Luciano Pacomio

(NPG 1979-01-31)

 

«Nel nostro caso (del sacerdote per la cura della Chiesa)... oltre all'esempio, non c'è altro strumento o altro metodo di cura al di fuori dell'insegnamento che si attua con la parola. Questo è lo strumento, questa è la dieta, questa è la migliore condizione climatica! Solo questa abbiamo come medicina, come fuoco e come ferro: se bisogna bruciare o tagliare, bisogna servirsi di essa e, nel caso venisse a mancarci, tutto il resto sarebbe inutile... Perciò è necessario darci molto da fare affinché la parola di Cristo abiti in noi abbondantemente» (GIOVANNI CRISOSTOMO, Dialogo sul sacerdozio, a cura di Giovanni Falbo, Milano 1978, p. 153-154). L'analisi che S. Giovanni Crisostomo opera in questo suo libro è espressa dal punto di vista del vescovo e sacerdote; prende quindi in considerazione il ruolo e i doveri di chi ha assunto nella Chiesa un ministero ordinato. Lo stesso Crisostomo però nella pagina citata riporta un versetto della prima lettera di Pietro che coinvolge tutti coloro che hanno ricevuto il Battesimo e dovrebbero esperimentare la fede in Gesù anche e soprattutto nelle persecuzioni, per le quali sono così sollecitati: «Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere che è in voi» (1 Pt 3,14-15).

ESSERE «CHIESA»: UNA PAROLA CHE CONVOCA E UNA RISPOSTA-IMPEGNO

C'è in questa lettera petrina un chiaro rapporto, quasi causa ed effetto, tra una
«ragione», motivazione, da esprimere e una «parola» che ci costituisce credenti: «Dopo aver santificato le vostre anime con l'obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero amore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1,22-23). In questi pochi versetti di lettera biblica possiamo riscoprire una dinamica che è l'esperienza permanente di quel modo di essere insieme e di rapportarsi tra persone che noi chiamiamo Chiesa:
a) il seme della Parola di Dio viva ed eterna gettato (= annunciato),
b) rigenerazione (la parola accolta opera una novità di vita),
c) che si esprime in un amore da fratelli sincero, intenso, di vero cuore,
d) tale esperienza può essere interpretata e può e deve poter dare ragione di sé; si configura come presenza del Signore nella persona («nei vostri cuori») adorato e come speranza di fronte alle più gravi prove.

L'esempio di due «personaggi» evangelici

Una dinamica del genere la si riscontra in tutte quelle narrazioni evangeliche in cui un personaggio indica o annuncia Gesù come Signore e Cristo e promuove una esperienza di accoglienza, riconoscimento, movimento-impegno da parte degli interlocutori.
Ad esempio nel Vangelo di Giovanni subito all'inizio nei capitoli l e 2 abbiamo due mediazioni profetiche, due personaggi cioè che in precisi contesti vitali, abbastanza comuni per ragioni diverse alla vita israelitica del tempo, diventano «seminatori» della parola.
Giovanni il Battista indica Gesù (1,26-27; 29-34), lo qualifica come colui che doveva venire e che battezza in Spirito Santo. Per più giorni l'annuncio è ripetuto e c'è uno spostamento di interesse, una esigenza di rapporto interpersonale, che spinge i discepoli di Giovanni a divenire ascoltatori, discepoli e «gruppo» dì Gesù: a «stare con lui».
Maria durante il banchetto nuziale & Coni si fa portavoce di una analisi pertinente:
^ non hanno più vino» (2,3); e di una proposta che raggiunge lo scopo: «fate tutto quello che vi dirà» (2,5). C'è in seguito ad un evento del genere una risonanza che va al di là della meta che Maria voleva raggiungere, per Io meno a livello di richiesta: «e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11).

La riflessione teologica di Giovanni

Una esperienza simile, costantemente e in varie forme attestata nella letteratura del Nuovo Testamento, trova una sua interpretazione e quasi teorizzazione da parte di Giovanni stesso nella prima lettera: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita... noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1,1-4).
Da parte di Giovanni «evangelista» l'esperienza diretta di Gesù, riconosciuto Parola della vita, è il contenuto dell'annunzio efficace che opera comunione tra l'annunciatore e gli ascoltatori. Ma questa comunione ha una ragione più profonda dovuta alle Divine Presenze «creatrici» del Padre e di Gesù, Dio e Messia (Cristo): la diagnosi è approfondita e radicalizzata. Questa esperienza di rapporto interpersonale, promosso dalla Parola (che è Gesù) e costituito e sostentato dalla stessa presenza di Dio tripersonale, non può non avere una risonanza esistenziale-affettiva nella gioia che viene qualificata perfetta.

