a cura di Lucio Soravito

(NPG 1981-01-44)

 

PERCHÉ UNA FESTA DEI GIOVANI

«Festa dei giovani - Udine '80»: non è uno slogan pubblicitario e neppure l'annuncio di un festival apartitico. Ma è un invito che i Vescovi del Triveneto (comprendente il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino-Alto Adige e il Veneto) hanno rivolto a tutti i giovani delle loro diocesi nella primavera dello scorso anno 1980: l'invito a partecipare a un incontro di festa, per celebrare insieme la fede in Cristo Gesù, incontrato ed accolto come orientamento decisivo della vita e fondamento della speranza.
Un'iniziativa del genere, a prima vista, potrà sembrare una discutibile riedizione di assemblearismi trionfalistici d'altri tempi, oppure un tentativo di ricomposizione dell'area cattolica in un momento di vuoto culturale, o uno sfruttamento indebito dell'espansione dell'associazionismo religioso, denunciato da molti come un fenomeno di riflusso.
A festa finita, possiamo dire che queste critiche e questi sospetti sono del tutto infondati. Gli undicimila giovani che sono intervenuti alla «festa» hanno messo in risalto il valore indiscutibile del ritrovarsi insieme, per esprimere la fede in modo corale e per raccontarsi «le meraviglie che Dio sta operando in mezzo a loro».

Come è nata l'iniziativa

L'idea di un «incontro dei giovani» del Triveneto nacque nell'estate del 1979, durante il seminario di studio regionale sul catechismo dei giovani, a Cison Valmarino. Si pensava che un incontro del genere potesse costituire uno stimolo efficace per la presentazione del nuovo catechismo e per la ripresa della pastorale giovanile. La proposta venne caldeggiata anche dai responsabili dell'Ufficio Catechistico Nazionale.
Si ritenne subito che Udine fosse il luogo più adatto per tale incontro, dato che in Friuli, dopo il terremoto del 1976, erano accorsi moltissimi giovani a prestare il loro aiuto alle popolazioni terremotate.
Si cercò di chiarire subito le finalità dell'incontro. La «festa» dei giovani doveva essere un'occasione di incontro e di comunicazione delle varie esperienze di fede e di impegno cristiano dei giovani credenti; doveva segnare l'avvio o la ripresa di un cammino di ricerca e di approfondimento della fede cristiana, cammino guidato e sostenuto dal catechismo «Non di solo pane»; doveva essere una celebrazione (per questo si volle dare all'incontro il tono della «festa») con cui i giovani credenti testimoniano la fede in Cristo, come senso definitivo della vita e la propongono ai loro coetanei; doveva costituire l'occasione privilegiata per la consegna del catechismo stesso.

Il cammino di preparazione

Per corrispondere a queste finalità, si delineò un programma di massima che prevedeva il tempo di preparazione (durante il quale riflettere, mediante la guida di alcuni fogli di lavoro, sulle condizioni e sulle modalità necessarie oggi per un cammino di fede dei giovani) e il momento della «festa» in cui si sarebbe celebrata la fede in Cristo.
I Vescovi accolsero l'iniziativa e, a partire dai primi di marzo, la proposero, sia pure con modalità diverse, alle rispettive Chiese locali.
Si costituì un comitato direttivo, composto da alcuni giovani che rappresentassero le 15 diocesi del Triveneto e da alcuni membri del Consiglio Catechistico Regionale. Si chiarì il significato della «festa» e si precisarono le modalità secondo cui promuovere il cammino di riflessione nelle proprie diocesi, in preparazione a quell'incontro.
Il primo effetto positivo di questa iniziativa è stato quello di riunire insieme associazioni, movimenti e gruppi giovanili, per verificare il proprio cammino di fede e per ripensare una pastorale giovanile più aperta. In secondo luogo vennero a galla esperienze giovanili nascoste, che costituirono un motivo di incoraggiamento e una proposta di impegno per i gruppi «stanchi». In diverse zone pastorali o vicarie si avviò un insieme di iniziative a carattere zonale: si analizzò la condizione giovanile, si individuarono alcune scelte operative prioritarie, si incominciò a leggere e ad approfondire il catechismo dei giovani, si fecero incontri di preghiera.

