Liturgia della festa e speranza cristiana

Inserito in NPG annata 1983.

 

Giovani e associazionismo

Cesare Martino

(NPG 1983-02-39)

 

Le festività natalizie occasione di riscoperta, nei gruppi giovanili, del simbolico e della pedagogia dell'attesa.

Le ricorrenze come le festività natalizie fanno riflettere sul rapporto che esiste oggi in genere tra tali momenti della vita delle comunità motivate religiosamente, la vita quotidiana, l'esperienza dei giovani in generale. Il Natale è una ricorrenza che naturalmente trascende lo specifico di una commemorazione che si può realizzare tra persone e gruppi che abitualmente sono «praticanti». La letteratura, il cinema, diverse forme di comunicazione hanno assunto per molto tempo il Natale come simbolo e simbolo generatore di altri simboli. La bontà, la pace, la serenità, i propositi di miglioramento della vita interiore e della relazione con altri, sono stati i messaggi eterni del Natale per tutti gli «uomini di buona volontà». Ce lo hanno ricordato fumetti, novelle, racconti.
Prodotto forse di penne ed ingegni, magari miscredenti, che però non hanno saputo resistere alla forza pregante di una carica mitica che proclama almeno una volta l'anno l'utopia della bontà. Il Natale poi si è vissuto anche nei tempi di una maturazione personale, quasi a creare ad esempio una analogia con il Cristo Bambino che nasceva e la condizione di un'infanzia, che con l'attesa dei «balocchi», può mostrare di attendere qualcosa di più da una società degli adulti potenzialmente distratta e disincantata.
Ma il racconto della Natività può anche umiliarsi a favola esortativa accettando il compito semplice di uno stimolo che scuote il torpore della coscienza. Anche perché il giorno della nascita di Cristo può anche assumere un'occasione, un pre-
testo per un momento di tregua e di ripensamento nel gioco convulso dei rapporti umani non sempre esenti da violenza, di una vita non sempre esente da opacità. Tutto questo va oggi ripensato in un contesto di maggiore durezza e sordità rispetto a questi messaggi.
Tutte le ricorrenze, i momenti forti, le celebrazioni, le enfasi di festa si rincorrono indifferenziate per tutto l'arco di un anno, e non si sa trovare per ciascuna di esse una emozione specifica, un pensiero particolare. E forse non vuol dire questo che si vuol fare molta festa per evitare la malinconia di pensare a problemi che sembrano più grandi delle possibilità di affrontarli. Ma è forse necessario riattivare una pedagogia della commemorazione e della attesa di essa.
Le comunità ecclesiali potrebbero maggiormente concentrare il loro sforzo per riqualificare maggiormente il senso specifico di ogni ricorrenza della vita cristiana. Certo in questi ultimi anni si è andata raffinando nei gesti religiosi, nei momenti di preghiera, nella comunicazione tra credenti, una sistematica di simboli e di concentrazione la cui intensità era forse prima riservata più decisamente ai momenti «forti» del calendario religioso. E in tutto questo può anche avere prevalso il segno e le caratteristiche delle singole esperienze, gruppi e movimenti rispetto ai momenti comuni di tutta la comunità cristiana. Ma il Natale è festa di tutta la chiesa e simbolo per tutto il mondo secolarizzato o meno che sia.
Oggi i segnali di una tale ricorrenza sono maggiormente affievoliti nella società «secolarizzata» che per altro non rinuncia ai suoi sacralismi profani, ad esempio nel tifo sportivo o nei riti consumistici che si avvalgono di un notevole apparato pubblicitario che somministra immagini forti durante tutto un anno.
Ebbene non credo che nella sensibilità giovanile si sia attenuato il desiderio di rivivere un momento di attesa e di celebrazione tutte particolari, magari che aiutino a spezzare la cortina di un orizzonte che sembra oscuro e senza futuro.
Tutto lo sforzo sta nel separare ciò che è idolatrico o segnato da un fragile sentimentalismo, da ciò che può aiutare a riconquistare capacità di riflettere, di serenità, di ottimismo. È una cultura della speranza che la pedagogia cristiana fa passare anche attraverso i momenti forti dei suoi momenti liturgici, dei suoi tempi calendarizzati, anche se, certo, la redenzione non ha tempi.
Cosa può dire allora il Natale per molti giovani, dipende dalla capacità della comunità cristiana di riproporlo come momento di attesa rinnovato, come emozione voluta e sentita contro la dissipazione e la noia.
Dalle immagini ingenue ma forti della tradizione popolare viene ancora un qualche messaggio, nessuna esistenza è dimenticata da Dio né deve esserlo dagli uomini. Molti giovani non chiedono altro che sentire la loro vita significativa per sé e per gli altri. Tutte le esperienze cristiane possono in tappe così importanti far convergere i loro sforzi per rendere il segno di una chiesa che nella pluralità di espressioni è universale e sa parlare comunque a tutti nella «notte della bontà» come in tutti gli altri giorni meno splendenti.