Emmaus: la vita di una comunità giovanile agricola

Inserito in NPG annata 1982.

 

Nicola Palmisano

(NPG 1982-03-47)

 

Viaggiando in treno o in auto, dalle nostre parti, forse ti sarai accorto, sia pure di sfuggita, dell'abbandono delle campagne. Qualche vecchietto al lavoro per i campi fa tenerezza e tristezza. Invece, quelli che passano lungo la strada provinciale Beccarini, in pieno Tavoliere della Puglia, tra Foggia e Manfredonia, superato il borgo Amendola, si imbattono in una piacevole sorpresa: una casa viva di giovani, un camino che fuma, cani che abbaiano, un'elica bianco-rossa che, mossa dal vento, gira e succhia acqua da un pozzo per una vasca per irrigazione; nei campi, quattro o cinque giovani stanno scavando buche per piantarci alberi da frutta; galline e oche razzolano in un recinto e colombi volano qua e là; un grande capannone, e terra diventata orto: se aguzzi lo sguardo ci noti carciofi, cipolle, fave, finocchi, spinaci, cicorie e poi un campo di grano recintato da alberelli di olivo di recente piantagione; una siepe di bosso all'ingresso e sul filo panni sciorinati al sole; sulla porta un cartello con la scritta Comunità Emmaus.
Fossero passati di là quattro anni fa, avrebbero notato una di quelle case cantoniere abbandonate, completamente saccheggiate, senza porte e finestre, senza infissi e con intonaci cadenti: a metterci piede dentro c'era da imbattersi in ragnatele e topi e qualche... residuo organico! Il campo attorno, poi, pieno di pietre, era ridotto ad una pigra monocoltura di grano da un vicino abusivo.
«Comunità Emmaus», ripeterai tra te e te. Il nome è strano. Molti lo storpiano nella pronuncia. E che significa?
Se non hai fretta, potresti fermare la macchina e chiederlo dal finestrino ai giovani che lavorano nei campi. Vedrai che ti inviteranno in casa e, sempre se non hai fretta, seduti accanto al camino dove arde un bel ceppo, in cucina, dopo che avrai gustato una tazza di caffè o un buon bicchiere, ti diranno tutto, dopo essersi presentati.

Una comunità agricola, espressione di una comunità più vasta

Marino, Nino, Italo, Francesco, Ernesto, Lucio e la prima famiglia nata in seno alla comunità: Ele, Dora e il piccolo Alessandro. Con loro due sacerdoti salesiani, Michele e Nicola. «Ma non siamo solo noi - ti diranno. Altri entreranno presto a far parte della comunità. Infatti Nino si sposerà con Lola e Marino con Anna. Inoltre ci sono tanti amici di Emmaus che vivono nella Comunità Parrocchiale S. Cuore dei Salesiani di Foggia, la comunità dalla quale Emmaus è sciamata nel '78 e che rimane la sua più grande comunità di riferimento e di appartenenza: si tratta di giovani e adulti, di intere famiglie, di obiettori di coscienza in servizio civile, di membri del comitato di quartiere promosso dalla stessa comunità. Ci sostengono con l'incoraggiamento e la solidarietà concreta: sbrigano pratiche nei vari uffici, si prestano a vendere i nostri prodotti (conigli, polli, ortaggi e legumi vari) a livello di mercatino interfamiliare, con una rete di distribuzione capillare. E poi ancora ci visitano, fanno festa con noi, ci aiutano nei nostri lavori domestici, agricoli ed edili, condividono i nostri problemi, ci presentano i loro consigli. Alcuni tra loro stanno aspettando il momento opportuno per venire a far parte integrante di Emmaus vivendo la nostra vita comune anche se potranno continuare a lavorare nelle loro attuali occupazioni.
A proposito dei matrimoni c'è da dire che non è per il fatto di sposarsi con uno che fa parte della comunità che vi si entra, ma perché i due fanno un'unica libera scelta di vita.
Oltre che nella comunità del S. Cuore, a Foggia abbiamo amici e simpatizzanti in altri gruppi giovanili, in altre comunità parrocchiali, in partiti e sindacati, tra credenti e non-credenti, e, in particolare, nelle strutture cittadine di assistenza sociale e sanitaria. Ma abbiamo amici e sostenitori un po' dappertutto in Italia, e anche all'estero (Francia, Germania, Svizzera), presso varie comunità, salesiane e non.
Non è stato facile in questi primi anni. La prospettiva dell'autofinanziamento era una... prospettiva, appunto. Gli inizi son difficili: si ha bisogno di tutto. Questi amici ci hanno sostenuto economicamente, mentre noi ci davamo e ci diamo da fare utilizzando «i rifiuti». La nostra cosiddetta civiltà dei consumi, nel suo risvolto, è una civiltà dei rifiuti. E noi raccogliamo quasi quotidianamente abiti dimessi, mobili vecchi, elettrodomestici fuori uso, stracci, ferro vecchio, carta e cartoni. Un furgone all'inizio, due ora servono specialmente a questo scopo. Il lavoro delle formiche! Perciò vedrai che qui non si butta nulla. A volte, siamo costretti ad andare a giornata fuori per lavori agricoli, di impianti elettrici e idraulici, di traslochi, di pitturazione...

