La pastorale giovanile a Rimini ha scelto l'animazione

Inserito in NPG annata 1983.

 

Domenico Sigalini

(NPG 1983-10-49)


Domenica pomeriggio, a Rimini. Attorno ad un tavolo una ventina di giovani della scuola secondaria ed un certo numero di universitari.
Un momento di pausa tra il lavoro del mattino e quello del pomeriggio. Davanti ad un registratore i giovani raccontano, a più voci, la storia dei loro gruppi e dei loro incontri.
Stanno partecipando ad uno dei week-end di una «scuola per animatori». Ore e ore di riflessione attraverso lezioni, gruppi di studio, assemblee. Tutto per qualificarsi come animatori.

UN GRUPPO DI PRETI, LAICI E GIOVANI E LA PASTORALE GIOVANILE

L'idea è nata ormai da qualche anno come iniziativa di un «gruppo di collegamento» costituito da preti e laici, soprattutto giovani dell'Azione Cattolica, che hanno sentito il bisogno di incontrarsi in modo stabile per parlare dei problemi educativi e pastorali dei loro gruppi e delle loro parrocchie.
Fin dall'inizio gli incontri si sono distinti per alcune costatazioni e convinzioni.
La prima costatazione è che il vecchio stile pastorale delle parrocchie non ha più presa tra la gente, tra i giovani soprattutto. La comunicazione non funziona. Come in altri posti la gente considera la parrocchia una stazione di servizio, senza riuscire a trovare spazi e tempi per una esperienza comunitaria.
Da questa costatazione è sorta una duplice convinzione: inventare un nuovo stile pastorale per fare esperienza di fede e di comunità; sentirsi «mandati» non solo ai gruppi vicini alla parrocchia ma a tutti i giovani.
La seconda costatazione è che le comunità ecclesiali vanno in qualche modo declericalizzate. Un processo, commentano i giovani, a cui il passare degli anni, con la morte dei sacerdoti anziani e la mancanza di preti giovani, ... dà una mano. Ma non è da questa «crisi» che è nata l'idea della declericalizzazione, quanto dal senso di responsabilità ecclesiale maturato da un nucleo di giovani e di adulti. A vent'anni dal Concilio si può dire che a Rimini la «scommessa» ecclesiale sui laici ha funzionato o, almeno, può funzionare.
Nato come luogo di approfondimento e responsabilizzazione della dimensione laicale nella chiesa, lentamente il gruppo, che aveva cominciato a raccogliersi attorno al Centro diocesano, ha maturato nuove idee ed iniziative.
La terza costatazione è che, ormai, le parrocchie da sole non sono in grado di affrontare l'evangelizzazione dei giovani. Si fa urgente il bisogno di collegamento tra operatori per elaborare insieme proposte di pastorale significative e praticabili. Proprio per questo si è sentito il bisogno di collegamento e di luoghi e tempi in cui elaborare le linee di fondo di un progetto di pastorale giovanile diocesano. Alla base di tutto una decisione: non considerare mai la pastorale giovanile come settore a parte. Non solo si è tentato di collegare le iniziative giovanili, ma anche di pensarle nel più vasto contesto della vita ecclesiale parrocchiale diocesana. La pastorale giovanile è solo la tessera di un vasto mosaico.
L'esperienza ci dice che dove si è voluto accendere dei fuochi qua e là senza preoccuparsi di coinvolgere fin dall'inizio la comunità ecclesiale, il fuoco si è spento presto bruciando energie e persone.
Il giovanilismo ha fatto il suo tempo. Fare pastorale non è tanto soddisfare dei bisogni che gli adolescenti manifestano, quanto rispondervi in un contesto ecclesiale che garantisca una risposta non solo immediata, ma anche a lungo termine. Lo verifichiamo concretamente per il volontariato: solo attraverso una collaborazione tra giovani ed adulti il volontariato diventa reale servizio e non solo una palestra degli umori giovanili. E lo verifichiamo ogni volta che si richiede un discreto sforzo organizzativo. In questi casi i giovani si rendono conto non solo delle capacità dell'adulto, ma anche della importanza di farsi una competenza specifica uscendo dallo spontaneismo. È sintomatico che siano giovani ed adulti insieme a gestire di nuovo alcune feste popolari.

