Il cammino di gruppo verso un'esperienza significativa di socialità-comunione

Inserito in NPG annata 1982.

 

Dalmazio Maggi

(NPG 1982-02-64)

 

Gettando uno sguardo negli ambienti educativi frequentati dai ragazzi, possiamo osservare:
1. Una massa disarticolata. Molti ragazzi arrivano, restano un certo tempo negli ambienti della parrocchia o dell'oratorio, poi se ne vanno senza aver «incontrato» nessuno. La maggior parte di loro non ha né volto, né nome, ma vive accanto agli educatori nell'anonimato più assoluto, massa disarticolata che è avvertita solo quando si agita o per esuberanza di vitalità o per instabilità di umore o per cambiamenti di opinione.
2. Una serie di squadre e gruppi, per lo più secondari, non orientati verso valori esplicitamente cristiani:
- gruppi legati da interessi vivi ma non continui ( le squadre sportive si riuniscono in alcuni giorni stabiliti e poi... ognuno per conto proprio);
- i gruppi involontari di attività (gruppi di doposcuola, le stesse classi scolastiche...);
- gruppi di abitudini comuni (il solito gruppetto che si ritrova a giocare per lo più alla stessa ora, nello stesso posto).
3. Un numero ben determinato di gruppi orientati, almeno nella intenzione di coloro che li hanno programmati, verso valori esplicitamente cristiani, ma di tipo secondario, cioè un insieme di ragazzi uniti da vincoli esteriori di organizzazione e di convenienza:
- classi per il catechismo settimanale o domenicale;
- associazioni che si radunano per un incontro periodico.
4. Qualche gruppo di amici, legati personalmente a un animatore per simpatia, per qualche interesse di tipo sociale e formativo «eri-stiano».
Di fronte a questa realtà appare evidente che il ragazzo corre il rischio di non vivere mai un'esperienza di gruppo primario, in cui diventi sempre più cosciente delle reciproche relazioni affettive e responsabilità e si possa realizzare a contatto con i suoi amici. Non potrà fare quindi una vera esperienza di Chiesa. Per rispondere a questa grave carenza Dalmazio Maggi ci presenta queste riflessioni su un'esperienza significativa di socialità-comunione.


UN'ESPERIENZA SIGNIFICATIVA DI SOCIALITÀ-COMUNIONE

Il vivere insieme, l'ampliare la propria socialità, il sentirsi più realizzato nel contatto con gli altri, il cambiare il proprio atteggiamento nei confronti dei compagni, possono avvenire soltanto attraverso l'assimilazione di nuovi contenuti e l'apprendimento di nuovi atteggiamenti attraverso cioè una esperienza «significativa» (1).
Deve essere una «esperienza» cioè un contatto diretto, vissuto con la realtà dei compagni, «significativa» cioè in situazioni di vita «quotidiana», in cui lo stare insieme, il parlare, il sentirsi, l'aiutarsi tocchino nel vivo e incidano sulla struttura personale.
Non si tratta di «apprendere» intellettualmente i principi che regolano il contatto umano, di discutere sulla utilità e opportunità o meno di certe idee e poi trarne una «morale».
Occorre far vivere al ragazzo le situazioni di contatto umano, affinché provi personalmente le difficoltà e le gioie di tale contatto.
Ricordiamo che non è possibile modificare la struttura personale del ragazzo dall'esterno con un'azione qualsiasi; solo la sua esperienza viva può farlo. Non è possibile procedere a base di condizionamenti o ricatti.
Conviene ricordare quanto afferma Allport (2): «l'individuo impara solo ciò che è "disposto" a imparare. Per disposizione deve intendersi la partecipazione mediante il concentramento dell'" attenzione", lo sforzo o l'interesse per l'acquisizione di determinate capacità o conoscenze».
Nelle pagine citate dello psicologo americano si parla di partecipazione attiva al «compito», affinché vi sia un più completo coinvolgimento «neurofisiologico». Infatti nella passività vi è impressione sul sistema nervoso ma non «espressione», che significa possedere veramente qualcosa.
Ma esiste un livello di partecipazione ancora più profondo, che si può chiamare «partecipazione dell'ego».
L'iniziativa proposta deve essere sentita come importante per il ragazzo, non deve rimanere ai margini della sua personalità ma al centro.
Tutti acquisiscono la maggior parte delle conoscenze attraverso le esperienze cui partecipa l'ego: esse hanno un maggiore rilievo personale e quindi hanno maggiore stabilità.
Tutto ciò che è importante per l'ego diventa «apprendimento biografico», vita della propria vita.
L'esperienza da favorire, sarà significativa per il ragazzo solo quando:
- coinvolge tutta la sua persona;
- parte da una esigenza personale profonda, anche se stimolata dall'esterno;
- viene giudicata adatta e rispondente ai bisogni del ragazzo stesso;
- viene percepita come legata profondamente allo sviluppo della propria personalità;
- viene infine valutata e integrata nella propria esperienza vitale, totale. Al contrario non c'è esperienza «significativa» quando:
- interessa strati superficiali della propria persona;
- è imposta dall'esterno;
- non risponde ai bisogni veri e attuali del ragazzo;
- è impersonale, uguale per tutti;
- non è il ragazzo stesso a valutarla.
Tener presente in questo contesto che il ragazzo tende a resistere a tutte quelle esperienze che si presentano come sconvolgenti il suo schema di vita e come una minaccia per la struttura del proprio io.