Il nostro stile: preghiera, festa, lavoro

Dopo essersi così presentati, ti condurranno in giro a visitare gli ambienti dove vive e lavora la comunità.
Ecco, questa è la cappella: sulla porta un piccolo poster con l'immagine di Don Bosco e una poesia su di lui in cui sono sottolineati i seguenti versi: «Volevi una tettoia quanto il mondo
A far da cielo a tutti i tuoi monelli.
Non c'era spazio? Apristi il tuo gran cuore.
Non c'era luce? S'accese il tuo sorriso.
In letizia creasti la speranza».
Dentro, un grande Crocifisso dipinto su vetro, un'immagine della Madonna, alcune scritte. Una del card. Pellegrino dice: «Una comunità cristiana che emargina smentisce Cristo. L'Eucaristia - un solo Corpo offerto a tutti - è la condanna di ogni discriminazione». Sulle sedie e per terra (nella cappella c'è la moquette) dei libri di salmi. In un angolo, su alcuni mattoni, la lampada accesa e Gesù-Eucaristia, la pietra angolare di ogni costruzione valida.
Qui la comunità si riunisce mattina e sera per la preghiera.
Non è stato sempre facile pregare, in questi anni. Molti di noi sono maturati pian piano sempre più. Le relazioni tra di noi non sono sempre filate lisce come l'olio e, si sa, quando non ci si apre l'un l'altro e non si comunica a livello di profondo è difficile aprirsi e comunicare con Dio. D'altra parte, nell'emergenza degli inizi, può essere capitato di essersi lasciati prendere dall'azione, squilibrando il rapporto con la contemplazione. È un equilibrio difficile da raggiungere questo tra preghiera e lavoro, ma noi abbiamo la fiducia che ci stiamo avvicinando, diventando secondo lo spirito di Don Bosco «contemplativi nell'azione». Il Mahatma Gandhi ci insegna: «Se quando si immerge la mano nel catino dell'acqua, se quando si attizza il fuoco col soffietto, se quando si allineano interminabili colonne di numeri al proprio tavolo di contabile, se quando, scottati dal sole, si è immersi nella melma della risaia, se quando si è in piedi davanti alla fornace del fonditore non si realizza proprio la stessa vita religiosa che se si fosse in preghiera in un monastero, il mondo non sarà mai salvo».
Ogni settimana si fa una revisione di vita alla luce della Parola di Dio. La domenica poi, la Messa; ed è festa.
Vengono amici ed è bello trovarsi insieme nella gioia conviviale.
La festa per noi è importante come il lavoro e più del lavoro. La festa nasce dalla gioia di sapersi amati e salvati, di fare Pasqua nella Messa e nella vita quotidiana, nasce dal ricordo della «meraviglia» della Risurrezione. È la festa della presenza di Dio in mezzo a noi e della presenza di noi stessi a Dio. È il ricordo del dono della nostra vita ai fratelli, e si è più felici nel dare che nel ricevere! È il ricordo del senso del proprio vivere a Emmaus.
Perché la comunità viva occorre lavorare, certo. Ma se si sa soltanto lavorare, allora la comunità diventa pesante e rischia di crollare. Lavorare unisce, ma festeggiare unisce ancora di più. L'amicizia non nasce nel dolore, anche se questo la verifica; nasce nella gioia, nella festa. Nel mondo c'è festa per alcuni e fatica per molti. E la fatica dei molti serve la festa di alcuni. A Emmaus invece tutti lavorano e tutti festeggiano, e s'impegnano politicamente perché questo accada in tutto il mondo, al Nord e al Sud, all'Ovest e all'Est. E dietro questi punti cardinali c'è tutta una seria di tragedie, una storia di ingiustizia sociale, imperialismo, sfruttamento, egemonia, neocolonialismo che acquistano i volti della fame e della guerra, della morte.

