«Il catechismo dei giovani»: una proposta concreta di educazione morale

Inserito in NPG annata 1982.

 

Lucio Soravito

(NPG 1982-02-39)


Con il numero di gennaio abbiamo iniziato a presentare le nostre riflessioni su «giovani e morale». Ci ritorneremo su in un prossimo dossier e nel convegno che si terrà a Brescia (1-2 maggio) e di cui abbiamo parlato a pag. 2.
Presentiamo ora due sussidi che forniscono degli interessanti stimoli ai gruppi giovanili per una riflessione catechistica e psicologica sul tema. Il primo, di Lucio Soravito, ripercorre il Catechismo dei giovani facendo attenzione alla sua dimensione morale. Il secondo, di Giuseppe Sovernigo, che i lettori conoscono già per i suoi preziosi strumenti di lavoro, sul rapporto tra forme di coscienza morale ( eteronomaadolescenziale-adulta) e senso del peccato.

I giovani oggi tendono a soggettivizzare la norma morale, a rivendicare il diritto di fare le proprie esperienze, per decidere da soli che cos'è bene e che cosa è male, e per darsi da soli un proprio progetto e un proprio orientamento (quando non hanno già deciso di vivere nella provvisorietà del presente, senza progetti per il futuro).
Questa scelta dia indipendenza» nasce dalla poca credibilità dei modelli di vita offerti dall'ambiente circostante (comunità cristiana compresa) e dall'inadeguatezza ed insignificanza di molte norme morali, che pretendono di rimanere stabili in una situazione di accelerato cambio culturale.
D'altra parte il cristiano adulto è convinto che vivere una vita di fede, significa accogliere Cristo come unico Signore della vita, cioè fondamento, orientamento e meta ultima dell'esistenza. La fede cristiana non è ossequio passivo a delle norme morali imposte dall'alto, ma è accoglienza, consenso, adesione libera al progetto di Dio, manifestatosi in Cristo; è disponibilità a lasciarci guidare da un progetto che ci supera e che, contemporaneamente, siamo chiamati a decifrare tra le pieghe della vita quotidiana, giorno dopo giorno.
Come aiutare i giovani oggi ad accogliere Cristo e il suo progetto, senza per questo rinunciare alla loro sete di libertà e di autonomia? Quale educazione morale può aiutarli a maturare la loro personalità cristiana?
La Chiesa italiana ha elaborato per i giovani il catechismo a Non di solo pane». Quale proposta offre questo strumento ecclesiale per l'educazione morale dei giovani?
Con le riflessioni che seguono ci proponiamo di rilevare alcune scelte di fondo, fatte dal CdG per promuovere l'educazione morale dei giovani oggi. In secondo luogo cogliamo dal CdG il progetto di educazione morale, incentrandolo attorno al tema della libertà.

LE SCELTE DI FONDO DEL CdG PER L'EDUCAZIONE MORALE DEI GIOVANI

La vita cristiana: il «sì» dell'uomo a Dio

Il CdG inizia la sua proposta col richiamare i giovani a prendere in mano tutta la loro vita e a ricercare per essa la giusta direzione (I parte). A quanti sono impegnati seriamente in questa ricerca, il CdG propone l'annuncio di Cristo morto e risorto, come fondamento della vita e orientamento della nostra speranza. Attraverso la testimonianza della comunità cristiana, Cristo si presenta come colui che ha «parole di vita eterna»: «Sono venuto perché abbiate vita e vita abbondante» (Gv 10,10) (II parte).
Il giovane che si lascia «sorprendere» da questo annuncio, può chiedersi come il giovane ricco, di cui parla Mt 19,16-22: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Il CdG nella terza parte sviluppa la risposta di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che hai... poi vieni e seguimi».
Con la sua stessa struttura, il CdG ci ricorda che la vita morale del cristiano non è una risposta obbligata ad un imperativo morale (Tu devi!), che viene da una ideologia o da una cultura o dalla natura umana, ma è una risposta, un consenso, un'adesione alla proposta di Dio, scoperto come «convivente» con l'uomo, come «amante» della nostra vita, come colui che ci vuole pienamente vivi.
La vita morale del cristiano non è l'accettazione paziente e rassegnata della croce ma è la capacità di camminare dietro a Gesù: dietro colui che ci apre la strada e ci dà la forza di seguirlo nella donazione generosa e incondizionata della vita.