L'esperienza «esterna»

Si può correre il pericolo di «bombardare» il ragazzo e il gruppo con slogans, immagini, azioni, gesti che lo suggestionino, facendogli introiettare e incorporare meccanicamente le aspettative, le idee dell'animatore. Il ragazzo così «bombardato» ripete a «memoria» tutto ciò che ha visto e sentito senza viverlo minimamente.

L'esperienza «interna»

L'animatore aiuta il ragazzo e il gruppo a prendere contatto con se stesso, a scoprire le ansie e i bisogni nascosti, cerca di togliere gli ostacoli a un vero apprendimento, poi fa vivere i valori di socialità nei vari momenti della giornata, scelti e motivati dagli stessi ragazzi.
Si tratta quindi di mettere in atto un processo attraverso il quale si rivelino e si realizzino tutte le possibilità personali; un processo di «scatenamento» delle energie del ragazzo a contatto con la realtà e i compagni.

LE CONDIZIONI PER UN'ESPERIENZA SIGNIFICATIVA

L'atmosfera che può permettere un'esperienza significativa è il risultato della disponibilità e del dialogo.

La disponibilità

In primo luogo la disponibilità dell'animatore, che dimostra autenticità, amore personale, comprensione empatica, accettazione incondizionata, in una «modalità» cristiana.
Occorre vivere totalmente e completamente l'esperienza «significativa» senza altri interessi che distraggano e portino fuori dal clima.
In secondo luogo la disponibilità del ragazzo e del gruppo.
Non si deve pensare a qualcosa di acquisito e congelato, ma a una potenzialità che può essere sollecitata ed educata.
Le componenti di questa disponibilità del ragazzo possono essere:
- la maturità «normale» di un ragazzo, dimostrata quotidianamente nei rapporti con i genitori, educatori e amici;
- la capacità «potenziale» di vivere in un gruppo e di collaborare con i compagni;
- l'interesse sentito di fare esperienza con gli amici;
- la possibilità di continuare «dopo» un contatto di amicizia nell'ambiente ordinario di vita.
Infine la disponibilità di un ambiente che permetta ogni iniziativa senza condizionamenti di nessun genere.