PER UN CAMMINO DEI GIOVANI NELLA FEDE

I rappresentanti delle varie diocesi, nella riunione del l° maggio 1980, portarono a Udine le prime risonanze di questo cammino e di questo lavoro che aveva mobilitato migliaia di giovani di tutto il Triveneto e raccolsero le loro riflessioni in un «documento», che costituisce una base di partenza per ulteriori approfondimenti nei gruppi. Lo presentiamo, anche per cogliere il «tono» che gli stessi giovani hanno voluto dare alla festa.
I giovani del Friuli-Venezia Giulia, del Trentino-Alto Adige e del Veneto, che in questi due mesi di preparazione alla «Festa dei giovani - Udine '80» hanno avviato un cammino di riflessione attorno ai temi suggeriti dal «foglio di lavoro» della «festa» stessa, presentano ai loro coetanei le osservazioni e le proposte emerse più di frequente nella loro ricerca.
Esse non hanno nessun carattere «definitivo»; piuttosto costituiscono una serie di «impressioni» sul mondo giovanile triveneto e sulle esigenze da esso maggiormente avvertite. Vengono proposte a tutti i giovani, per attivare nelle diverse realtà locali una ulteriore riflessione sulla loro condizione e sull'orientamento da dare alla loro vita.

I giovani e la ricerca del senso della vita

Di fronte alla crisi sociale e culturale di questa società, i giovani di oggi avvertono, seppure a livello latente, il bisogno di dare un senso alla propria esistenza. Di fatto, però, la maggioranza di essi, trovando difficile ed impegnativa l'elaborazione di un progetto di fondo per la vita, si accontenta di vivere alla giornata, preoccupandosi tutt'al più di affrontare i problemi più immediati e gratificanti. Tuttavia non mancano i giovani che, o per sensibilità personale, o perché sollecitati dall'ambiente familiare, o perché inseriti in gruppi ecclesiali, o perché sono venuti a contatto con testimonianze particolarmente significative, sono alla ricerca di un senso più profondo per la loro vita.
Dalle esperienze raccolte tra i gruppi ecclesiali dei giovani del Triveneto, le esigenze maggiormente sentite da loro sono: il bisogno di «verità» e di libertà; il bisogno di un rapporto profondo con Dio, scoperto e incontrato attraverso l'approfondimento e l'interiorizzazione personale della sua Parola; il bisogno di vivere la fede nella comunità e di tradurla in atto nel quotidiano.
Agli adulti i giovani chiedono fiducia e spazi di partecipazione attiva nella vita comunitaria; propongono di mettersi con loro in atteggiamento di autocritica e di ricerca, di riscoprire il valore dello stare insieme nel gratuito, al di sopra di ogni interesse; domandano una migliore integrazione tra le scelte personali e la vita comunitaria.
Ai propri coetanei i giovani credenti propongono di riflettere con loro sui problemi di fondo dell'esistenza, di ricercare un progetto che permetta la realizzazione di una migliore qualità della vita, di farsi carico insieme dei problemi personali e sociali di quanti li circondano.

I giovani e la ricerca di Dio

Molti giovani, coinvolti dalla mentalità secolarista e consumistica corrente, hanno finito con l'emarginare Dio dalla loro vita, per occuparsi solo delle cose che «servono». In questo processo di progressiva indifferenza religiosa, però, hanno una parte di responsabilità anche coloro che, pur dicendosi credenti, non hanno offerto una coerente testimonianza di fede.
In questi ultimi anni si è notato che, in un numero sempre maggiore di giovani, sta riemergendo un certo interesse per il problema religioso. I giovani che sono stati aiutati a ripercorrere un cammino di ricerca nella fede e hanno potuto riscoprire la proposta cristiana nella sua integrità all'interno di un gruppo ecclesiale, hanno ritrovato in Dio il fondamento e l'orientamento della loro vita.
Quando invece questo ritorno al religioso, che alcuni definiscono come un fenomeno di «riflusso», si riduce a una mera ricerca di sicurezza, esso rischia di tradursi in un fideismo intimistico e consolatorio, in cui Dio è cercato come «Colui che serve», come «Colui che mette in pace le coscienze», e non come Colui che promuove le persone verso una vita matura e responsabile.
Per giungere a un incontro e a un rapporto autentico con Dio, i giovani credenti ritengono necessario che la proposta di fede sia avvertita realmente come risposta agli interrogativi di fondo della vita e come motivazione ultima di ogni impegno umano. Ritengono inoltre indispensabile l'esperienza di gruppo: è questo il «luogo» privilegiato, anche se non unico, in cui Dio si rivela. Sono convinti infine che, per riscoprire il volto di Dio, sia necessaria una meditazione seria dei testi biblici, della radieione e dei documenti ecclesiali, e sia necessario ritrovare il valore della preghiera personale e comunitaria.