UN ANIMATORE ESPRESSIONE DELLA TRADIZIONE ECCLESIALE E DELLE NUOVE ISTANZE PASTORALI

La scelta di collegamento e di rifondazione della pastorale giovanile ha portato ad identificare una figura ecclesiale sulla quale oggi stiamo giocando molte delle nostre carte: l'animatore. In altre parole, il gruppo di collegamento si è fatto portatore nella diocesi di una istanza di rinnovamento attraverso la promozione di una nuova figura pastorale. Ci siamo però resi conto subito che se questa figura è fortemente evocativa di nuove intuizioni e strategie pastorali, rischia di essere un personaggio generico, un tutto fare o un catechista mimetizzato.
Ci siamo sforzati quindi di dare un volto all'animatore. Lo abbiamo fatto in tre direzioni. La prima è il ripensamento della sua figura alla luce di alcune intuizioni ormai patrimonio della chiesa riminese.
La nostra diocesi non ha molti centri di spiritualità e di preghiera; quindi i nostri giovani corrono meno di altri il pericolo di spiritualità intimiste o misticheggianti... Più tipiche e ancorate alla nostra storia sono invece diverse iniziative di servizio verso i poveri, gli emarginati, gli handicappati.
Queste iniziative hanno maturato in campo pastorale la predisposizione ad essere attenti all'uomo, alla sua situazione, ai suoi bisogni. Ha portato anche ad uno stile di evangelizzazione che parte dalla accoglienza del giovane e dei suoi interrogativi. L'esperienza di servizio si è in questi ultimi anni arricchita ed ha portato ad un'originale presenza dei cristiani nel sociale e nel territorio dovuta non solo o non tanto alla coloritura politica della zona, quanto ad una precisa scelta di fede.
In questa direzione è stato determinante il convegno diocesano «Evangelizzazione e promozione umana», tenutosi prima di quello nazionale. In quell'occasione abbiamo sperimentato tra preti, adulti e giovani laici una collaborazione tale che ci ha insegnato a valorizzare le diverse forze ecclesiali, prendere a cuore i problemi dell'uomo, inventare un progetto specifico di pastorale giovanile.
A distanza di anni si deve riconoscere che, al di là dei singoli contributi, il convegno ha creato mentalità e dato un metodo preciso di analisi, progettazione, intervento. Se oggi laici e preti continuano a studiare, a confrontarsi e lavorare insieme è perché in quei giorni si è toccato con mano la possibilità di farlo e se ne sono visti i frutti. Il convegno «Evangelizzazione e promozione umana» ci ha offerto molti stimoli, in tutti i campi. Su di uno è utile richiamare l'attenzione: l'urgenza di ripensare i contenuti e le modalità della proposta cristiana ai giovani. L'attenzione al giovane e alle sue domande ha richiesto di rifondare l'intero cammino catechistico. Sia perché la catechesi deve farsi carico di tutto l'uomo, sia perché... fare catechismo non basta più! Si è, in altre parole, intuita una «rivoluzione pastorale».

UN ANIMATORE CHE GIOCA A TUTTO CAMPO

La seconda pista percorsa nel dare un volto all'animatore è stata la definizione del suo ruolo e del suo compito tra le varie figure pastorali, dal sacerdote al catechista. Abbiamo lavorato molto in effetti perché l'animatore fosse una figura riconosciuta nelle parrocchie e nella diocesi.
Non è il sostituto del prete o della suora e neppure del catechista, ma un originale «ministero ecclesiale».
L'animatore non fa quello che il prete non riesce a fare, ma svolge un suo compito originale.
Inserire la figura dell'animatore tra le figure tradizionali della pastorale ha voluto dire anche sollecitare la chiesa locale a fare o rimanere fedele alla «scelta educativa»: la Chiesa si fa vicina alle nuove generazioni assumendosi nei loro confronti, nel nome della testimonianza evangelica, un compito di educazione globale e non solo di crescita nella fede.
All'inizio è stato difficile far accettare questo nuovo personaggio come figura pastorale. Veniva guardato con diffidenza.
Oggi si può dire che si è lavorato, e con frutto, per mettere basi robuste ad un nuovo edificio ecclesiale e sociale.
In campo ecclesiale oggi gli animatori sono veicoli di una lenta ma profonda rivoluzione. Non in tutte le parrocchie ci sono gli animatori, ma un seme è stato gettato e sta portando frutto, come dimostra l'interesse di sempre nuove parrocchie al lavoro che l'animatore incarna e svolge.
D'altra parte l'animatore sta diventando anche una figura con un rilevante peso sociale. I nostri animatori sono giovani a tutto campo, dentro e fuori della chiesa.
Di fatto sono riconosciuti ed utilizzati da quanti si interessano dei problemi della gente ed in particolare dei giovani. Si fa riferimento a loro per le feste, gli incontri giovanili, i momenti di dibattito e dialogo cittadino.
Del resto sono gli stessi animatori a voler essere a servizio di tutti e non solo dei credenti. Quello che loro interessa non è anzitutto portare giovani in chiesa, ma permettere loro di ragionare, confrontarsi, fare scelte consapevoli in tutti gli ambiti della loro vita. Fede compresa.
Per essere dalla parte di tutti, l'animazione non viene intesa come servizio centralizzato, per portare tutti alla parrocchia o per convogliare i giovani agli incontri diocesani.
Prevale la scelta opposta del decentramento dei luoghi di incontro, delle proposte culturali, delle iniziative sportive e ricreative e così via.
Questo è vero anche per il Centro diocesano che non si propone di far convergere tutti nella sua sede o nelle sue manifestazioni, ma di elaborare iniziative da decentrare o, più semplicemente, valorizzare e collegare quelle esistenti.