Il dialogo

I membri del gruppo sono incoraggiati, tutti e singoli, ad esprimere con libertà e spontaneità il proprio «pensare» e il proprio «sentire», ma nello stesso tempo sono invitati a non formulare, nemmeno interiormente, alcuna valutazione, sia essa, positiva o negativa, sulle persone che partecipano al dialogo (3).
«Il mettersi a contatto con un altro e, di fronte ad un suo comportamento (comunque esso sia), essere capaci di "riflettergli" una risposta, verbale o non-verbale, franca e sincera, senza che essa contenga la formulazione di alcun giudizio sulla persona, significa "comunicare" alla persona stessa che la si "accetta" senza porle condizioni. L'atteggiamento di dialogo è costituito precisamente dal saper dare e ricevere questo tipo di risposte-riflesso» (4).

Il dialogo come «comunicazione»

«Per comunicazione intendiamo un procedimento che mette in relazione tra loro dei soggetti umani e consiste nel " trasmettere " da uno all'altro una conoscenza, una informazione, uno stato emotivo» (5).
I membri del gruppo:
- comunicano l'accettazione e la stima incondizionata degli altri, che hanno un ruolo originale e importante e quindi insostituibile;
- sanno ciò che pensano gli altri membri del gruppo, perché c'è sincerità e lealtà;
- sentono di possedere tutte le informazioni e di poter partecipare di tutti gli elementi che influiscono nella vita, nelle decisioni e negli orientamenti di ogni membro del gruppo.

Il dialogo come «collaborazione»

Per collaborazione si intende un modo di operare in cui i ruoli siano veramente riconosciuti ed esercitati, pena l'insignificanza di una vita di gruppo.
L'animatore deve trasmettere accettazione e stima incondizionata verso il gruppo, che egli considera capace di responsabilità, capace di elaborare dal suo interno un piano di azione atto a raggiungere i fini del gruppo, sia in ordine ai singoli membri e sia in risposta alle richieste esterne al gruppo.
Da parte dei singoli membri del gruppo accettazione e stima incondizionata dell'animatore vorrà dire prima di tutto riconoscere la sua persona come degna di stima e vorrà dire accettazione del fatto che l'animatore ha una responsabilità di fronte a Dio, alla Chiesa, alla comunità in cui è inserito, ed ha una sua coscienza. Ma vorrà dire anche accettare l'animatore come membro del «noi», dove egli secondo la sua posizione e la sua competenza dà il proprio contributo.
Ciò che è necessario sottolineare è che finché non si oltrepassa nei rapporti animatore-membri del gruppo «la dimensione verticale e non si giunge, ad una autentica dimensione orizzontale non si realizza pienamente il dialogo» (6). Una autentica relazione orizzontale! «Ciò va molto al di là di un facile "cameratismo tollerante" e non intacca minimamente il principio di autorità, ma deve anche superare la semplice comunicazione verticale, diventando un lavorare e collaborare con compiti e responsabilità diverse, tutti sullo stesso piano» (7).

IL CAMMINO DI UN'ESPERIENZA SIGNIFICATIVA

Si può pensare un cammino in sei tappe.

Prima tappa: analisi della situazione

È mettersi di fronte a una situazione di vita: la realtà concreta, oggi.

In che consiste

Consiste nella
- conoscenza di tutte le persone interessate e coinvolte direttamente all'esperienza;
- conoscenza delle «esperienze» personali, che accompagnano la vita quotidiana di ognuno, nei confronti soprattutto della situazione di vita da affrontare;
- conoscenza dei problemi, relativi alla situazione, che ogni partecipante si porta dietro;
- conoscenza delle aspirazioni, espresse o meno, di ogni membro del gruppo, sempre in riferimento alla situazione di vita da affrontare.

Scopo

- Formare e rendere dinamico e maturo il gruppo-comunità che si conosce e si riconosce.
- Individuare i problemi che ci sono nel gruppo.
- Circoscrivere un problema che pare più urgente e da affrontare.
- Far emergere i valori e le attese più rispondenti al vangelo.
Infatti i risultati di questa analisi possono diventare operativi per un gruppo-comunità e suggerire linee di azione solo se sono ricompresi in uno sguardo di fede.

