Tre storie di gruppi giovanili: dieci anni dopo

Inserito in NPG annata 1981.

 

a cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 1981-08-55)

 

Che ne è stato di quei gruppi giovanili ispirati al politico e al '68 che la rivista ha presentato in questi anni nelle sue pagine?
È una domanda che è sovente rimbalzata in redazione e che diverse volte ci è stata fatta dai lettori. Ci sembrava stimolante cogliere le intuizioni di partenza del gruppo e le tappe successive di «aggiustamento» alla nuova condizione giovanile. Abbiamo preso contatto con tre gruppi giovanili le cui «storie» sono apparse a più riprese sulla rivista: un gruppo di Torino ( Centro Giovanile Valdocco), un gruppo di Genova (quelli di «Gigino e Gigetta», tanto per intenderci), un gruppo del «giro» di Novara (Gruppo Giovanile S. Martino). Li abbiamo invitati ad un incontro e, quasi in una tavola rotonda, abbiamo chiesto loro di raccontare, a grandi tappe, l'evoluzione del loro gruppo.
Vengono così narrate, in un linguaggio che è esperienza di vita, le intuizioni di fondo da cui sono partiti, le difficoltà incontrate lungo il cammino, i ripensamenti e anche i cambi di rotta. Si intrecciano così tutti i temi che sono punti nodali e caratteristici di una pastorale giovanile che si fa pratica concreta di azione educativa: come si fa gruppo? quali modelli di giovane e di cristiano si sono rivelati più praticabili? quale rapporto chiesa-mondo ha giocato nella formazione dell'identità del gruppo e dei giovani? quale il ruolo delle mediazioni e il peso della preghiera e della liturgia? in una parola: come evangelizzare, e come realizzare il rapporto tra fede cristiana ed esperienza umana?
All'incontro hanno partecipato alcuni giovani dei gruppi ed il sacerdote responsabile. Per motivi redazionali gli interventi sono riportati in prima persona.

 

LA STORIA DI UN GRUPPO

Voi avete lavorato per circa un decennio con i giovani, e avete contribuito alla nascita e allo sviluppo di un'esperienza interessante nel campo della pastorale. Pensiamo che la vostra esperienza sia significativa per i lettori della nostra rivista, perché è un'esperienza che ha attraversato le fasi più interessanti e anche più critiche che ogni storia di gruppo ha vissuto nel suo interno.
Per questo ci pare utile parlare della vostra esperienza, di come avete vissuto e affrontato i nodi critici di essa, delle intuizioni di fondo da cui siete partiti e della vostra posizione ora di fronte ad esse.
Incominciamo da una specie di «storia del gruppo».

GRUPPO DI NOVARA

Chi era il gruppo.
Era innanzitutto composto da adolescenti dai 16 ai 20 anni circa, di estrazione sociale e culturale abbastanza elevata, tutti studenti che vivevano nello stesso quartiere e che avevano pensato al gruppo come «riferimento», con particolare attenzione all'impegno nel quotidiano, quindi nella scuola, nel politico, ecc.
E ciò aveva fatto scoprire l'ideologia intesa come strumento di conoscenza della realtà e non come «falsa coscienza».
Intorno al 1972/73 questa prospettiva li ha portati a fare delle scelte di minoranza in campo politico. Quasi tutti, in sostanza, sono confluiti nell'area che definirei impropriamente «sinistra extraparlamentare» tanto per intenderci, con un conseguente grosso irrigidimento sia nel campo politico che, quasi per osmosi, nell'ambito ecclesiale con una lenta perdita di rilevanza della stessa fede.

