Due parole sul fumetto

Inserito in NPG annata 1981.

 

PREADOLESCENTI

Sergio Pierbattisti

(NPG 1981-03-56)

 

È rilevante in Italia il fenomeno di massa del fumetto.
Il suo boom è iniziato parallelamente al boom economico degli anni sessanta. L'Italia viene addirittura indicata come massima produttrice di fumetti nel mondo assieme agli Stati Uniti.
Questo mass-media ora è talmente inserito nella nostra civiltà da non poter più essere trascurato: si tratta di una presenza sociale di notevole peso.
La sua comparsa ha suscitato subito reazioni diverse nelle opinioni e nelle polemiche che hanno animato educatori e pedagogisti. Non era possibile
disinteressarsi del fenomeno dal momento che la maggioranza dei ragazzi si dimostrava una appassionata lettrice di fumetti. Ci si chiedeva: Di fronte a tale fenomeno è corretto l'atteggiamento di chi aprioristicamente vieta? È un fatto che va incoraggiato così come si presenta, o deve essere orientato secondo precisi obiettivi? Le polemiche sono ancora vive. Non ogni punto è chiaro, ma possiamo accettare ciò che la maggioranza degli studiosi in materia afferma, e cioè che anche il fumetto può avere il suo valore artistico, ma come ogni espressione artistica può presentare pregi e difetti quanto alle tecniche espressive, quanto ai contenuti e come ogni altro mezzo di comunicazione di massa può assorbire il ragazzo per un tempo eccessivo, distogliendolo da attività più proficue e formative.
Attualmente la perplessità degli educatori è largamente giustificata dal fatto che parte della produzione fumettistica segue un filone nero che presenta violenze e atti criminali di ogni sorta, oppure sfocia in un genere erotico condito delle più abnormi perversioni.
Questo articolo non ha la pretesa di fare una inquadratura completa dell'argomento, ma piuttosto vorrebbe servire di introduzione al documento Uisper (Unione Italiana Stampa Periodica per Ragazzi) di D. Volpi, che viene riportato in seguito.


Anzitutto una definizione

Una inchiesta, risalente al 1970 fa salire a 235 milioni le copie di pubblicazioni a fumetti vendute in Italia in un anno. Domenico Volpi nella Documentazione Uisper (D/72 ottobre 1980) parla di 25 milioni di copie al mese.
Una ricerca data da A. Quadrio nel 1968 su un campione di ragazzi di 9, 11, 14 anni, rileva che oltre 1'80% dei soggetti è lettore abituale di fumetti. I fumetti fanno dunque necessariamente parte di quei grandi mezzi di comunicazione di massa di cui dispone la società di oggi. Ma cosa intendiamo propriamente per fumetti?
Uno studioso in materia così li definisce: «trame di racconti e di romanzi, sviluppate con disegni a colori o in nero, nei quali dalle bocche dei personaggi, dai musi degli animali e dalle aperture delle armi da fuoco escono delle nuvolette come di fumo, dentro i cui contorni sta la trascrizione fonetica del grido dell'uomo, dell'urlo della belva, del colpo secco e del crepitio delle armi... In essi la raffigurazione delle immagini visive sostituisce la narrazione verbale... Si tratta della presentazione dell'azione nella concretezza del suo svolgimento e pertanto della ricchezza di messaggi sensoriali racchiusi nelle scene delle singole vignette messe in relazione le une con le altre; nelle quali, il dinamismo degli attori nelle scene particolari in rapporto di complessità con il dinamismo della loro azione globale, può essere abilmente accentuato con i mezzi tecnici espressivi per favorire l'insorgere connaturale di processi affettivi assai vivaci» (1).
«Il fumetto, afferma D. Volpi, è quindi un nuovo linguaggio, un nuovo mezzo che gli uomini hanno inventato per trasmettere idee, messaggi, informazioni» (2). Esso appare formato «dall'accostamento e dall'unione di segni appartenenti ad altri linguaggi: la parola scritta, il colore, il suono... ma il linguaggio del fumetto non è una semplice somma di tali elementi... è un vero mezzo di espressione nuovo, originale, con sue autonome possibilità non ancora completamente esplorate» (3).

