Introduzione a: Sperare nella vita in un tempo di nichilismo

Inserito in NPG annata 1982.

 


(NPG 1982-05-3)

 

Perché un dossier sul nichilismo giovanile? Senza pretendere di essere esaustivi, alcuni fenomeni che attraversano la cultura in generale e la condizione giovanile in particolare, fanno tuttavia pensare.
Si tratta, per i giovani, di una generalizzata coscienza soggettiva di incertezza e di disincanto ( a questo punto si parla sempre di «crisi delle ideologie» e della partecipazione), di disancoramento da valori forti, di «vivere comunque», di mancanza di un sicuro e stabile fondamento all'esistenza stessa. Una coscienza soggettiva che trae le sue radici più profonde da una situazione di stallo della società nel suo complesso, di ripensamento dei fini e delle mete, di incapacità di comunicazione tra il «sistema» e i «mondi vitali»... e che trova il suo riflesso e il suo alimento in molti livelli della cultura ufficiale.
Tutto questo, con una parola grossa, lo chiamiamo nichilismo.
Il problema per la pastorale è quello di fare i conti con esso: perché non lascia indifferente la teologia e il modo di annunciare il fatto cristiano. Si può infatti dire l'evangelo di vita in un clima che respira di morte? Come è possibile integrare la fede con la vita, quando la fede non è più intesa come valore definitivo, e la vita viene svuotata o banalizzata, appena vissuta? In quale modo il nichilismo sollecita la fede cristiana e in che modo può l'evangelo essere oggi parola profetica?
Questi interrogativi che ci siamo proposti come redazione e che ora rilanciamo ai lettori chiariscono la strada percorsa nell'organizzare il materiale.
Non ci si è voluti soffermare troppo a lungo in una analisi del nichilismo nelle sue varie forme, ma ci si è limitati ad una introduzione globale. Per un approfondimento ulteriore rimandiamo all'analisi che ne offrirà, nel prossimo numero della rivista, Carlo Nanni nella rubrica «uomo/ oggi».
Abbiamo preferito lasciarci sollecitare dalla istanza nichilista in termini antropologici, educativi e pastorali.
In termini antropologici per chiederci quale modello di uomo esso critica e quale propone «allo stato nascente».
In termini educativi per prendere atto di un rifiuto radicale, anche se in forma morbida e non violenta, del rapporto educativo e della necessità quindi di inventare un nuovo stile educativo.
In termini pastorali per verificare se l'istanza nichilista di «ritorno alla vita» può essere il luogo entro cui riformulare lo stesso obiettivo della pastorale giovanile.

FATTI

È facile quando si parla di «fatti», pensare subito a droga, violenza, autoemarginazione, ecc., cioè agli aspetti più eclatanti della cosiddetta cultura del nulla o della morte.
Ma il nichilismo si insinua anche in altri aspetti del comportamento giovanile, e tocca il senso stesso della vita e il modo di porsi davanti ad essa.
Tuttavia non si può fare di ogni erba un fascio: non tutto è segnato dal nichilismo, né si possono confondere con esso espressioni di tipo «vitalistico» o riflessi della crisi del sistema.
I primi due interventi chiarificatori cercano di distinguere e di far luce all'interno del fenomeno.
L'articolo di Milanesi legge la condizione giovanile nel suo complesso, collegando le tematiche del nichilismo e dell'irrazionalismo a quelle più ampie del significato e della domanda religiosa, leggendo anche criticamente alcune risposte e vie di uscita offerte dall'istituzione ecclesiale.
Il secondo intervento, di Giannino Piana, intende precisare il senso del termine nichilismo.
Egli distingue tra una forma di nichilismo storico (quello del secolo scorso che ha trovato in Nietzsche il suo emblema) e l'odierno e inedito nichilismo. E distingue insieme tra un nichilismo teorico-filosofico ed un nichilismo pratico che si rimandano l'un l'altro.
Per capire il nichilismo giovanile, osserva Piana, occorre collocarlo all'interno di queste diverse accezioni e pratiche nichiliste. Se collocato in questo quadro complesso mostrerà il suo volto ambivalente, che se da una parte risolleva il discorso sulla attuale crisi culturale dall'altra apre nuovi per una riflessione sull'uomo in termini nuovi e per una rinnovata azione educativa.

PROSPETTIVE

Presentiamo tre approfondimenti.
Il primo contributo è di ordine teologico: si può dire la fede e come dirla in un tempo di nichilismo?
Giannino Piana affronta la domanda attivando un circolo ermeneutico, dunque un processo di reciproco «dare e ricevere», tra esperienza cristiana e istanza nichilista. La sua riflessione si sviluppa in termini di metodo e di contenuti.
In termini di metodo, dopo aver rifiutato un modello di pura e semplice integrazione reciproca fra fede e cultura e dopo aver rifiutato anche un modello dialettico che le pone in radicale opposizione, individua nella categoria della «compagnia» della fede alla cultura una mediazione attiva che salva la coincidenza assoluta e la radicale diversità tra «tempo dell'uomo» e «tempo del regno di Dio».
A livello di contenuti Piana indica alcune piste da percorrere: la creazione di nuovi linguaggi per dire l'esperienza cristiana, la teologia della croce come luogo da cui
proclamare il regno di Dio, la povertà come accoglienza e riformulazione di alcune istanze profonde del nichilismo.
Il secondo contributo, di Mario Pollo, riflette sul nichilismo in termini culturali per cogliervi un paradosso sempre drammatico nella vita dell'uomo: dare peso al presente contingente (alla «vita quotidiana») fino a disperderne il valore assoluto; dare peso ai grandi valori assoluti fino a non cogliere il valore assoluto e religioso proprio del presente, del tempo, della storia.
Il terzo contributo è di Carlo Nanni che rilegge il fenomeno nichilista in un'ottica educativa.
II nichilismo, a prima vista almeno, è rifiuto di ogni processo «formativo», ma non , come qualche anno fa, in nome di una scuola o di contenuti alternativi, ma in nome di un puro e semplice rifiuto di ogni formazione.
Ha qualcosa da dire il nichilismo al di là dell'ipotetico rifiuto della formazione? La risposta è positiva. Nanni vede nel nichilismo la invocazione implicita di nuovi valori e di un nuovo modello educativo. Le difficoltà non mancano, ma si aprono nuovi spazi antropologici ed educativi che in un certo senso annunciano il superamento della attuale crisi culturale.