Il difficile rapporto con la parrocchia

Proprio in quel periodo il gruppo ha incominciato ad entrare in conflitto con l'istituzione parrocchiale.
A questo proposito ci sono state due differenti valutazioni da parte degli aderenti al gruppo.
Alcuni dicono che ci sono stati dei cuscinetti che hanno impedito un reale incontro tra gruppo e parrocchia.
Altri più positivamente dicono che ci sono stati dei «filtri» (in sostanza un prete e un'assistente sociale) grazie ai quali il gruppo è stato progressivamente introdotto nel vissuto della comunità parrocchiale.
In ogni caso fino a quando questi cuscinetti o filtri hanno funzionato, hanno permesso al gruppo molta libertà di ricerca e di dibattito al suo interno: si discuteva di tutto e su tutto, soprattutto a partire dalla militanza politica vissuta prima nelle strutture partecipative della scuola spontanee e no (assemblee, collettivi, ecc.) e poi in quell'area politica di cui ho parlato.
Ho fatto ad esempio un esame abbastanza veloce dei libri letti da buona parte del gruppo in quell'epoca. Gli autori che andavano per la maggiore erano Girardi, Valsecchi, Gentiloni, Silveri, Franzoni e alcune lettere dell'Episcopato francese (per es. Politica Fede Chiesa).
Ad un certo punto al gruppo non è bastato più avere un suo spazio all'interno del quale dibattere e teorizzare.
parso necessario entrare e contare di più nell'ambito parrocchiale vero e proprio e ci si è posti l'obiettivo per la verità un po' ambizioso di riformare la parrocchia dall'interno.
A dire il vero c'era già sin dall'inizio chi spingeva in una direzione opposta, e pensava che non era il caso di rimanere nella comunità parrocchiale con il rischio di spremersi come limoni, ma di staccarsi da essa continuando a fare esperienza di gruppo ecclesiale da soli. L'autore che più lucidamente teorizzava questa ipotesi era Pietro Brugnoli: né si devono dimenticare le esperienze delle comunità di base, presenti anche a Novara.
Di fronte a questo dilemma la scelta fatta fu quella di riformare la parrocchia dal di dentro, soprattutto attraverso il Consiglio pastorale in cui i giovani sono entrati con molto entusiasmo e disponibilità.
Si incominciò a insistere sulla necessità di una liturgia più viva, più ancorata ai grandi problemi storici, diversa da quella «ufficiale», si criticava senza mezze misure la S. Vincenzo perché ritenuta colpevole di assistenzialismo, si contestava ciò che ai giovani sembrava il collateralismo tra parrocchia e DC.
La conclusione è stata una rottura violenta tra gruppo e parrocchia, sia per un irrigidimento di una certa fetta di adulti sia per un irrigidimento del gruppo giovanile, conseguenza di quella scelta di minoranza di cui si è detto.
E questo, in sostanza, ha mandato in frantumi il gruppo dopo un tentativo non riuscito di esperienza ecclesiale autonoma.
Nel frattempo ho cambiato parrocchia: ma non credo che la mia eventuale presenza avrebbe modificato la situazione.

GRUPPO DI TORINO

Io a Valdocco sono arrivato nel 1972, e dal '76 ho la responsabilità di tutto il centro.
Il primo lavoro è stato quello di riuscire con i preti, eravamo tre preti e un chierico, a dividerci i compiti, a trovare degli spazi: io mi sono trovato responsabile della fascia dei giovani, e con loro ho incominciato un certo cammino.

Un gruppo che sta al gioco

Quando sono arrivato a Valdocco, i giovani quasi mi rifiutavano perché venivo da una esperienza terzomondista, mi guardavano con sospetto. Intanto ho cercato un'idea unificante per dare un senso a tutta l'attività, e l'idea è emersa riflettendo sui documenti di un gruppo di Genova: l'idea di servizio è stato il primo tentativo di incontro con i giovani e di là è nato un gruppo di giovani che c'è stato al gioco.
E quest'idea di servizio, servizio al piccolo, al povero, ha fatto poi maturare l'esigenza della qualificazione, sia a livello personale, sia attraverso un modello di uomo verso cui tendere.
Però ho sempre avuto la preoccupazione che il gruppo fosse collegato a un'istituzione, all'istituzione oratorio-centro giovanile, che è più complessa del gruppo che io seguivo, e penso che questo abbia permesso la sopravvivenza del gruppo ancora oggi.
Insieme al gruppo portante, quella decina con cui abbiamo incominciato, c'era una fascia di giovani che non avevano magari molta voglia o molta capacità di trascinare, però anche loro partecipavano, e nelle riunioni si arrivava anche a 50/60 persone, non sempre le stesse.
Culturalmente non era un gruppo omogeneo, e a parte alcuni universitari e liceali, la matrice culturale era operaia, di media cultura, e quindi non c'è stato quell'entusiasmarsi sui libri citati, eccetto forse per Girardi; ma per lo più si accontentavano di articoletti, di ricerche in campo sociale, ma tanti non leggevano nulla. Le difficoltà, e anche le sfide, nascevano soprattutto dall'ambiente esterno, sia dall'ambiente del quartiere (il quartiere crea molte difficoltà, e il nostro impegno di inserimento nel quotidiano ci poneva problemi di apertura nel sociale); sia anche dall'ambiente stesso di Valdocco che è ricco di tradizioni, e quindi hanno pesato moltissimo certe letture del tipo: il gruppo che si lancia nel sociale diventa comunista, non rispetta più le tradizioni del passato, Don Bosco non voleva così, il gruppo misto pone molti problemi...
Alla parrocchia questi giovani all'inizio erano molto legati, mentre ora invece essa non è più momento di coesione, per cui, pur sentendone l'importanza, in realtà i giovani hanno incominciato a rifiutarla. Questa è la storia passata del gruppo.

