Franco Floris

(NPG 1979-01-52)


Una riflessione sull'accostamento dei giovani al catechismo che sta per uscire va condotta alla luce di alcune osservazioni sul più complesso rapporto tra giovani, fede e istituzioni ecclesiali.
È presumibile infatti che il catechismo voglia porsi come tentativo di risposta alla crisi di identità umana e cristiana che coinvolge larghi strati del mondo giovanile italiano. Si è assistito in questi anni non solo ad un decrescere di credibilità della proposta cristiana relegata a sottoprodotto culturale, ma anche ad un senso di diaspora religiosa in cui bisogno di identità e insicurezza si sono venute coniugando in forme diverse, da una religiosità intimista e devozionale ad una religiosità integrista e semipoliticizzata. Del resto, in questi anni, hanno resistito i gruppi e le associazioni a forte identità, mentre è scomparso (e questo fa problema) il giovane cristiano medio.

IL CATECHISMO, OCCASIONE PER RIPENSARE LA PASTORALE GIOVANILE

L'esigenza di una fede qualificata anche sul piano intellettuale e di una proposta cristiana equilibrata può trovare nel nuovo catechismo per i giovani non tanto una risposta già confezionata, quanto delle piste e delle indicazioni di lavoro. Senza dimenticare tuttavia che il catechismo non vuol essere affatto un progetto di pastorale giovanile, ma una sintesi della fede cristiana acculturata con la condizione giovanile. Ormai vicini alla pubblicazione del catechismo si deve evitare di alimentare false o eccessive attese. Il catechismo non può essere considerato un toccasana di problemi istituzionali ed educativi ben più vasti. Invece può e deve essere un'occasione per riprendere alcuni dei problemi istituzionali ed educativi coinvolti nella maturazione di fede dei giovani.
Questa globalizzazione tuttavia non deve far diventare talmente generali i problemi da dimenticare le istanze di cui il catechismo si fa portatore in senso stretto. In particolare l'istanza che la fede sia sostenuta, nel suo compiersi, da un adeguato sforzo di riflessione sul dato della fede. Ad ogni età, e a misura di questa, i giovani devono darsi ragione della loro fede, non tanto in una prospettiva apologetica, quanto piuttosto in modo che nella esperienza di ogni giorno siano in grado di collegare credere e vivere, vivere e agire con una certa scala di valori, impegnarsi e celebrare. Perché questo messaggio del catechismo venga recepito occorre rintracciare lo spazio in cui catechismo e giovani possano incontrarsi. Il catechismo può essere un feticcio a cui si chiede troppo e in direzioni non corrette. Ma è purtroppo da credere che non sarà questo l'errore più grande, quanto quello di chiedergli troppo poco e di lasciarlo invecchiare inutilizzato fra gli altri libri delle biblioteche di gruppo.

Quale acculturazione tra giovani e fede?