Ostacoli da superare

- «Tanto ci si conosce già ed è inutile sprecare del tempo». È bene ricordare con estrema sincerità che per lo più ci si conosce superficialmente, il che non è sufficiente, spesso si conoscono soltanto i limiti delle persone, il che non è positivo né costruttivo.
Quasi sempre giocano le proprie «precomprensioni», i cliché che si applicano alle persone, e manca il riconoscere gli apporti originali e le giuste aspirazioni di ciascuno.
- «Le cose che si dicono sono sempre le stesse». Questo può sembrare vero a livello verbale e intellettuale, ma non certo a livello «esistenziale», perché, se ciascuno di noi cambia ed è diverso e nuovo, anche gli altri cambiano e sono diversi e nuovi.
Seconda tappa: gli obiettivi generali educativo-pastorali
È proporsi degli obiettivi generali, globali; l'ideale «domani».

Seconda tappa: gli obiettivi generali educativo-pastorali

In che consiste

Consiste nel
- fare un salto nel futuro;
- costruire un «sogno», che sia desiderabile;
- proporsi un ideale, un modello prospettivo;
- far emergere quale uomo e quale cristiano, deve venire fuori dalla esperienza che si vuol vivere, dalla situazione che si vuole affrontare: - sul piano della crescita umana, personale sociale; - sul piano della crescita cristiana, personale ed ecclesiale.

Scopo

Trovare l'idea-forza, l'idea unificante, capace di
- rendere dinamico al massimo il gruppo;
- unificare gli obiettivi «specifici», parziali e le iniziative settoriali.

Ostacolo da superare

- «Sono tutte chiacchiere! Non si realizzeranno mai!».
È bene ricordare che l'uomo che non «sogna» un modello di se stesso e degli altri, da creare, linnega la sua umanità, che è creatività.
Essere creativi non è un accessorio della persona umana, ma la sua dimensione più profonda.
Ebbene creativi, vuol dire essere vivi, vuol dire immaginare nuove possibilità, buttarsi nel rischio, senza rinunciare a ragionare, ma senza restare prigionieri della ragione, che per lo più si àncora al passato, a quello che si è fatto. Essere creativi vuol dire diventare quello che non si è ancora, senza accontentarsi di quello che si è già.

Terza tappa: una visione globale: ostacoli, potenzialità, cambiamenti È fare un confronto tra la realtà-oggi e l'ideale-domani.

In che consiste

Consiste nel
- mettersi «prima» dentro l'immagine ideale e domandarsi:
- cosa deve cambiare a livello personale?
- cosa deve cambiare a livello comunitario-di gruppo, per evidenziare le esigenze di cambiamento e di conversione?
- Mettersi «poi» dentro la realtà «oggi» per identificare gli ostacoli personali e di gruppo e per scoprire tutte le potenzialità personali e di gruppo. Alla fine si ha una sintesi «equilibrata»:
- degli ostacoli da superare,
- delle potenzialità da sfruttare,
- dei cambiamenti da operare.

Scopo

Si possono rintracciare tre scopi:
- operare un cambiamento delle persone e del gruppo;
- avere una visione dinamica delle persone e degli ostacoli stessi;
- acquistare uno sguardo fiducioso e pieno di speranza e delle persone e delle cose.

Ostacolo da superare

È soprattutto quello di una certa immobilità: «Perché stare sempre a cambiare, se si è fatto sempre così ed è andato bene?», si obietta da parte di alcuni. È bene ricordare che l'uomo come persona è chiamato continuamente a diventare ciò che ancora non è. Questo dimostra che la persona è viva, che non è «arrivata», ma «in crescita-verso».
Cambiare, convertirsi non è prima di tutto fare qualcosa di nuovo, di diverso, ma diventare un qualcuno «nuovo e diverso».
Convertirsi, cambiare consiste fondamentalmente nell'essere attenti alla voce dello Spirito, che è forza di futuro, per non chiudersi, come persona e come gruppo, nel proprio presente.
Un gruppo in stato di conversione e cambiamento permanente è un gruppo vivo, sempre giovane, e può esprimere persone vive, che fanno storia.