COMUNITÀ DI GENOVA

Riferendomi a un minimo di storia del gruppo, a me venivano in mente questi flash.
Il gruppo esisteva già prima del 1968: c'era un oratorio con un campetto, un po' di giochi e diverse tessere dell'Azione Cattolica. L'intuizione di inizio fondamentale fu questa: che l'oratorio non sconfiggeva assolutamente le proposte del sistema, perché lasciava le persone come singoli, prima o poi in balia delle proposte del mercato.

L'opzione gruppo come punto di inizio

Abbiamo allora fatto quella che già la pastorale giovanile chiamava «opzione gruppo». Ricordo che la prima grossa crisi dell'oratorio fu quando si propose di vivere insieme, ragazzi e ragazze: se ne andarono due terzi dei partecipanti, perché si accorsero che avrebbero dovuto in qualche modo rinunziare al loro privato, e l'oratorio non sarebbe più stato un posto nel quale passare, ma nel quale vivere. La maggior parte ha preferito l'esilio, ed è rimasto soltanto un gruppetto di giovani con pochissimi dei più vecchi.
Le scelte agglomeranti furono fatte attorno alla buonanima di Gigetto (lo chiamo così perché effettivamente lo si ricorda come un caro estinto). Essere equivaleva ad essere contro; il gruppo era il posto nel quale al singolo era possibile sopravvivere come «uno»: uomini contro. Contro cosa? ovviamente contro la società, contro il clericalismo della Chiesa, contro un certo tipo di famiglia. Ed è anche stata poi l'intuizione discutibilissima, ma fondamentale nei primi anni, una insistenza fino al moralismo, puntigliosa, sul tipo di coppia, perché si coglieva sull'eredità di Marcuse, come nella sessualità, nella coppia, ci fosse annidato il nocciolo del sistema, il collante del sistema. Si era messo a fuoco che un nuovo tipo di coppia potesse essere la prima ora di una nuova umanità, di un nuovo tipo di società, di un nuovo tipo di chiesa: per questo il Gigetto era Gigetto e Gigetta; e allora ecco tutta una serie di atteggiamenti precisissimi, una normativa che oggi potremmo dire tipo congregazione religiosa: si fa così, non si fa così, ci si veste così, l'arredamento è questo, ecc. ecc.
Mi pare che le tipologie abbiano un loro valore. Ne ho parlato quasi scherzevolmente, ma a me sembrano dei grossi valori che io ho imparato dai giovani stessi.

Le nostre scelte

Ancora, la scelta di stare dentro le istituzioni era fondamentale, perché avendo girato i vari gruppi del dissenso, ci era parso che, per dirla con un vecchio slogan, i movimenti scuotono gli alberi ma le istituzioni ne raccolgono i frutti. E quindi occorreva rimanere dalla parte di coloro che raccoglievano i frutti.
La scelta del Vangelo era, direi, una scelta tipicamente ideologica; al Vangelo ci si schierava per un'ideologia di nuovo umanesimo, di stampo maritainiano; l'accoglienza delle scienze umane nella pastorale, il riferimento nazionale e internazionale come sintesi delle linee ideologiche emergenti: si giravano delle centrali ideologiche, NPG, Loppiano, Bose, Taizé, gruppi del dissenso (ricordo le famose frasi: Ma chi è per te Gesù? è un operaio...), poi la Cittadella. L'aver partecipato a un Convegno della Cittadella (erano i tempi dei convegni a tamburo battente sulla lettura politica del Vangelo di Marco di Belo, quando il Vangelo era ridotto a un pretesto per agganciare la gioventù cattolica al discorso operaistico, rivoluzionario) è stato però il campanello di allarme che ci è suonato per cercare delle piste nuove, che poi si sono trovate.
Poi si era accettata l'utilizzazione delle mediazioni culturali (oggi con un pizzico di sarcasmo ci viene da dire: si erano offerte le fonti anziché la fonte): in effetti non si era mai letto il vangelo schietto in comunità, ma sempre le mediazioni culturali (si diceva: raccogliendo le sfide storiche, offriamo la sintesi preconfezionata in modo che sia appetibile da giovani d'oggi).
Lo specifico religioso per noi si è verificato, come dicevo prima, come una scelta istituzionale, cioè il restare all'interno della parrocchia nonostante essa abbia creato delle situazioni conflittuali pesanti per la comunità. Per un altro verso lo specifico si è attuato restando nell'Azione Cattolica nazionale: erano i tempi della scelta religiosa contro l'integrismo collateralistico. Essa è stata per noi un caposaldo che ci ha impedito di marginalizzare la fede, e ci ha tenuto in collegamento con le istituzioni. Un'altra istanza, legata alla dimensione religiosa, era la vocazione popolare della comunità: restare fedeli al popolo, legati ai bambini, ai genitori, alla gente. La vocazione popolare ci ha salvato anche la fede, e non a caso la fede non è altrove che depositata nel Popolo di Dio.