I giovani di fronte a Gesù Cristo

Pur riconoscendo che la persona di Gesù riscuote sempre una notevole ammirazione e simpatia tra i giovani, si constata che egli è colto il più delle volte in maniera superficiale e riduttiva. Si accetta facilmente la sua dimensione umana, si sottolinea il significato sociale della sua presenza storica, ma si trascura - se proprio non si nega esplicitamente - la sua dimensione divina. Altre volte la figura di Gesù appare a molti giovani del tutto sbiadita, infantile e sdolcinata, perché conosciuta solo attraverso il retaggio di una pietà popolare, non accompagnata da una adeguata conoscenza del dato biblico.
La catechesi deve aiutare i giovani a superare queste visioni riduttive della persona di Gesù, attraverso una presentazione completa della sua vicenda storica, come è narrata dai Vangeli e interpretata e rivissuta dalla Chiesa nel corso dei secoli. Deve favorire questo incontro attraverso un'esperienza viva della sua presenza nella comunità ecclesiale e nell'incontro con le persone.
È necessario che nel cammino di fede l'approccio biblico-catechistico si integri con l'esperienza dell'impegno operativo. Nell'esperienza di gruppo occorre che lo «stile» di vita di Cristo sia proposto, prima che con le parole, attraverso la testimonianza viva dei suoi atteggiamenti fondamentali, quali l'atteggiamento del servizio, della donazione, del perdono, della fedeltà.
A questa testimonianza vissuta è necessario aggiungere la riflessione comunitaria sulla sua parola e la preghiera. Solo così si potrà incontrare il Cristo nella sua totalità di Uomo-Dio.
In questo cammino incontro al Signore morto e risorto, il catechismo «Non di solo pane» costituisce una valida guida e uno strumento per una catechesi organica e sistematica.

I giovani di fronte alla chiesa

I giovani credenti, pur riconoscendo di aver trovato nella comunità ecclesiale il terreno per una loro crescita spirituale, lamentano in essa diverse carenze ed incoerenze. Le più ricorrenti sono: la mancanza di un'assistenza spirituale adeguata alla loro età e ai loro problemi, la carenza di animatori e di modelli cristiani adulti, la difficoltà di dialogo e di intesa con gli adulti e, talvolta, con gli stessi sacerdoti, la mancanza di spazi operativi-in cui agire, anch'essi, da «protagonisti». Da una parte i giovani riconoscono la necessità di una catechesi che permetta di cogliere la Chiesa nella sua realtà sacramentale, profetica e missionaria, una Chiesa radunata dalla Parola di Dio e animata dallo Spirito, per essere segno e strumento di comunione nel mondo.
Dall'altra essi chiedono che ogni comunità ecclesiale, di fatto e non solo a parole, sappia stabilire un dialogo aperto con tutti, si metta al servizio della società, sia aperta al futuro del mondo. Chiedono inoltre che essa diventi realmente il luogo privilegiato dell'incontro, del dialogo, della disponibilità reciproca, del perdono dato e ricevuto.
I giovani credenti sono coscienti della loro chiamata ad essere, nella Chiesa e con la Chiesa, i primi evangelizzatori degli altri giovani con la vita e con la parola, affinché tutti possano trovare nella proposta cristiana la strada per la piena ed autentica realizzazione di se stessi.
Per questo ritengono di aver bisogno di una catechesi organica che sostenga la loro fede e il loro impegno di servizio nella vita quotidiana. A questo riguardo, ribadiscono la validità del catechismo «Non di solo pane».
Sottolineano inoltre la necessità dell'esperienza del gruppo, come luogo privilegiato per l'approfondimento della fede, per l'educazione al dialogo e all'impegno verso gli altri, pur restando attenti a evitare ogni forma di chiusura o di assolutizzazione della propria esperienza.

