul comportamento, sul rendimento scolastico e lavorativo. Nel promuovere i gruppi occorrerà perciò tener presente la loro ambivalenza negativa o positiva per preparare i nostri ragazzi,
– per una difesa contro il gruppo, formandoli all'autonomia personale e al senso critico,
– per influire educativamente sui nostri ragazzi utilizzando la pressione educativa della dinamica di gruppo.
La pressione del gruppo sull'individuo è stata dimostrata a livello sperimentale da due psicologi: Sherif ed Asch, con due esprimenti che ora riportiamo.

Utilità del gruppo: aspetto sperimentale

Effetto autocinetico
Mettete una persona in una stanza assolutamente buia, dove non abbia la possibilità di vedere nessun oggetto che gli faccia da punto di riferimento, e fate apparire davanti a lui un piccolo punto luminoso. Egli, dopo qualche momento vedrà quel punto muoversi lentamente verso destra e verso sinistra oppure verso l'alto e verso il basso. Il punto luminoso in realtà è fermo, ma il soggetto lo vede muoversi, perché non c'è altro oggetto luminoso a cui riferirlo.
Lo Sherif volle utilizzare tale effetto per lo studio dell'influenza sociale. Invece di mettere nella camera oscura un solo soggetto, egli ne pose due, ma uno di questi era stato istruito precedente a dire di veder muovere il punto luminoso per esempio per la lunghezza di 10 cm. Così quando lo sperimentatore chiedeva di quanti centimetri vedessero muovere il punto luminoso, il soggetto-complice diceva per primo che lo vedeva muovere di circa 10 cm. Allora si constatò che l'altro soggetto che in altre esperienze precedenti, in cui era solo, aveva detto per esempio che lo vedeva muoversi di 5 cm, ora sotto l'influenza del giudizio del suo compagno, tendeva a cambiare opinione e a dire anche lui 10 cm, conformandosi al parere del compagno e adottando la sua norma di giudizio. In gruppi numerosi in cui i pareri dei singoli soggetti isolati erano molto discordanti, sotto l'influenza di uno o più complici, si operava come una reductio ad unum dei giudizi.
Si può pensare che in tutti i gruppi si verifichi più o meno rapidamente quel fenomeno di omogeneizzazione delle norme di giudizio, per cui i membri del gruppo tendono inconsciamente o anche consciamente, ad assumere le opinioni e gli atteggiamenti della maggioranza o di qualche membro influente del gruppo. Per questo processo ad un certo punto il gruppo acquista una sua fisionomia e cioè un suo modo di pensare e di vedere le cose.

Effetto di una maggioranza contro uno
Asch con un gruppo di 7-8 soggetti fece quest'altro esperimento. Collocò di fronte a loro due tavolette di cui la prima riportava il disegno di tre linee di diversa lunghezza e l'altra riportava il disegno di una sola di queste linee. Tutti i soggetti eccetto uno si rendevano complici dello sperimentatore rispondendo prima e in maniera errata alla domanda a quale delle linee della prima tavoletta fosse più simile l'unica linea della seconda tavoletta. L'esperienza venne a dimostrare che circa un terzo dei soggetti sottoposti alla prova cedeva alla pressione della maggioranza e, contro l'evidenza delle cose, sceglieva abitualmente una linea sbagliata, pur di non mettersi contro il parere degli altri.
Quello che vale a far cedere i soggetti sembra proprio la presenza di una maggioranza. Di fatto quando negli esperimenti di Asch in un gruppo si metteva un solo complice che tentava di tirare gli altri a imitarlo, il tentativo di questo complice isolato veniva subissato dalle risate di tutti gli altri.
Da queste esperienze si può concludere che il gruppo, specie il gruppo primario, come la famiglia, in cui circola una forte carica affettiva, ha una grande influenza socializzante, nel senso che l'individuo che è preso nelle sue maglie trova difficile conservare la sua autonomia personale nel pensare e nel giudicare e più o meno inconsciamente tende ad assumere le idee, i giudizi e i valori del gruppo.
Questo dato fondamentale è sufficiente a giustificare la norma pedagogica: «Serviti del gruppo se vuoi controllare le idee dei singoli». Se sei, cioè, interessato a cambiare certe idee o atteggiamenti dei tuoi ragazzi, favorisci la loro spinta verso gruppi interessanti e fa' in modo che questi gruppi a loro volta siano i portatori delle idee e delle norme che tu vuoi comunicare. Oggi specialmente possiamo constatare come i giovani vengono colpiti e trasformati dall'esperienza di vita con una comunità fortemente impegnata nel campo formativo e religioso. Anzi alcuni sacerdoti, richiesti di dettare un corso di esercizi spirituali ai giovani, accettano solo se si consente loro di presentarsi con un gruppo di giovani che siano trasmettitori degli stessi valori.