La vita cristiana: un cammino di ricerca

La seconda caratteristica dell'educazione morale proposta dal CdG è questa: camminare dietro Gesù, fare proprio lo stile di vita di Cristo, non consiste nell'imitazione materiale di quello che ha fatto Lui, non vuol dire «copiare» la sua vita. Camminare dietro Gesù, piuttosto, significa «avere un obiettivo capace di orientare la vita, raccoglierla, darle un senso convincente» (pp. 204-206). Significa:
- interpretare e giudicare la vita alla luce della parola di Dio;
- illuminare le nostre incertezze e dare un orientamento all'esistenza;
- scoprire la nostra vocazione, le chiamate di Dio (p. 216);
- riconoscere la via lungo la quale Cristo si fa incontro (pp. 186-187). Questo invito alla ricerca continua, al discernimento cristiano della vita è in piena sintonia con la mentalità giovanile, che scopre la vita come un invito costante a «venire alla luce», come una realtà problematica che attende risposte inedite e personali, come ricerca di un orientamento mai definito una volta per tutte.

La proposta cristiana: un orientamento di fondo

Il CdG propone ai giovani come orientamento di fondo della vita e come criterio in base al quale giudicare i fatti, l'esistenza cristiana caratterizzata da queste tre dimensioni: l'apertura della fede, il dinamismo della carità, la tensione della speranza (pp. 187-205).
- Credere significa accogliere l'amore di Dio come si è manifestato storicamente nella morte e risurrezione di Cristo e «giocare» tutta la nostra vita sulla sua persona.
- Amare significa farsi carico del fratello ad imitazione di Cristo e manifestare, attraverso la vita di condivisione e di disponibilità, l'amore di Dio verso ogni uomo.
- Sperare significa protendere tutta la vita verso il futuro: la comunione piena con Dio e la libertà a cui aspiriamo sono oggetto di speranza e di attesa perseverante.
Ma come «tradurre» questo orientamento di fondo nelle situazioni concrete della vita? A chi spetta questo compito?
Il CdG ci ricorda che questo compito è affidato a ogni credente e alla comunità cristiana nel suo insieme. Il catechismo, a modo di esempio, propone un metodo di ricerca, per «investire» la vita di fede in due aree tipiche dell'esperienza giovanile: l'area dell'esperienza dell'amore tra l'uomo e la donna (cap. 20); l'area dell'impegno socio-politico (cap. 21).
Con questi due capitoli il CdG non intende esaurire la riflessione sulla vita morale cristiana, ma chiama i giovani a ripensare con la comunità cristiana il modo di vivere la fede negli altri ambiti della vita: nel mondo del lavoro, nei confronti dei beni economici, nel tempo libero, di fronte ai valori culturali, nel mondo delle comunicazioni sociali, nella scuola, di fronte al problema della pace, ecc.
In questa appassionata ricerca delle risposte che il cristiano è chiamato a dare di fronte a precisi problemi della vita, dovranno essere valorizzate, non senza la necessaria interpretazione critica, le scelte, gli orientamenti pratici, le dichiarazioni, attraverso i quali gli uomini del nostro tempo esprimono i valori essenziali del vivere etico e civile.

