Giuseppe Morante

(NPG 1980-06-74)


1. Osserviamo la nostra vita

Crescere è un viaggio avventuroso fuori del ristretto mondo della infanzia e della fanciullezza, verso un mondo più vasto che si impara ad esplorare e a conoscere meglio ogni giorno.
Lo sviluppo dell'intelligenza permette di essere più attenti ai fatti della vita e fa lanciare uno sguardo più profondo su se stessi, sul mondo, sulla vita, sul passato e sul presente. Aiuta anche ad orientarsi nel futuro per la realizzazione del proprio progetto di vita.
La progressiva maturazione affettiva permette di avere un cuore capace di amare gli altri in modo più forte e più costante con possibilità di contatti più durevoli con le persone.
Il più facile contatto con gli altri, attraverso la conquista progressiva della parola, porta a conoscersi a vicenda nel proprio gruppo, a lavorare insieme, ascoltarsi, cantare, divertirsi, essere aperti gli uni verso gli altri...
La parola, affascinante conquista del preadolescente! Così prega una ragazza: «Penso, o Signore che ne hai abbastanza della gente che parla e non sa che parlare! Anch'io ho scoperto la parola ed ho sempre voglia di parlare: al telefono, a casa, a scuola, con gli amici... È sempre la mia parola che conta; ho il gusto di sentirmi parlare! Signore, rendimi capace anche di saper ascoltare» (Gabriella, 13 anni).
Questa preghiera sembra la fotografia di molti ragazzi: vogliono parlare e parlare e parlare e non sanno ascoltare.
Parlare senza ascoltare è un monologo egoistico!
Possiamo ascoltare la Parola di Dio se non siamo capaci di ascoltare gli uomini?
- La parola non è una semplice espressione di un suono, non è il dire delle cose che non hanno senso; la parola è la fotografia di un uomo. L'uomo esprime, manifesta se stesso attraverso il suo linguaggio, la sua parola, i suoi gesti. È un buon complimento / quando si può dire: «È un uomo di parola»!
- La parola dunque rivela ciò che ci portiamo dentro. Non si diventa veramente uomini se non quando si è capaci di comunicare, perché parlare è manifestarsi agli altri e capire il mondo degli altri.
Parlare è dialogare, vivere è comunicare!
- Anche Dio comunica con gli uomini, rivela se stesso attraverso il suo linguaggio, la sua parola, i segni in cui lascia l'impronta della sua presenza. Anche a Messa sentiamo leggere la sua parola: «Parola di Dio», dopo la prima lettura; «Parola del Signore», dopo il brano del Vangelo. Sappiamo che la Parola di Dio si fece uomo in Cristo e che ognuno di noi in Lui può essere una parola di Dio.
«Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai Padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del suo Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Ebr., 1,1-3).