Quarta tappa: gli obiettivi specifici educativo-pastorali

Si tratta di riformulare gli obiettivi generali in obiettivi settoriali e parziali.

In che consiste

Consiste nel precisare gli obiettivi settoriali domandandosi:
- quali conoscenze occorre acquisire;
- quali atteggiamenti occorre suscitare;
- quali capacità operative occorre sviluppare.

Scopo

Lo scopo è avere sempre presente la persona, che deve crescere nella esperienza che si sta vivendo. In concreto avere sempre presente la persona che è fatta:
- di idee che motivano la propria vita;
- di atteggiamenti di fondo che guidano il proprio agire;
- di capacità operative e comportamenti che sono i «segni», visibili e verificabili, del proprio modo di essere, di pensare e di agire.

Ostacolo da superare

«Sono fatto così; ho le mie idee e mi bastano!».
Quando ci si impegna a riformulare gli obiettivi generali, che sembrano trovare tutti d'accordo, in obiettivi settoriali, si scopre, per lo più con sorpresa, che l'accordo non è così profondo come sembrava.
D'altronde la vita è possibile in gruppo-comunità se si è disponibili a dare e ricevere, se si è decisi nell'affermare i principi generali e ideali, ma anche a realizzare dei passi concreti per muoversi insieme.
Non ci si mette di fronte a se stessi e agli altri con atteggiamento di sfiducia e di giudizio, ma con gli occhi limpidi, per incontrare gli altri in modo sempre nuovo; con il volto accogliente, perché l'altro è un dono «originale» e «irripetibile», da accettare; con il desiderio di scoprire mondi nuovi, per esternare la meraviglia, la lode e il ringraziamento.

Quinta tappa: le modalità di intervento

È precisare tutto ciò che permette un cammino intelligente, insieme e con ruoli diversi.

In che consiste

Consiste nello
- studiare e scegliere le iniziative e le attività più adatte per l'esperienza da realizzare;
- indicare le tappe di un itinerario da percorrere, entro un tempo «preciso», a cui farà seguito una verifica;
- determinare i ruoli e le funzioni e stabilire le concrete responsabilità di ogni partecipante all'esperienza.,
- precisare lo stile concreto di intervento educativo.

Scopo

Lo scopo dì questa tappa è avere presente continuamente e globalmente:
- cosa si sta facendo,
- chi lo sta facendo,
- come lo sta facendo,
- quando lo si deve fare.

Ostacoli da superare

«Non c'è bisogno di precisare troppo. Siamo tutti responsabili!». Spesso quando si dice «tutti responsabili» si corre il rischio di indicare «nessuno» o «il solito cireneo».
- È essenziale che ognuno sappia cosa deve fare, perché è sulle cose concrete e visibili che è difficile ingannarsi e ingannare e che può avvenire la verifica.
- È essenziale che ognuno sappia chiaramente quale è il suo ruolo, la sua responsabilità nel progetto comune, perché ci si convinca che, pur non essendo indispensabili, si è utili e necessari, e che il nostro contributo, essendo personale e originale, non può essere delegato a nessun altro.
Di fronte al proprio impegno è necessario abituarsi a saper rispondere alla propria coscienza ma anche al proprio gruppo-comunità.
- È essenziale anche che ognuno sappia come deve agire, perché è lo stile di lavoro che ci qualifica come gruppo-comunità, che ha una identità, in cui ci si ritrova in molti.
- È importante anche che ognuno sappia il tempo entro cui deve realizzare l'obiettivo generale o un obiettivo parziale, o il suo intervento, perché le scadenze, in cui rendere conto, tengono deste le persone e le stimolano a operare.

Sesta tappa: verifica del cammino «verso l'ideale»

Si tratta non solo di fissare la data della verifica, ma soprattutto i criteri di tale verifica.

In che consiste

Consiste nel
- concordare i criteri di valutazione per una verifica.
I criteri secondo il progetto educativo e pastorale «alla Don Bosco» sono: ragione-religione-amorevolezza;
- confrontare ogni passo fatto con le grandi ispirazioni di fondo del proprio progetto, con l'idea unificante della propria vita e del proprio servizio;
- esaminare attentamente i risultati ottenuti;
- ricercare ed analizzare le cause e di successo e di insuccesso.

