“Ma tu non hai fame?”. La quotidianità

Inserito in NPG annata 2014.

Io e l'altro. Percorsi di pedagogia interculturale /4

Raffaele Mantegazza

(NPG 2014-05-71)


Un gruppo di turisti italiani era da poco atterrato all’aeroporto di Amman, in Giordania, per una permanenza di circa dieci giorni. Arrivati all’albergo, sistemati nelle stanze e rinfrescatisi, i turisti uscirono per un giro per la città e poi entrarono in un ristorante tipico per la cena. Seduti al tavolo chiamarono il cameriere con un cenno della mano; il cameriere, dalla parte opposta della sala, li guardò e rispose muovendo in su e in giù la mano destra con le dita raggruppate nel gesto che gli italiani interpretano come “Che cosa volete?”. Scocciati, i turisti chiamarono un altro cameriere che rispose allo stesso modo. Uno degli italiani disse che anche all’albergo l’addetto alla reception aveva fatto lo stesso gesto quando il turista gli aveva chiesto le chiavi mentre l’addetto stava parlando al telefono. “Si vede che gli italiani non sono ben visti” disse qualcuno, “e comunque questi giordani non sono per niente educati”. Solo alla fine della cena qualcuno spiegò loro che quel gesto, del tutto identico a quello che in Italia è interpretabile come una scortesia, in tutto il mondo arabo è il gesto che si usa molto educatamente per dire “Arrivo subito, attendete solo un momento”.

Passiamo gran parte della nostra vita a ripetere azioni, gesti, piccoli rituali che entrano a far parte di quella che definiamo la nostra quotidianità. La nostra vita quotidiana, il tempo che passiamo a tavola, con gli amici, a dormire, a viaggiare, costituisce una struttura che spesso diamo per scontata. Che cosa ci sarebbe infatti da dire a proposito del modo in cui ci svegliamo la mattina, ci laviamo i denti, prepariamo o sbarazziamo la tavola prima o dopo pranzo? Si tratta però dell’insieme delle attività che danno un senso alla nostra vita e che aiutano anche a definire la nostra cultura in rapporto con le altre. Tanto più che la quotidianità è strettamente legata al contesto, all’ambiente o agli ambienti nei quali si manifesta. Si fa presto a dire “prepararsi per il sonno”: non è certo la stessa cosa farlo in un appartamento al centro di Roma o un una tenda in mezzo al deserto; non è la stessa cosa preparare il cibo in un’isba russa o in una baraccopoli alla periferia di Rio de Janeiro.