Nessuno di noi era contadino

Inoltre a Emmaus cerchiamo di superare il dualismo tra festa e lavoro. Un lavoro veramente degno dell'uomo, sulla sua misura, il «nostro» lavoro, include in sé motivi di festa, altrimenti sarebbe un'oppressione, un'alienazione dell'uomo e la vita vera comincerebbe a fine lavoro. Infatti, non è bello trasformare a poco a poco il deserto in giardino? Non è anche festa piantare un albero, seminare un legume, innaffiare un fiore, scerpare erba e radiche attorno ai carciofi, dissodare la terra, allevare animali, costruire vasche per l'irrigazione, impiantare una torre eolica, ricavare dalle proprie braccia ciò che serve per vivere?
Eppure di noi nessuno era contadino. Eravamo tutti studenti ed Ele è perito agrario. Dopo un approccio timido e maldestro, chiedendo consigli ai vicini e leggendo qualche libro pratico, stiamo acquistando esperienza. E il nostro lavoro lo sentiamo vicino alla gioia del Creatore quando lanciava negli spazi siderei gli innumerevoli soli e le Pleiadi e Orione e popolava la terra di erbe e di piante e di animali, rendendola un giardino per l'uomo. «E Dio vide che era una cosa buona». Ecco la Sua e la nostra festa, secondo la spiritualità del lavoro espressa nell'ultima parte dell'enciclica «Laborem exercens». Nessuna fatica viene portata avanti in modo da logorare la persona e impedirgli di pregare, cantare o riflettere, perché anche il lavoro su di sé fa parte degli impegni quotidiani, e il fuoco dei valori e degli obiettivi in cui crediamo deve essere sempre tenuto desto, dal falò dell'Immacolata in avanti.
Oltre alla Festa Settimanale, nel giorno del Signore, a Emmaus, oltre le grandi feste liturgiche, si celebrano particolarmente l'Immacolata, San Giovanni Bosco, San Gaetano.
San Gaetano, il santo dei «morti di fame» del Sud, era festeggiato dai contadini che abitano attorno e che fanno capo al borgo Amendola. La comunità, invitata, ha ripreso volentieri questa tradizione di festa popolare e, nella prima domenica di agosto, il borgo si anima. In un campo di grano ormai mietuto, si piazzano i pali delle porte per un incontro di calcio: Emmaus - Resto del Mondo! Giovani contadini, dal gioco piuttosto... atletico, calano dai dintorni e in un appuntamento divenuto tradizionale provano una grande gioia nello sconfiggere Emmaus. Nella chiesetta del borgo, ripulita e riaperta per l'occasione, si celebra la Messa. E poi al pomeriggio c'è il palo della cuccagna, il tiro alla fune, la corsa nei sacchi e giochi vari. Dopo un intervallo, in cui si va a governare i propri animali, si ritorna per cantare e suonare con fisarmonica e chitarra e ballare con grande familiarità. Un contadino intanto prepara qualche mortaretto e tric-trac. E con questi botti, sotto la luna di agosto, si conclude la festa.
L'Immacolata e S. Giovanni Bosco sono delle feste salesiane, anche se l'Immacolata per la comunità Emmaus ha il significato di festa della fondazione, perché proprio 1'8 dicembre 1978 c'è stata l'inaugurazione della piccola comunità, presenti il vescovo di Foggia e l'ispettore salesiano, con grande partecipazione di vicini e di gente di Foggia e con don Michele Mongiello, principale responsabile e capo storico, che leggeva commosso quella pagine delle «Memorie dell'Oratorio» dove si parlava dell'8 dicembre 1841, inizio dell'impegno di Don Bosco tra i giovani più poveri ed emarginati e inizio del movimento salesiano nel mondo. A Foggia, poi, nei quartieri popolari, per l'Immacolata si usa accendere grandi falò. A Emmaus si continua questa tradizione e il fuoco, simbolo di gioia e di purificazione, di luce e di calore, di unità e di dinamismo, simbolo di Dio, diventa il protagonista della serata.
La vita di preghiera della comunità, ancora, è ritmata mensilmente dalla celebrazione comunitaria del Sacramento della Riconciliazione e da un Ritiro, fatti normalmente insieme alla comunità parrocchiale.
Avrai capito, speriamo, che la nostra comunità è una comunità orante, che cerca innanzitutto il Regno di Dio. La comunione con Dio si traduce in comunione tra noi. E la nostra preghiera preferita è la preghiera semplice di Francesco d'Assisi: «Signore, fa' di me uno strumento della tua pace».