Il catechismo presenterà una sintesi della fede organica e ben articolata. Questo significa che si è tentata, in forma autorevole e positiva, una lettura dell'evento cristiano a partire dalla condizione giovanile. Questo sforzo, di acculturazione può tuttavia andare perduto se non si tiene conto di due fatti. Il fatto che la condizione giovanile è per molti versi nuova, oggi soprattutto, rispetto al mondo degli adulti. E il fatto che la stessa condizione giovanile, al di là di alcune costanti, presenta al suo interno tratti notevolmente differenziati.
Ora, in relazione al primo fatto, occorre riconoscere che il catechismo è una sintesi della fede fatta non dai giovani ma da adulti, anche se, come è presumibile, molto attenti e vicini ai giovani. Questo dice non che non è una proposta significativa per il mondo giovanile, ma piuttosto che non può essere presentata come una confezione della fede già preparata a cui i giovani possono accedere o no, in ogni caso a scatola chiusa. Il catechismo sembra invece una prima significativa acculturazione che postula una seconda acculturazione, ben più difficile e laboriosa, da fare dagli stessi giovani, alla luce del dato della fede (ed in questo senso è il vangelo il «libro della fede» e non il catechismo), dell'esperienza attuale della chiesa e della prima acculturazione tra la fede e la loro condizione nella forma presentata dal catechismo.
Lo stesso mondo giovanile risulta del resto molto composito, soprattutto se si tiene conto che accanto ad una adolescenza naturale, psicologica, ne esiste un'altra «forzata», legata al prolungamento oltre misura del periodo di dipendenza dagli adulti, per mancanza di lavoro e di possibilità di metter su famiglia. Basta pensare, in vista del catechismo, alle modalità ben diverse con cui i giovani del '68 e quelli del '77 coniugano approccio esperienziale e approccio intellettuale alla realtà e al fatto che la coscienza storica e lo spirito fortemente innovativo di un certo mondo giovanile sensibile alle istanze del '68, sono oggi meno consapevoli.
Il giovane d'oggi è in genere meno disposto al confronto. Preferisce chiudersi nel suo mondo senza curarsi, almeno a prima vista, di quello che succede attorno. D'altra parte proprio questo giovane sta tentando di assumere fino in fondo alcuni bisogni della soggettività che il '68 aveva sacrificato all'impegno nel sociale e nel politico.
La differenza di tratti non va intesa come impossibilità di accostamento dei giovani ad uno stesso catechismo che evidentemente si muove sullo sfondo di una analisi più globale del mondo giovanile, ma piuttosto come urgenza di definire più da vicina in quali termini assumere il catechismo per un ulteriore processo di acculturazione e come urgenza di ricercare, per le diverse fasce del mondo giovanile, uno spazio e delle mediazioni in cui l'incontro tra i giovani e il catechismo possa avvenire concretamente.

LA COMUNITÀ ECCLESIALE, LUOGO DI MEDIAZIONE TRA GIOVANI E CATECHISMO

Ciò che va anzitutto ricercato e costruito è uno spazio di mediazione tra giovani e catechismo. All'interno del mondo giovanile e all'interno delle comunità ecclesiali. Più che di giovani e catechismo è meglio parlare di catechismo tra chiesa e giovani. La scelta di fede prima che adesione a delle verità è infatti adesione ad una comunità che lentamente, alla luce della rivelazione, si costruisce in modo simile e allo stesso tempo originale, rispetto alle altre comunità cristiane. Le chiese locali e le singole comunità non sono omogeneizza-bili, nel modo di vivere e presentare la fede, fino a dimenticare che stanno incarnando l'unico Cristo in condizioni sociali, politiche, culturali e religiose spesso irripetibili.

Un catechismo per la chiesa, prima che per i giovani

In questo senso si può anche parlare, più che di un catechismo dei giovani, di un catechismo per la chiesa. L'educazione cristiana delle nuove generazioni non passa tanto attraverso una riformulazione dottrinale della fede, snellita e «adattata» alle nuove generazioni, ma attraverso una chiesa che si rende credibile per il suo stile di vita e per le sue scelte concrete.
Un approccio corretto al catechismo sembra richiedere anzitutto che la chiesa in quanto tale si lasci giudicare dal catechismo dei giovani. Sia per garantire la vitalità della «chiesa adulta», che deve lasciarsi sempre confrontare dalle nuove istanze, sia per poter essere mediatrice di fede con lé nuove generazioni.
Solo se il catechismo inciderà, in qualche modo, nel tessuto vivo delle comunità, si potrà sperare che i giovani avranno un accesso corretto alla fede. E così il catechismo non appare più e anzitutto un testo da affidare ai giovani, ma anche e soprattutto un testo per riacculturare la fede al mondo d'oggi.
Il fatto che il testo si presenti come una sintesi severa, che non si accontenta né di facili sovrapposizioni, né dí accostamenti superficiali, ha allora un significato profondo. Prima che un messaggio per i giovani è un messaggio per le comunità ecclesiali. Del resto più che per il tipo di acculturazione, che per quanto valida risulterà sempre incompleta e a tratti discutibile, del catechismo interessa il processo a cui impegna le comunità cristiane e, al loro interno, i giovani.