L'educazione morale e le domande giovanili

Il CdG non è stato molto benevolo verso i desideri, le attese, gli interessi, le domande dei giovani d'oggi (cfr. pp. 229-230). Secondo il CdG essi sono solo «nomi diversi per indicare i moventi più immediati dell'agire», sono solo espressione della tendenza comune a molti giovani, di affidarsi al sentimento, al «mi piace». D'altra parte il CdG dà notevole peso alla «norma naturale», iscritta nella natura stessa della vita umana, sottovalutando il ruolo della cultura nell'elaborazione delle norme morali (cfr. pp. 242, 249-251).
Personalmente ritengo che, se il cristiano deve essere capace di cogliere le chiamate di Dio iscritte nell'ordine naturale delle cose (cfr. Rom 1,18-21, p. 241), deve essere altrettanto attento a coglierle nella variabilità della vita quotidiana. Allora la domanda giovanile, compresa quella che è ritenuta «superficiale», non solo va rispettata, ma va accolta come luogo in cui Dio si rivela e come punto di innesto per l'incontro con Dio.
Quanto più siamo attenti alle domande giovanili, tanto più siamo in grado di proporre un messaggio che risuoni dentro l'esperienza dei giovani, al punto da diventare illuminante ed interpellante, significativo e irrinunciabile.
Per coniugare insieme messaggio cristiano e domande giovanili, sarà perciò necessario ricorrere a quei «temi generatori» che da una parte costituiscono un «punto di vista» da cui cogliere l'evento cristiano e dall'altra corrispondono maggiormente alle domande dei giovani.
Se un gruppo di giovani sente forte il problema del futuro o vive la crisi della speranza, potrà cogliere nel CdG quel tema antropologico e teologico insieme che fa da filigrana all'interno di tutto il testo: il tema della speranza.
Se un gruppo di giovani vuole maturare una coscienza cristiana e vivere la fede nella libertà, potrà dare un contenuto cristiano a questa esigenza, percorrendo il cammino della libertà che attraversa tutto il catechismo. A modo di esempio e di strumento operativo, nelle pagine che seguono proponiamo un possibile itinerario di educazione morale, incentrato sul tema della libertà ed elaborato mediante l'utilizzazione dei contenuti offerti dal CdG (1).

EDUCAZIONE MORALE DEI GIOVANI: IL TEMA DELLA LIBERTÀ

Quando si parla ai giovani di educazione morale e di interiorizzazione di alcune norme di comportamento, ci si scontra con una delle istanze più sentite dai giovani d'oggi: l'esigenza di libertà, ossia il bisogno istintivo - gelosamente difeso -di gestire la propria vita in maniera libera, senza dipendere da nessuno, senza che alcuno venga a porre dei limiti alla propria libertà.
Non ritengo che si possa bollare questa tendenza «istintiva» come un atto di autosufficienza o di rifiuto di alcuni fondamentali criteri di giudizio; ma ritengo che essa sia espressione di ciò che è più «divino» in noi: la possibilità di essere creativi, inventori del nostro futuro, persone vere e non robot o manichini telecomandati, individui con un volto preciso ed irrepetibile e non essere umani confusi in una massa anonima e senza volto.
La stessa ricerca di spontaneità, tipica dei giovani d'oggi, è espressione di questo bisogno di manifestare la propria identità peculiare, di fronte al rischio di una precoce integrazione nel sistema socio-culturale che ci circonda.
È vero che questa spontaneità rischia di tradursi spesso in un abbandono emotivo al «mi piace» o al «non mi piace» e di provocare una vera e propria frammentazione nella personalità di colui che si adagia sull'onda dell'emotività e della provvisorietà (CdG, p. 229-230).
Ma questo non ci deve dispensare dall'accogliere seriamente l'esigenza di libertà e di autenticità che il giovane reclama per sé.
Come fare?
Mi sembra che la strada da seguire sia quella di aiutarlo a prendere sul serio questo bisogno di libertà; ciò significa che non deve accontentarsi di essere libero da determinati condizionamenti, ma deve dare dei «contenuti» a questa libertà, deve scoprire gli spazi in cui «investire» la sua libertà.
A questo scopo proponiamo un itinerario di fede, che, a partire dalla domanda giovanile di libertà, conduca i giovani ad una autentica liberazione e, in ultima analisi, all'educazione della coscienza cristiana. Per costruire questo itinerario abbiamo utilizzato i contenuti e le scelte metodologiche del catechismo dei giovani «Non di solo pane». Le pagine riportate tra parentesi si riferiscono al catechismo stesso.

La nostra libertà: una «scatola vuota»?

L'uomo d'oggi pone al vertice delle sue aspirazioni la libertà. Sono diverse le forme attraverso le quali egli esprime questa esigenza.
A livello personale egli cerca di essere libero da norme morali che limitano la sua possibilità di raggiungere ciò che gli piace; cerca una libertà che permetta di dare risposta ai desideri personali e agli interessi immediati (p. 229); vuole avere la libertà di occupare il «tempo libero» nel modo che ritiene più opportuno.
A livello sociale, gli uomini lottano contro le egemonie che coartano le libertà di uno stato democratico; alcuni combattono per liberare l'uomo dall'asservimento alla produzione o al capitale o al consumismo (p. 26); altri si battono per liberare l'uomo dalla fame e da tante altre miserie che infestano la realtà umana.
Ma quando si riesce a conquistare la libertà da certi condizionamenti e schiavitù, questa libertà assomiglia ad una «scatola vuota» che attende di ricevere dei valori in grado di riempirla. La libertà infatti è un valore quando diventa appassionante scoperta di qualcosa di buono da scegliere e da realizzare (p. 30). Che cos'è che merita la nostra fatica, il nostro sforzo, la nostra dedizione? Qual è il bene per cui vale la pena di «spendere» la nostra libertà?