La rinuncia a possedere e la scelta di condivisione

Se sali al primo piano, vedrai il reparto «notte» della casa, con letti a castello e la stanza di Ele e Dora e del piccolo Alessandro.
Si dorme come fratelli, in una vera famiglia.
Alla scuola del Vangelo (molti di noi sono stati catechisti nella comunità parrocchiale) abbiamo capito che non si può servire Dio e il Denaro, che non è «indispensabile» accumulare guadagni, che il desiderio di possesso, promosso e coltivato, è la causa di tanti se non di tutti i mali che sono nel mondo, che la povertà (non la miseria) è la soluzione: il necessario a tutti, perché il tuo lusso lo paga chi manca del necessario, chi muore di fame. Allora abbiamo deciso di prendere seriamente a modello la comunità cristiana degli «Atti degli Apostoli» e di mettere tutto in comune, condividendo i beni e procurandoci insieme col nostro lavoro di che mangiare e di che vestire, con grande fiducia in Colui che nutre gli uccelli del cielo e veste splendidamente i fiori dei campi. Anche se proveniamo tutti da famiglie di modesti lavoratori, non credere che sia facile vivere lo spirito di povertà. Rinunciare continuamente allo spirito di possesso, sollecitato dal consumismo, dalla pubblicità, dalle mode, e battere l'invidia nei confronti di chi se la gode, è altrettanto difficile che rinunciare ad ingenti ricchezze e all'avidità. Il tanto dimenticato 10° Comandamento «Non desiderare» è una delle più importanti parole di vita.
Su questo, come su altri punti, ci andiamo esaminando e confrontando, in un lavoro di formazione permanente, divenuto più intenso a partire da quest'anno e che sfocerà a Pentecoste in una comunitaria e solenne professione di impegno e di scelta di vita per Emmaus.
Come vedi siamo in continuo cammino.
La nostra condivisione, però, non si limita soltanto ai beni materiali. Vogliamo condividere tutto, comunicare profondamente con tutti, superando la paura dell'altro, nella fiducia e nell'amicizia, accogliendoci e accettandoci così come siamo e favorendo sempre la crescita di tutti, correggendoci fraternamente con spirito evangelico; e così ci avviamo a costruire la vera comunione delle persone.
Le nostre decisioni sono prese insieme in una gestione comunitaria in cui non c'è il primo e l'ultimo, ma rapporti tra uguali. Da noi finora l'autorità è stata concepita non come ruolo istituzionale: acquista autorevolezza quel fratello che serve di più, che porta di più la croce, i pesi dell'altro, che cerca di conservare l'unità, la gioia e la pace, che cerca di coordinare gli sforzi di tutti e orienta con la testimonianza della vita e con la parola le coscienze verso il Signore Gesù e il suo programma evangelico sintetizzato nel Discorso delle Beatitudini.