Giovani e adulti per vivere e comprendere l'unica fede

Dietro il discorso sul catechismo affiora dunque quello del rapporto tra chiesa e giovani. A molti cristiani adulti i giovani fanno problema, perché giovani e perché incarnano un modello di cristiano diverso dal loro. In certi casi si deve parlare di vero e proprio ostracismo, cui corrisponde un identico ostracismo da parte dei giovani. Spesso all'interno della stessa comunità ecclesiale, la estraniazione tra giovani e adulti è un dato di fatto su cui più non si intende ritornare. Ognuno fa la sua strada ed è difficile trovare dei punti di contatto e dei collegamenti, come sanno bene quanti, non più giovani né ancora adulti, tentano di allargare l'ambito del loro impegno ecclesiale dal gruppo giovanile, in cui sono maturati e hanno magari svolto un lavoro di animazione, alla comunità degli adulti.
Il bipolarismo generazionale fuori e dentro la chiesa rende difficoltoso l'approccio dei giovani alla fede. Ciò suscita un problema che, fra l'altro, non è adeguatamente risolto dal fatto che alcune minoranze di adulti hanno saputo entrare in sintonia con i giovani, condividendone criticamente scelte e valori. Il conflitto è risolto solo in superficie: gli animatori dei giovani sono spesso anche loro in conflitto con la chiesa reale e finiscono per costruire con i giovani delle chiese parallele.
L'esito di questa situazione non è negativo solo per la fede dei giovani, ma anche per la fede degli adulti. Le comunità entrano in una spirale di sclerotizzazione, in cui manca la linfa, anche se gli effetti tardano a sentirsi. La crisi di fede dei giovani non è risolvibile nei termini, già in se stessi discutibili, del «peggio per loro» o del «non hanno che da tornare...». Proprio perché la fede è qualcosa di dinamico, in continuo processo di incarnazione, la mancanza di un universo giovanile appiattisce tutta la comunità e la rende alla lunga sterile.
La mancanza di giovani non permette di tener fede a quel processo di formazione permanente che è essenziale per la crescita umana e di fede di ogni generazione.
La pubblicazione del catechismo deve allora diventare momento in cui tutta la comunità ecclesiale si interroga su se stessa prima che sui giovani e si sforza di ritrovare le basi di un dialogo alimentato dalla consapevolezza della originalità e ricchezza di ogni generazione e da una simpatia che evita giovanilismi e adultismi, ma impegna al rispetto e al confronto.
C'è tutto uno sforzo di avvicinamento che suppone un ripensamento della concezione e della pratica della educazione. Nella direzione appunto di una critica di tendenze integratrici del mondo adulto e nella critica di una pretesa crescita isolazionistica di alcune fasce del mondo giovanile.
Collocato in questo quadro il catechismo non potrà essere facilmente strumentalizzato, dagli uni o dagli altri, ricorrendo magari al rito mistificante delle citazioni tagliate dal contesto, a sostegno di questa o quest'altra tesi.

La rilevanza politica del catechismo

Quanto detto va a sua volta ripensato in un discorso ancora più ampio. Il catechismo non può essere considerato un modello conoscitivo, personale o di gruppo, asettico e senza mordente rispetto alla più vasta realtà sociale in cui avviene il processo di acculturazione tra giovani e fede, giovani e comunità ecclesiale. Più che un sistema conoscitivo il catechismo va considerato un progetto di vita ecclesiale che comprende un insieme di motivazioni e stimoli per inserirsi attivamente e criticamente nel processo di trasformazione sociale. Prima che un sistema simbolico ideale che l'individuo fa suo per organizzare la sua esperienza, il catechismo va visto come sistema simbolico che tenta di organizzare attivamente, per quello che gli compete, la realtà tutta.
Non ci sono allora in gioco solo tre termini o soggetti (giovani, fede, chiesa) ma anche un quarto, la società in cui si vive. Quale sarà a riguardo l'impatto del catechismo? Una proposta cristiana che si limitasse a parlare di una vita nuova (individuale ed ecclesiale) senza alimentare alcune tensioni di rinnovamento sociale e politico, riporterebbe indietro di alcuni anni. Finirebbe per avallare delle situazioni a cui il cristiano non riesce ad adattarsi ma alle quali non dà sufficiente credito, anche a causa della sprovvedutezza in cui la sua fede lo lascia.

