I processi formativi nel difficile dialogo tra culture diverse

Inserito in NPG annata 1980.


Mario Pollo

(NPG 1980-06-52)


L'esperienza di «Casa Serena» rappresenta un tentativo riuscito di riallacciare il dialogo, all'interno di una istituzione formativa, tra adolescenti e adulti.
Mi sembra una cosa molto interessante e importante. La crisi che stiamo attraversando ha proprio alla radice il blocco di questo dialogo, la chiusura intergenerazionale o il tentativo di catturare il diverso da sé.
Certo non si tratta di un processo facile. Né tantomeno può essere intrapreso senza attente preoccupazioni educative, perché c'è il rischio di ritornare a quei modelli del passato che stanno all'origine dei problemi di oggi.
Tento di precisare queste prospettive, analizzando i meccanismi della trasmissione culturale e avanzando alcune proposte concrete.

Un fatto: una cultura giovanile separata da quella degli adulti

Al di là delle varie interpretazioni circa la struttura del nostro sistema sociale mi sembra si possa affermare con una certa sicurezza che oramai esiste al suo interno una cultura giovanile separata, e perciò differenziata.
I motivi che hanno condotto al formarsi di una cultura giovanile sono complessi e molteplici. Mi limiterò a ricordarne brevemente alcuni. Oltre alla complessità del nostro sistema sociale mi sembra si possano citare tra i fattori influenti la formazione della diversità della cultura giovanile, la crisi dei meccanismi di trasmissione culturale, ovvero delle istituzioni educative e di comunicazione intergenerazionale, lo scarto generazionale, la pluralità delle agenzie di socializzazione (mass media e associazioni di vario tipo), e lo stesso instaurarsi della differenziazione tra la cultura giovanile e quella quella degli adulti che è fonte in progressione di ulteriori differenze.
Senza entrare nella trattazione di questi fattori di differenziazione mi preme sottolineare che contestualmente alla crisi della trasmissione culturale di tipo verticale (e cioè dal passato al presente), si assiste ad un incremento della trasmissione orizzontale (e cioè dal presente al presente) con l'accentuazione dello sradicamento dei giovani dalla storia e dalla tradizione del loro gruppo sociale. Questo genera la loro progressiva perdita di identità in nome di una sorta di universalismo del presente, che di veramente universale ha solo l'alienazione di cui è portatore.

Il difficile dialogo tra culture differenti

Prima ho anche messo tra i fattori che producono la separazione della cultura giovanile da quella degli adulti l'instaurarsi appunto della differenza. Non è questo, come a prima vista potrebbe sembrare, un errore logico ma il riconoscere che tra due culture diverse si stabiliscono delle relazioni del tutto particolari che possono condurre ad esiti diversi.
Nel nostro sistema sociale si è andato stabilendo un equilibrio dinamico tra la cultura giovanile e quella degli adulti fondato sulla differenziazione progressiva. Questo fatto in linguaggio tecnico viene detto «schismogenesi».
Quando mi riferisco all'equilibrio dinamico tra due culture intendo affermare che nei gruppi si sviluppano, si consolidano e si accentuano strutture di comportamento differenziate che fanno riferimento a sistemi differenziati di valori. Quando invece parlo di schismogenesi (o differenziazione progressiva) intendo riferirmi a due particolari tipi di relazione tra le culture.
La prima relazione è quella che si ha tra due gruppi sociali che pur avendo le stesse aspirazioni e le stesse strutture di comportamento si differenziano riguardo la direzione da dare alle stesse. Ciò significa che un dato comportamento nel gruppo A provocherà un comportamento dello stesso tipo in B che allontanerà ancora più A da B. Ad esempio l'aggressività del gruppo A provoca l'aggressività simmetrica del gruppo B. La seconda relazione invece è quella che si ha tra gruppi i cui comportamenti e le cui aspirazioni sono fondamentalmente diversi. Il caso più semplice è dato dai gruppi che all'interno dello stesso sistema sociale formano le diverse classi sociali, la cui complementarietà di valori, aspirazioni e comportamenti dà origine a ciò che comunemente viene chiamata pace sociale o stabilità di un sistema sociale interclassista.
Di fatto la schismogenesi è una relazione che se non viene periodicamente frenata e regolata può condurre il sistema sociale al cui interno si verifica alla morte per collasso.
L'aver sottolineato che la schismogenesi è una relazione significa mettere in risalto che le due culture pur diverse sono in qualche modo dipendenti l'una dall'altra in quanto ogni evento che accade in una di esse si ripercuote immediatamente sull'altra. Si può allora dire che la cultura degli adulti continua ad influire su quella dei giovani ma in un modo niente affatto intenzionale ed in direzioni imprevedibili.
Ad esempio la contraddizione che esiste nella cultura degli adulti tra valori come
l'austerità, la rigorosità, la moralità..., enunciati a livello di principio ed i comportamenti pratici di tipo prevalentemente utilitaristico, orientati alla ricerca del piacere, provoca nella cultura giovanile il rifiuto dei valori e dei principi teorici e per contro, la manifestazione in molte circostanze di una effettiva austerità di vita. Una contraddizione della cultura degli adulti provoca necessariamente una contraddizione, magari di segno opposto in quella giovanile.
Il fatto che la cultura giovanile e quella degli adulti siano in relazione di differenziazione sottolinea ulteriormente che gli influssi e gli stimoli che la prima riceve sono sempre e prevalentemente di tipo orizzontale, provengono cioè sempre in misura maggioritaria dal presente, e che non esiste più nella pratica una trasmissione intenzionale valida dei dati e dei valori della tradizione che formano l'identità profonda dell'uomo. Le uniche trasmissioni intenzionali sono quelle che si realizzano al livello orizzontale tramite i massmedia e le varie agenzie di socializzazione; esse sono sovente orientate al consumo o a fini politici di varia natura.
Questo dato pone in evidenza la necessità che la cultura degli adulti ricuperi il proprio ruolo nella trasmissione intenzionale di tipo verticale, assolvendo il suo naturale ruolo educativo.
Questo è necessario se non si vuole che la diversità culturale intergenerazionale invece di divenire fonte di arricchimento divenga fonte di alienazione sociale.