Una cooperativa agricola di produzione e lavoro

La nostra comunità Emmaus è una comunità articolata: al suo interno è presente a pieno titolo una piccola comunità salesiana. Inoltre è una comunità aperta in un'osmosi continua, vigilante e critica, con tutta la Famiglia Salesiana Meridionale (e qualcuno tra noi sente la vocazione di Cooperatore Salesiano), con la Parrocchia S. Cuore di Foggia e, tramite essa, con la Chiesa locale e con organizzazione e gruppi e singoli che sul territorio operano, almeno parzialmente, secondo i valori e gli obiettivi che anche noi ci proponiamo e, in particolare, con il Centro di Medicina e di Assistenza Sociale (CMAS) degli Ospedali Riuniti di Foggia. La nostra comunità ha anche un suo aspetto giuridico. Davanti allo Stato siamo una cooperativa agricola di produzione e lavoro.
Ecco; puoi leggere uno dei nostri fogli di collegamento, con cui ordinariamente comunichiamo con i nostri amici: è della Pasqua '79.
«-'anno 1978, il giorno 3 luglio in Foggia nel mio studio... Innanzi a me... Notaio... Si sono personalmente costituiti... Tra essi comparenti è costituita una Società Cooperativa Agricola a responsabilità limitata sotto la denominazione «Emmaus» Società Coop. a r.l. con sede in Foggia, Piazza S. Cuore, presso la Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù...».
Nel leggere il convenzionale linguaggio notarile dell'atto costitutivo, sarà capitato forse anche a te come a noi un attimo di meraviglia nell'accostamento così sorprendente a parole della nostra storia quotidiana di parole cariche di suggestioni evangeliche. Ma subito la meraviglia cede il posto ad una gioiosa certezza: come a Emmaus, anche qui Gesù fa il suo cammino con gli uomini, Parola dietro le parole, Lievito nella farina. È proprio qui tutto il senso evangelico della comunità Emmaus. È qui il suo futuro. «La Società Cooperativa ha durata fino al 31 dicembre 2030, salvo proroga». Questo atto costitutivo è più che un istrumento legale: è un segno!
Esso dichiara la volontà di un gruppo di giovani di collaborare alla trasformazione di questa terra e di questa società per renderla in armonia con il Regno di Dio che vi è stato seminato, che perciò vi è già presente. È un voler entrare nella scelta di Cristo per i poveri e i piccoli, e, quindi, è voler camminare con i delusi, gli sconfitti, gli oppressi e sfruttati, gli emarginati, verso una nuova qualità della vita, verso la gioia di Emmaus.
E abbiamo davanti un esempio concreto: il Don Bosco della tettoia Pinardi. Il 21.7.1978 la Giunta Provinciale all'unanimità ha deliberato di concederci in uso gratuito una casa cantoniera con annesso terreno. Era una casa abbandonata e devastata con una striscia di terreno pianeggiante senza neanche un alberello o un fiore. Tuttavia quando la vedemmo dall'alto di una collinetta il nostro animo si riempì della gioia di chi ha trovato il luogo della sua vita, la sede della speranza e della «promessa». - Anche il passero ha trovato casa e la rondine il suo nido... - (Salmo 84,4). Era finito il tempo del camminare di qua e di là nel deserto. Era arrivato il tempo di darsi al cantico di lode a Dio e ai lavori della pace. - Si rallegrino il deserto e la terra arida; gioisca e fiorisca la steppa! - (h 36,1)... Ma concludiamo... La nostra avventura è una parabola pasquale di condivisione (lo «spezzar il pane" a Emmaus). Anche tu resisti al consumismo, condividi ciò che hai: non ti ritroverai in una vita di austerità senza bellezza e senza gioia, ma nella condivisione troverai la libertà autentica. Anche tu vivrai la Pasqua di Emmaus e questo piccolo lievito sarà così forte da scuotere le strutture più inamovibili e più ingiuste e creare un avvenire di «famiglia» umana.