COME ESSERE CHIESA

I testi biblici citati attestano una precisa coscienza degli scrittori neotestamentari che possiamo così esprimere: colgono il momento costitutivo dell'essere Chiesa nell'accoglienza dell'annuncio-Parola divina (.= la Fede in Gesù come Signore); constatano che essere Chiesa significa un coinvolgimento di tutta la persona nelle sue varie dimensioni. La dimensione intellettuale per riconoscere la Presenza e assumere una visione della realtà, della storia e del cosmo; la dimensione volitiva e operativa giacché diventano cogenti le decisioni in favore del bene degli altri e la personale coerenza al riconoscimento di Gesù e del suo messaggio; la dimensione relazionale-sociale per vivere i rapporti, cercarli con attitudine promozionale dei valori umani e della conoscenza-esperienza di Gesù.

Gli elementi essenziali

D'altro canto è possibile egualmente affermare che un rapporto interpersonale è Chiesa quando ci sono precisi «elementi» qualificabili come «essenziali»: cioè la Parola di Dio, le presenze che annunciano, la coerente testimonianza di vita. Il tutto però in una significativa circolarità, in quanto l'annunciatore inviato da Gesù è anche ascoltatore della Parola; e il vero ascoltatore «nell'obbedienza della fede» diviene con la parola e con la vita annunciatore e operatore «di verità».

Il ruolo determinante della Parola di Dio

Certo è che il ruolo della Parola è determinante per il cammino di Chiesa che anche oggi stiamo sperimentando. Anzi è la carenza della Parola di Dio non conosciuta, non sufficientemente annunziata, non partecipata in modo adatto e pertinente (ben inteso senza mistificazioni), non vissuta nella sua molteplice presenza nella storia dei rapporti umani.
In fondo dire Parola di Dio e dire Gesù presente, rivelante e operante è la stessa cosa. Un testo conciliare del Vaticano II ci aiuta a percorrere questo itinerario di riconoscimento e di esperienzialità (Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 7): Gesù è presente e interpellante nella Sacra Scrittura, parola di Dio scritta; è presente nella parola autorevolmente proclamata con duplice fedeltà al rivelato e alle esigenze dell'uomo; è presente nell'Eucaristia e in ogni celebrazione dei sacramenti della fede; è presente in una assemblea di persone o in un rapporto interpersonale a due o a tre vissuto nel suo nome, con una motivazione cioè riferibile a Lui (Mt 18,20); è presente nel bisogno elementare umano; è presente nella singolarità delle nostre persone, giacché riconoscendo Lui come Signore siamo avvertiti che «lo Spirito Santo... – dimorante in noi – ci insegna ogni cosa e ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto» (Gv 14,26).
Ogni presenza di Chiesa, sia nell'ambito delle famiglie, sia nel rapporto interpersonale di un gruppo, esperimenta e deve crescere nel riconoscimento della Presenza-Parola un po' in tutte le direzioni indicate, promovendo un'apertura, un'attenzione, una relazionalità verso le diverse età, verso i più disparati e pur autentici bisogni, verso persone a servizio della Parola, con l'inventività di chi nell'originalità della persona non può esimersi dal rischiare, dal tentare, dal confrontarsi per organizzarsi il tempo e reinterpretare i propri rapporti grazie proprio a questo attento e religioso ascolto della Parola-Presenza che si rivela sempre più a chi cerca «con cuore sincero».

ESSERE CHIESA NELL'IMPEGNO

È opportuno e anche necessario, per esperimentarci Chiesa, rieducarci al senso dell'operare, dell'agire. L'operosità e anche l'efficienza, che giustamente non sempre e necessariamente sono efficientismo e tuttavia liberano dall'estetismo e da ogni alibi d'indolenza e di menefreghismo qualunquista che cerchi mere gratificazioni emotive, non devono essere vissute unidirezionalmente: il momento intellettuale nella sua gamma di espressioni e attuazioni, il momento della decisionalità interiore, coraggiosa e discernente, devono essere altrettanto attivati come il momento operativo.

La funzione della preghiera

Se la persona umana è «essere con gli altri e per gli altri», l'apertura dialogica e collaborativa ha una sua determinante esperienza vertice e fontale, a seconda del punto di vista da cui la si considera, nella preghiera. E la preghiera stessa non può essere riduttivamente rilegata a parole dette o pensieri formulati su Dio o a Dio, ma assume tutta la gamma delle modalità del rapporto instaurabile di fronte alla molteplice presenzialità della Presenza-Parola. Paolo magistralmente scrive: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi (= voi stessi) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1-2).