Libertà o dovere?

Alcuni ritengono «bene» ciò che dà l'impressione di soddisfare le fondamentali esigenze umane, ciò che aiuta l'uomo a sentirsi «realizzato»: il cibo e la bevanda, il riconoscimento e l'approvazione da parte degli altri, l'amore di un uomo (o di una donna), l'esperienza della paternità o della maternità, la creazione artistica... Altri ritengono che accanto a questi «beni» personali, se ne debbano aggiungere altri, che non sono frutto di libera scelta, ma che sono «imposti» dal dovere, dalla coscienza, da un «codice morale naturale» (Kant, ad esempio, parlava di un certo «imperativo morale»); si tratta di beni che vanno perseguiti anche se contrastano con i propri interessi: il rispetto dell'altro, l'aiuto a chi è menomato fisicamente o psichicamente, la fedeltà alla parola data, il rispetto del dolore...
Di riflesso ci sono degli imperativi morali che precisano quello che non si deve fare: sono le norme che fissano i limiti della nostra libertà. Ma chi può fissare questi limiti? Su che cosa si fondano questi presunti imperativi morali? Secondo la morale del «limite», l'unico principio in base al quale determinare il bene e il male è questo: fa quello che vuoi, basta che rispetti la libertà dell'altro. La tua libertà finisce dove comincia la libertà dell'altro; l'altro è il confine della tua libertà (pp. 230-232).
È giusta questa concezione individualistica della libertà?
Ancora una volta ritorna l'interrogativo di prima: è in grado l'uomo di decidere da solo quale sia il contenuto vero della libertà?

La fatica della libertà

Non è facile decidere una volta per sempre ciò che è bene per l'uomo. «Molte cose e molte esperienze possono essere dei " beni " per l'uomo, ma solo a determinate condizioni e in determinati momenti» (p. 30). E questo perché? Perché l'uomo vive in un mondo e in una storia i cui tratti vengono continuamente plasmati e trasformati dall'umanità stessa, attraverso scelte collettive che superano la caducità delle esistenze individuali (pp. 286-287). Queste scelte, se da una parte possono promuovere un progresso, dall'altra possono dare origine a problemi e a rischi imprevisti, che rendono incerto il destino storico dell'uomo. Se questa condizione rende insicura l'umanità nel suo insieme, rende ancora più incerta la singola persona.
Quando l'uomo scopre di essere responsabile del suo futuro, ha paura della libertà e allora cerca un padrone a cui venderla e di fronte al quale inginocchiarsi.
E di fronte a questo padrone, che lo esonera dal rischio della ricerca e della scelta, egli si inginocchia tanto più volentieri, quanto più numerosi sono quelli che si inginocchiano con lui. «Quando viene a mancare il coraggio della ricerca paziente, onesta, perseverante, e viene meno l'impegno della libertà, allora fatalmente ci si rifugia in qualche pregiudizio collettivo, capace di dare temporanea sicurezza e di esonerarci dal rischio personale» (p. 15).
Ma allora l'uomo rinuncia a essere persona, per diventare manichino, vittima dei più abili giocolieri. Di fronte a questa constatazione bisogna ritrovare il coraggio della libertà.
Ma chi ci aiuta a fare delle scelte libere e liberanti?
Per i cristiani, Gesù di Nazaret, l'Uomo libero per eccellenza, è colui che educa alla vera libertà e dà all'uomo la possibilità di conquistarla. Qual è la libertà di cui egli è portatore?