E attualmente cosa rimane del gruppo con cui avete lavorato? Verso cosa si è evoluto?

GRUPPO DI NOVARA

Oggi quel gruppo non esiste più.
Al suo interno sono maturate due linee.
Una che è rimasta legata al territorio e quindi alla parrocchia e che ha mantenuto il legame con la gente.
Un'altra linea, invece, si è legata di più all'impegno culturale e poco al territorio concreto.
Con una piccola cattiveria direi che sono quelle persone che dopo aver a lungo teorizzato l'«intellettuale organico» di gramsciana memoria, sono venuti meno proprio a ciò che volevano essere, cioè intellettuali legati alla realtà concreta. I primi hanno mantenuto anche una certa pratica religiosa, mentre per altri la fede è diventata irrilevante dentro la loro azione.
Anche il primo gruppo attraversa tuttora delle grosse difficoltà. Da un lato vorrebbero rimanere dentro la propria parrocchia, diciamo, di origine e dall'altro non si trovano molto, per cui sentono l'esigenza di continuare ad approfondire e a vivere la fede dei primi anni, ma tengono in sospeso il discorso sulle forme religiose attraverso cui questa fede deve esprimersi.
Che, a dire il vero, sia pure con qualche differenza, è la situazione presente anche nel secondo spezzone.
Volevo aggiungere che, forse, uno dei motivi della crisi è anche questo: quando si teorizzava il gruppo di riferimento, dicendo che il gruppo non era il «luogo dove si stava» ma il luogo dove si «ritornava», in realtà lo si teorizzava soltanto. Di fatto «ci si stava» dal momento che la città è piccola e che tutti, per giunta, abitavano nello stesso quartiere.
Quando poi si è incominciato ad andare all'Università (Milano, Torino, ecc.) tornando magari due volte alla settimana, ed era giunto il momento di vivere davvero il gruppo come riferimento, non lo si è più vissuto, ci si è dispersi.
Anche perché, probabilmente, non abbiamo saputo studiare strumenti adeguati a far vivere non più l'adolescenza, ma la giovinezza.

GRUPPO DI TORINO

Io non posso dire che il gruppo sia morto, appunto per il legame col centro giovanile, l'Oratorio. Anche se sono cambiate molte persone e un certo ricambio c'è stato, il nucleo portante è ancora quello del 1972, pur avendo in questo momento problemi seri di permanenza al centro, e quindi cerca giustamente altri sbocchi, anche per lasciare spazio agli altri, quelli che ora hanno 17/18 anni. Però fanno molta fatica a cedere questo spazio, anche perché loro provenivano dalla cultura del '68, ed erano ben preparati, mentre invece i più giovani hanno difficoltà a sostituirli. Ora si stanno buttando sulle cooperative, ed è stata una scelta per poter continuare ad agire sul sociale e anche per mantenersi uniti.
Da un punto di vista ecclesiale e cristiano, mi pare che quei ragazzi non hanno più una grande volontà di costruire una comunità cristiana, anche se a livello personale cercano di vivere la fede.

COMUNITA DI GENOVA

Da due anni e mezzo non vivo più nel gruppo anche se abbiamo mantenuto rapporti abbastanza stretti almeno in certi momenti. Penso che compito dei figli è mettere da parte i padri e farsi la loro vita. Però potrebbe per il futuro esserci un progetto di fusione tra il gruppo di una volta e quello in cui vivo adesso: non direi però tanto un gruppone, ma una volontà di ritessere un'avventura in qualche modo comune, una specie di chiesa in dialogo.

DAL GRUPPO ALLA COMUNITÀ

Nella storia del gruppo di Genova emergono già alcune linee critiche, sono presenti fermenti di evoluzione e di maturazione del gruppo verso una nuova forma di comunità. Quali sono le scelte maturate?

COMUNITA DI GENOVA

Le scelte le abbiamo maturate anche sotto la spinta di alcuni dei ragazzi più sensibili, e sono le scelte attuali lungo le quali ci muoviamo. Le accenno a mo' di slogan.
Dal gruppo alla comunità: dal gruppo inteso come persone che stanno insieme, con obiettivi comuni tra i più vari; alla comunità come persone che scelgono di stare insieme per mettere il vangelo al centro della propria vita e poi tradurlo in pratica di vita. Il primo servizio che una comunità fa al quartiere è quello di esistere come comunità, poi di stare in mezzo alla gente, farsi carico delle sue istanze, della sua solitudine.