ESPERIENZA DI CHIESA COME LETTURA ECCLESIALE DELLA STORIA

Se essere Chiesa implica relazione vitale il cui inizio è dono, iniziativa divina e la cui prosecuzione è crescita, grazie a una serie di atteggiamenti e comportamenti (capacità d'ascolto, apertura al dialogo e al confronto, discernimento e vigilanza nell'intervento operativo per chi è nel bisogno), l'esperienza di Chiesa è educazione a leggere la storia nel suo momento passato e ad assumerla con una corretta capacità interpretativa nella sua contemporaneità al nostro esistere.
Nel NT abbiamo parecchi testi che ci possono aiutare in questo senso. Prendiamo anche solo il capitolo 16 del Vangelo secondo Matteo. La redazione di questo testo a riguardo del comportamento di Pietro è profondamente orientativa.
In un primo brano (Mt 16,16-18) abbiamo la confessione di Pietro nei riguardi della messianicità e divinità di Gesù; ed è Gesù stesso a operare una «psicoanalisi» sull'affermazione di Pietro, rendendolo cosciente che non era la sua capacità penetrativa e la sua educazione-tradizione vitale, ma il Padre a renderlo capace di questo eccezionale riconoscimento di Gesù. C'è chiesa dunque dove ci sono persone che dicono: «Gesù sei il Signore» (cfr. 1 Cor 12,3).
Il secondo brano (Mt 16,22-23) in cui Pietro protesta di fronte all'annunzio pasquale di Gesù (il suo itinerario di passione, morte e risurrezione) è altrettanto importante. Ci sono modi di «pensare non secondo Dio, ma secondo gli uomini» che annullano la possibilità di essere Chiesa e fare esperienza di Chiesa.
La storia ci interpella con ogni tipo di dolore e di sofferenza; questa storia concreta, carica di tensioni, conflitti, frustrazioni e ambiguità deve essere interpretata, assunta, vissuta, finalizzata «secondo Dio».
L'esperienza ecclesiale, senza mistificazioni, deve costantemente discernere e operare la sintesi sul versante delle decisioni e delle azioni con comportamenti apparentemente contrastanti.
Già Matteo poneva in bocca a Gesù questa sollecitazione: «siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). E nella promozione dei doni e frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé», identikit della persona che fa Chiesa, dobbiamo considerare compossibile un cammino di crocifissione e di morte, pur permanendo nell'annuncio e in una reale esperienza di gioia. L'annuncio del «passaggio dalla morte alla vita» (Gv 5,24) e la realtà stessa della morte e della vita sono la visione della storia del credente in Gesù e l'esperienza di Chiesa da annunciare e da vivere.

LA FUNZIONE DEI «SERVITORI DELLA PAROLA»

Si rileva come essere Chiesa significa cogliere e vivere la successione: il dono, un metodo (ascolto, confronto, impegno collaborativo, primato della Presenza a prezzo della vita), la meta infrastorica (Col 3) e trascendente la storia.
Questo itinerario ecclesiale ricupera con il primato della Presenza-Parola l'importanza delle presenze dei fratelli «servitori della Parola» (ministeri ordinati, istituzionali, liberi) e dei «segni efficaci della fede» (sacramenti). Le presenze e i segni devono giungerci radicalmente relazionati a Gesù e alla sua parola: per questo si afferma che nessuna concretizzazione storica del ministero può esaurire la portata del dono di Dio, e il modello può e deve essere sempre nuovamente riproposto e correlato al contesto culturale; e i sacramenti, considerati nell'aspetto tempo opportuno per la celebrazione (vedi battesimo, matrimonio, riconciliazione) e come condizioni, devono fare problema, suscitando coraggiose responsabilizzazioni che postulano progetti pastorali confrontati, poi decisi e verificati permanentemente.
Camminiamo verso una Chiesa che denuncia sempre di più la fame della Parola di Dio e nella quale le persone, e i giovani in prima linea, devono prendere sempre più posizione rispetto a se stessi, agli «altri» e alle cose, ai beni. La «vita religiosa», cioè tutte le forme di comunità di donne o di uomini che stanno insieme a livello di convivenza impegnandosi nell'obbedienza, castità e povertà nel nome e con la forza di Cristo, attestano le piste, ormai bimillenarie, nella Chiesa, su cui ogni gruppo e ogni rapporto interpersonale di fatto vissuto, deve interrogarsi, confrontarsi e cimentarsi.
Devono essere attestati livelli di intensità, di istituzionalità, di testimonianza diversi, ma rivelano le condizioni e le costanti che da un lato offrono una criteriologia per interpretare e discernere, e dall'altro ci spingono a fare proposte e darci piste di cammino perché si moltiplichino i rapporti interpersonali a misure d'uomo, e che siano autenticamente Chiesa.