Una comunità aperta ai giovani in difficoltà

Ogni comunità che sia veramente cristiana sa esercitare l'ospitalità. Ma qui da noi questa ospitalità non vuole essere occasionale.
Siamo una comunità aperta all'accoglienza sistematica di giovani in difficoltà ed emarginati, e a quanti vogliono passare con noi alcuni giorni della loro vita. Non vogliamo essere o diventare un istituto o casa d'accoglienza o comunità terapeutica, ma una grande famiglia che fa sentire di casa chi è nel bisogno, condividendo nella gioia quel poco che si possiede.
A questo punto potrai capire ancor meglio il perché del nome «Emmaus»: Cristo, pellegrino sconosciuto, e accolto dai due discepoli viandanti sia come compagno di viaggio, sia come ospite in casa loro. «Resta con noi perché si fa sera» vorremmo ripetere a tutti quei giovani che si sentono già vecchi nel cuore, sul cui mattino di vita è giunta, assurda, la sera; la sera dell'abbandono, della miseria, della droga; il tramonto dell'amore e del senso di vivere, l'oscurità. Come a Emmaus con il Cristo vorremmo spezzare il pane della condivisione, della fede, della rinascita alla gioia e alla luce.
Finora questa accoglienza è stata impostata sulla buona volontà. Ora ci rendiamo conto che la buona volontà non basta, anche se è necessaria. Stiamo cercando di acquisire un minimo di competenza frequentando alcuni medici interessati non solo al problema della tossicodipendenza e dell'emarginazione in generale, ma anche e soprattutto alla creazione di strutture alternative di base capaci di ricostruire il senso vero della vita.
Chi abbiamo accolto in questi anni?
Tra i tanti ricordiamo solo alcuni.
Il primo è stato Italo, dimesso dall'istituto ortofrenico di Foggia e affidato alla nostra comunità dove vive con gioia da tre anni.
Antonio e Giovanna: lui, un mulatto di Napoli che, abbandonato, è stato sbattuto da un collegio all'altro; lei, una studentessa universitaria della provincia di Salerno. I due si sono conosciuti e fidanzati, ma i genitori di lei erano contrari al matrimonio. Perciò la ragazza si è allontanata da casa e dopo un periodo burrascoso è approdata da noi con Antonio. I due si sono in seguito sposati, con una certa serenità da parte dei genitori e poi dopo circa un anno sono partiti, allietati da una bella bambina, e ora vivono in una città del Nord.
Poi abbiamo accolto Francesco, un giovane di Brindisi che in un incidente stradale ha perso l'intera famiglia e si è dato alla droga. È venuto da noi a cercare motivazioni e forza per uscire dal «giro» e soprattutto a cercare l'affetto di una famiglia.
Per breve tempo abbiamo ospitato Alfredo, un giovane reduce dal carcere e alcoolizzato e forse dedito alla prostituzione. Abbiamo saputo poi che è stato trovato morto a Torino. Non siamo riusciti ad aiutarlo e questa morte ci brucia dentro. Gli avevamo affidato Margherita, una capra che ci era stata regalata dall'ispettore salesiano; eravamo diventati tutti... astemi per aiutarlo. Ma non c'è stato niente da fare.
E non è stato questo l'unico fallimento della nostra accoglienza.
Inoltre abbiamo avuto tra noi alcuni giovani esuli argentini e cileni e Farid, un giovane tunisino in cerca di lavoro e di casa.
Attualmente in comunità ci sono anche Ernesto che vive con noi da più di due mesi cercando di superare la dipendenza da stupefacenti, così pure Lucio, e poi Ciro, un simpatico nonnino di Napoli, uscito dalle carceri per l'amnistia e in attesa di essere accettato in qualche ospizio.

Il nostro lavoro tra «autosufficienza» e «organizzazione»

Intanto, uscendo dalla porta di casa, a destra, noterai le galline: alcune razzolano all'aperto, altre, le ovaiole, sono in gabbia. Più in là c'è il forno, per ora non usato, collegato alla casa da una tettoia aperta molto utile specialmente d'estate quando si raggiungono e si superano i 35° dove si scaricano vestiti vecchi e carta straccia. Una bella porcilaia con casetta e corte e sei maiali. Poi, una serie di baracche: deposito per la paglia, laboratorio rudimentale, legnaia, deposito per attrezzi agricoli. Più lontano il letamaio. Andando sempre a destra troverai la bella vasca per irrigazione (12x7x3) in cemento armato; dentro vi abbiamo messo alcune anguille. Ma l'opera più impegnativa e costosa è un capannone di 30x7, alto 3 metri. La costruzione è in tufo su solida base di cemento, con tre locali: quello al centro, più piccolo, è ufficio e deposito, a destra e a sinistra quello per fattrici e per conigli all'ingrasso. È tutta frutto del nostro lavoro e degli aiuti degli amici. Dentro ci sono stati circa 400 conigli. Ora è vuota perché intendiamo rifare il tetto in muratura, mentre ora è in legno e onduline.
Più in là ci sono cinque arnie di laboriose api; e abbiamo anche un'unica pecorella che abbiamo chiamato «Belina».
Infine, in una garitta, a debita distanza, un piccolo gruppo elettrogeno alimenta l'impianto luce e acqua della casa. Sono in programma i pannelli solari, appena le finanze lo permetteranno.
Il nostro è un tipo di lavoro che, realisticamente, si colloca, raggiungendo un certo possibile equilibrio dettato dalle capacità e possibilità che abbiamo e dalla situazione concreta, tra il sistema della «autosufficienza» (fare da soli) e il sistema della «organizzazione» (pagare qualcuno perché lavori per noi). Certo, tutte le società esistenti si basano su una combinazione dei due sistemi, perché l'autosufficienza totale è una situazione di squilibrio, esattamente come l'organizzazione totale. Il problema è quello delle proporzioni tra queste componenti. A nostro avviso, a partire dalla rivoluzione industriale, nel mondo si è avuta una svolta che penalizza troppo la creatività, l'agricoltura e l'artigianato, la manualità, la capacità di produrre alcune cose per se stessi senza dipendere da qualche organizzazione. La nostra comunità non sdegna quanto la tecnologia e l'organizzazione moderna offrono, ma cerca di ricomporre continuamente l'equilibrio, non tornando indietro verso un passato mitizzato, ma andando avanti verso una migliore e nuova forma di vita.
La nostra comunità ama la terra e, come dice Lanza del Vasto, «trova la via più breve, più semplice, fra la terra, le mani e la bocca». Lavora, per non essere di peso a nessuno. «Chi non lavora non mangi» (S. Paolo).