Utilità del gruppo: aspetto psicologico

Risponde al bisogno di desatellizzazione
Per capire la forza irresistibilmente persuasiva e quindi formativa del gruppo, conviene notare che non si tratta solo e prevalentemente di una presa di coscienza della funzione e dell'utilità del gruppo, ma anche di un fenomeno affettivo, dinamico. E cioè, mentre prima di quell'età,tutta l'energia istintivo-affettiva del bambino si dirigeva verso i genitori e proprio per quell'attaccamento emotivo la loro influenza era così grande ed efficace su di lui, da quest'età – 7, 8 anni – quell'energia affettiva si sposta naturalmente verso i coetanei, che diventano oggetto spontaneo di amore e di dedizione gioiosa e anche sacrificata. Non che genitori e adulti non siano più amati e ascoltati, ma da quest'età sono i compagni che polarizzano soprattutto l'attenzione, e il gruppo di coetanei diventa un punto di attrazione irresistibile. Questo è un fenomeno normale, e cioè quasi universale, e anche naturale. Dobbiamo così riconoscere che la base dell'attrazione tra compagni a quell'età, e quindi dell'efficacia formativa del gruppo giovanile, sta soprattutto in quell'atmosfera affettiva che spontaneamente si crea tra i ragazzi che lo formano. :È un vero affetto che si stabilisce tra i membri del gruppo, unito al desiderio per ciascuno di essere accettato e approvato dagli altri. L'approvazione del gruppo diventa più interessante e importante di quella dei genitori e degli insegnanti. Anche le restrizioni imposte dal gruppo •sono facilmente accettate, più di quelle imposte direttamente dagli adulti, Qualunque sacrificio richiesto dal gruppo, sarà fatto con coraggio e gioia. E questo non tanto in forza di ragionamento ma in forza dell'amore o istintiva attrazione per la realtà sociale del gruppo di coetanei. Fino alla maturità delle facoltà conoscitive superiori, l'assimilazione dei valori è prevalentemente di tipo affettivo. Il bambino e il ragazzo accettano l'idea soprattutto perché amano la persona o il gruppo che la offrono.

Risponde a bisogni insoddisfatti dagli adulti
Il gruppo risponde anzitutto alla tendenza inconscia a scaricare l'energia affettiva, che si rivolge allora spontaneamente verso i coetanei dello stesso sesso: è nel gruppo che il ragazzo trova l'atmosfera e i rapporti più adatti a quella espansione affettiva di cui sente bisogno come l'aria che respira.
E poi i gruppi giovanili spontanei rispondono spesso a bisogni che gli adulti non sanno soddisfare. Specialmente certe forme di raggruppamenti ai limiti della legalità o francamente antisociali, sono sovente una protesta contro la società adulta. Questi gruppi sono allora uno sforzo spontaneo dei ragazzi di crearsi una propria società, perché non trovano quella degli adulti adatta ai loro bisogni.
E i bisogni più sentiti a quest'età sono: il bisogno di libertà, di un'esperienza della responsabilità, di attività estrascolastiche varie e interessanti. Lo stesso Baden Powell, creando l'organizzazione scautistica, ha riconosciuto che essa, come ogni gruppo, poteva anche permettere al ragazzo di sfuggire alla pressione esagerata impostagli dagli adulti. Il gruppo diventa allora un riduttore di tensione. Si potrebbe allora parlare con tutta verità di una funzione psicoterapica del gruppo. Anche in questo senso il gruppo concorre all'assestamento e all'equilibrio della personalità.