LA SCUOLA PER ANIMATORI

La terza pista percorsa alla ricerca del volto dell'animatore è stata la sua qualificazione soprattutto attraverso una «scuola per animatori».
L'idea della scuola è nata da una costatazione molto semplice.
Non mancano, come sempre, giovani disposti a farsi carico della educazione dei più piccoli o degli adolescenti. Ma, forse oggi più di una volta, essi si sentonó impreparati e trovano difficile svolgere il compito che con generosità si sono assunti. Ai problemi della impreparazione degli animatori si sono aggiunti quelli a cui si accennava della elaborazione di un progetto pastorale diocesano e parrocchiale.
La strada che si è scelta per trovare una risposta ai problemi è costituire una «scuola per animatori» a livello diocesano che fosse espressione della nuova linea pastorale e affrontasse i problemi non tanto offrendo soluzioni a buon mercato, quanto aiutando a farsi una mentalità da animatori in campo teologico-pastorale, educativo, culturale. È nata così una scuola per animatori presso il Centro diocesano. Vi partecipano sempre una quarantina di giovani di diverse parrocchie.
Non ci siamo però dimenticati di quanti non possono prendere parte a questi incontri. Attraverso la scuola abbiamo invece innescato una reazione a catena che ha finito per coinvolgere diverse parrocchie nella creazione di momenti, magari più semplici, di scuola e di formazione degli animatori dei loro gruppi.
Il corso centrale è impegnativo per i contenuti che vengono svolti dagli esperti, ma soprattutto per il lavoro di gruppo che richiede. Si aggiunga che molti partecipanti sono studenti universitari residenti a Bologna che al venerdì pomeriggio tornano a Rimini per il week-end e si trovano... o a fare gli animatori o, peggio ancora, a «studiare» da animatori.
Fin dall'inizio però abbiamo sostenuto che l'animatore non deve sganciarsi affatto dalle situazioni di vita, come la famiglia od il fidanzamento o ancora il lavoro e lo studio. Non si è mai osannato ad un animatore super-impegnato. Si è fatto il possibile per garantire un modo di lavoro che lasciasse spazio a momenti di autonomia personale. Agli esperti che tengono i corsi chiediamo informazioni e quadri culturali, pedagogici e teologici entro, cui muoverci, obiettivi per una pastorale che fa suo lo stile dell'animazione, un metodo di intervento nella realtà, itinerari educativi per fasce d'età... Vogliamo una vera scuola di animazione e non un corso di teologia o catechesi. In altre parole, cerchiamo contributi sull'animazione come visione della vita, come metodo educativo, come strategia di intervento dentro la chiesa e nel sociale. In questa direzione condividiamo le scelte fatte in questi anni da «Note di Pastorale Giovanile». Se due cose si possono aggiungere, sono queste.
La prima è che questo tipo di scuola ha innescato un processo che non può terminare facilmente: l'aver imparato un metodo di lettura e di intervento nella realtà, stimola sempre nuove riflessioni e nuovi aggiustamenti di tiro nella pratica educativa. Da un punto di vista più esplicitamente cristiano la scuola per animatori ci ha insegnato a fare attenzione con tutti alla qualità della vita, anche perché attraverso l'uomo e la vita Dio chiama. Non meno che attraverso il Vangelo. Attorno a queste intuizioni si costruisce la nostra spiritualità.
La seconda osservazione è che abbiamo appreso a studiare e a lavorare, laici e preti insieme. Non c'è passo o scelta pastorale che non venga confrontata, discussa, arricchita con il contributo di tutto il gruppo di animazione, sia a livello diocesano che parrocchiale.
In questi anni abbiamo investito, se così si può dire, in animatori. Oggi riconosciamo che è un investimento, non immediato ma neppure a lungo termine, che rende. Attraverso l'azione al suo interno, ma anche il suo volto verso l'esterno. Proprio per questo la scelta dell'animazione ci sembra oggi una scelta di non ritorno.