Viviamo la solitudine per inventare la convivialità

Alcuni ci rimproverano di isolarci dal mondo, di ricercare il Regno di Dio al riparo dal dinamismo frenetico della città, di vivere la propria realtà di chiesa, orante-fraterna-accogliente-laboriosa, in una situazione di vita lontana dal mondo d'oggi e dai suoi problemi.
Forse anche tu penserai così.
Ebbene, ti diciamo francamente che cerchiamo di essere vicini e lontani al mondo, a seconda dei valori e disvalori che presenta. Nella solitudine sì, nell'isolamento no. Cerchiamo di spiegarci. Il nostro regime di vita, agricolo e comunitario, religioso e nonviolento, abbandona la città, secondo lo spirito di quella pagina di Carlo Carretto in «Io Francesco»: «Intanto, incomincerai col dare il primato alle campagne ed a considerare le città come il primo errore.
Perché le città dell'Italia, del Brasile... danno uno spettacolo così orribile di uomini che si ammucchiano alla periferia vivendo in modo disumano?
Perché i governi non aiutano le campagne e gli uomini che spaventati dal restare soli scappano nella speranza di migliorare la loro situazione?
Se i governi dessero un minimo aiuto a chi vive nei campi e cercassero di rendere umana la loro vita, i più resterebbero a coltivare la terra che in fondo è poi quella che nutre tutti, anche quelli che vivono in città.
Se l'ultimo periodo che avete vissuto, quello tecnologico, ha visto l'esodo dalle campagne, il periodo che io sogno della nonviolenza dovrebbe vedere l'esodo dalle città e il ritorno massiccio alle campagne. I contadini dovrebbero essere aiutati a vivere anche solo se tengono vivi gli alberi e puliscono i fossi difendendo le terre dalla distruzione e dall'incuria. Fate della terra un giardino e il giardino diventato l'Eden vi darà ciò che cercate: il pane e la pace.
Se un ragazzo vende la sua moto per acquistare una bicicletta dategli un premio, se una casa di campagna impara a procurarsi l'energia elettrica con un mulino a vento o bruciando l'immondizia, citatela nell'ordine del giorno. Se industriali di valore si mettono ad allevare vitelli ed a seminare sui monti erbe aromatiche, dite loro grazie e fateli cavalieri. E in più dovreste arrestare chi deturpa i prati e multare chi abbatte un albero senza necessità assoluta. Un ragazzo che schiaccia un fiore o fa soffrire una lucertola dovrebbe andare a dormire senza cena. E la classe politica che ha distrutto gli olivi nella piana di Gioia Tauro dovrebbe perdere lo stipendio e il posto.
Ma ora capisco che sto dicendo ancora cose da "fioretti" che vi faranno solo sorridere e in cui non crederete.
Sono un sognatore, sono Francesco d'Assisi».
Se ci teniamo in disparte, dunque, da un mondo che è la fabbrica dell'isolamento e dell'emarginazione a vari livelli (anche se poi si organizza per curare solo i sintomi, ghettizzando problemi e persone) non è per fuggire i mali che denunciamo, ma per creare una società «nuova», «alternativa» secondo il Vangelo, in cui ci siano mezzi di salvezza, di recupero, di prevenzione, di guarigione, di «sanità, sapienza, santità» (le tre «S» di Don Bosco), mostrando nella pratica a tutti una via di uscita. Incapsulati nell'isolamento della massa, guarire è impossibile e la disperazione diventa fatale perché si circonda della mancanza di autentica comunicazione ed è sempre più affamata di genuine relazioni interpersonali. Convivialità, invece, è guarigione. Guarire è l'opposto dell'isolamento. Per essere guariti e mantenerci sani partecipiamo con tutte le altre creature alla festa della creazione!