Due piste di lavoro in attesa del catechismo dei giovani

Ci si prepara al catechismo dei giovani globalizzando, come si è detto, i problemi connessi con la sua pubblicazione ed il suo studio.
Si è parlato in questa direzione della necessità che tutta la comunità ecclesiale si lasci interrogare, in quanto comunità, dal catechismo. Questo non è sufficiente. Ogni comunità è di fatto responsabile della fede delle nuove generazioni. Responsabile cioè del tipo di servizio ecclesiale (istituzioni e modelli educativi) messo in atto per la educazione dei giovani alla fede.
In preparazione al catechismo dei giovani si aprono a proposito due piste di lavoro tra loro complementari: una revisione dei processi attraverso cui si educano le nuove generazioni; una riflessione su quali nuovi processi educativi si possono innescare.
Cosa fa in effetti la comunità cristiana per i giovani in genere e per quelli che ruotano attorno alle istituzioni ecclesiali in specie? Tutto, nella parrocchia, finisce con la ricezione della cresima, oppure un servizio ecclesiale specializzato prosegue anche nella adolescenza e giovinezza? Esiste, in altre parole, una pastorale specializzata per il mondo giovanile, affidata a delle équipes preparate e volute dalla comunità, oppure si considerano quanti hanno ricevuto i sacramenti della iniziazione degli adulti ai quali si offrono dei momenti di vita ecclesiale (normalmente ridotti alla messa domenicale) ma non dei momenti formativi espliciti? Ci sono dei gruppi giovanili e quale proposta di fede si fa nei gruppi? Ci sono degli animatori, oltre ai preti e alle suore? Come vengono preparati? M traverso quali esperienze, incontri, sussidi? Che rapporto esiste tra questi animatori e gli adulti? E tra giovani e adulti? Si marginalizza una delle due componenti del dialogo intergenerazionale? Che spazio hanno i giovani nel consiglio pastorale e 'negli altri organismi comunitari? Al termine della loro formazione e ormai inseriti nel mondo del lavoro quale accoglienza ricevono? c'è spazio per loro? si cerca di creare degli sbocchi verso un impegno ecclesiale di più vasto respiro?
Più da vicino: cosa si prevede perché, quando uscirà il catechismo, la comunità tutta venga sensibilizzata sul problema dell'educazione dei giovani alla fede e della loro presenza nella comunità ecclesiale? Come sottolineare l'avvenimento: attraverso quali strumenti e sulla base di quali criteri, per evitare trionfalismi e formalismi? Come verrà presentato il catechismo ai giovani e agli adulti appena uscirà: tavola rotonda con dibattito, assemblea della comunità, giornata di ritiro? Come evitare che prevalga la curiosità immediata che può fare del libro un oggetto di consumo ché si svaluterà nel giro di pochi mesi (anche perché facilmente si tratterà di un testo impegnativo) e si verifichi invece un accostamento magari meno immediato ma con possibilità di incidere e dare risultati misurabili su tempi lunghi? Chi dovrà essere stimolato ad una lettura più attenta, magari personale, oltre i giovani, perché in grado di mediare tra giovani, catechismo e comunità degli adulti?