La libertà: dono di Dio

Non tutti i cristiani hanno accolto Cristo e vivono la fede cristiana come una chiamata alla libertà. Per molti cristiani la fede in Cristo si risolve nell'adesione ad alcuni principi morali, comuni anche ad altre religioni e perfino ad alcuni umanesimi atei: la fraternità universale, la vicinanza agli ultimi (poveri), la non violenza e il perdono, la franchezza coraggiosa, la diffidenza verso le ricchezze, ecc. (p. 56).
Una morale del genere innanzitutto è una morale utopistica ed astratta, che rischia di svaporare in una romanticheria inoffensiva e non riesce ad imporsi come pietra di fondamento su cui costruire la nostra vita (p. 57).
In secondo luogo, se la vita cristiana fosse quella sopra descritta, non si vedrebbe la differenza che c'è tra un credente che vive con questi principi e un non-credente che fa altrettanto.
Al centro della vita cristiana c'è piuttosto l'accoglienza della «bella notizia» con cui Gesù inaugura la sua predicazione: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi; convertitevi e credete a questo annuncio» (Mc 1,15). Questo Regno di Dio è la stessa presenza di Cristo, offerta da Dio al mondo, per promuovere l'uomo nella libertà e nella vita di comunione. Esso è pienezza di vita, è esaudimento di ogni aspirazione umana autentica. Gli stessi miracoli di Gesù sono un segno che il Regno di Dio è la liberazione dell'uomo da tutti i limiti inerenti alla sua condizione umana (pp. 82-84).

L'impegno di Dio per la nostra liberazione

L'impegno di Dio per liberare l'uomo dalle sue paure, dai suoi limiti, affonda le radici nelle origini dell'umani Esso viene annunciato fin dal momento in cui i primi esseri viventi, presumendo di essere unici padroni di se stessi e giudici assoluti del bene e del male, rifiutano Dio come un estraneo e un concorrente e - di conseguenza - diventano artefici di sfruttamento reciproco e di inganno (si pensi all'«inquinamento» del rapporto tra l'uomo e la donna), di prepotenza (si ricordi Caino che uccide Abele), di divisione (si pensi alla torre di Babele) (p. 73). A questa divisione dell'esistenza umana porrà rimedio l'iniziativa stessa di Dio: egli preannuncia la venuta di un Uomo che toglierà il peccato dell'incredulità umana (pp. 73 e 232-234).
L'iniziativa di Dio assume forme concrete nella storia del popolo di Israele. Abramo è il primo segno di questo impegno (o alleanza) di Dio verso l'umanità intera (pp. 62-64).
Successivamente l'esodo dall'Egitto, sotto la guida di Mosè, diventa l'annuncio e la prova che Dio è presente nella storia come liberatore (pp. 63-64). Le stesse «dieci parole» (o decalogo) che Dio, attraverso Mosè, dà al suo popolo, sono segno dell'impegno di Dio: esse sono l'indicazione del cammino che conduce alla libertà autentica.
Ma anche queste clausole della libertà, quando vengono applicate dal popolo ebreo in modo legalistico, finiscono col diventare un codice umano, che pone un limite alla prepotenza umana ma non è in grado di rendere gli uomini fratelli tra di loro.
I profeti, allora, promettono una nuova alleanza, in cui la legge di Dio sarà scritta nel cuore dell'uomo: questa nuova alleanza è quella che Gesù realizza con l'annuncio del Vangelo e con il dono della sua vita (pp. 234-235).