I giovani nella società attuale

Dall'analisi della realtà giovanile appare che i giovani non hanno spazi di creatività: la loro vita è programmata e pianificata dal mondo degli adulti in tutti i settori: scuola, lavoro, tempo libero, moda, ecc. Di qui deriva il loro disinteresse per quello che li circonda e la ricerca di una vita diversa, in cui sentirsi protagonisti e non «numeri».
I giovani credenti, in questa situazione, hanno scoperto Cristo come chiave di volta per realizzare una convivenza umana più giusta e più fraterna. Di fronte ai mali più gravi della società attuale, quali la mancanza di rispetto per la persona, la ricerca di soddisfazioni immediate ed egoistiche, il criterio del profitto individuale elevato a sistema, il vuoto culturale, le varie forme di emarginazione e la cultura della violenza, i giovani credenti accolgono l'invito di Cristo che li chiama a diventare portatori dei valori evangelici delle beatitudini: la non-violenza attiva, la fame e sete di giustizia, il rispetto per la vita, la condivisione dei beni, la preferenza per i poveri, l'impegno per gli altri.
Essi invitano i loro coetanei alla ricerca della verità al di là di ogni pregiudizio; all'impegno sociale e politico, inteso come servizio delle persone e non come ricerca di potere; a una presenza critica rinnovatrice e responsabile nei vari ambiti della vita sociale; a un'apertura solidale verso le persone meno fortunate e verso i più bisognosi: handicappati, poveri, anziani.
I giovani rappresentanti delle diocesi del Triveneto

LO SVOLGIMENTO DELLA FESTA

3.000 giovani alla veglia di preghiera nel Duomo di Udine

«Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita.
E noi abbiam creduto che il Figlio di Dio sei Tu!».
Poteva sembrare uno dei tanti ritornelli con cui le nostre assemblee liturgiche accompagnano le loro celebrazioni. Ma per i tremila giovani che gremivano il Duomo di Udine la sera del 10 maggio 1980, quel ritornello costituiva una professione di fede in Cristo, Parola incarnata, senza il quale non è possibile una vita pienamente riuscita. Era la riformulazione più vicina a quel motto che i giovani del Triveneto avevano potuto leggere per più di un mese sui manifesti che annunciavano la loro festa: «Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
L'idea di iniziare la «festa» nel sabato 10 maggio con una veglia di preghiera, l'avevano avuta i giovani stessi. Non si trattava, del resto, di una novità del momento che nella storia della Chiesa ogni festa che si rispetti aveva conosciuto sempre la sua «vigilia».
Per permettere la realizzazione della «veglia» i giovani delle parrocchie di Udine città si preoccuparono di predisporre l'accoglienza degli ospiti nei locali delle rispettive comunità ecclesiali. L'ospitalità, però, non si limitò ad offrire solo degli alloggi di fortuna (per una notte gli ospiti dovettero accontentarsi del loro sacco a pelo), ma divenne l'occasione per incontrare molti giovani del Triveneto e per maturare con loro un rapporto di amicizia.
Il momento più forte di questa vigilia fu senza dubbio la «veglia di preghiera» nel Duomo di Udine. Una preghiera innanzitutto di ascolto: Dio aveva qualcosa da dire attraverso le esperienze positive e negative di tanti giovani. E la sua parola era come un seme che attende solo un terreno disposto ad accoglierlo. Anita, Anna, Roberto, Natalina, Francesco diventarono quella sera come altrettante «parole», con cui Dio entrava ancora una volta nella vita dei giovani presenti. All'ascolto della Parola di Dio e delle testimonianze dei giovani fece eco la preghiera di lode e di impetrazione. E poi i canti di gioia, di fiducia, di speranza...