Scopo

Lo scopo può essere così riassunto:
- non fare della verifica una operazione «finale» o «occasionale»;
- evitare di fare le verifiche soltanto quando le «cose» vanno male, perché in uno stato di disillusione si va a cercare in genere il capo espiatorio;
- avere uno stile di verifica «permanente», in tempi determinanti, sia quando le «cose» sono andate male, sia quando le «cose» sono andate bene;
- illuminare e rettificare il proprio cammino.

Ostacoli da superare

- «È andata bene! È inutile rifletterci e ritornarci sopra...».
- «È andata male! Lasciamo andare e non pensiamoci più...».
È importante abituarsi a prendere coscienza ed evidenziare le cause di successo, per farle diventare patrimonio comune, e le cause di insuccesso, per riconoscere i propri errori e per premunirsi di fronte a situazioni simili.

Conclusione

Questo metodo di lavoro, per tappe successive e tra loro collegate, ha una garanzia di riuscita per vari motivi.
Sembra il più coerente con la spiritualità di Don Bosco e con il Sistema Preventivo, basato su ragione-religione-amorevolezza, «principio fondamentale che indica una triplice ispirazione congiunta, che compenetra e anima tutti e singoli gli aspetti dell'esperienza educativa e pastorale di Don Bosco» (8).
Sono momenti impostati sulla ragionevolezza:
- si cerca di scoprire tutte le possibili componenti di un cammino di crescita, rendendosi conto criticamente del loro influsso;
- non ci si lascia vivere alla giornata, ma ci si impegna seriamente in una azione sempre educativa;
- ci si educa a saper verificare «criticamente» i passi fatti, cercando con umiltà, ma con verità, le cause di successo o di insuccesso.
Sono momenti impregnati di religiosità:
- ci si impegna a riflettere su tutto quello che scopriamo e che facciamo in uno sguardo di fede, che cerca sempre di andare al di là delle apparenze;
- si è convinti che non esistono due storie, la storia della promozione umana e la storia della salvezza cristiana. Unica è la storia perché unico è l'uomo chiamato a realizzare il progetto di salvezza totale, iniziato da Cristo;
- ci si impegna a una conversione e a una crescita continua.
Sono momenti caratterizzati dalla amorevolezza, dalla simpatia:
- ci si impegna non solo a studiare le persone sui libri, ma a incontrarle con simpatia, a stare con loro, a dialogare continuamente;
- ci si apre alla fiducia nelle singole persone, che trovano spazio per essere se stesse;
- ci si apre alla gioia e alla speranza, perché continuamente si crede alla vita e alla possibilità di crescita per tutti e per ciascuno.
Questo metodo di lavoro sembra adatto a non far fermare le persone a piangere sul presente e a rimpiangere il passato, ma spinge all'ottimismo e proietta continuamente nel futuro, con un «sogno» nel cuore, che stimola all'impegno.

MOMENTI DI VITA

Essi riguardano le iniziative e le attività per una comunicazione e un apprendimento dei valori di socialità-comunione.

Tutto ha importanza nella vita di gruppo

L'esperienza di chiesa diventa «biografica» se la si respira con le cose di ogni giorno, se diventa la modalità nuova di vivere la vita quotidiana. I ragazzi che vivono insieme per quindici giorni, devono poter sperimentare in maniera più forte che nell'incontro con Cristo e con gli altri si fa chiesa e sentirla come loro vita.
E urgente premettere che nella vita quotidiana delle persone non si deve fare più una discriminazione tra le attività importanti e le attività considerate meno importanti, tra le «cose serie» e impegnative e le «cose stupide» e disimpegnate, tra le attività «formative» e le attività «a tempo perso».
È necessario richiamare san Paolo che ci dice: «Quando mangiate o bevete o quando fate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1 Cor 10,31). Ci permette di vivere ogni momento della vita con una ottica, che ci fa vedere aldilà, e che ci fa sperimentare continuamente il «triangolo della vita», in rapporto equilibrato con se stesso, con Cristo e con-per gli altri.