La nostra presenza «dentro» il territorio

La nostra solitudine dunque è convivialità, è «folla» di persone e problemi. Del resto, mai siamo stati in più stretto contatto con la gente, come da quando siamo venuti qui, in campagna.
Poco fa abbiamo già parlato degli accolti e degli amici di Emmaus, dei contatti con altre comunità e del foglio di collegamento. Accenneremo ora alla corrispondenza, alle conferenze, conversazioni e predicazioni per cui specialmente Nicola e Michele sono richiesti in giro; alle pubblicazioni; ai viaggi che molti di noi fanno annualmente per incontrare altre comunità e confrontare esperienze di vita e di azione; agli incontri con giovani; al servizio civile che qui hanno prestato vari obiettori di coscienza; ai campi di lavoro fatti d'estate da vari gruppi italiani e per il prossimo avvenire se ne prevedono alcuni a livello europeo. Ma soprattutto la nostra apertura, nata dalla meditazione e formazione personale e dal cominciare da se stessi, si manifesta in azioni publiche di lotta nonviolenta. Veniamo da una comunità che educa alla pace. E per la pace non è dall'8l soltanto che promuoviamo marce, mostre cittadine e di quartiere, manifesti e volantini, azioni di informazione sul servizio civile e sulle energie pulite, sul disarmo e sulla difesa popolare nonviolenta, proteste antimilitariste e antinucleari, incontri-dibattiti a livello di comunità e a livello cittadino con uomini della nonviolenza, come Antonino Drago, Jean Goss ed altri, collaborando attivamente con la comunità del S. Cuore in Foggia e con il Movimento Internazionale della Riconciliazione e con il Movimento Nonviolento.
Non siamo rassegnati al male altrui e ci teniamo pronti non per odio ma per amore a gettarci contro un'ingiustizia o a partire per i primi soccorsi nelle catastrofi naturali. Il 23 novembre 1980 il disastroso terremoto nelle province di Napoli, Salerno, Avellino e Potenza ci ha visti in prima fila nello sfortunato paesino di Santomenna. Il tempo di organizzarsi ed Emmaus offriva il nerbo di uomini e mezzi alla comunità parrocchiale che faceva partire una autocolonna: ci si fermava in zona per i primi tragici quindici giorni, anche se D. Nicola vi sarebbe rimasto dieci mesi.
Anche i numerosi articoli apparsi su giornali locali e regionali e l'interesse di amministratori e di varie istituzioni dimostrano che non siamo isolati, ma «dentro» il territorio con un'originalità di progetto e con una nostra autonomia. E il nostro progetto diventa «sogno» se pensiamo ai trenta ettari di terreno che ci sono stati assegnati in usufrutto, proprio di recente, dall'Unità Sanitaria Locale di Foggia.
Infatti lì già vediamo un villaggio, cioè una famiglia di famiglie... E poi mucche, pollaio, forno, porcilaia, deposito paglia, vasca... e poi, più in là, chissà... mulino, fabbrichetta di formaggio, laboratori dove si fila e si tesse, falegnameria, legatoria, fucina, stamperia, bottega per la ceramica... e tanti giovani che vincono le forze autodistruttrici innescate in essi dalla società in cui vivono.

Puoi venire anche tu

Puoi venire anche tu a realizzare questo «sogno», perché, se vuoi saperlo, noi non siamo una piccola cerchia di «eletti» o di persone straordinarie. Per venire a Emmaus, non occorrono né grandi doni né una grande scienza né grandi virtù. Siamo i primi che capitano, ma che vogliono camminare verso la pienezza della vita con l'emarginato e il povero a fianco. Un giorno scoprirai, come i discepoli di Emmaus, che lui è Cristo.
La nostra gioia ancora più grande è veder sorgere, come stanno sorgendo, nel cuore di questa società, queste piccole luci, qua e là, isole di vita fraterna ed accogliente, di preghiera e lavoro, di lotta per la giustizia e contemplazione, così da opporre all'ingiustizia, alla guerra e all'oscurità del mondo, la loro giustizia e pace e luce.
Cooperativa agricola Salesiani Don Bosco Piazza Sacro Cuore 71100 Foggia