Risponde al bisogno di apertura agli altri e a Dio
Infine il gruppo è sentito e vissuto dal ragazzo come una piacevole e feconda esperienza di vita sociale.
Anche qui, pur potendo il ragazzo prendere coscienza dei vantaggi del gruppo, ne beneficia in maniera che direi prevalentemente extraintellettuale. I valori sociali, le virtù sociali della obbedienza, della lealtà, della responsabilità di gruppo, il senso della collaborazione, sono assimilati vitalmente.
È nel vivo dei comportamenti sociali del gruppo a cui partecipa che il ragazze apprende il vivere sociale, sul piano dei rapporti sociali naturali e anche soprannaturali. Ed è proprio in quest'azione socializzatrice che sta il massimo valore formativo che dissolve l'egocentrismo e l'egoismo infantile e apre all'amore degli altri. È dimostrato anche scientificamente che sul piano biologico, come su quello psicologico e morale, la vita si espande non chiudendosi egoisticamenté in se stessi, ma aprendosi il più ampiamente possibile agli altri e a Dio. Il dono di sé è creativo per sé e per gli altri. È chiaro che non è solo il gruppo giovanile a portare tutti questi vantaggi formativi. Però ne è uno strumento efficacissimo e, almeno per l'età dei preadolescenti, di facile uso.

SECONDA RIFLESSIONE: IL GRUPPO DEVE AVERE UNO SCOPO

Ogni gruppo ha una sua funzione specifica: quella per cui si è costituito, mú per soddisfare i suoi membri è necessario che risponda anche ad altri loro bisogni; che cioè accanto alla funzione principale siano affiancate funzioni secondarie o accessorie (si ricordino ad esempio le finalità educative, sportive, culturali, ecc. dei gruppi religiosi).
La maggior parte dei gruppi, fanno nascere nuovi bisogni nei loro membri, che talvolta spontaneamente si sentono portati ad impegnarsi su orientamenti più profondi (così un ragazzo, attirato da motivi inferiori in un gruppo religioso, può acquisire un nuovo interesse autenticamente religioso: si potrebbe parlare allora di un «transfer» di interessi nella situazione sociale di gruppo. L'attrattiva del gruppo è legata alla sua possibiltià di rispondere al più gran numero possibile di bisogni dell'individuo.

Soddisfare il bisogno di prestigio

Se il gruppo offre al soggetto anche una posizione di prestigio, egli vi sarà fortemente attratto. In una ricerca fu notato che coloro che nel gruppo avevano posizioni preminenti, ma con pericolo di essere retrocessi a posizioni inferiori, e quelli che avevano posizioni inferiori senza nessuna speranza di promozione, erano quelli che si trovavano peggio nel gruppo e non si sentivano molto integrati ad esso. Quelli invece che si sentivano sicuri nelle loro posizioni di prestigio o che avevano una ragionevole speranza di raggiungere tali posizioni, erano i più attratti alla vita del gruppo e si sentivano più solidali con esso.
Una situazione di gruppo dove i membri hanno possibilità di cooperare con gli altri è più attraente di quella in cui i membri sono soprattutto in competizione tra loro. Ricerche fatte su classi di ragazzi invitati a collaborare o a competere hanno rivelato che i gruppi di collaborazione dimostrano più sintomi di coesione, di intesa reciproca, di amicizia.