2. Orientamenti catechistici

1 La fede nasce dall'ascolto della Parola di Dio. La Parola di Dio si comunica a noi attraverso il linguaggio concreto dei gesti e delle parole di Gesù. Avere fede significa accettare la persona di Cristo e farla entrare progressivamente nella propria vita.
a) Gesù Cristo è la «Parola di Dio»
Dio ci parla attraverso di Lui; egli è la parola di Dio che si fa persona, che parla a persona; in Lui Dio si presenta come uno di noi, entra come uomo nella nostra vita per comunicare con noi e donare a noi l'amore del Padre.
Gesù Cristo sapeva incontrare le persone, le sapeva ascoltare e si interessava ai loro problemi più profondi, sapeva amare tutti, soprattutto i più bisognosi. I Vangeli ci parlano di questi «incontri» del Signore; riflettono in modo diretto l'incontro che Gesù ebbe con i fedeli dei primi tempi, simile a quello che con Gesù hanno i cristiani, gli uomini di oggi.
Quando, come, dove Gesù parla ai nostri ragazzi?
Si sente parlare di Lui quando si leggono e si spiegano in Chiesa le Sacre Scritture: esse parlano sempre di Lui, anzi attraverso ad esse è lui stesso che parla. Si sente parlare di lui in ogni tipo di insegnamento religioso: «Il messaggio della Chiesa è Gesù Cristo» (RdC cap. IV). Il centro di ogni insegnamento è la parola e la persona di Gesù presentata da chi lo conosce, ne è testimone.
Si sente parlare di Gesù nella predicazione missionaria, in discussioni o dibattiti: per la strada, in un gruppo, alla televisione, dialogando con persone di altra fede e altra religione.
b) Come ascoltare Gesù che parla
I ragazzi in genere non sanno ascoltare. Hanno scoperto la parola ed hanno voglia solo di parlare, di comunicare, di esprimersi. Quanti discorsi sentiti, quanti fatti osservati, quante parole cadute nel vuoto... Messaggi che non hanno impressionato la loro vita perché è mancata la disponibilità all'ascolto.
Per capire Gesù Cristo che parla bisogna essere disposti interiormente ad ascoltare, è necessario essere suoi amici. È accaduto lo stesso per i primi cristiani: ricordavano Gesù anzitutto durante la celebrazione dell'Eucaristia, nell'insegnamento ai nuovi cristiani nella predicazione e nel dialogo con gli avversari e i non credenti per rispondere a obiezioni, a problemi, a domande.
Per essere disposti a capire Gesù che parla a noi in nome di Dio è necessario soprattutto chiedersi, come fecero i discepoli e gli apostoli che si misero alla sua sequela, come invita a fare Gesù medesimo: chi è costui che mi chiede di prestare ascolto alla sua parola? La sua è solo parola umana?
c) Confrontarsi con la Parola di Gesù
Quali erano gli atteggiamenti delle persone che ascoltavano Gesù? Curiosità, indifferenza, attenzione, accettazione della sua parola?...
Possono essere i nostri atteggiamenti nei confronti di Gesù che anche oggi ci parla:
- Curiosità: siamo curiosi quando la parola di Gesù ci interessa solo marginalmente, non ci cambia interiormente, non ci impegna, dopo averla ascoltata, in azioni di carità e di servizio...; quando ascoltiamo distrattamente..., quando non ci interessa l'ora di religione nella scuola..., quando la nostra vita di ogni giorno non è mai messa a confronto con la sua parola.
- Indifferenza: siamo indifferenti quando la parola di Gesù non ci interessa proprio: per noi è più importante lo sport, lo svago, il divertimento, lo studio, la salute. l'intelligenza, le cose che abbiamo..., quando il problema religioso non è visto come .. punto di convergenza di tutti gli altri problemi della crescita..., quando non si prer.,:c coscienza del proprio battesimo.
- Accettazione incondizionata: quando ci impegniamo a scoprire il senso religioso delle cose che noi facciamo ogni giorno..., quando, come Cristo, mettiamo gli altri al centro della nostra attenzione..., quando aderiamo totalmente a lui nella nostra vita: il nostro modo di pensare, di agire coincide con quello di Gesù.
d) Superare le dtecoltà che sono in noi per essere fedeli alla parola di Dio Per vivere ogni giorno la propria vita illuminati dalla parola di Gesù è necessario impegnarsi a vincere il male che incomincia a farsi sentire nella vita dei nostri ragazzi, soprattutto evidente in alcuni atteggiamenti sbagliati:
- Atteggiamenti di falsità: voler apparire diversi da quello che si è, ingannare se stessi, quando si dice una cosa e se ne fa un'altra, non riconoscere la propria identità personale, fmgere di capire, ecc...
- Atteggiamenti di legalismo: non è sufficiente compiere alcune pratiche cristiane per sentirsi seguaci di Cristo; non basta dire le preghiere... in una maniera meccanica e sbrigativa per essere autentici cristiani, perché «non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre».
- Atteggiamenti di sentimentalismo: non è novità di vita un po' di commozione religiosa in alcuni momenti particolari in occasione di qualche festa; oppure avere di tanto in tanto un po' di considerazione per chi soffre... senza la costanza dell'impegno quotidiano.
- Atteggiamenti di incoerenza: è la difficoltà più grave della vita dei nostri ragazzi: propositi e cedimenti, capricci e contraddizioni, impegno e pigrizia, dubbi e slanci, incertezze e prese di posizione, stanchezza e ripresa...
- Atteggiamenti di superficialità: credere di essere vero amico di Gesù, di averlo accettato nella propria vita... senza guardare in profondità se stessi, gli altri, Cristo attraverso la riflessione personale e comunitaria, la fede, la carità.
In conclusione: parole e fatti non siano mai due cose separate nella nostra vita, ma siano sempre una espressione unitaria del nostro modo di essere cristiani.

3. Per l'impegno pastorale

- Il ragazzo va gradatamente allenato a scoprire i segni della presenza di Dio in tutte le esperienze della sua vita quotidiana, nelle persone che incontra nei fatti che capitano; perché Dio non è al di fuori della nostra vita dal momento che Cristo ci è entrato nella pienezza con la sua Incarnazione.
- È necessario poi avviare al superamento delle fasi infantili della sua fede orientando al raggiungimento di mete progressive e graduali. Al di là di ogni forma di imposizione, l'educatore esiga piccoli impegni sia a livello individuale (dialogo, preghiera, riflessione...), sia a livello di gruppo (catechismo, liturgia, incontri, ritiri...).
- La carità deve vedersi nella vita: abituare ad atti di carità in atteggiamento di servizio, proprio perché «Cristo aspetta questo da lui». Accentuando il da farsi in senso positivo (più che ciò che deve essere evitato) ogni ragazzo va aiutato ad un incontro personale con Cristo (preghiera, Parola, Sacramenti) nel servizio e nella generosità.
- Un impegno particolare va posto nella iniziazione alla vita comunitaria, attraverso l'apprendimento dell'appartenenza al popolo di Dio, nella partecipazione liturgica sempre più cosciente e nella reale partecipazione ad ogni iniziativa ecclesiale. Per un naturale inserimento nella Chiesa i ragazzi non vanno separati dalla comunità parrocchiale, ma vengano opportunamente inseriti con compiti specifici nelle attività pastorali.
- Da un punto di vista morale è necessario orientare il comportamento non tanto come adeguamento ad una norma, ma come avvicinamento a Cristo: la vita morale cioè va fondata sulle parole e sull'esempio di Cristo in maniera che essa diventi la risposta pratica alla Parola di Dio.