Per rivitalizzare i meccanismi di trasmissione culturale

La rivitalizzazione dei meccanismi di trasmissione culturale richiede una strategia tutto sommato semplice nelle sue linee di fondo ma complessa nei suoi risvolti operativi.
I punti chiave di questa strategia sono gli adulti educatori, le istituzioni educative ed il linguaggio.

Gli adulti educatori
Il problema degli adulti educatori è tratta:, diffusamente dall'articolo di F. Amione questo contesto mi limiterò ad affermare la necessità che l'adulto ricuperi un ruolo propositivo che si fondi su una relazione umanamente significativa con il giovane: esso consente il superamento delle barriere e dei disturbi di comunicazione provocati dallo scarto generazionale e permette al giovane il recupero di un rapporto umano più esteso lungo l'arco del tempo esistenziale, attraverso il contatto con le generazioni che prima di lui hanno calpestato il suolo della vita del gruppo sociale a cui appartiene.
Ruolo propositivo significa anche ridare dignità al trasmettere, comunicare la propria esperienza, i propri valori e anche le verità in cui ognuno ha diritto di credere, nel rispetto del diritto di critica e di negazione motivata di chi riceve.

Le istituzioni educative
Per fare questo occorre andare a reinventare la relazione educativa, saldandola efficacemente al principio di realtà; al principio che fornisce la sintesi tra il potere e l'amore, tra il desiderio e la necessità, tra il trascendente ed il contingente.
Il principio di realtà a livello sociale è dato dalle istituzioni, che, giova ricordarlo, sono per il sociale ciò che l'io è per l'individuale. L'azione della trasmissione culturale deve essere pienamente restituita alle istituzioni sociali a ciò deputate: famiglia, scuola, istituzioni religiose ecc., togliendola dalle secche di uno spontaneismo che perde se stesso nell'alienazione del presente.
Troppo spesso anche in ambito ecclesiale si è creduto di superare la crisi della trasmissione culturale dando vita a forme educative di tipo spontaneo, abbastanza estranee alla vita della dimensione istituzionale della chiesa.
Se ciò ha prodotto qualche risultato nel breve periodo, ora invece rivela la sua distruttività educativa, nel senso della perdita di identità dell'individuo al di fuori di quella ristretta del gruppo sociale primario di appartenenza. Ci sono oggi molti giovani la cui identità ecclesiale si esaurisce nell'appartenenza al proprio gruppo. Essi sono al di fuori di qualsiasi appartenenza, sganciati
dalla tradizione e da ogni aggregazione con caratteri di universalità.
È necessario che la trasmissione culturale intenzionale (e quindi i processi formativi) sia riattivata all'interno delle istituzioni se non si vuole che attraverso la mancata acquisizione della tradizione, la storia non sia più di alcuna utilità pratica nel presente, divenendo così principio di regressione.
La dimensione intenzionale della trasmissione culturale non deve però risultare in contraddizione rispetto a quella non intenzionale (ne ho parlato prima, riflettendo sui meccanismi della schismogenesi).
Cosa significa tutto ciò?
Non è semplice dirlo in poche righe. Lo affermo suggerendo alcune esigenze complementari.
Prima di tutto si richiede che la trasmissione culturale sia coerente con i caratteri veri, pratici e teorici, della cultura e non sia invece, come capita oggi, fondata su una sorta di schizofrenia che porta gli adulti a riconoscere solo alcuni tratti della propria cultura e a negarne altri.
Da qui la-seconda esigenza: l'adulto, per poter trasmettere, deve prima educare se stesso ad una identità più precisa con la cultura del suo gruppo sociale o perlomeno deve abilitarsi ad una capacità di portare a sintesi critica le contraddizioni di cui come uomo del suo tempo è portatore.
E questo assicura una terza esigenza importante: la comunicazione culturale non deve essere negata dalla metacomunicazione.

