Introduzione a: Prepariamoci al catechismo» dei giovani

Inserito in NPG annata 1979.

 

(NPG 1979-01-23)

 

Sta per uscire il «Catechismo dei giovani». La Commissione della CEI, responsabile della sua pubblicazione, ha già dato l'approvazione definitiva. Ed ora sono scoperti solo i tempi tecnici. Stiamo preparando un dossier sul «Catechismo», per presentarlo e per suggerire agli operatori come possono utilizzarlo saggiamente in prospettiva pastorale. Questo «documento» è infatti qualcosa di più di un semplice testo di catechesi: in una comunità ecclesiale sensibile può diventare un momento privilegiato per tessere ed approfondire il dialogo tra giovani e esperienza cristiana. Il «Catechismo» è come un seme. Produce in rapporto al terreno in cui è seminato. Fruttifica con abbondanza se è gettato in una, comunità che sa riformulare il suo progetto di pastorale giovanile. Insterilisce e muore se è catturato da qualcuno o da qualche comunità, come giustificazione autorevole della propria linea di condotta o come comoda mistificazione della rigidità delle scelte operate.
Il «Catechismo» è un seme. Dobbiamo «predisporre il terreno», prima di seminarlo. Prepararci, alla lontana, a questo evento.
Abilitarci a costruire «noi». Con la grazia dello Spirito, presente prima di tutto nella nostra qualificazione e, per mezzo nostro, negli strumenti che utilizziamo.
Questo dossier concretizza il nostro invito agli operatori di pastorale giovanile. Dice cosa intendiamo noi, quando invitiamo a «prepararsi».

Il fatto
Sta per uscire il «Catechismo dei giovani». Questo evento interpella profondamente le comunità ecclesiali italiane. Dobbiamo prepararci. In che direzione?
Risponde Mons. Aldo Del Monte, suggerendo il significato dell'avvenimento e le attese ad esso legate.

Prospettive
Concretamente, «prepararsi» significa ripensare il proprio progetto globale di pastorale giovanile. La comunità ecclesiale è sempre in fase di conversione. L'uscita del Catechismo rappresenta un'occasione da non perdere.
NPG suggerisce tre prospettive attorno cui operare il ripensamento:
1. Giovani e comunità
«Caricare» la comunità cristiana dei problemi relativi alla fede dei giovani.
Per precisarne il contenuto, analizziamo:
– quale Chiesa costruire (Pacomio)
– quale educazione progettare (Sovernigo)
– quale confronto attivare tra giovani e comunità (Trenti).
2. Contenuti o esperienze?
Superare posizioni esperienzialistiche per approdare gradualmente alla serietà «terza via» tra l'indottrinamento e oggettività dell'esperienza cristiana.
Ci poniamo questo problema: esiste una e le riformulazioni selvagge? (Tonelli).
3. Ritmi di crescita
Prevedere un quadro istituzionale preciso per la maturazione cristiana dei giovani nella comunità.
La funzione del «catechismo» come stimolo-verifica di questi ritmi (Floris).

PROSPETTIVE

La pubblicazione del «Catechismo dei giovani» rappresenta un'occasione da non perdere per ripensare a fondo il proprio stile di «pastorale giovanile». Vogliamo motivare l'affermazione e suggerire alcune linee di ripensamento.