Tanti modi per fare le stesse cose

Il senso della relatività di tutto ciò che accade nella quotidianità dovrebbe costituire uno dei segreti per un dialogo tra le culture e per una educazione aperta all’altro/a. Questo significa che non esiste un modo unico e giusto per fare una cosa: esiste un modo abituale per farla, che di solito è il modo considerato giusto e adatto in quella determinata cultura e in quel determinato tempo. I principi generali di convivenza civile tra esseri umani sono stati considerati giustamente di valore universale e così dovrebbero essere sempre considerati: non uccidere, non fare violenza ai deboli, non deturpare la natura, sono massime che dovrebbero valere sempre e in ogni cultura. Ma “quando si finisce di mangiare ci si pulisce la bocca con il tovagliolo” è una massima che vale solamente per alcune culture e per alcuni tempi, anche se la cosa potrebbe sembrare strana o inaccettabile a chi è abituato a considerare la cultura occidentale del XX e XXI secolo come la migliore e l’unica “giusta”. Abituarci a vedere i nostri usi e costumi dall’esterno, considerandoli non come eterni ma come risposte particolari a particolari esigenze ambientali, potrebbe essere il primo passo per educare i bambini e i ragazzi al rispetto dell’altrui quotidianità.
Che cosa c’è di più naturale del mangiare? Si tratta di un bisogno primario dell’organismo umano: senza cibo si muore, se il corpo umano non immette in sé una certa quantità di proteine, grassi ecc. semplicemente cessa di vivere. Eppure proprio il caso del cibo ci mostra come sia tipico dell’essere umano l’avere sovrapposto a un bisogno naturale una rete di abitudini culturali, differenti a seconda delle epoche e dei contesti. In fin dei conti il corpo ha bisogno semplicemente di cibo: non di tacchini arrosto, di pietanze servite su piatti di porcellana o portate alla bocca con bacchette o posate. La cultura in questo caso ha aggiunto qualcosa alla natura e ha fatto di un bisogno primario un pretesto per lo scambio sociale.
Studiare come e cosa mangiano gli “altri” e le “altre”, mangiare con loro sia alla “nostra” che alla “loro” maniera, scambiarsi le ricette e soprattutto le modalità di preparazione del cibo (che spesso sono dei veri e propri rituali culturali e religiosi) costituisce una importante opzione educativa. Mai, in nessuna epoca, è consentito alle persone di mangiare tutto ciò che è commestibile. In fin dei conti noi consideriamo giustamente barbarico uccidere il gatto di casa per cibarsene: ma la carne di gatto non fa male all’organismo umano; semplicemente anche per noi –per fortuna!- considerazioni di tipo culturale precedono quelle di tipo puramente biologico. E del resto per alcuni antichi popoli era considerato improprio raccogliere da terra le briciole che cadevano dalla tavola perché costituivano il cibo degli dei. Possiamo allora iniziare a spiegare ai giovanissimi che alcune persone hanno dei tabù alimentari, non mangiano alcune cose perché la loro cultura considera il mangiare anzitutto un gesto culturale. E questo vale anche per l’alternativa tra il mangiare da soli o in compagnia: alcune culture considerano il mangiare da soli una offesa alla comunità e alla collettività, perché priva il gesto dell’assumere cibo del suo significato sociale. Ed in effetti l’immagine del manager che mangia un panino seduto al bar, urlando nel cellulare e leggendo i grafici che si è portato dall’ufficio, riduce il mangiare al semplice fatto dell’assunzione di calorie: cosa che a rigore non fanno nemmeno gli animali. Alcune culture diverse dalla nostra hanno ritualità particolari legate al mangiare insieme: sarebbe interessante studiare come in queste culture l’attenzione di chi mangia sia concentrata sul cibo –come segno di rispetto per chi lo ha preparato- o sui commensali, o su altro –come nel caso della preghiera di ringraziamento che a volte si recita ancora a tavola, spostando l’attenzione dei commensali su qualcosa di più elevato rispetto all’ammasso di calorie che hanno nei piatti.
Anche il sonno sembra qualcosa di scontato: ma fin da piccoli sappiamo che addormentarsi significa consegnarsi alle braccia della notte, dell’oscurità esterna e interna (gli occhi chiusi), alle insidie dei sogni e forse degli incubi. Il tutto spaventa i bambini e non lascia del tutto tranquilli nemmeno gli adulti, che infatti in Occidente hanno fatto di tutto per inventarsi una vita notturna per scongiurare la paura delle tenebre. Tutte le culture hanno fatto lo stesso, cercando da un lato di addomesticare la notte, dall’altro di popolarla di mostri e personaggi di fantasia, dal nostro babau ai troll nordici ai jinn della tradizione araba, per convincere i bambini e le bambine a stare in casa quando cala il sole. Come dormono i bambini senegalesi, come si addormentano le ragazze cilene, che cosa raccontano ai loro figli per farli addormentare i genitori russi, come vengono accolti al risveglio i piccoli cinesi? Si potrebbe scrivere una raccolta delle frasi affettuose o minacciose, delle ninnananne e degli oggetti portafortuna - dall’orsacchiotto, al carillon all’acchiappaincubi -, dei bacini della buonanotte, delle ghiottonerie trovate sul tavolo della colazione: si tratta di un ambito che interessa molto i bambini e le bambine proprio perché tocca un aspetto della loro vita intima ed emotiva che non può essere sottovalutato.