I problemi del linguaggio
L'ultimo punto centrale della strategia di rivitalizzazione della comunicazione verticale, intergenerazionale, nel nostro sistema sociale è costituito dal linguaggio.
È un dato ormai acquisito dalla maggior parte degli osservatori che il linguaggio giovanile presenta notevoli diversità rispetto a quello degli adulti. Esse sono principalmente identificabili con la perdita di referenza dei segni: prevale cioè il significato che al segno deriva dal suo porsi in relazione con gli altri che costituiscono il sistema linguistico, nella relazione con gli oggetti fisici e mentali per cui in un certo modo stanno.
Questo vuol dire che il linguaggio tende sempre più a disancorarsi dalla realtà per divenire un gioco astratto di significazioni e di ipotesi circa possibili strutture logicamente valide del pensiero.
Il linguaggio tende a trasformarsi da strumento privilegiato della mediazione del rapporto dell'uomo con la realtà, in strumento che allontana dalla realtà. In questo tipo di linguaggio i segni sono interscambiabili e solitamente multivoci.
La conseguenza è quella che costatiamo oggi: una accentuata riduzione del lessico, delle parole utilizzate in modo polivalente, quasi fossero delle variabili algebriche che ricevono il loro significato dal ruolo che giocano all'interno del discorso.
Altre diversità sono riscontrabili a livello della struttura logica del discorso, che tende a perdere la linearità tipica delle lingue fonetiche per assumere quella d'insieme, tipica dei linguaggi idiografici. I giovani hanno perso la capacità di utilizzare significativamente la comunicazione orale (di raccontare), perché tendono ad accostare i pezzi del discorso come se fossero non unità fonetiche ma pezzi di immagine secondo una logica più vicina a quella dell'insiemistica che a quella lineare deduttiva. Per un adulto risulta estremamente complesso intendere questo tipo di discorso; gli appare spesso senza capo né coda.
La struttura del linguaggio giovanile, oltre a rendere difficoltosa la comunicazione con gli adulti, rischia così di chiudere il giovane in sé e di non aprirlo agli altri ed alla vita. Il linguaggio rischia di divenire lo strumento che invece di consentire l'uscita dal mondo personale imprigiona in esso in una solitudine profonda.

Conclusione: ancorare criticamente i giovani alla cultura in cui sono nati

Da quanto sommariamente detto a proposito del linguaggio giovanile emerge con chiarezza la necessità di una azione educativa che miri al recupero della cultura orale da un lato e dall'altro al riancoraggio dei segni ai referenti secondo le linee di una solida ed efficace convenzione sematica.
Questa azione educativa non deve però essere confusa con il tentativo da parte degli adulti di fornire ai giovani un linguaggio altamente formalizzato, e come tale chiuso alla vita del presente e del futuro, che sostituisca lo «scalcinato» linguaggio giovanile. Essa invece deve essere intesa come un atto educativo portato all'interno del mondo linguistico giovanile che lo aiuti a trovare nel modo più efficace, la via di una evoluzione che non mortifichi le novità di cui è portatore e nello stesso tempo non vanifichi le potenzialità di apertura verso la vita presente, passata e futura che la lingua ha conquistato duramente nel corso della propria evoluzione. Dobbiamo riconoscere l'esistenza del linguaggio giovanile con le sue specificità e su di esso innestare la nostra azione educativa per consentirgli di svilupparsi originalmente in modo però da recuperare anche il legame con la storia del gruppo sociale al cui interno si è sviluppato.
Queste linee elencate possono aiutare a superare la schismogenesi, e cioè la rottura della comunicazione dei giovani odierni con la cultura in cui sono nati, al cui interno essi possono trovare la chiave della loro identità e del loro futuro.