Soddisfare il bisogno di responsabilità

La possibilità di prendersi in comune la responsabilità dell'azione, senza che questa sia imposta dall'altro, ha un valore motivazionale, e cioè una spinta energetica notevolissima.
Le ragioni dell'efficacia della partecipazione alla discussione e alla decisione di gruppo, sono diverse:
– Interessato personalmente a giudicare e a decidere della situazione assieme agli altri responsabili, il soggetto si sente accettato e valutato nella sua dignità personale: per ciò solo si pone in un atteggiamento più favorevole rispetto ai superiori.
– La constatazione del parere favorevole degli altri impressiona ciascun soggetto e lo orienta verso la decisione comune a cui forse era prima indifferente o ostile.
– Nella decisione di gruppo certi individui particolarmente insicuri trovano modo di sfuggire al peso della responsabilità individuale, perciò accettano ciò che singolarmente avrebbero rifiutato.
L'attrattiva del gruppo cresce col crescere della possibilità di interazione tra i membri. Si è notato che quanto più frequentemente i ragazzi interagiscono tra loro, tanto più forti si fanno i loro sentimenti di amicizia e di fusione reciproca nel gruppo. Le persone che interagiscono frequentemente sono più simili tra loro e si conformano più similarmente alle norme del gruppo.
L'attrattiva e la coesione del gruppo può accrescersi fortemente a causa di attacchi, critiche e opposizioni di cui esso fosse fatto oggetto. Il solo fatto che fuori del gruppo si crei una situazione di ostilità per esso, può rifarne l'unità all'interno e provocare un accrescimento di apprezzamento e di dedizione per esso. 2 quanto si è potuto constatare in alcuni movimenti di giovani impegnati che presi di mira da gruppi di opposizione, hanno conseguito maggior coesione interna e hanno attratto altri a farne parte.

TERZA RIFLESSIONE: IL MORALE DEL GRUPPO

Esso è tanto più alto quanto più il gruppo presenta queste caratteristiche:
– Tendenza chiara a conservare la sua unità grazie ad una stretta coesione interna.
– Assenza di serie frizioni tra i membri e di tendenze separatiste.
– Capacità del gruppo di adattarsi ai cambiamenti delle condizioni di equilibro, neutralizzando i propri conflitti interni.
– Una robusta rete di rapporti di forte simpatia tra i membri.
– Comunanza di aspirazioni.
– Forte senso del «noi».
Al contrario il morale del gruppo sarà basso quando la sua unità è compromessa da tendenze centrifughe, quando sorgono sottogruppi antagonisti, quando si moltiplicano le critiche, i sospetti, quando le correnti di antipatia sopraffanno quelle di simpatia.
Non si deve credere tuttavia che un ordine rigoroso, una buona resa, e l'assenza di tensioni interne al gruppo siano sempre segno di alto morale. Tali elementi possono dipendere da una pressione esterna al gruppo o dalla costrizione imposta da un capo autoritario. In particolare un certo grado di tensione interna al gruppo, legata ad esempio all'esistenza di correnti diverse, non è di per sé pregiudiziale per la sanità del gruppo: può essere anzi molto produttivo, quando sia contenuto entro limiti precisi e sia motivato dalla volontà costruttiva di rafforzare la struttura e le finalità del gruppo.

QUARTA RIFLESSIONE: IL LEADER

Non vi è una predestinazione al comando: con una buona media di attitudini fondamentali d'intelligenza e di carattere si può diventare capi. Tuttavia si può affermare che hanno più probabilità di diventare capi le persone che hanno forti bisogni di dominio, di prestigio: le cosiddette «personalità spiccate e dominatrici». Sono inoltre qualità utili a un capo il tatto nelle relazioni interpersonali, l'attitudine a concepire vasti piani d'insieme e a lunga scadenza, a prendere decisioni e ad eseguirle. Il capo efficiente sarà probabilmente anche quello che sarà percepito dai membri del gruppo come fornito delle qualità che esteriormente appaiono adeguate alla figura del capo; tuttavia esse non sono le più importanti e possono facilmente essere compensate da altre qualità di intelligenza e di carattere.