L'incontro di 11.000 giovani al Palasport

Domenica mattina, 11 maggio, alle ore 9 il Palasport di Udine - luogo scelto per l'incontro dei giovani - è già rigurgitante; le gradinate sono strapiene. Gruppi parrocchiali (è stata la loro festa), gruppi di Azione Cattolica, dell'AGESCI, di Comunione e Liberazione, GEN, organizzazioni missionarie, volontari che si occupano dei più disparati settori della solidarietà, associazioni impegnate nel sociale (come l'ACLI e l'MCL), obiettori di coscienza, militari (nel solo Friuli ce ne sono 24.500): sono presenti in un numero che supera ogni previsione.
Un giovane annuncia i gruppi in arrivo. Ad ogni nome una scarica di applausi. E poi i canti, tanti canti. È davvero una festa.
Alle 10 l'Arcivescovo di Udine si porta al microfono per comunicare la prima testimonianza. Egli ricorda i giorni della tragedia del terremoto. Parla dei volontari. Dice che i giovani possono e devono cambiare il mondo. Parla della condivisione, della gratuità, del servizio: tre idee evangeliche da impiantare nella società attuale, per trasformarla e realizzare una migliore qualità della vita.
All'Arcivescovo di Udine fanno eco le testimoninaze dei giovani che vivono la loro vita cristiana nei vari ambiti della vita sociale.
Mauro Palma di Vicenza parla della sua esperienza cristiana nel Movimento Cristiano Lavoratori di Vicenza: un movimento di autopromozione e di servizio ai bisogni dei giovani lavoratori e dei giovani studenti.
Samuel, un universitario di Padova, racconta la sua esperienza vissuta assieme ad altri studenti cristiani, impegnati con lui a porre segni di aggregazione e di impegno dentro la solitudine, l'indifferenza e l'individualismo che dominano spesso in università.
Lucio Dalla Fontana di Vittorio Veneto richiama il problema degli anziani e testimonia il tentativo che alcuni amici stanno facendo, in nome di Cristo, per portare frammenti di gioia tra le persone più abbandonate e bisognose di affetto. Lamberto, un rover di Villadose (Rovigo), dà voce a tutti i volontari che sono venuti in Friuli dopo il terremoto a portare il loro aiuto e la loro solidarietà alle popolazioni friulane colpite da quell'immane catastrofe.
Renato Stocco porta la testimonianza delle centinaia di obiettori di coscienza che nelle Caritas diocesane, in nome della scelta cristiana, hanno preferito il servizio civile, al posto di quello militare, per meglio esprimere il loro impegno per la pace e la «passione» per l'uomo.
Infine Mariolina Capuzzo di Sarmeola (Padova) chiama i giovani, con un vibrante intervento, a diventare credibili nel mondo, attraverso la scelta radicale dei più poveri, attraverso il servizio gratuito e a tempo pieno in favore degli «ultimi». Poi la Messa, presieduta dal patriarca di Venezia, card. Marco Cé, e concelebrata da 120 sacerdoti. Si noti, tra l'altro, che sacerdoti e vescovi sono accolti, al loro ingresso sul palco, da un uragano di applausi. Essi non sono visti più come un segno di potere, dai giovani presenti, ma come un indispensabile punto di riferimento e una guida necessaria per il loro cammino di crescita umana e cristiana. Durante la Messa, il patriarca parla di Cristo, Parola di Dio per l'uomo, Signore dell'uomo e della storia; e parla del catechismo dei giovani, definendolo «mano amica», «strada» che porta a Cristo.
Una celebrazione partecipata, viva, espressione culminante della fede, testimoniata dai giovani presenti; prima di concluderla i giovani hanno ancora la capacità di creare e vivere un momento di silenzio, per interiorizzare il dono che Dio sta facendo loro: dopo quattro ore di ascolto attento e coinvolgente!
Sono le 13 quando si chiude la prima parte della festa. I giovani prendono d'assalto i chioschi preparati dagli scouts all'esterno del Palasport. Quindi si disperdono sui prati circostanti per consumare il pranzo al sacco e per incontrarsi tra loro, liberamente, mediante tutta la loro capacità di espressione e di comunicazione.