Un progetto di vita molto esigente

Gesù sottolinea in vari modi la differenza qualitativa tra le esigenze del Regno di Dio e la morale comune degli uomini. Per rendersene conto è sufficiente rileggere il «discorso della montagna» (Mt 5-7) e, in particolare, le sei contrapposizioni tra morale giudaica e morale cristiana (Mt 5,20-48).
In questi sei esempi, le «dieci parole» dell'Antico Testamento cessano di apparire come un recinto, che pone dei limiti alla propria libertà; essi diventano piuttosto una «pretesa assillante» di Dio, che punta direttamente al cuore, per cambiarne i sentimenti. Nella «nuova legge» l'altro diventa una presenza che mi interpella; le sue necessità diventano un impegno per la mia responsabilità. «È superato il dualismo tra libertà e legge, tra mio e tuo: il tuo è come fosse mio, e quello che Dio comanda è tutto e solo quello che a me interessa».
Se l'uomo scopre che Dio soltanto può farsi artefice del nostro bene, questa «pretesa di Dio» (che mi chiama a essere responsabile del mio fratello) si trasforma in consolante prossimità (pp. 75 e 235-237).
Certamente, la strada della libertà che Gesù annuncia è una strada esigente. Chi è in grado di percorrerla?
San Paolo ci dice che chi accoglie Cristo come unico Signore della vita, diventa partecipe della stessa libertà di Dio. Ma accoglie Gesù come unico Signore, solo colui che riconosce il proprio limite e sa di non avere in se stesso il segreto della propria vita e della felicità, di non poter decidere da solo che cosa sia bene e che cosa sia male, di non essere autosufficiente (pp. 70-72), e, per questo, si affida interamente a Lui e accetta di impegnarsi con lui «per consolare gli afflitti, per costruire la pace, per rialzare chi ha sbagliato, per realizzare la giustizia, per farsi carico di chi ha bisogno di aiuto» (cfr. le beatitudini, p. 106).
Dall'accoglienza incondizionata di Gesù e del suo progetto di vita deriva la libertà del cristiano: la libertà di perdere la propria vita nella ricerca appassionata del bene dei suoi fratelli. L'amore di Gesù, amore «sino alla fine», fino al dono di sé nella morte in croce, è il modello concreto che illustra il comandamento dell'amore (p. 237).

Gesù l'Uomo libero

Gesù non è solo il segno e lo strumento più grande dell'impegno di Dio per la liberazione dell'uomo, ma è anche il modello più alto di Uomo libero:
- libero di fronte alle guide religiose e politiche di Israele;
- libero di fronte ai parenti, ai discepoli e alle folle;
- libero di fronte alla legge, al potere, alla ricchezza (pp. 97-98).
Gesù esprime la sua libertà al massimo grado di fronte alla morte: anzi, egli l'affronta come segno di amore fedele verso l'umanità infedele; la via della croce è la via dell'amore, la via della fede in un Padre che non abbandonerà mai il suo Figlio, nel momento della sua incondizionata obbedienza.
La libertà di Cristo - che si traduce in fedeltà all'uomo, fino a morire sulla croce - trova il suo fondamento nell'amore fedele del Padre. È questo amore che ci libera dalla paura di morire, che ci fa «figli di Dio», cioè uomini liberi. I discepoli che muovono il loro cammino sulle orme di Cristo sono illuminati dalla medesima speranza: Dio è fedele e non ci lascia soccombere nella morte» (pp. 123-124; 149-150).
La libertà di Cristo si manifesta pienamente nella sua risurrezione, cioè nella sua vittoria sulla morte. La risurrezione di Cristo annuncia a tutti gli uomini che non siamo più in balìa della morte; anzi, quando condividiamo lo stesso amore di Cristo per i fratelli, il dono della nostra vita ci rende partecipi anche della sua risurrezione e diventa esperienza della medesima libertà di Cristo (pp. 160-164).

Il cammino al seguito di Gesù

Gesù risorto invita tutti noi a camminare con lui, a rovesciare ogni altra prospettiva di vita per accettare la sua proposta, perché fondiamo la nostra esistenza su di Lui, perché interpretiamo la vita quotidiana alla luce della sua parola, perché cogliamo le sue chiamate e troviamo il modo di vivere la nostra personale imitazione del Maestro (pp. 186-187).
Gesù risorto è anche per noi speranza di risurrezione e di partecipazione alla vita del Padre; questa speranza ci permette di relativizzare tutti i beni che sperimentano in questa vita e di valorizzarli contemporaneamente come anticipo, caparra, di quel Bene futuro che è solo Dio; questa speranza ci libera dall'ossessione dei beni penultimi e ci impegna a costruire fin d'ora «cieli nuovi e mondi nuovi» (pp. 191- 195).
Gesù risorto non ci impone una legge dall'esterno, ma ci dà la sua stessa capacità di amare, mediante il dono del suo Spirito. Il nostro amore verso i fratelli, allora, è un riflesso e un'espressione dell'amore che Dio ha «effuso nei nostri cuori». Questa partecipazione alla vita di Dio (che è Amore) si manifesta attraverso i gesti dell'amore fraterno (pp. 195-197; 202-205).

