Giovani e comunità: consenso o confronto?

Inserito in NPG annata 1979.

 

Zelindo Trenti

(NPG 1979-01-39)

 

UNO SCONTRO ATTORNO AL CONSENSO

La contestazione giovanile è certamente fenomeno complesso; campo privilegiato d'indagine e di ricerca. Del resto gli studi si vanno moltiplicando: taluni offrono ipotesi interpretative illuminanti.
I fatti hanno comunque una loro manifesta evidenza. La contestazione è sintomo di insoddisfazione vasta che attraversa l'area giovanile; è denuncia di diffusa insofferenza che rifiuta le «strutture»: ma più definitivamente giudica «le proposte», «i valori».
Più profondo ed angustiante della situazione socio-politica, il problema tipicamente antropologico della ricerca di significato, della «prospettiva esistenziale» scuote il mondo dei giovani.
Il quadro tradizionale delle motivazioni appare loro svigorito; non alimenta la maturazione personale e la convivenza sociale. Le condizioni di vita sono contestate perché mediatrici di valori estenuati o falsi. Anche se non sempre in forma esplicitamente avvertita, la contestazione è prima di tutto un severo giudizio che i giovani portano alla «fede» degli adulti.
Schematizzando si potrebbe dire che il vero scontro è attorno al «consenso». La tradizione che l'adulto impersona e rappresenta ha elaborato un sistema di relazioni e di significati. L'adulto mostra di credervi – in buona o in cattiva fede – e lo difende. Anzi è preoccupato di salvaguardarlo anche nel progressivo passaggio di generazione. Il giovane è quindi sollecitato ad assumerlo e a garantirlo a sua volta.
L'adulto pone quindi il «consenso» come condizione obbligata di partecipazione. Sulla base del «consenso» tende ad elaborare l'intera cultura; la quale risulta essenzialmente trasmissiva e conservatrice.
Il giovane d'oggi, se non ha personalmente vissuta, ha almeno conosciuto la contestazione, avverte la pluralità e talora la contraddittorietà delle «proposte»; intuisce un'esigenza critica irrinunciabile alla base della propria adesione.
Non è più dunque disposto al consenso: ama il confronto. Anche dove riconosce un significato alla proposta, intende riformularla a misura propria. Tende ad una cultura essenzialmente creativa e critica: che dia spazio all'originalità del proprio intervento, e perciò innovativa.

PER UN CORRETTO RAPPORTO «INDIVIDUO-CULTURA»

Il giovane ha intuitivamente compreso che il problema del rapporto individuo-cultura si stabilisce ad un livello assai profondo: è confronto fra passività ed attività del singolo di fronte ad un sistema dato.
«Ogni cultura ha una storia: è un lento o rapido processo di trasformazione. La dinamica culturale non viene dal cielo o solo da trasformazioni biologiche (può anche venire da esse): essa nasce dalla reazione del singolo come tale, come novità ed originalità casuale, alla pressione del fatto sociale.
Il singolo non solo subisce una cultura e ciò è necessario e inevitabile – ma anche reagisce ad essa: è questa reazione, ciò che possiamo chiamare cultura in senso attivo, l'attività con cui l'uomo "excolit seipsum" (Gaudium et Spes)» (E. Chiavacci).
Cosicché in definitiva non è neppure un problema di quali valori: ma piuttosto di quale confronto sui valori. Di quale spazio resta aperto alla corresponsabile elaborazione dei significati.
Di fatto il ripensamento è in atto.
«Il processo di costruzione di una società nuova nelle strutture e nei bisogni, e quindi nei valori, non può essere... presso di noi se non lento, perché esso richiede la rimozione di antiche bardature culturali, oltre che il superamento della difesa degli interessi antisociali costituiti e solidamente consolidati.
Il compito è pertanto faticoso, spesso ingrato, e coloro che vi si impegnano debbono usare, accanto ad un chiaro proposito e a obiettivi precisi, illimitata pazienza e un senso di responsabilità che suppliscano alla carenza sociale di queste qualità così poco " italiane ". Si tratta, in ogni caso, di un compito che impegna un'intera generazione...
È giusto usare il termine di "rivoluzione silenziosa" per definirlo? Certo, a prima vista, questo movimento non ha l'aspetto delle rivoluzioni classiche della storia europea e soprattutto della Rivoluzione francese e di quella di Ottobre.
Ma se siamo realmente di fronte a un movimento rivoluzionario, allora conta assai poco il fatto che esso sia difforme dai modelli del passato, anzi tale diversità potrebbe essere uno dei segni della sua autenticità. E io credo che gli elementi di realtà che ci sono apparsi nella nostra ricerca possano costituirne se non altro dei segni premonitori» (TULLIO-ALTAN C., I valori difficili, Milano 1974, p. 127).
In questo processo lento, che ha sussulti e ristagni, talune indicazioni vanno emergendo; per lo più sono valori che «si modellano in negativo in rapporto ai valori tradizionali che sono stati misurati dalle nostre scale: e in particolare essi sembrano essere il valore della tolleranza di contro a quello del dogmatismo, la tendenza internazionalista di contro all'etnocentrismo campanilistico, l'apertura sociale e politica di contro al conservatorismo, la democrazia di contro all'autoritarismo, la apertura religiosa di contro al formalismo tradizionale, l'aspirazione ad una società più autentica di contro all'insensibilità qualunquistica e all'isolamento egocentrico, la accettazione positiva dell'alterità di contro al rifiuto e alla strumentalizzazione dell'altro» (Ibidem 30).