UN QUADRO ISTITUZIONALE PER UTILIZZARE IL CATECHISMO

L'utilizzazione che in questi anni è stata fatta dei catechismi già pubblicati ha qualcosa da insegnare. Quelli che hanno avuto maggior fortuna, se così si può dire, sono stati i catechismi di preparazione ai Sacramenti della iniziazione. Quelli cioè che hanno trovato modalità d'uso molto precise. Il catechismo dei bambini, invece, slegato da queste scadenze, è invece rimasto nell'ombra.
Il catechismo dei giovani può fare la fine del catechismo per i più piccoli, proprio perché non ha a sua disposizione uno spazio pastorale ben definito. Dopo la cresima, infatti, normalmente non sono previsti momenti di particolare rilievo o istituzioni he segnino il cammino della fede dei giovani. Pur non credendo che siano le scadenze e le prescrizioni fiscali a risolvere i problemi della pastorale, sembra importante chiedersi quale possa essere in concreto l'uso del catechismo che sta per uscire.

Un cambio di mentalità

Occorre anzitutto un cambio di mentalità: che non consideri più la adolescenza e la giovinezza come un tempo monotono, senza tempi forti e tappe significative per la fede. In pratica ancora oggi quasi tutte le energie educative vengono spese nella preparazione dei bambini e fanciulli ai sacramenti, e anche, ma molto meno, nella creazione di gruppi e momenti formativi per i ragazzi della scuola media. E per gli adolescenti e i giovani? Qualcosa sta cambiando. Non solo perché le associazioni giovanili cattoliche e gli stessi gruppi spontanei sembrano in ripresa per motivi non sempre legati ad un risveglio di fede. Ma anche perché da più parti, ed è ciò che qui interessa, si sta incominciando a segnare l'arco di crescita adolescenziale e giovanile con dei riti di passaggio che lo suddividono in una serie di tappe significative per la crescita di fede. Prendono piede, da più parti, delle esplicite «scuole di fede» e dellé istituzioni di tipo catecumenale per giovani o a cui .i giovani possono accedere. Più in generale sta maturando nei gruppi più sensibili e creativi, la capacità di pensare, su misura dei giovani e della loro evoluzione, delle proposte di fede collegate organicamente nell'arco di alcuni anni e mediate da campiscuola estivi e invernali, giornate di studio e di interiorizzazione, esperienze di vita comunitaria e di preghiera. Purtroppo molte di queste iniziative risultano elitarie, per piccoli gruppi, orientate in modo da raggiungere certe fasce giovanili (quelle, ad esempio, disposte ad un impegno a tempo pieno nei gruppi e associazioni, quelle più capaci di lavoro intellettuale) a scapito di altre (quelle meno abituate ai «discorsi» e quelle che pur non rifiutando la fede intendono mantenere una certa autonomia dalle istituzioni ecclesiali). E poi si tratta, in genere, di iniziative di associazioni giovanili ecclesiali che educano senza un preciso collegamento con le comunità ecclesiali. In questo modo non solo i giovani così educati rischiano di confondere l'esperienza ecclesiale con quella che vivono nel chiuso dei loro gruppi, ma quésti stessi giovani non possono più essere fermento tra gli altri giovani delle comunità.