La manifestazione mimico-musicale

I giovani sanno che la parola è sempre inadeguata a esprimere la ricchezza dei sentimenti e delle esperienze più profonde dell'animo umano. Tutto il corpo deve entrare in gioco quando si vuole rivelare qualcosa che va al di là del semplice ragionamento.
Anche nella «festa dei giovani» non possono bastare le testimoninaze verbali, per esprimere un messaggio che abbraccia tutta la vita dell'uomo, fin nel suo profondo. Bisogna che i sentimenti, le esperienze, la proposta cristiana diventino movimento, colore, musica, intreccio armonico di persone.
Per questo nel pomeriggio dell'I I maggio sul palco del Palasport di Udine si alternano tre gruppi, che presentano il loro messaggio mediante il mimo, il canto e la musica.
Il gruppo di Olmo di Creazzo (Vicenza) - oltre 64 persone: ragazzi, giovani e adulti - ripropone all'attenzione dei giovani la persona di Francesco d'Assisi, quale richiamo alla semplicità, all'autenticità, alla pace. La rappresentazione si apre con la descrizione mimata della patria di Francesco, l'Umbria, terra dai contrasti estremi. E qui che nasce quel «piccolo grande uomo» che è Francesco; è qui che scaturisce l'anima mistica, capace di cogliere nella silenziosa aspra bellezza dei luoghi ciò che è essenziale per l'uomo: Cristo. Ma per arrivare a Lui, Francesco ci insegna che dobbiamo spogliarci dell'arrivismo, dell'individualismo, della viltà, dell'indifferenza verso chi soffre; e dobbiamo vestirci invece di umiltà, di carità, di disponibilità gioiosa verso gli ultimi.
Fanno eco a questo messaggio le parole di Gianni Novello di Rossano Calabro che interviene alla fine del mimo portando la sua testimonianza: «Contempliamo, preghiamo, attingiamo alla natura, attingiamo al silenzio e alla contemplazione delle cose che Dio ci ha dato. Ma allo stesso tempo sporchiamo le nostre mani, immergiamo la nostra vita nella vita dei poveri, fino a rischiare tutto a tutti. È lì il mistero pasquale».
Il gruppo della parrocchia «Don Bosco» di Pordenone propone ai giovani alcuni brani del recital di Luciano Laurini: «Uno come tanti altri», pubblicato dalla LDC di Torino. I valori di fondo che questa sacra rappresentazione vogliono evidenziare, riassunti attorno ad alcuni episodi della vita di Cristo, sono quelli che ogni uomo si pone: la difficoltà di capire la volontà di Dio e i valori di Dio stesso. L'uomo provato e trascinato dagli egoismi della società moderna trova nel Cristo la libertà interiore. Gesù nel deserto, il cieco, la Maddalena, sono il segno profondo di questa ricerca. L'incontro con Cristo si realizza alla fine nella dimensione della preghiera: allora, anche per l'uomo, si realizza la pasqua di risurrezione. Anche oggi, lungo le nostre strade, come su quelle della Palestina, si incontrano i ciechi, gli storpi, le maddalene, i ladroni... Ce ne parla Dante Rossi, di Nave (Brescia), che da 25 anni vive al servizio degli «ultimi», di quelli a cui la società ha tolto ogni diritto: i carcerati. Attraverso la sua voce viene resa presente nella «festa dei giovani» l'esperienza delle persone che soffrono di più per le contraddizioni della nostra società.
Infine propongono il loro messaggio le ragazze del Gruppo GEN del Triveneto, attraverso un mimo plastico ed altrettanto incisivo, curato con meticolosità fino nei minimi particolari. Esso ci ricorda che l'uomo si trova a dover combattere ogni giorno contro le difficoltà della vita: il dolore, le contraddizioni quotidiane, i rapporti difficili con le persone. Egli cerca disperatamente di uscire verso la libertà e di raggiungere ad ogni costo i suoi idoli. Ma i suoi tentativi si infrangono continuamente davanti agli ostacoli della vita. Gli ostacoli costituiscono le nostre croci. Solo quando sapremo assumerli insieme nel Cristo, la nostra croce si trasformerà nell'albero della vita.
Il mimo è preceduto da una testimonianza drammatica, vissuta da Maria Treu durante il terremoto del 6 maggio 1976; di fronte alla sorella morta, la fede in Cristo l'aiuta a esclamare: «Se io vivo, posso amare ancora... Non voglio sprecare inutilmente neanche un battito del mio cuore senza amare Dio e il prossimo...». Il mistero della croce, riproposto in tutta la sua evidenza, oltre che da questa testimonianza, dal canto di un giovane del Gruppo GEN, richiama alla memoria di tutti le parole con cui il patriarca Cé aveva chiuso la sua omelia nella mattinata: «Questo è il tempo dei testimoni... dei "martiri". Cari giovani, ricordatevi che non avrete la strada facile. Martirio è il coraggio della totalità, che viene dallo Spirito».

Il «messagio ai giovani»