LE RADICI DI QUESTO PROCESSO

È naturale che tendenze del genere non nascano a caso. Un filone di approfondimento e di comprensione restano le matrici culturali che hanno alimentato la contestazione, la sua vena innovatrice e magari utopica.
Ne richiamo due che mi sembrano vistosamente presenti e caratterizzanti.
Una prima, meno palese, anche perché più profonda e tenace, si radica sul tipico gusto esistenzialista, dominante nel dopoguerra e negli anni cinquanta. Gli scritti di Sartre, Kerouac, Kafka, Camus... corrono nelle mani e nei discorsi dei giovani. Alimentano spinte utopiche e radicali, di cui le formulazioni programmatiche dei primi movimenti contestativi portano esplicita documentazione: «Si va alla ricerca dell'io, si ipotizzano comunità che permettono rapporti reali, si crea lo spazio psicologico -che porterà ad accogliere prontamente quelle suggestioni che le prime lotte per l'integrazione, per un campus più umanizzato sapranno fornire» (Gli studenti e la nuova sinistra in America, Bari 1968, XXIII).
I giovani sono alla ricerca spasmodica di una libertà radicale, per tanti versi disincarnata dalla storia e dal severo confronto che questa comporta: donde le sortite velleitarie o le evasioni che caratterizzano i primi tentativi, specie nord-americani.
Su questa prima esperienza matura una consapevolezza socio-politica che va man mano valorizzando l'altra matrice culturale vincente negli anni '60, comandata dalla riflessione e soprattutto dalla prassi marxista.
Attorno a questa nuova bandiera il movimento giovanile ingrossa le proprie file, assume forza di rottura; porta la sfida al «sistema» socio-politico, soprattutto europeo.
Dal punto di vista che orienta questi rilievi mi pare si possa dire che l'anima della contestazione è l'esigenza di libertà; come affermazione di autonomia, di originalità, di creatività individuale; come sforzo di rottura, di liberazione da condizioni ritenute disumanizzanti.
La spinta utopica è marcatamente presente; altrettanto vistoso è lo scontro con il «sistema». E in questo senso la contestazione è in parte storia passata.

RIVALUTARE L'ESPERIENZA PERSONALE

Ma l'anima della contestazione è più profonda, e per nulla estenuata: ha incrinato il «consenso» nei valori dell'ultima tradizione culturale, particolarmente europea; ha espresso, sia pure nella veemenza tipica dei giovani, la volontà risoluta di collocare su basi alternative e responsabili l'esperienza personale e la convivenza sociale.
Oggi alimenta e acuisce la domanda sul significato; impegna nelle direzioni più disparate alla ricerca di valori autentici.
Le ideologie – esistenzialista e marxista – che hanno sorretto la tensione critica della contestazione sembrano evadere e deludere dove presumono di elaborare «la risposta».
Il fronte dei giovani si divide e rischia di percorrere strade pericolose che vanno dal rientro rassegnato e passivo nelle maglie del sistema, alla rottura violenta e indiscriminata.

QUALE FEDE?

Un certo rifluire dei giovani verso l'esperienza religiosa è un fatto. Non è tuttavia esente da rischio ed ambiguità.
L'attesa dei giovani può venir incanalata in alvei di stagnazione. È di per sé aperta ad un incontro, in cui si possono scorgere le motivazioni autentiche dell'esperienza personale e dell'intrapresa politica.
La fede, compresa come valore definitivo, si risolve in sguardo vigile, critico e libero di fronte alle proposte molteplici e controverse, che sollecitano i giovani sui vari fronti della politica, dell'economia, dell'ideologia.
E la fede, vissuta in stretta solidarietà con l'esperienza, diventa la risorsa preziosa nella fatica giornaliera di intessere le fila della collaborazione e della solidarietà, per elaborare condizioni di vita più umane: diventa sforzo di liberazione.
La fede, per risultare credibile al giovane d'oggi, per non deluderlo nel ricorso che sembra insistentemente cercarvi, ha da assumere l'istanza di libertà e di liberazione: ha alimentato le aspirazioni giovanili della storia più recente; può riuscire la risorsa provvidenziale che conferisce spessore umano all'esperienza religiosa attuale.