Catechismo e vissuto personale e collettivo

È evidente che il catechismo dei giovani può trovare una miglior utilizzazione nell'ambito di un tempo dedicato ad un «apprendistato alla fede». Occorre tuttavia allargare il discorso, al di là di queste esperienze peraltro significative, per rintracciare alcune indicazioni utilizzabili in altri contesti educativi. Viene anzitutto da chiedersi qualé servizio specifico un catechismo può e deve offrire in un cammino di fede.
Va demistificato subito ogni approccio deduttivo che proponesse lo studio del catechismo come accesso a delle verità oggettivé da recepire come si recepiscono altre informazioni. È vero che il catechismo è frutto di una sintesi culturale con cui occorre fare i conti e confrontarsi con una disponibilità di base a lasciarsi «criticare». Ma è anche vero, a parte il fatto che in ogni caso al libro non ci si avvicina da sprovveduti ma sulla scorta della propria esperienza, che prima di un libro per quanto autorevole c'è tutto un vissuto umano e religioso, personale e sociale, che non solo non va dimenticato ma che anzi va posto al centro proprio nel momento in cui si intende «fare del catechismo». Il catechismo deve essere usato in funzione di comprensione del vissuto, per dargli volto, coerenza, organicità. Per criticarlo, ma soprattutto per assumerlo e dargli senso in Cristo.
Parlare di centralità dell'esperienza e non del catechismo non è tanto un accomodamento alla ritrosia dai giovani ad accedere a strumenti culturali che a loro appaiono dogmatici, precostituiti e incapaci in fondo di capire la realtà, ma è esigenza primordiale di ogni discorso di fede.
Il fatto che il catechismo sia da utilizzare in funzione del vissuto, non deve però far dimenticare che la pubblicazione del catechismo ripropone un problema che molti gruppi non sono riusciti a risolvere in modo soddisfacente. In questi anni si è infatti assistito ad un recupero della centralità del vissuto e della significatività della fede, tale che la stessa fede è stata a volte ridotta alla dimensione della soggettività, del «per me» e «per noi».
A questo eccesso tuttavia non si deve ovviare ricadendo in quello opposto del recupero del «dottrinale». In effetti occorre ripensare il superamento di un certo soggettivismo oggi diffuso entro il processo globale di un corretto cammino di fede, costituito, come si è già detto, dal ciclo prassi, riflessione sulla prassi, celebrazione del senso della prassi, verso una nuova qualità di vita. Solo un profondo rispetto di ognuno di questi momenti, permette di elaborare una identità cristiana in cui fede e vita si integrino realmente. È fin troppo facile denunciare la schizofrenia frutto di squilibrio del processo educativo: il momento comprensivo scisso da quello prassico scivola in ideologismo; il momento prassico finisce per non dire più nulla al soggetto che non riesce a dargli un volto sulla base della parola di Dio; la celebrazione si fa ritualista e formalista, capace magari di rassicurare chi la vive, ma inespressiva perché non maturata dentro un cammino di liberazione e non vissuta di fatto in uno sguardo di fede.

Tempi di «apprendistato alla fede» e catechismo

Parlare di catechismo nell'ambito di itinerari di apprendistato alla fede», non significa che questo sia l'unico uso possibile. Si vuole piuttosto legare l'uso del catechismo ad un periodo ben preciso della vita di un gruppo, quello appunto in cui questo decide di rompere il ritmo normale di vita per trasformarsi, per un certo tempo, in «scuola della fede». È evidente che anche prima di questa fase di maturazione del gruppo, il catechismo può venire utilizzato, ma con qualche cautela.
Catechismo dice organicità, sistematicità, elaborazione intellettuale. Tutte mete che il gruppo deve far sue. Al termine però di un non meno importante periodo della sua vita in cui l'approccio alla fede è stato più occasionale, scarsamente preoccupato di collegamenti concettuali, attento invece a dare delle idee forti, delle intuizioni, e a far vivere delle esperienze significative. In tutto questo periodo, che può essere descritto come la fase adolescenziale della fede del gruppo, il catechismo può rimanere, entro certi limiti, nell'ombra. Non sembra convincente il darlo in mano agli adolescenti, mentre è importante che lo abbiano gli educatori e gli animatori.
È al termine di questa fase, al momento in cui il gruppo si sforza di raccogliere quanto ha seminato e di elaborare le intuizioni di partenza, che il catechismo può diventare uno strumento da privilegiare. Normalmente è indispensabile che ad un certo punto del suo cammino il gruppo si interroghi a fondo sulla propria identità. Troppe volte il fare, la fatica di ritagliare delle fette di tempo per riservarlo agli incontri di verifica, la mancanza di una seria programmazione, rendono sterile e senza mordente l'intera vita di gruppo.
Da alcuni del resto i momenti culturali-formativi sono stati svalutati sull'onda di intuizioni magari positive ma esasperate sul tipo: l'importante è fare, siamo stufi di parlare e discutere; la fede è dono, nasce nella preghiera e non nelle discussioni; l'importante è l'esperienza di gruppo e non tanto una proposta di contenuti astratti e magari dall'alto.
Crediamo, come abbiamo detto, che sia decisivo per un gruppo trovare, ad un certo punto del suo cammino, il coraggio di «sospendere», per un certo tempo, molte delle attività che sta facendo, per incanalare le sue energie verso una attenta verifica.