1. Ripensare lo stile di pastorale giovanile
«Mai un educatore o una comunità educatrice hanno concluso il loro lavoro: una tensione spirituale profonda li tiene continuamente desti, sempre pronti a trovare il loro nuovo posto nella vita di coloro, dei quali devono avere cura» (RdC 159).
Quest'esigenza, sempre importante, ha un'urgenza tutta particolare nel tempo che attraversiamo.
Basta uno sguardo anche superficiale per scoprire che, oggi, nella comunità ecclesiale italiana esistono molti e differenti modelli di pastorale giovanile. Sono un bene, quando rappresentano concretizzazioni diverse «sulla misura dei destinatari» della fondamentale ricchezza salvifica dello Spirito. Sono, invece, un fatto negativo, se esprimono quella rivincita di soggettivismo che investe anche la comunità ecclesiale. Molti operatori hanno conquistato a fatica le linee nuove della pastorale, suggerite dal Concilio e, per noi, da RdC. E ora si sono attestati su questa ultima frontiera. Rifiutano di fare i conti con
la mutata sensibilità giovanile; e quindi rifiutano proprio la dimensione più innovativa: il confronto continuo con coloro a cui si vuole annunciare l'evento di salvezza.
La condizione giovanile è profondamente cambiata, dal '68 ad oggi.
Una pastorale giovanile «sessantottesca» ci sembra poco rispettosa della «logica dell'incarnazione».
Altri si ritrovano ingolfati nelle strette dell'eclettismo. Hanno recuperato suggerimenti da ogni parte. E ne hanno costruito un progetto operativo, molto povero di coerenza interna.
In un tempo di crisi come è il nostro, questo modo di fare non regge agli urti. Presto o tardi (e lo si costata facilmente), tutto esplode tra le mani.
Qualche operatore, in questi anni, ha aspettato al varco, convinto che l'acqua ritorna sempre al mare... Ha tenuto in surgelatore il fascio delle sue proposte. E oggi le può squadernare. Qualcuno gli va dietro; forse soltanto perché questo stile «sicuro» è fortemente rassicurante... Certo, molti operatori pastorali stanno lavorando in profondità, con serietà e competenza; magari tra grosse difficoltà, perché nel pluralismo il dialogo non risulta sempre facile.
Dall'osservatorio della nostra rivista, ci sembrano la stragrande maggioranza. Gli aspetti problematici che abbiamo elencato rappresentano dimensioni parziali, rispetto al processo più globale, decisamente positivo.
Nessun modello di pastorale giovanile può però autodefinirsi quello conclusivo, l'unico perfetto e immodificabile. La necessità di conversione attraversa in modo costitutivo la prassi dell'autorealizzazione della Chiesa. Del resto il dialogo tra due partner in movimento rischia di diventare un parlare tra sordi, se non esiste la preoccupazione di ride finire costantemente i termini del proprio discorso.
La pubblic«zione del «Catechismo dei giovani» è uno stimolo privilegiato
per verificare quello che si sta facendo. Rappresenta un evento ecclesiale così ricco, da costringere tutti ad un confronto profondo, per chiederci se stiamo realizzando globalmente una prassi di pastorale giovanile tale per cui quel «seme» possa portare il suo frutto, in abbondanza.

2. Le linee del ripensamento: i punti critici dell'attuale pastorale giovanile
In che direzione realizzare il ripensamento del proprio stile di pastorale giovanile? Non è facile rispondere a questa domanda. C'è il rischio di assumere il proprio progetto come criterio di verifica. E così, invece di fare i conti in casa propria, si valuta soltanto l'operato degli altri. Ci siamo confrontati con la letteratura più recente in campo di pastorale giovanile. Soprattutto ci è stato prezioso il grosso lavoro realizzato durante il recente Sinodo dei Vescovi e attorno al «Catechismo dei giovani». Citiamo, per esempio, i due ultimi Convegni dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesi a Collevalenza (1977-1978). Del primo esistono anche gli atti: «Catechesi e pastorale giovanile. Ricerche e prospettive» (Editrice AVE, pp. 128, L. 2.000).
Abbiamo individuato tre punti critici, sui quali invitiamo a misurare la propria prassi pastorale.
Li elenchiamo a veloci battute, perché gli articoli contenuti in questo dossier hanno la funzione di esplicitarli e concretizzarli.

2.1. «Caricare» la comunità cristiana dei problemi relativi alla fede dei giovani.
Troppe volte, in questi ultimi anni, l'azione pastorale con i giovani ha peccato di giovanilismo. La pastorale giovanile è diventata sinonimo di azione condotta da alcuni (specialisti o impallinati: i confini non sono sempre chiari) «fuori» o in opposizione o nell'indifferenza della comunità ecclesiale.
Questo modo di fare ha prodotto pericolose spaccature. Da una parte, chi lavorava con i giovani è partito per la sua strada, senza nessun dialogo con il resto della comunità ecclesiale. Dall'altra, le posizioni si sono irrigidite. Priva dell'animazione giovanile, qualche comunità ha fatto scelte facilmente conservatrici e quindi si è alzata a giudice più severo nei confronti del mondo giovanile. La segregazione generazionale ha attraversato così anche la comunità ecclesiale.
La pastorale giovanile è invece l'azione verso i giovani di tutta la comunità ecclesiale. La specializzazione non significa separazione, ma qualificazione di servizio.
Non basta però affermare il principio.
È vero che la fede dei giovani è problema di tutta la comunità. Purtroppo, però, un certo modo di essere-chiesa di qualche comunità produce la non-fede dei giovani. Ogni comunità, infatti, educa alla fede prima di tutto per quello che essa è,
per il modo concreto in cui realizza la sua ecclesialità.
I problemi nascono proprio qui.
«Caricare la comunità cristiana dei problemi relativi alla fede dei giovani» significa chiedere alle nostre comunità ecclesiali un impegno verso i giovani, che si traduca immediatamente in conversione, in rinnovamento profondo: in fedeltà nuova al proprio essere-chiesa. Solo a questa fondamentale condizione ha senso e diventa fruttuoso ricordare alla comunità ecclesiale la sua funzione irrinunciabile di «educare» la fede dei giovani, di sollecitare ad essi l'accettazione consapevole di una «fede adulta», di una «fede-della-comunità».
Abbiamo progettato tre articoli a sviluppo di queste esigenze: il primo, per comprendere, in una corretta ecclesiologia, cosa significhi essere-chiesa; il secondo, per definire dal punto di vista pedagogico i compiti di colui (persona o comunità) che voglia porsi come «educatore» dei giovani; il terzo per decidere, sempre in prospettiva pedagogica, se il rapporto tra giovani e comunità si debba risolvere nel consenso o nel confronto.