L'autorità della parola

Un altro slogan: dalla democrazia all'autorità. Il concetto maggioranza-minoranza è sessantottino; mentre l'autorità è della Parola di Dio sulla vita, sul cuore. All'interno della comunità lentamente emergono delle persone che vengono avvertite come più fedeli ascoltatrici, pur con i loro limiti, della Parola di Dio, persone alle quali si domanda fraternamente una cura pastorale. L'assemblea rimane comunque il posto in cui la Parola di Dio esercita sovrana la sua autorità, senza un vieto clericalismo. La parola obbedienza viene pronunciata con entusiasmo in comunità. Non a caso i nuovi testi che leggiamo sono, per es., la Regola di S. Gregorio Magno..., su cui abbiamo meditato a lungo e con frutto, senza assumerne immediatamente gli schemi che venivano proposti.
Dalla teologia alla parola: si trova il coraggio di dare il Vangelo in mano ai ragazzini; e la lettura, o meglio la proclamazione della Parola diventa il momento fondante e identificante della comunità.
Se una volta mi si chiedeva: quanti siete in comunità? Io rispondevo 640, perché in tanti avevano la tessera dell'Azione Cattolica. Oggi invece penso di rispondere 220, perché tali sono le persone che frequentano regolarmente le liturgie, che celebrano la parola, sia nell'aspetto liturgico sia nell'aspetto assembleare: e c'è una continuità tra l'assemblea liturgica trisettimanale e l'assemblea di fraternità, nella quale si fa un minimo di presentazione della Parola, e poi ognuno parla, riecheggiando in modo niente affatto nostalgico le forme capitolari dei Padri fondatori. Al posto dei teologi i padri: e questi sono i grossi riferimenti: Gregorio come lo scopritore della pastoralità; Benedetto e cioè la comunità come l'alternativa alla città, dove si trova la nuova qualità della vita, diremmo oggi; Francesco come la riscoperta della fraternità evangelica.
Dalla liturgia comizio dei primi tempi alla liturgia dell'ascolto, alla riappropriazione laicale della Parola in un contesto normalmente extraliturgico, in cui anche i laici fanno predicazione.
Dalla coppia alla fraternità; la scoperta della affettività diffusa: il Vangelo crea una familia Dei, dove il celibe ha posto come lo sposato, dove la sua affettività non soffre frustrazioni.
Dalle infiltrazioni nelle istituzioni civili alla proposta autonoma di comunità alternative sul piano della qualità della vita come servizio alla gente che ci è attorno (bambini, anziani, doposcuola): una comunità che vive in questo modo fa servizio politico.
Dal protagonismo individuale e liberistico a un ritmo capitolare dell'obbedienza, con piani pastorali e personali in qualche modo verificati dall'assemblea e vigilati da persone determinate.
Dal riferimento alle centrali ideologiche alle esperienze vissute tradizionali della chiesa, con particolare predilezione per la tradizione monastica, dove la vita comune ha avuto una sua celebrazione più vistosa e profonda.
Dallo specifico della pastorale giovanile a un radicalismo evangelico transgenerazionale, là dove la comunità viene avvertita come scelta per la vita, come lo sposarsi.
Dal quartiere come riferimento topografico a una qualche forma di movimento più cittadino, legato meno ai fatti e più alla qualità della proposta.

GRUPPO DI TORINO

Io non posso parlare di comunità in senso proprio. C'è una comunità nel senso che cerca di dare una lettura cristiana del trovarsi insieme; però nel centro giovanile ci sono tante metodologie diverse: ci sono gli scouts coi quali si hanno rapporti di amore-odio, di bisticci e di collaborazione; poi c'è il settore sportivo, c'è un settore di simpatizzanti, e allora è difficile dire che il gruppo di Valdocco è una comunità con una sua ben precisa identità.

Il quotidiano come luogo di identità del gruppo

Ciò che dava l'identità al gruppo era, secondo me, l'elaborazione comune di certe riflessioni da offrire poi agli altri. Ci si è trovati attorno ad alcune idee qualificanti di pastorale giovanile, che hanno aiutato a fare la scelta del quotidiano, del pluralismo.
Coloro che guardavano con molta vicinanza il quotidiano si sono trovati quasi naturalmente in un contesto pluralistico e conflittuale. Per dare una lettura cristiana partivamo dall'umanizzare l'esperienza: si diceva, andiamo fino in fondo alla tua vita a scoprire questo Cristo. Però a questo Cristo non ci si arrivava, e lo si accettava per comportamento di gruppo, e così anche la preghiera. È venuto fuori un cristianesimo molto secolarizzato. La presentazione, appena fatta, quasi monastica del cristianesimo, i miei giovani la rifiuterebbero. Difatti il Cristo che a loro piace, che trovano interessante, essi lo presentano come profeta, liberatore, servo, speranza. Difficilmente presentano il Cristo come sofferente o parlano della croce.