Tecniche espressive

Come ogni linguaggio, anche il fumetto ha necessariamente dei segni, dei simboli che sono veicolo del suo messaggio. Domenico Volpi, riprendendo una distinzione di Fabio Canziani, distingue le tecniche espressive nei cinque gruppi che qui riportiamo:
1. simboli iconografici, costituenti un linguaggio visivo puro nel quale l'immagine traduce un concetto o una metafora (esempio: stelle per significare dolore, cuoricini per dire amore, punto interrogativo per esprimere meraviglia ecc.);
2. elementi grafici che convenzionalmente significano «movimento» (es.: strisce che segnano la traiettoria di un pugno, nuvolette di polvere per indicare una corsa, ecc.);
3. elementi grafici relativi alla «nuvoletta» o «balloon» e relative scritte (es.: le bollicine partenti dalla fronte indicano pensiero, il contorno tratteggiato indica parole sussurrate, la scritta in grassetto marca la intensità della voce, ecc.);
4. suoni onomatopeici chi imitano i rumori o suoni inarticolati (es.: «gulp!» «sob»);
5. artifici per indicare azioni contemporanee (es.: una vignetta divisa in due sezioni, o una vignetta preceduta dalla didascalia " intanto... "), o per indicare ricordi o fantasie (es.: la «nuvoletta» contiene le immagini del ricordo o del sogno...) (4).

Le origini del fumetto

Come ricordano Imbasciati e Castelli nel loro volume: «Psicologia del fumetto», gli antenati del fumetto sono molto antichi. Già nel tremila avanti Cristo tra gli Egizi circolavano vignette con animali, disegnate e colorate su scaglie di calcaree papiro, mentre nel I secolo avanti Cristo a Roma avevano molto smercio le «tabulae» con vignette satiriche. Nel Medio Evo in Germania circolava la famosa «Bibbia pauperum», che altro non era se non una serie di vignette con disegni e scritte che narravano per le persone meno culturalizzate gli episodi principali del Nuovo e dell'Antico Testamento. In quest'opera vediamo anche un'anticipazione della tecnica della «nuvoletta» poiché vicino ai personaggi si trovava il cosiddetto «filatterio» ossia un nastro di carta o di stoffa che conteneva frasi riferenti sia il loro discorso sia spiegazioni necessarie per una corretta interpretazione.
La nascita del fumetto, come fenomeno industriale di massa è da individuare verso la fine dell'Ottocento negli Stati Uniti, quando si incominciò ad inserire pagine di «comics» umoristici nei giornali domenicali e poi nei quotidiani.

Il fumetto in Italia

In Italia compare attraverso una laboriosa metamorfosi: dai tradizionali giornaletti illustrati per ragazzi ai fumetti propriamente detti. Seguendo in sintesi lo studio di Imbasciati e Castelli (5), ripercorriamo questo cammino.
Il primo vero giornale a fumetti italiano può essere considerato il settimanale «Jumbo» dell'editore Vecchi, che nel 1932 cominciò a pubblicare storie e personaggi di origine inglese. Nello stesso anno compare in Italia un'altra testata, che rimarrà celebre: si tratta del settimanale «Topolino» dell'editore Nerbini, che inizialmente riporta imitazioni scadenti del personaggio disneyano, ma successivamente con gli «Albi Nerbini», riproduce integralmente i disegni americani. Nel 1933 l'editrice SAEV lancia «Tigre Tino», «Rin-Tin-Tin» e per le fanciulle «Primarosa», mentre i fratelli Del Duca iniziano la pubblicazione de «Il Monello». Tutti questi periodici non hanno però ancora adottata la tecnica della «nuvoletta»: in genere ogni immagine veniva corredata di una didascalia più o meno verseggiata. Essa viene ridotta progressivamente finché con «L'Avventuroso» di Nerbini, nel 1934, scompare definitivamente. Su questa testata compaiono personaggi la cui popolarità è ancor oggi attuale: «L'uomo mascherato», «Mandrake», l'«Agente segreto X9», «Gordon». Nel 1935 compare «L'Intrepido», edito dai fratelli Del Duca. Nerbini lancia i popolari «Cino e Franco», mentre Monda-dori acquista l'esclusiva sui personaggi disneyani, aumentandone ancora più la diffusione.