Il senso dei vari momenti di vita

Questa meta può essere raggiunta, mettendo in risalto in modo esplicito che tutti i momenti della giornata e della esperienza che si fa, hanno un senso:
- il gioco e le espressioni artistiche realizzate insieme, perché il corpo va educato a comunicare tutta la ricchezza dello spirito;
- i servizi comunitari che fanno lavorare gomito a gomito, perché ci si educhi ad autogestirsi, a non dipendere eccessivamente dagli altri, a saper collaborare anche negli aspetti «tecnico-economici»;
- l'incontro con Cristo nella sua Parola, con ricerche, riflessioni, drammatizzazioni, ricostruzioni, perché il proprio operare sia sempre più motivato da una scelta di fondo, che è pensare, parlare e agire come Cristo;
- l'incontro con modelli vicini, anche quelli che non fanno cronaca, quelli di tutti i giorni: genitori, educatori, coetanei, perché si acquisti la dimensione della vita reale, che è fatta di collaborazione con quelli che si incontrano sulla propria strada e non si sono potuti scegliere;
- l'incontro con modelli lontani: eroi, santi, che hanno portato avanti il mondo, insieme ad altri e per gli altri, perché ci si abitui a vedere situazioni diverse, persone diverse, che affrontano la vita e il servizio dei fratelli, modellandosi tutti a Cristo, ma con sensibilità particolare per una o più pagine del Vangelo;
- i brevi momenti di preghiera «esplicita», personale e comunitaria, perché la vita cristiana ha bisogno di pause «esplicite» di contatto con il Padre, attraverso il Cristo, animati dallo Spirito;
- le celebrazioni liturgiche, soprattutto la riconciliazione e l'eucaristia, perché la vita cristiana ha bisogno di momenti «espliciti» di preghiera personale-comunitaria, in cui con la presenza effettiva dei vari ruoli ministeriali si sperimenti visibilmente la ricchezza dei doni offerti dal Signore alla sua Chiesa; si manifestino le responsabilità delle diverse vocazioni nell'unico Spirito per il bene della comunità; si celebri, facendo festa, quello che è già costruito del Regno di Dio, impegnandosi con fiducia e coraggio a realizzare quello che è da costruire ancora;
- le esperienze dirette di interessamento agli altri, coetanei o anziani, perché il nostro essere-per-gli-altri si sperimenti concretamente anche con quelle persone che non destano «istintivamente» simpatia;
- gli incontri fraterni con canti, musica e danze, perché anche in questo si deve essere segni di gioia e di speranza, valorizzando tutto ciò che è dono del Signore, sperimentando l'augurio dell'apostolo Paolo, che dice: «Dio, che dona la pace, vi faccia essere completamente degni di lui e custodisca tutta la vostra persona -spirito, anima e corpo - senza macchia fino al giorno in cui verrà il Signore nostro Gesù Cristo» (1 Tess 5,23).
Le indicazioni sono volutamente sintetiche, perché resterà sempre compito dell'animatore di gruppo concretizzare in momenti di azione, dosare i vari interventi, creare soprattutto un clima di serenità, di fiducia e di incontro.

NOTE

(1) G. Dho, Schemi di lavoro per il corso di metodologia pedagogica, dispense PAS 1970-1971, pp. 73-80.
(2) G. W. Allport, Psicologia della personalità, PAS-Verlag 1969, pp. 92-93.
(3) Cfr G. Dho, Collaborazione e dialogo tra superiori e giovani religiosi nella comunità formativa, CISM Roma 1969, pp. 24-33.
(4) G. Dho, o.c., p. 26.
(5) G. Dho, o.c., p. 29.
(6) G. Dho, o.c., p. 33.
(7) G. Dho, o.c.. p. 33.
(8) CG 21, n. 89.