COMUNITA DI GENOVA

Eppure io ritengo che proprio lo stile di comunità, l'attenzione in fraternità con la gente nella situazione in cui è, ci permette di annunciare il Vangelo tout court: il vangelo così come si presenta ha un fortissimo rapporto contrattuale sulla vita, sul cuore della gente.
Vorrei inoltre dire perché abbiamo trovato spontaneo mettere il Vangelo come centro della comunità.
Eravamo ormai abbastanza distaccati dalla situazione storica e sociale dell'altro gruppo del '68. Emergevano molte esigenze personali, e c'era presso tutti l'intento di capire gli aspetti della vita, dei rapporti che andavano più nello spazio del personale, e ci sembrava che le cose che si facevano nella vita della comunità non rispondessero più a tali esigenze, anzi molte volte erano contrarie. Abbiamo allora cercato di capire come si poteva cambiare la comunità, in maniera che diventasse qualcosa che ci rendesse tutti più soddisfatti, più felici e nello stesso tempo ci desse la possibilità di continuare il servizio coi piccoli, coi poveri. Abbiamo capito che avevamo travisato, messo da parte tutto lo spazio umano, di confronto e di amicizia, e abbiamo trovato che nel Vangelo c'era una risposta a tutte le esigenze concrete e alle situazioni in cui ci trovavamo. Ne è derivato un modo diverso di fare assemblea, in cui ciascuno si sentiva più a suo agio, non staccato dal cammino degli altri.

IL MODELLO DI UOMO E CRISTIANO

Per fare il punto su quello che abbiamo elaborato fino ad adesso, lanciamo un interrogativo che in qualche modo provoca un'analisi critica: che giudizio date dei progetti d'uomo, di cristiano, degli itinerari, che hanno segnato il cammino del vostro gruppo/comunità? Che cosa cambiereste, che cosa invece andrebbe veramente conservato? E ancora: tenendo conto che in questi modelli ci sono delle scelte legate alle persone e ai momenti, altre sono errori di gioventù, legate al fatto di incominciare una strada nuova, ci sono invece scelte legate a delle intuizioni che uno è disposto a continuare a sposare, che realmente sono il senso della sua vita, della sua presenza pastorale. Quali sono?

COMUNITA DI GENOVA

Il coraggio del carisma evangelico annunciato senza alcuna scadenza teologica per l'accettazione, l'annuncio di un radicale evangelico senza finzioni, senza mediazioni: prima annuncio lo specifico, poi si arriverà a tutti i confronti, a tutte le mediazioni che a volte sono anche contaminazioni. Queste sono le nostre scelte pastorali. E hanno una forte presa. Ho trovato che anche per le persone più lontane dall'istituzione ecclesiastica, il Vangelo rivela una capacità di approccio, una profonda sintonia esistenziale con le richieste del cuore della gente.

GRUPPO DI NOVARA

Io invece mi trovo sul versante opposto.
Mi riallaccio quindi al modello di giovane verso cui si tendeva allora e che, almeno dal punto di vista teorico, non deve essere sconfessato neppure oggi.