Tre ipotesi per la utilizzazione del catechismo

Esplicitiamo alcune ipotesi di apprendistato alla fede entro cui può trovare spazio adeguato il catechismo. Ogni ipotesi, come si vedrà, presenta vantaggi e rischi, con cui i gruppi dovranno fare i conti.

Prima ipotesi
La prima ipotesi, molto suggestiva, presenta molte incognite la cui soluzione dipende da variabili come l'età media del gruppo, il cammino già percorso, il tempo a disposizione... Parte da un presuposto: il gruppo sente, magari con modalità diversamente condivise dai membri, il bisogno di esaminare a fondo la propria fede e decide di trasformarsi per un certo tempo in «scuola di fede». Sospende e perciò riduce le attività normali e concreta i suoi sforzi nella direzione di una riflessione di fede e della elaborazione di un nuovo modello di vita personale e di gruppo, centrato sulla scelta di «fare chiesa».
La attività normale del gruppo diventa in un certo senso la «scuola di fede», con la preoccupazione prevalente di dare sistematicità e coerenza alle tante esperienze vissute fino ad allora e di raggiungere una visione organica e articolata della fede. È chiaro che questo tempo di ricerca è solo un momento di passaggio. Ma un momento altamente significativo per il presente
ed il futuro del gruppo. Presto si ritornerà alle attività consuete.
In questa ricerca di identità il catechismo può trovare, come strumento specifico di «riflessione nella fede», una collocazione originale. Può diventare il testo base di un lavoro più articolato in cui entra lo studio diretto della bibbia, la ricerca su altri testi complementari.
Questa ipotesi presenta tuttavia dei rischi. Intanto una decisione come quella di trasformare il gruppo in scuola di fede può spezzare il gruppo al suo interno. Alcuni possono non essere interessati alla proposta. Il rischio più grosso è quello tuttavia di credere in una definizione intellettuale dello stesso gruppo e non in una identità che va ricercata nel concreto delle scelte di ogni giorno.
È facile che per molti gruppi sospendere le attività non sia possibile né abbia senso. Non si può sospendere un servizio ai più piccoli per mettersi in stato di conversione, né si può bloccare un campionato di calcio perché l'allenatore sente il bisogno di approfondire la propria fede.

Seconda ipotesi
In questo caso si può pensare ad un secondo modello di scuola di fede.
Il gruppo, senza abbandonare del tutto le consuete attività, prevede degli specifici momenti forti e la ristrutturazione degli altri momenti in funzione della revisione della propria identità. Si privilegiano interventi che limitano le attività a favore di spazi di interiorizzazione personale e di gruppo. Gli incontri di riflessione e studio vengono non solo preparati con cura ma articolati con attenzione nel tempo. Viene dato più spazio alla preghiera, al silenzio. Si organizzano incontri di verifica con altri gruppi, ci si reca insieme ai «santuari» della fede dei giovani. Molto rilievo acquistano le giornate di ritiro, i campiscuola, gli esercizi spirituali.
In questa ipotesi il catechismo può diventare una specie di testo guida per ricucire incontri culturali, momenti di preghiera, spazi di riflessione e di revisione di vita. Certo proprio per il susseguirsi degli impegni e l'incrociarsi delle attività di servizio con quelle di ricerca di fede, la sistematicità sarà minore rispetto alla ipotesi precedente. Sarà difficile mantenere, come gruppo, un equilibrio tra ricerca di fede e tempi di servizio. Lo stesso studio del catechismo potrà risultare disorganico, occasionale.