Il comandamento dell'amore

L'esistenza cristiana, fondata sull'accoglienza del dono dello Spirito, si attua nel presente per mezzo dell'amore. Chi ha fatto sua la logica di Cristo, è reso libero e disponibile per l'amore verso il prossimo. Perciò libertà e carità sono i due criteri che devono guidare la vita del cristiano.
Dio ci ha chiamati alla libertà (Gal 5,13): questo è il punto di partenza e il fondamento della nuova vita. Il cristiano è stato liberato dall'egoismo, perché sia libero di mettersi a disposizione degli altri. La libertà cristiana, perciò, è libertà di amare. E amare vuol dire essere servi degli altri, cioè vivere la logica della croce. Questa prassi di libertà mette in crisi le pseudolibertà che si nutrono con i pregiudizi dell'egoismo e dell'individualismo (secondo cui è libero solo chi può disporre di sé a suo piacimento) o che si fondano sul sapere, sul potere, sui beni, sull'ordine costituito, sulle strutture.
D'altra parte la proposta cristiana non disprezza i tentativi di liberazione messi in atto dagli uomini nel corso dei tempi, ma ne denuncia i limiti. È la radice profonda della libertà che deve essere rinnovata: l'uomo, cioè, deve essere liberato dal suo egoismo, che trasforma in strumento di oppressione anche la legge, la cultura, l'ordine costituito, le strutture.
Allora il criterio e il fondamento della libertà non è la cultura e la legge, bensì la capacità di amare: un amore che non strumentalizza l'altro, ma si mette al servizio incondizionato dell'altro (pp. 237-239).

La libertà di amare e le leggi

Se la morale cristiana è morale dello Spirito e della libertà, se l'osservanza di un codice non ci rende giusti di fronte a Dio, se l'unica cosa che conta è la carità, che significato hanno le leggi morali che la Chiesa stessa ci dà?
È molto impegnativo vivere secondo lo Spirito, perché le sue esigenze non si possono schedare secondo norme da eseguire per mettere in pace la coscienza. È molto difficile decidere che cosa è bene e che cosa è male, nelle situazioni concrete della vita, in base al solo comandamento dell'amore.
Per questo, da sempre la Chiesa (e prima ancora Cristo stesso) ha dato ai cristiani delle norme pratiche sul modo di attuare in concreto la carità. Ma in questo contesto le indicazioni pratiche, le esortazioni o le regole di vita non sono più una legge esterna repressiva o coercitiva, ma la segnaletica di un cammino che viene percorso, grazie all'impulso e alla forza intima dello Spirito.
Molte volte la Chiesa ha desunto le norme pratiche dell'agire cristiano dalla cultura del tempo (basti pensare agli elenchi dei vizi e delle virtù, riportati nelle lettere di S. Paolo: I Cor 5,10-11; 6,9-10; Col 3,5-8; Ef 5,3-5). I cristiani, pur avendo un'esperienza di fede originale e unica, non possono prescindere dalla cultura del loro tempo, per tradurre in pratica i loro impegni morali. Ma nello stesso tempo, essi partono dalla loro esperienza di liberazione, operata dallo Spirito, per assumere in maniera critica ed originale i valori suggeriti dalla cultura del proprio ambiente. Quello che dà unità e specificità al vivere cristiano è la condivisione dell'amore totale di Gesù, che ama fino al dono della vita.
Contemporaneamente i cristiani sono chiamati a ricercare in maniera incessante i modi migliori per tradurre nelle situazioni concrete della vita il comandamento dell'amore (pp. 239-242).

L'esperienza dell'amore nel rapporto uomo-donna

Il CdG nel capitolo 20 (pp. 243-263) offre un esempio concreto sul modo di ricercare le strade più autentiche per vivere, nella libertà dello Spirito, l'esperienza dell'amore tra l'uomo e la donna.

Libertà cristiana e impegno politico

Il CdG nel capitolo 21 (pp. 264-285) offre un secondo esempo concreto sul modo di vivere l'esperienza della libertà cristiana, come impegno sociale e politico nella nostra realtà umana concreta.

NOTA

(1) Per poter cogliere le proposte educative del CdG in ordine alla edificazione della «famiglia cristiana» e in rapporto all'educazione della speranza cristiana, si rimanda al testo: L. Soravito, Itinerari di fede per giovani. Non di solo pane, EdB 1981, pp. 49-77.