L'ANIMAZIONE A SERVIZIO DELLA CHIESA LOCALE

In questi anni ci si è mossi con una grossa attenzione a non scollarsi dalle parrocchie e dalle altre istituzioni ecclesiali.
Sia perché è una scelta tipica dell'Azione Cattolica, sia perché il nostro lavoro è nato dalla collaborazione di forze immerse nella vita parrocchiale, si è sempre fatto in modo di coinvolgere le istituzioni e di decentrare, come già si diceva, il più possibile le iniziative di formazione degli animatori, di dialogo culturale, di partecipazione ecclesiale.
Certo, raccordarsi con le parrocchie a volte rallenta il cammino e sconvolge i piani studiati a tavolino. Ma ne vale la pena.
Il raccordo con la chiesa locale è anche di un altro tipo. In diocesi ci sono diverse iniziative «profetiche» ecclesiali sia in campo sociale che culturale. Riconoscendo in esse la ricchezza della chiesa le abbiamo sempre valorizzate attraverso il contatto diretto con i vari testimoni e le loro attività. Così, per fare un esempio, ci sono da anni in diocesi diversi centri di servizio agli handicappati e giovani emarginati. Noi vi mandiamo i giovani come volontari, perché apprendono concretamente il servizio e, prima ancora, le motivazioni al servizio e ad uno stile di vita cristiano. In concreto sollecitiamo quanti dovrebbero fare il militare a spendervi due anni come obiettori di coscienza. Al di là del servizio che i giovani possono rendere e della loro maturazione in tali ambienti, è da rilevare l'influsso che queste iniziative, tramite gli animatori e gli obiettori, vengono ad avere nella formazione dei giovani al volontariato e al servizio sociale. L'istanza di partecipazione sociale ed ecclesiale si è anche espressa nell'entrare in contatto con gli esponenti della cultura, teologia, vita sociale e politica dentro e fuori la chiesa.
È importante, ci si è detti, che i giovani conoscano direttamente e possano ascoltare alcuni uomini e donne che hanno rilevante contributo culturale e spirituale da offrire alle nuove generazioni. Non si è avuto, di conseguenza, paura di invitare a più riprese una serie di «personaggi» che hanno seminato idee e intuizioni nuove.

IL CENTRO CULTURALE

Strumento di questo collegamento con la cultura sociale ed ecclesiale è il «Centro culturale».
Niente di particolare, se si vuole, ma è il simbolo di alcune nostre scelte.
Il centro è nato come esigenza dei giovani più grandi, ora universitari, alla ricerca di strumenti per un approfondimento della loro identità umana e cristiana e di stimoli per un aggiornamento culturale e religioso.
Il centro vive ormai da sei anni e si propone di educare i giovani mediante la riflessione e il dialogo, stimolati di volta in volta dal contributo di un esperto. Attraverso le iniziative mensili su temi come l'educazione al volontariato, le vicende della Polonia, l'andamento delle Unità Sanitarie Locali, il Centro culturale presenta un'immagine di «chiesa laica», attenta ai problemi sociali e culturali, aperta al dialogo e al confronto con tutti.
A questo stile ci interessa formare le nuove generazioni di credenti. Uno dei compiti ecclesiali prioritari è secondo noi proprio l'attenzione alla cultura e la educazione ad un'analisi critica della vita sociale e politica.
Anche in questo cerchiamo da una parte il collegamento diocesano e dall'altra il decentramento. Qualche parrocchia organizza ormai i suoi incontri, su temi come il rapporto tra genitori e figli, la droga e così via, con la partecipazione sia degli adulti che dei giovani.
II decentramento si accompagna al collegamento. Oggi al Centro culturale si sono costituite diverse commissioni su ambiti come la cultura, la sanità, l'educazione. Sono al lavoro.
Anche qui non tutto è facile, ma si sente di aver imboccato una strada praticabile, significava dal punto di vista cristiano, capace di creare nuovi spazi di dialogo nella città. Altro strumento di dialogo, è il giornale «La goccia», che esce mensilmente (o quasi!), anche se, come è comprensibile, con alterne vicende. Gestito da giovani studenti delle secondarie con l'aiuto di qualche universitario, intende collocarsi in un'area indefinita quanto sintomatica. Si vuole dialogare con tutti e si ha paura di chiudersi dentro le parrocchie e i gruppi giovanili ecclesiali che rimangono ovviamente i destinatari principali del giornale. Gli altri destinatari sono i giovani della città, soprattutto gli studenti delle scuole superiori.
Cosa si vuole attraverso queste pagine? Abituare a leggere i fatti che capitano vicino, in città o nella propria zona o nella scuola in modo critico e riflesso, con il contributo delle valutazioni delle varie parti implicate. Sembra già un obiettivo rilevante. Non mancano le difficoltà anche economiche, mentre si deve riconoscere a questi giovani l'impegno per uscire dallo spontaneismo e per professionalizzare il loro servizio.