Capi non ci si improvvisa

Il Bavelas tentò di confrontare il rendimento, nel comando, di tre capi gruppo non particolarmente preparati e di altri tre che avevano ricevuto una formazione specifica al comando. I metodi usati dai primi erano molto criticabili e il loro rendimento educativo molto povero, rispetto ai secondi. Pensò allora di fornire a costoro una formazione intensiva sulle modalità del comando. Tornati al comando il comportamento di costoro si distinse nettamente da quello precedente e il rendimento educativo della loro azione migliorò sensibilmente.
Oltre la conferma sperimentale della utilità di una specifica formazione al comando, è interessante notare il metodo usato dai formatori dei capi per esercitarli ad un comando efficiente. Anzitutto, i tre capi furono trattati con lo stesso stile democratico a cui dovevano essere formati: erano essi che decidevano, in quanto gruppo, come dovevano porre in azione i dettagli del piano formativo concepito dall'istruttore. Tale programma comprendeva soprattutto delle lunghe discussioni sugli obiettivi della situazione che avrebbero poi dovuto affrontare, sulle qualità che avrebbero dovuto dimostrare, sulle tecniche concrete per la direzione dei gruppi di gioco ecc... Contro il metodo della discussione verbale potrebbe opporsi l'obiezione che non è facile formare all'attitudine del comando solo a mezzo di idottrinamento. Qui soprattutto dovrebbe valere il principio dell'«imparare facendo». Si è cercato di girare la difficoltà invitando l'allievo capo a recitare la parte del capo. I vantaggi di una simile tecnica di apprendimento per esperienza sono numerosi e senza dubbio superano quelli di una pura discussione verbale o della assimilazione libresca di norme e di tecniche del «capo ideale».

Due forme di comando

Ogni capo, nell'espletare il suo compito oscilla sempre tra due forme di comando: quella a carattere autoritario e quella a carattere democratico.

Il comando autoritario
Il capo determina da solo la linea di condotta del gruppo, ne conosce solo lui le tappe di esecuzione. Lascia i «sudditi» nell'ignoranza delle loro future attività, favorisce la divisione tra i membri per meglio dominarli (divide et impera), si rende così indispensabile al gruppo che viene messo in pericolo di disfarsi non appena egli accenni a ritirarsi. Il sociogramma di un gruppo a comando autoritario prende in genere la forma di una stella; il capo ne occupa il centro e verso di lui convergono i diversi membri. Tra questi non vi sono quasi comunicazioni dirette poiché tutti sono più portati Ma situazione a comunicare col capo, da cui totalmente dipendono. Si stabilisce così una struttura rigidamente gerarchica che si esprime in una scala di subalterni e si accompagna automaticamente con l'apparizione di un gruppo di «favoriti».

Il comando democratico
Il capo democratico invece tende a suscitare il massimo di cooperazione e di partecipazione dei membri alle attività collettive, come pure alla determinazione e programmazione delle finalità del gruppo. Egli si sforza di distribuire le responsabilità, piuttosto che di concentrarle, di incoraggiare e consolidare i contatti interpersonali tra tutti i membri, di ridurre le tensioni interne, di evitare una troppo accentuata e rigida struttura gerarchica, i privilegi e le differenze necessarie di grado.
Il sociogramma di tale gruppo a comando democratico tende a prendere la forma di ragnatela, dove il capo, pur occupando una posizione centrale e raccordata direttamente o indirettamente con tutti i membri, fa, più che altro, da mediatore agli scambi vicendevoli. Mentre il capo autoritario tende a diventare il «signore» del gruppo, quello democratico ne è piuttosto l'agente e il «servitore» badando a non rendersi così indispensabile che per la sua essenza il gruppo non possa più funzionare.
Il confronto tra gruppi diretti da un capo autoritario o da uno democratico ha portato alle seguenti osservazioni:
– Il gruppo autoritario dimostra più tendenze all'aggressività o all'apatia. Tale aggressività si rivolge piuttosto contro gli altri membri del gruppo che non contro il capo.
– Nel gruppo autoritario ci sono più tentativi di avvicinamento servile al capo.
– Nel gruppo democratico domina un più grande e autentico spirito comunitario, con più vivo senso del «noi».
– La qualità e la quantità del lavoro immediatamente diminuisce non appena il capo autoritario si assenta, mentre nel gruppo democratico quasi non viene avvertita l'assenza del capo.
– In situazioni difficili il gruppo democratico reagisce con uno sforzo unitario cooperando col capo al superamento delle difficoltà, mentre più facilmente il gruppo a comando autoritario si divide ed entra in conflitto.
Non v'è dubbio: il comando democratico è nettamente più produttivo di quello autoritario.
Si deve tuttavia notare che per qualche soggetto una direzione autoritaria può presentare dei vantaggi. Ciò può dipendere o dal fatto che tali soggetti erano già abituati ad un sistema di tipo autoritario, oppure dal fatto che erano soggetti insicuri, psicologicamente. Quello però che può valere per pochi soggetti in un certo senso «anormali», non può trasporsi per la massa dei normali.