È con questa consapevolezza che Gabriela D'Andrea, al termine della «festa» e a nome di tutti i giovani presenti, nella lettura del «messaggio ai giovani» annuncia Cristo come colui che «è venuto a condividere il dramma quotidiano dell'uomo: Egli è diventato una breccia nei limiti che ci tengono prigionieri».
Convocati a Udine dai nostri Vescovi nella sesta domenica di Pasqua 1980, per celebrare e testimoniare insieme la fede in Gesù, Signore risorto, e per arricchirci reciprocamente della varietà dei doni e delle esperienze che lo Spirito di Dio va suscitando nelle nostre Chiese, noi giovani del Friuli-Venezia Giulia, del Trentino-Alto Adige e del Veneto crediamo e proclamiamo che Gesù Cristo è il Signore, orientamento decisivo della vita e fondamento della nostra speranza.
Preparandoci a questo incontro ecclesiale abbiamo guardato dentro di noi e intorno a noi. Abbiamo scoperto che noi giovani, pur essendo portatori di energie straordinarie, siamo spesso tentati di sciupare la nostra esistenza nella superficialità o di troncarla nel fanatismo della violenza e nella disperazione.
Ma abbiamo anche imparato a decifrare le tensioni più positive del nostro animo. Per noi credenti esse sono altrettante parole uscite dalla bocca di Dio, vicine a quella parola fatta carne che è Gesù, il Cristo. Esse costituiscono altrettante chiamate che ci devono strappare dalla mediocrità e dalla rassegnazione.
Con questa consapevolezza e con questa fiducia oggi uniamo le nostre voci e gridiamo forte a ogni giovane, nostro fratello:
«Il regno di Dio è dentro di te» (dal vangelo di Marco 1,15).
Perciò credi in quello che sei e ama la tua vita. La tua voglia di vivere può cambiare il mondo.
«Non di solo pane vive l'uomo» (dal vangelo di Matteo 4,4).
Non atrofizzare la vita nella sola soddisfazione dei bisogni immediati, ma vivi con coraggio, oltre la fredda e miope razionalità del «buon senso». Per costruire il futuro c'è bisogno di giovani che siano «testimoni di speranza» e «seminatori di gioia».
«Solo Cristo ha parole di vita eterna» (dal vangelo di Giovanni 6,68).
Perciò vivi la vita a imitazione di Lui nel segno della sua dedizione. Come Lui ama il tuo vicino, accettandolo con fiducia nella sua diversità e nella sua imprevedibile creatività: l'altro troverà in te quanto gli manca per esistere pienamente.
«Cristo pur essendo Dio, divenne uomo tra gli uomini» (dalla Lettera ai Filippesi 2,6).
Accetta anche tu di appartenere alla storia che ti ha generato: non per adattarti fatalmente ad essa, in un qualunquismo anonimo e deluso, ma per assumere la tua responsabilità nel territorio e nella comunità in cui vivi.
«Hai ricevuto lo spirito di Dio che fa di te un uomo libero» (Romani 8,15). Inventa il futuro del mondo assieme a tutti gli uomini di buona volontà, restando attento alle chiamate della storia e impegnato nel portare a compimento l'opera della creazione, per creare «cieli nuovi e terra nuova»; senza dimenticare però, che non è mai terminato e definitivo quanto è opera delle mani dell'uomo.
Ti rivolgiamo questo appello, fondandoci non solo sulla tua buona volontà ma sulla certezza che esso è realizzabile dal momento che Cristo è venuto a condividere il dramma quotidiano dell'uomo: Egli è diventato una breccia nei limiti che ci tengono prigionieri.
È in Lui, il Signore morto e risorto per tutti, che noi crediamo. t Lui che noi annunciamo anche a te, "perché tu sia nella gioia e la tua gioia sia piena- (dal vangelo di Giovanni 15,11).
I giovani credenti del Friuli-Venezia Giulia, del Trentino-Alto Adige, del Veneto.

UNA FESTA ALL'INSEGNA DELLA SPERANZA E DEL CORAGGIO

Alcune riflessioni al termine della festa.

I giovani hanno detto «sì» alla loro festa

Hanno detto sì a Cristo, alla Chiesa, al messaggio del Vangelo, con un entusiasmo da non confondersi col fanatismo, con una convinzione profonda, frutto di impegno sincero.
Hanno detto sì a quanti hanno fiducia in loro, nella loro capacità creativa, di sacrificio e di preghiera; a quanti sono andati incontro a loro con coraggio, sincerità, senza sotterfugi, con semplicità.
I giovani hanno scritto una bella pagina, che va accolta da tutti con gioia e serenità. Essi ci obbligano a frugare dentro le nostre contraddizioni e a offrire loro un vangelo puro nella lettera e nello spirito.
Sono loro, questi undicimila giovani, operai, studenti, impiegati, che l'hanno proclamato con le loro testimonianze. Il Vangelo può essere vissuto nella scuola, nella fabbrica, nella caserma, nella scelta dell'obiezione di coscienza. Esso costituisce una parola di speranza anche per coloro che percorrono le strade disperate della droga e della violenza.