Terza ipotesi
Una terza ipotesi può essere avanzata per delle grosse comunità giovanili in cui non solo sono presenti molti gruppi ma in cui soprattutto l'unità di aggregazione non è data dalla fede ma dal voler fare gruppo e svolgere insieme delle attività, rifacendosi a dei valori umani sufficentemente condivisi da tutti. A questo è da aggiungere la situazione di molti giovani che, per vari motivi non appartengono strettamente a gruppi giovanili ecclesiali ma sentono il bisogno di verificare la loro esperienza di fede attraverso lo studio serio ed un confronto diretto con altri giovani cristiani. Questa ipotesi si pone dunque per quanti non sono inseriti in gruppi di appartenenza ecclesiale o a specifica identità cristiana, ma che tuttavia sono disponibili a costituire, per un certo tempo, dei gruppi di riferimento in cui approfondire tematiche religiose. Si tratta di una situazione pastorale abbastanza diffusa ma raramente affrontata nelle parrocchie e negli altri ambienti ecclesiali. C'è da pensare, ad esempio, a tutti quei giovani che pur ritenendosi cristiani non riescono ad ambientarsi in modo continuo nei gruppi ecclesiali e a tutte quelle frange giovanili che pur non sentendosi di fare una scelta cristiana sono tuttavia disposti ad un dialogo su temi religiosi in un'ottica di pluralismo.
È possibile creare, in questa direzione, dei gruppi di riferimento che collegati con una istituzione ecclesiale o più indipendenti da questa, si costituiscono o per riprendere un discorso di fede o per dare organicità alla loro esperienza religiosa. Il gruppo potrebbe formarsi proprio per un approfondimento insieme del catechismo. Per offrire la possibilità di studiare insieme il testo a quanti nei loro gruppi di appartenenza, in un centro giovanile o nelle parrocchie, non potrebbero farlo.

CONCLUSIONE

La fede, che non nasce quasi mai dalla lettura, o dallo studio di un libro, difficilmente potrà nascere dallo studio del catechismo. La fede nasce in una esperienza di vita più complessa. Nasce da una intuizione, da un incontro, da una idea forte fatta propria in qualche momento, magari, a prima vista, secondario nell'economia della vita. Più facilmente nasce, quasi ignorata, nella vita quotidiana di tanti gruppi, quasi come un dato scontato. Ciò che è complicato è far maturare il germe, far crescere la debole piantina, accorgersi di una fede implicita presente in tante piccole scelte. Arricchire il terreno, curare la piantina. È questo, per stare alla metafora, il compito di quanti lavorano con i giovani come educatori della fede.
Perché questo avvenga sono necessari molti interventi educativi. Essi devono rispettare l'originalità del «nuovo» che si sta sviluppando e fare in modo che esso si irrobustisca. Ciò avviene quando il germe affonda le radici nell'humus comune che è la esperienza ecclesiale, la memoria vivente della chiesa lungo i secoli. Originalità e tradizione devono per forza coniugarsi. Il peso della tradizione non deve soffocare la novità di fede delle nuove generazioni. Deve favorirla, dando loro non dei modelli di vita o dei sistemi mentali già confezionati, ma delle indicazioni di fondo con cui ricreare quell'unica e sempre nuova esperienza di fede che ha nel Cristo il suo fondamento.
Il catechismo può rappresentare un momento di questa consegna generazionale che è per gli adulti un invito alla fedeltà all'unico Signore e per i giovani la presa di coscienza che Cristo non è riducibile alla propria soggettività né si incarna in una ideologia e neppure in un catechismo ma in una comunità di credenti. Il contatto con il passato ed il presente della esperienza ecclesiale è condizione essenziale perché ci sia un futuro di novità nell'esperienza umana e di fede delle nuove generazioni.