CONCLUSIONE

L'educazione del preadolescente alla vita di gruppo dovrebbe comportare:
– L'avviamento a inserirsi nei gruppi educativamente produttivi, per beneficiare della loro influenza positiva.
– La preparazione a una difesa contro l'influenza deteriore dei gruppi in cui tutti devono entrare. Il preadolescente, perciò, deve essere abituato a una visione critica delle situazioni e degli avvenimenti, per premunirsi contro l'ambiente che lo preme da ogni lato. Deve essere formato a vivere in una società pluralistica, dove l'individuo è immerso in ambienti e in gruppi sempre più numerosi, che tendono a togliergli ogni possibilità di autonomia.
– Se i gruppi sono abitualmente cosi potenti nell'indurre l'individuo a conformarsi e ad accettare norme e valori comuni, dovrebbe essere normale l'impegno degli educatori per utilizzare i gruppi in funzione educativa.
Tutto ciò dovrebbe comportare:
– La creazione di una rete di piccoli gruppi, che rispondano a interessi svariati, a cui i giovani si sentano spontaneamente attratti perché vi trovano la risposta a bisogni di varia natura: da quelli più squisitamente religiosi, a quelli sportivi, ricreativi, di amicizia. Naturalmente, dovrebbe essere l'esperienza a far decidere quali siano i gruppi più interessanti per i giovani: i gusti giovanili non coincidono necessariamente con quelli degli adulti. L'importante è quindi di disporre le cose in modo che tutti, possibilmente, entrino in un gruppo e che tale gruppo li soddisfi profondamente.
– L'utilizzazione educativa dei gruppi «necessari», cioè di quelli in cui l'educando è necessariamente immerso (famiglia, scuola, associazioni formali; eventualmente: collegio). Si tratta di rendere tali gruppi dei gruppi di pressione educativa: farne una forza d'urto, che si serve del prestigio della maggioranza, della suggestione della massa, del condizionamento di un orario e di una disciplina comune, per sospingere a conformarsi e a orientarsi nella linea dei più. La vita in collegialità ha, di per sé, un valore educativo notevole, specie per la formazione alla disciplina di gruppo e la creazione di un fascio di atteggiamenti sociali di tolleranza, di cooperazione, di rispetto democratico ecc... C'è tuttavia un pericolo serio nella «costrizione» collettiva dei gruppi necessari: che l'individuo l'accetti senza riflessione critica, «automatizzando» il suo comportamento su modelli accettati passivamente, sfuggendo agli impegni della responsabilità personale. Educare alla libertà specialmente in questa condizione, dovrebbe essere una preoccupazione altrettanto forte che quella di educare alla «disciplina di gruppo». Perché gruppi spontanei e gruppi necessari abbiano un'efficacia educativa occorre che siano rispettate alcune istanze fondamentali risultanti dagli studi della dinamica di gruppo. In particolare:
– Che i vari gruppi possano avere, almeno tra le finalità secondarie, qualche obiettivo di profondo interesse per il soggetto. Gruppi a finalità altissime, ma senza mordente sui loro membri, che non vi trovano alcun aspetto a cui agganciare i loro veri, attuali interessi, rischiano di restare educativamente inoperanti.
– Che i gruppi siano preminentemente di collaborazione più che di competizione. Stiamo entrando in un'era di crescente cooperazione tra individui e popoli: le grandi imprese dell'uomo non sono più frutto dello studio del singolo, ma risultato della convergenza e dell'apporto di migliaia di tecnici dislocati in tutto il mondo. Il metodo di conduzione del lavoro non è più determinato da un singolo dirigente, ma da una équipe dirigenziale che si raduna, discute e propone la soluzione più opportuna. Più la civiltà avanza e più occorre confrontarsi e collaborare.