Una visione laica della vita

La distinzione tra chiesa e mondo, tra fede e religione (anche se la fede ha bisogno di un humus religioso e di momenti religiosi) era un'intuizione molto importante. Si trattava di distinzione, non di separazione, che spingeva ad una visione «laica» della vita, considerata come valore in sé.
Purtroppo questa visione laica della vita ha portato ad un atteggiamento di separazione tra fede e morale, tra fede e prassi, tra fede e politica: ciò significa che qualcosa non ha funzionato.
Un altro grosso valore: le esperienze umane come luoghi storici della presenza di Dio (non è che la continuazione di prima).
Io ritengo questa intuizione sommamente valida anche oggi.
Il vivere dentro, l'assumere con simpatia e non con sospetto pregiudiziale tutte le esperienze umane, non solo quelle che si fanno in un ambito ecclesiale. Naturalmente si tratta di umanizzarle veramente, cioè di problematizzarle, relativizzarle per salvarne l'elemento positivo.
E a questo proposito credo nella validità dell'apporto delle scienze umane, senza le quali si rischia l'enfasi o il rifiuto.
Occorre certo, contemporaneamente, interpretare il tutto alla luce della Parola di Dio attraverso quella lettura sapienziale» che fu la grandezza del popolo ebreo e che per tanto tempo ritmò anche i passi del Gruppo S. Martino.
E ancora: l'idea del cristiano come coscienza critica, la lotta e la contemplazione per diventare uomini di comunione (per usare una felice espressione di Taizè), la Parola di Dio affidata a tutti e non soltanto a dei filtri a ciò deputati come può essere il prete.
Inoltre, l'accentuazione della dimensione personalistica: la persona intesa come essere irripetibile da rispettare ed amare per ciò che è e non per ciò che noi vorremmo che fosse.
La voglia di non lasciarsi abbattere dalla sconfitta, l'utopia sempre presente nella convinzione che «è cercando l'impossibile che l'uomo ha saputo raggiungere mete possibili» (Bakunin), il desiderio di viverde situazioni senza rifugiarsi nelle oasi di qualsiasi tipo.
Sono valori che anche oggi dovrebbero essere ricercati.
Io penso che la grande tentazione della chiesa di oggi sia proprio quella di ritenere se stessa come salvezza del mondo.
In realtà è Gesù Cristo la salvezza del mondo, la chiesa semmai è uno strumento: una chiesa che non tenesse conto degli sforzi autonomi dell'uomo per realizzarsi come persona sarebbe, in fondo, una chiesa che non ama l'uomo. E questa capacità di vivere dentro le situazioni cogliendo i segni dei tempi che ci permette di cogliere i barlumi del regno di Dio anche nel caos attualmente presente.
Io poi starei molto attento a enfatizzare quelli che si dicono «i bisogni» della gente, cercando sempre ed in tutti i modi di accondiscendervi. Intanto c'è il rischio di enfatizzarli e poi non sempre i bisogni sono anche valori: possono essere bisogni indotti o che indicano un regresso.

GRUPPO DI TORINO

Se io dovessi tornare indietro, sarei meno mediatore tra i diversi gruppi, mentre invece ora mi accorgo di essere sempre quello che cerca di salvare tutto, per cui in certi momenti non si procede in avanti.

La ricerca di una più precisa identità

Come prete, diventerei più giudice di certi fatti, anche comprendendo le difficoltà, il peccato: perché molte volte può sembrare che avalli a livello ufficiale quello che invece è soltanto un atteggiamento di sofferta comprensione, per esempio nei rapporti pre-matrimoniali, nella vita affettiva. Sarei allora più propositivo per quanto riguarda l'identità di un cristiano adulto: è capitato per esempio ai miei giovani di fare delle scelte molto discutibili, a livello di morale sessuale, o anche di morale professionale, a cuor leggero, forse perché non ci eravamo mai buttati dentro una morale adulta, ma solo di problemi educativi.
Anche se personalmente ho simpatia per una lettura secolarizzata della vita, tuttavia penso che a livello di impostazione qualcosa andrebbe ridiscusso. Così ho anche un'allergia a ogni forma di misticismo, nelle forme in cui si presenta con un vogliamoci bene», «Cristo di qua, Cristo di là»: oggi faccio un po' di ironia su questi atteggiamenti.
Starei anche più attento all'ideologizzare la fede.
Ciò nonostante io sono ancora per quel senso di simpatia per ogni persona, per il giovane così com'è, pure con i grossi guai che si porta con sé, anche se a volte si rischia di non riuscire mai a fare il discorso cristiano, però accetto anche il valore dell'errore.
Una delle cose su cui insisterei di più oggi è il celebrare l'amicizia tra le persone: certo, è importante avere le idee in comune, ma accontentarsi di questo e non trovarsi mai, non incontrarsi mai, non stare assieme, regge per i forti e non per i deboli. E allora capita di vedere che sotto le idee comuni c'è anche un atteggiamento di non comprensione, di non sopportazione, per cui il legame della fede finisce con l'essere qualcosa di molto astratto.

RADICALISMO CRISTIANO E DIASPORA: QUALE EVANGELIZZAZIONE?

Prima si diceva: una volta ne avevo 640 nel gruppo; oggi vedo che ne ho 220. Il problema è questo: che ne è degli altri 400 che si sono persi per strada? Le scelte che avete fatto portano necessariamente alla diaspora? E questa diaspora è l'esito normale di un certo orientamento o è un fatto che preoccupa?

COMUNITÀ DI GENOVA

Non si tratta di diaspora. È solo cambiato il criterio di appartenenza. Prima contavamo chi aveva la tessera dell'ACR, dalla terza elementare in su, quelli indirizzati verso lo stesso progetto; ora invece i criteri sono questi quattro: frequenza alla liturgia, partecipazione all'assemblea, condivisione della fraternità, servizio ai poveri. Queste persone hanno almeno 18 anni; prima si parla senza vergogna di noviziato. Quanto alla diaspora non credo che sia l'esito spontaneo di una scelta di progetto radicale evangelico. Anzi, una proposta cristiana precisa radicale è generatrice di una comunità dove si vive uno stile di umanità nella quale si può ritrovare anche l'ateo.
Il non credente, frequentando la comunità cristiana, si accorge di uno stile di umanesimo che gli dice qualcosa, che è ispirato dal Vangelo. Ci sono delle persone che arrivano in comunità da molto lontano, e non vengono a chiedere Cristo, vedono solo della gente che sta insieme in certo modo, e sentono che questo modo di stare insieme li realizza. Dopo un po' domandano: ma perché fate così? e allora si dà la risposta.