Superare la nostalgia di modelli autoritari

Il pluralismo (Gerusalemme, Antiochia, Corinto...) e le costanti delle comunità apostoliche stimolano a sbloccare la nostalgia di certi modelli di Chiesa e a incamminarci in una fedeltà crocifissa alla Parola e a promuovere una maggiore capacità di
– far circolare la Parola;
– interrogare, confrontare, provocare il servizio dei fratelli inviati e segnati con sacramento da Gesù (il Vescovo, i presbiteri, i diaconi);
– promuovere rapporti «cristiani» tra adulti con ritmi di permanenze e convocazioni sempre più nutriti e richiesti dalla Parola;
– responsabilizzarsi alle «opere della fede» con riflessioni sui metodi, sugli strumenti e un critico impegno «politico»;
– un'esperienza dei Sacramenti, obbediente ai doni di Gesù e provocata dalla allietante ed esigente comprensione della Parola.

Verso nuovi modelli

Una necessità ben identificabile dunque è il bisogno di persone «apostoliche» e «profetiche» che abbiano la disponibilità e il dono di servire la Parola di Dio. All'analisi delle situazioni ecclesiali delle nostre città e dei piccoli centri abitati si nota immediatamente per i giovani la mancanza di persone,
– di riferimento,
– di accoglienza,
– di annuncio.
Mancano cioè persone che abbiano assunto il modo «nuovo» di porsi nella nostra società a servizio della Parola. La «novità», a cui si allude, ha un preciso punto di raffronto: il rinnovamento biblico-liturgico-teologico assunto e riproposto dal Concilio.
Ora il modo «nuovo» implica
– una conoscenza della Parola più adeguata e vissuta,
– una coscienza sofferta dell'urgenza dell'annuncio,
– una disponibilità alla condivisione dei ritmi della vita degli uomini,
– una capacità di lettura dei contesti vitali e dei bisogni perché l'annuncio colga gli uomini dove sono e come sono,
– un tratto pedagogico promovente il dialogo e l'accoglienza.
Manca insomma il più delle volte l'esperienza «primordiale» che fa la Chiesa e promuove un'esperienza di convocazione e di associazione originalissima quale quella attestata dalla i Gv 1,1-3.
La Chiesa va verso la promozione di queste presenze che devono essere sia per i grandi agglomerati sia per i piccoli centri moltiplicati perché penetrino nel tessuto dei rapporti interpersonali e li promuovano dove non ci sono.

Il discernimento dei «ministeri»

Di qui la seconda grande necessità del discernimento dei «ministeri» che deve rinnovare in permanenza l'esperienza di Atti 6:
– lo stato di necessità,
– la presenza di chi grida per questa situazione,
– l'azione di chi sensibilizza,
– l'intervento constatante e discernente del «ministero ordinato in legittima successione» che coinvolge e responsabilizza nella ricerca della soluzione,
– che prega e fa pregare,
– e poi in modo inventivo e obbediente al Vangelo «invia», nomina, presenta persone «nuove».
Tutto questo implica una chiesa che senta vivamente da un lato il problema dell'accostamento dell'uomo nelle sue concrete condizioni di vita familiare, lavorativa e di tempo libero, dall'altro la subordinazione delle realtà spaziali territoriali alla necessità dell'accoglienza perché colà (parrocchia, diocesi...) la Parola sia annunciata, commentata, ripensata, partecipata ai ritmi di solitudine della vita quotidiana o di scambio all'interno poi degli ambienti usuali di vita.

CONCLUSIONE:
UNA CHIESA APERTA AL FUTURO

Per questa ragione l'«annunciatore», che non potrà più (ma dovrà continuarlo ad essere autorevolmente e con più duttilità e inventività nei modi di presenza e di promozione) soltanto esserlo il Vescovo e il presbitero, ma il diacono uxorato, il catechista, il lettore, le donne assunte a ruoli d'annuncio, il religioso con una accentuata disponibilità all'accoglienza e a far fare esperienza di rapporto interpersonale costituitosi proprio grazie alla Parola nella sua stessa comunità.
Ci vuole allora assiduità, metodicità nei tempi e nelle forme, inventività e tempestività nel preparare e formare tali persone, rigore nell'annuncio e rispetto per l'interlocutore, capacità di dialogo e di attesa pedagogica.
Non è più possibile proporre slogan quali «più fatti, meno parole» nella Chiesa verso cui ci incamminiamo, se per parole, intendiamo Parole di Dio.
Anzi è proprio un servizio più competente, coscienzioso, sacrificato e partecipato nel dettaglio della vita degli uomini che «sradica e pianta, abbatte ed edifica» (Ger 1,10).
Non ci si incammina verso il non precisato, il non ordine, il non organico e controllato. Si va verso una Chiesa che preventiva la propria presenza nella società e nella storia dell'indomani secondo la parabola di Mt 13.