Trovare le radici della cultura

Studiare i modi in cui i compagni e le compagne si preparano ad affrontare il viaggio attraverso la notte e in cui salutano il nuovo giorno (con la preghiera, con il saluto al sole, con un inchino rituale, con un’abluzione...) aiuta i giovanissimi a comprendere come le diverse culture hanno affrontato il lato notturno della vita. Una cosa c’è di vero infatti nella macabra frase del manuale pedagogico dei gesuiti; che il sonno e la notte sono quanto di più di vicino alla morte ci sia dato sperimentare, e dunque proprio per questo costituiscono ambiti importantissimi di educazione e di confronto interculturale.
Anche la morte (della quale il sonno è la più usata delle metafore) fa parte della quotidianità. Per quanto cerchiamo di tenerla lontana, di non vederla, di non parlarne, essa ci bracca, ci insegue, non ci lascia in pace. Forse una educazione alla morte e al lutto è la cosa più urgente per una pedagogia all’altezza delle sfide del XXI secolo. I ragazzi e le ragazze oggi sono deprivati/e del diritto di sapere dai grandi che cosa sia la morte, del diritto a sentirne parlare, a vedere con i loro occhi che cosa accade quando una persona cessa di vivere, a seguire le fasi dei diversi riti attraverso i quali diciamo addio a chi ci era caro e ora non è più tra noi. Nell’attesa di giungere a una definizione di una pedagogia della morte, è opportuno che i/le ragazzi/e e i/le bambini/e imparino a conoscere “la morte degli altri”, ovvero a comprendere, osservare e discutere come le culture differenti da quella occidentale si prendono cura del morto, si fanno carico del lavoro del lutto, ricordano chi non c’è più. Un confronto di questo tipo avrà probabilmente l’effetto forse sgradevole ma comunque veritiero, di farci capire come la nostra cultura, negli ultimi cento anni, abbia rinunciato a un serio lavoro del lutto e abbia da imparare da culture differenti almeno in questo campo.
Quali che siano le nostre credenze religiose, quale che sia la narrazione che ci aiuta a comprendere e accettare la morte, il confronto con le narrazioni altrui, con gli altrui usi e costumi, ci può aiutare anche a ritrovare le radici della nostra stessa cultura. Si potrebbe scoprire infatti che alcuni riti funerari musulmani sono assai più vicini alle abitudini mantenute in alcune zone del Meridione d’Italia di quanto ci si potrebbe aspettare; si potrebbe scoprire che nessuna cultura ha taciuto la morte come sta facendo la nostra, e che proprio parlando della morte, evocando i morti, facendone oggetti di rappresentazione artistica, teatrale, rituale, si sono aiutati i ragazzi e le ragazze a comprenderla e a farne parte della propria quotidianità. Morire è un atto che ci pone al di fuori del mondo ma che fa anche parte del mondo: i funerali, i cimiteri, i riti, le storie raccontate a proposito del defunto, sono modi per far rientrare la sua perdita nella vita quotidiana del gruppo sociale, della famiglia, della collettività. Se un bambino o una bambina italiana non ha mai sentito parlare della morte, non ha mai visto un cadavere, non è mai stato accompagnato/a in un cimitero, se la morte è stata cancellata dalle sue esperienze e da ciò che lo/la circonda, è molto difficile che egli/ella non si senta in difficoltà davanti a coetanei che invece hanno trovato nella propria cultura di appartenenza il sostegno per poter comprendere la morte, almeno per quello che agli uomini e alle donne è dato comprenderne. Possiamo certo gloriarci delle scienze e delle tecniche come di elementi di – dubbia - superiorità, ma per quanto riguarda la gestione della morte, il confronto interculturale ci dice che siamo, purtroppo, tragicamente in ritardo.
Lo stesso schema è applicabile a mille altre attività quotidiane: dallo studiare al giocare, dal vestirsi al lavarsi; la logica è sempre la stessa confrontarci nella quotidianità con gli altri per capire che svariate sono le modalità culturali attraverso le quali gli esseri umani hanno affrontato e affrontano i compiti (questi sì universali e transculturali) che l’esistenza pone loro di fronte: crescere figli, giocare in allegria, affrontare la paura, celebrare Dio, prepararsi a dire addio al mondo.