Durante l'era fascista

Con il regime fascista la censura e la regolamentazione della stampa e in genere dei mass-media, diventano più severe. Nei primi anni i fumetti sfuggono a questa censura; più tardi dovranno risentirne poiché l'imitazione dei modelli americani mette in allarme il regime che inizialmente non aveva dato peso al fenomeno dei fumetti. È per questo che i «comics» in italiano cominciano ad essere livellati dalla cultura di stato. Questa politica se da un lato favorisce il fiorire di una scuola italiana che avrà con la nascita del giornale cattolico «Il Vittorioso» una delle sue più prestigiose pubblicazioni, d'altro canto dà luogo a storie in cui l'imitazione straniera viene solo ridicolamente cammuffata. Così «Topolino» verrà sostituito con «Tuffolino» e la famosa «nuvoletta», ritenuta un espediente disdicevole, verrà abolita. I fumetti di questi anni saranno sempre più al servizio del regime, con storie dedicate alla guerra, alla sua esaltazione e alla propaganda più smaccata.

Gli sviluppi attuali

Con la fine della guerra si spalancano le porte alla fumettistica americana, raffinando forme e contenuti e giungendo ad alti livelli di diffusione. In Italia vari giornali danno ampio spazio a vecchi e nuovi personaggi d'oltreoceano («Tarzan», l'«Agente segreto X9»...). Parallelamente riprendono alcune testate con storie a fumetti quali «L'Intrepido», «Il Vittorioso», L'«Asso di Picche». Ultima conquista: le «strips» (strisce di vignette) compaiono nei quotidiani, sull'esempio dei giornali degli Stati Uniti. Intanto i fumetti incominciano ad apparire anche nei periodici per adulti accanto ai fotoromanzi: è un preludio allo scoppio della fumettistica degli anni sessanta, sia di tipo «nero» che di tipo «impegnato». Sorgono così accanto a «Diabolik» (1962) e «Satanik» (1964): «Isabella», «Goldrake», «Kriminal». Di tipo impegnato sorgono i fumetti «Linus» ed «Eureka», ma la loro impostazione culturale innovatrice deve a poco a poco adeguarsi maggiormente ai gusti preesistenti nel pubblico italiano, abbassando il livello del loro impegno.
Attualmente il fumetto in Italia può considerarsi in fase di sviluppo, per quanto riguarda l'arricchimento e la maturazione dei codici espressivi, tuttavia il pubblico italiano rimane per larghi strati ancora sordo ad un linguaggio iconico che sia veramente culturale: esempio di questa resistenza è la invasiva diffusione di periodici a fumetti di bassa lega: da un lato il filone «nero» ben presto degenera al gangsteristico al perverso, alla pornografia; da un altro lato, la banalità del messaggio sembra essere ancor più rappresentata da numerosi e persistenti fumetti di guerra.
La diffusione del fumetto in Italia non coincide dunque con un effettivo «pro»gresso»: quest'ultimo appare assai faticoso, soprattutto se le leggi della più assoluta libertà commerciale non sono corrette da interventi promozionali, volti a sviluppare i gusti e le capacità creative dei lettori, anziché adeguare a questo la portata dei fumetti.