GRUPPO DI NOVARA

Io non valuto in modo pessimistico la diaspora. Anche se non si riferiscono più in modo esplicito alla fede, nei giovani certi valori sono rimasti: ci credono ancora e si sforzano di portarli avanti all'università e altrove. È chiaro che questa situazione pone dei problemi perché uno ha l'impressione di aver lavorato per niente, di non raccogliere dei frutti: ma anche qui credo che valga il detto evangelico «perdersi per ritrovarsi». Penso tuttavia che forse si sarebbe potuto evitare la dispersione anonima che è successa nel mio gruppo, l'isolamento in cui sono venuti a trovarsi.
È questa loro solitudine che mi preoccupa, il fatto che sono in crisi perché si sentono soli, come tanti vasi di coccio in mezzo a dei vasi di ferro.
Come evitare tutto questo?
Forse bisognava aiutare di più i ragazzi a confrontarsi con la vita spicciola. Allora ci si confrontava troppo con i libri, con i massimi sistemi. E allora l'ideologia è diventata di nuovo una «falsa coscienza», proprio quella che volevano estirpare.
Per quei ragazzi invece che sono stati capaci di confrontarsi con un vissuto più concreto, con la gente, con i veri poveri in sostanza, l'esito è stato molto diverso. Inoltre il gruppo ha voluto mettersi a servizio della chiesa per non diventare una «setta» di puri. È stata una scelta ma così non abbiamo più fatto le nostre liturgie, i nostri incontri di preghiera, siamo entrati di brutto nella comunità parrocchia dicendo di volerla modificare dall'interno (e fin qui va bene) troncando in modo netto momenti più specifici per noi, che invece, avrebbero potuto continuare contemporaneamente. Probabilmente questo è stato uno sbaglio.
Un ragazzo mi scriveva: Forse il buon Dio non ci chiedeva di salvare la comunità di S. Martino, ma di salvare la nostra fede.
Credo infine che bisognava dare un po' più di peso alla quotidianità della loro vita: la vita entrava nelle nostre previsioni ma sempre a livello di massimi sistemi, mentre è mancato lo stare insieme in modo spontaneo, il gioco, la festa, ecc. Anche se sono un po' scettico su queste cose mi rendo conto che qualcosa in più si poteva fare.

Che cos'è che salva?

Quanto a quello che dicevano gli amici di Genova ricordo che anche noi all'inizio dicevamo a noi stessi: ad un certo punto arriverà la domanda «ma perché voi fate così?». A quel punto noi pensavamo di dare la risposta cristiana. Ma mi pongo un altro problema: siamo proprio sicuri che noi salviamo la gente soltanto quando riusciamo a proporre la vita della comunità cristiana? E se ci troviamo di fronte a ragazzi che o sono stufi di sentir parlare di Cristo e della Chiesa oppure considerano la faccenda come qualche cosa che non li riguarda, che facciamo?
Non è ugualmente valido, in ordine alla loro salvezza, alla loro felicità farli ragionare sulle proprie esperienze nella convinzione che dentro di loro, nel più profondo di loro stessi c'è già l'immagine. di Dio seguendo la quale si salvano?
Dieci anni fa si diceva che tutti sono chiamati alla salvezza, non tutti sono chiamati alla fede. Compito di chi è chiamato alla fede è quello di tenere accesa la luce perché tutti, autonomamente possano percorrere la strada della vita. Io credo ancora profondamente a questo.

GRUPPO DI TORINO

La proposta di evangelizzazione della comunità di Genova mi pare possa essere valida soltanto per una comunità adulta, e non so fino a che punto sia presentabile al mondo giovanile. Anch'io mi sono posto il problema: se faccio la proposta radicale, da un punto di vista numerico potrei avere le stesse persone, più o meno lo stesso numero che se io facessi solo sport, o solo preghiera. Il problema è che queste persone che ho nel gruppo non vengono sicuramente a chiedere il Cristo, magari perché non l'hanno mai sentito. E allora come faccio io a far crescere in loro l'interrogativo che forse Cristo è una persona per loro ancora importante e significativa? Forse mescolandoli con una vera comunità cristiana, come se la salvezza avvenisse per contatto?