La festa dei giovani è un invito al coraggio

La festa dei giovani non è un fatto transitorio, ma un richiamo forte a intraprendere un lavoro di pastorale giovanile con coraggio e con speranza. I giovani hanno dimostrato la loro disponibilità a camminare con gli adulti incontro a Cristo. Ora chiedono a noi adulti di non chiuderci dentro schematismi, quando si tratta di essere di Cristo e di promuovere la libertà dell'uomo.
Nel suo intervento l'arcivescovo di Udine mons. Alfredo Battisti, aveva invitato i giovani a giocare la loro vita su tre grandi scelte evangeliche:
- la scelta della condivisione, sulla linea di un Dio che in Cristo ha condiviso tutto con l'uomo;
- la scelta della gratuità, sull'esempio di Dio che ci ha amati per primo, senza nostro merito;
- la scelta del servizio, secondo l'insegnamento di Gesù che «non è venuto per essere servito ma per servire».
In questa prospettiva sembra di poter cogliere il significato che i giovani stessi hanno dato alla loro «festa».
I giovani non sono venuti a fare del chiasso, come capita nelle «sagre paesane», ma a condividere la loro esperienza di fede, a raccontarla l'uno all'altro, a far festa per aver scoperto in Cristo l'orientamento della vita.
Non sono venuti a fare del trionfalismo: in essi c'era la chiara consapevolezza delle altre migliaia di giovani che non c'erano. Se li portavano dentro, sentivano le loro ansie, i loro problemi, il loro rinchiudersi in una vita piatta e senza ideali. A quei coetanei essi hanno gridato: «Credi in quello che sei e ama la tua vita. La tua voglia di vivere può cambiare il mondo». Questo sentimento di condivisione profonda l'abbiamo sentito nelle testimoninaze dei giovani che si sono succeduti sul palco, negli applausi spontanei che si alzavano dalle gradinate, nella selva di mani tese in alto a scandire il ritornello: «È ora che nasca la speranza in mezzo a noi... è ora che nasca l'amore, un mondo più vero, Signor!».
I giovani non sono venuti a consumare immagini e suoni o a cercare sicurezze illusorie negli slogans di moda, ma a gridare al mondo la loro speranza, che si radica nella fede pasquale e che di volta in volta diviene: valorizzazione della propria vita, coraggio nell'affrontare il futuro, fiducia verso il vicino, impegno nella storia. Il loro messaggio finale è un invito a credere nella forza di trasformazione che viene da Cristo risorto e a tradurre questa fede in impegno concreto in favore dei più poveri, dei più deboli, degli ultimi.
I giovani non erano venuti a fare del folklore fuori moda, ma a scandire in un clima di festa quel cammino di crescita nella fede che da mesi o da anni avevano iniziato e che desideravano proseguire con rinnovato impegno. Certamente essi sono ripartiti dal Palasport con una carica ed un entusiasmo inaspettato, che contribuirà a sostenerli nei momenti di stanchezza, anche se nelle loro comunità risulterà più difficile far risuonare i temi della «festa», per una certa stanchezza che a volte avvolge il quotidiano.
Ma siamo sicuri che da questa esperienza i giovani hanno attinto il coraggio di testimoniare la loro fede a testa alta e di viverla nella comunità ecclesiale, in dialogo aperto col mondo.
Trascriviamo, come conclusione, i cinque impegni presi da tutti i gruppi. La festa ritorna al quotidiano facendosi concreta proposta di rinnovamento della pastorale giovanile.

GLI IMPEGNI DEI GRUPPI GIOVANILI DOPO LA «FESTA»

1. Mantenere il coordinamento tra le diverse associazioni e movimenti giovanili diocesani. La diversità delle esperienze deve diventare un «dono» per tutti. Senza nulla togliere alla specificità delle diverse spiritualità, è necessario rivalutare l'unità intra-ecclesiale.
2. Creare un coordinamento stabile tra i gruppi giovanili della stessa forania o zona pastorale, o almeno tra parrocchie limitrofe, avendo cura soprattutto di sostenere i gruppi più deboli o senza animatori.
3. Provvedere alla formazione degli animatori (sacerdoti, religiosi e laici), mediante adeguati corsi diocesani.
4. Continuare la riflessione sul Catechismo dei giovani «Non di solo pane», integrando il lavoro di ricerca con i tempi della preghiera, dell'impegno caritativo e sociale e della testimoninaza diretta.
5. Continuare lo scambio delle esperienze, gli incontri di preghiera, la riflessione sulla pastorale giovanile.