Alcuni giudizi

Già dal suo primo apparire il fumetto ha suscitato ampie perplessità e critiche nell'ambiente soprattutto culturale.
Viene criticata anzitutto la sua stessa tecnica espressiva: la predominanza dell'immagine sulla parola fa sorgere notevoli apprensioni. «L'abitudine all'immagine, affermano Imbasciati e Castelli, ostacolerebbe lo sviluppo, l'integrazione ed il perfezionamento delle facoltà superiori dell'intelligenza e del pensiero; il tipo di lettura più facile offerta dal fumetto, spingerebbe gradualmente il lettore ad una posizione passiva, diminuendo le possibilità di un attivo e responsabile arricchimento linguistico, culturale e spirituale» (6).
Molte sono state e perdurano tuttora le critiche al fumetto in rapporto al conte che generalmente trasmette. In essi si è visto uno stimolo alla violenza, alla licenziosità sessuale.
Sono stati considerati responsabili della crescente criminalità giovanile e addirittura della crisi di valori della società attuale. Questo giudizio in genere non è condiviso come pure non è respinto da psicologi e pedagogisti. Afferma D. Volpi: li-«Non abbiamo trovato prove dirette che la rappresentazione di scene violente provochi un effetto criminogeno nei soggetti dotati di personalità normale. Nello stesso modo non è certo che la rappresentazione della violenza provochi un effetto catartico... Un certo pericolo esiste per i soggetti anormali o particolarmente predisposti a squilibri psichici; a volte, specie nei fumetti " neri " che hanno vicende in chiave realistica moderna, c'è una descrizione minuziosa di azioni criminose, che in individui predisposti può indurre alla ripetizione» (7).
Il fumetto sarebbe inoltre colpevole di favorire un disimpegno dalla realtà.
L'evasione in un mondo avventuroso, fantastico, irreale, potrebbe «indurre nel soggetto un atteggiamento simile anche negli altri momenti della esistenza quotidiana: il reiterato assorbimento di modalità irreali di risoluzione, in vicende già di per sé fantastiche, creerebbe uno iato tra il vissuto psichico, conscio ed inconscio, del lettore e la realtà concreta» (8).
Altra accusa, di carattere generale, rivolta non solo ai fumetti ma in genere ai mass-media, è che la lettura dei fumetti sottrae del tempo prezioso ad attività più proficue o più meritevoli, per cui facilmente il ragazzo che legge fumetti facilmente viene rimproverato. Imbasciati e Castelli, condividendo una tesi di Hilmmelweit, ritengono che il tempo dedicato ad una attività evasiva, come ad esempio la lettura di fumetti, sarebbe sottratto ad un'altra attività di carattere egualmente evasivo, come il gioco, lo sport, secondo il principio di «similarità funzionale»,
per cui l'abitudine ad una attività statica, come la lettura di fumetti, può favorire quel carattere sedentario-passivo che la nostra civiltà industriale va assumendo purtroppo sempre di più.

Conclusione

È soprattutto un contenuto educativamente e moralmente deteriore che ha suscitato una quasi universale condanna del fumetto da parte degli educatori. L'attuale situazione di fatto dimostra che il fumetto, più che operare una liberazione da complessi emotivi, suscita una trasferenza di modelli comportamentali tutt'altro che positivi dal punto di vista educativo. In Austria e particolarmente negli Stati Uniti coi cosiddetti «Topix» di ispirazione cattolica, si è cercato di presentare un contenuto positivo narrando vite di eroi dell'ideale morale e religioso.
Di fronte al contagio fumettistico «basterà sottolineare la necessità di educare alla lettura; e l'educazione alla lettura dovrà appunto sviluppare quello spirito critico e quelle possibilità di altre letture che potranno svalutare del loro valore esclusivo gli albi a fumetti, molto letti ma non sempre apprezzati come si crede dagli stessi ragazzi, che sono spesso urtati dal ripetersi delle trovate straordinarie e dalla stessa artificiosità dei personaggi» (9).

NOTE

(1) Definizione di E. Valentini, riportata da D. Volpi, Didattica dei fumetti, Brescia, La Scuola 1977, p. 52-53.
(2) D. Volpi, o.c., p. 57.
(3) Ibidem.
(4) Cfr. D. Volpi, o.c., p. 60-61.
(5) Imbasciati-Castelli, Psicologia del fumetto, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1975, p. 34-35.
(6) Cfr. Imbasciati-Castelli, o.c., p. 22.
(7) D. Volpi, o.c., p. 142.
(8) Cfr. Imbasciati-Castelli, cit. da D. Volpi, o.c., p. 143.
(9) Dizionario Enciclopedico di Pedagogia, SAIE, III, p. 71.