2.2. Superare posizioni esperienzialistiche per approdare gradualmente alla serietà e oggettività dell'esperienza cristiana.
Il secondo punto critico entra direttamente nel fuoco dei problemi.
L'esperienza cristiana è un fatto oggettivo, vissuto però sulla misura concreta delle singole persone. Il cristiano si trova continuamente nella necessità di «inventare» il suo essere cristiano, dentro quel «codice genetico» fondamentale che gli è stato donato.
È cristiano, perché accetta Gesù Cristo come evento radicale di Dio. Ma accetta cristianamente Gesù Cristo, solo se lo fa proprio sulla sua misura esistenziale, se lo vive; dunque se lo ricostruisce quotidianamente.
Questo problema, già intricato sul piano concettuale, diventa molto più grave quando investe i giovani di oggi. Per una serie di condizionamenti strutturali, essi hanno una grossa e ricorrente tentazione di soggettivizzare ogni esperienza, di fare di se stessi la misura concreta della prassi e della storia.
Dopo le fortunate conquiste teologiche e antropologiche che hanno «chiuso» il tempo del deduttivismo rigido e dell'oggettivismo spersonalizzante, oggi possiamo essere tutti minacciati
di tentazioni privatistiche. Come uscirne? Certo la strada non é quella di una restaurazione regressiva: formule e contenuti da accogliere in modo ripetitivo...
C'è una terza via tra l'indottrinamento e le «riformulazioni selvagge»? L'articolo che approfondisce questo punto nodale, suggerisce a grandi linee una possibile alternativa, esemplificando frequentemente sull'uso del «Catechismo dei giovani».

2.3. Prevedere un quadro istituzionale preciso per la maturazione cristiana dei giovani.
Il terzo punto critico ci invita a ripensare alla prassi di iniziazione cristiana. Tradizionalmente, la comunità ecclesiale scandiva la crescita di una persona mediante una serie di gesti e di riti. Esisteva un tessuto istituzionale che sosteneva la maturazione dei giovani: incontri catechistici, momenti-forti, riti sacramentali, «esami di passaggio»... Molte di queste cose erano rigidamente burocratiche. E sono cadute, sotto le spallate del rinnovamento. Purtroppo, però, si è ricostruito poco o nulla, dimenticando che la dimensione sociale e storica dell'esistenza umana richiede, invece, un quadro istituzionale preciso: duttile, riformulabile continuamente, personalizzante, ma concreto, programmato.
Abbiamo l'impressione, in altre parole, che il rapporto della comunità ecclesiale con i giovani risenta ancora troppo dello spontaneismo di qualche anno fa. Se allora era un bene, perché favoriva la deistituzionalizzazione di schemi troppo rigidi, oggi può diventare una tentazione pericolosa.
Cosa progettare? Senza ritornare al passato o senza nostalgie conservatrici, si può ipotizzare un nuovo quadro istituzionale che segni, ritualmente, la crescita cristiana dei giovani, nella comunità ecclesiale? Il «Catechismo dei giovani» può fare un servizio in questa direzione? Mediante un articolo sull'argomento proponiamo suggerimenti per aiutare le comunità a verificarsi. Lavorando, in un numero successivo, direttamente sul «Catechismo», ci ripromettiamo qualcosa di più concreto e operativo.