Mario Comoglio

(NPG 1984-10-4)

 

È possibile parlare dei giovani senza interrogarli, senza chieder loro di esprimersi? Si può dire qualcosa di qualcuno senza avere un riscontro su ciò che si dice di loro? Che valore può avere quello che si dice di una persona senza che la persona interessata abbia detto alcuna parola di se stessa? Non sono domande a cui è ovvio e facile rispondere. Tuttavia abbiamo creduto che tutto questo si potesse fare. Noi crediamo che si possa parlare dei giovani anche senza ricorrere ad indagini fatte con questionari, con resoconti di vita, con numeri e statistiche. Abbiamo tentato di farlo facendo parlare «le cose» che i giovani usano per esprimersi o per caratterizzarsi.
Le cose evidentemente non dicono tutto, e quel che dicono è senza dubbio parziale; tuttavia possono essere una fonte, un linguaggio che può risultare interessante.
Per sapere qualcosa dei giovani abbiamo fondamentalmente interrogato tre «cose»: la moda, la musica, il personal computer.

LA MODA

La moda o il vestirsi sono insieme un fenomeno economico e un indicatore sociale. Il modo di vestirsi può essere usato per distinguere una classe sociale da un'altra, un'associazione da un'altra, un'occupazione da un'altra, ma anche, quando è intenzionale e soggettiva, per rivelare se stessi.
L'uomo ha sempre cercato qualcosa che servisse a individualizzare e soggettivizzare la naturalità del proprio corpo. Afferma G. Dorfles: «L'uomo non è veramente "naturale" - probabilmente sin dai primordi della vita comunitaria su questa terra - se al suo corpo non aggiunge un quid che potrà essere, a seconda dei casi, l'abito, l'uniforme, l'ornamento, la maschera, il tatuaggio, la pittura corporea e addirittura le varie mutilazioni e deformazioni rituali utilizzate dall'umanità primitiva (e anche da quella attuale) per differenziare, in qualche maniera, il proprio sé da quello degli altri e in questo modo "personalizzare" il proprio corpo attraverso un elemento che "aggiunga qualcosa" alla semplice naturalità del corpo».
È su questa linea di interpretazione del vestirsi che possiamo interpretare l'animo, l'intenzionalità o la cultura di chi porta un vestito o si adegua ad una moda.

La moda passata

Ora, da questo punto di vista, gli anni '70 possono essere caratterizzati come l'esplosione del jeans, del jeans-tuta (basti ricordare le innumerevoli e continue pubblicità dei jeans), del loden, del giaccone militare, della sciarpa rossa e «il manifesto» in vista o sottobraccio o in tasca. Indubbiamente questi non erano gli unici vestiti che si portavano, né tutti i giovani avevano questo guardaroba. Ma certo questi erano caratteristici di quell'epoca.
Erano pochi elementi, ma servivano a caratterizzare una ideologia, uno schieramento, una presa di posizione. Certo non erano queste cose ad esprimere una ideologia, un discorso, od una parola. Ma chi vestiva così faceva un discorso senza troppa attenzione alla funzionalità di un capo di vestiario, un gusto estetico o uno stile che facesse riferimento alla «moda» tout court. I jeans, il verde militare, la sciarpa rossa esprimevano una scelta ideologica, la condivisione di una analisi e di una strategia: erano l'affermazione di una rivolta, la richiesta di una uguaglianza sociale, la definizione di un gruppo.
Nell'ambito privo di rifiniture e ricercatezze, nel jeans scolorito, nel casual all'apparenza disordinato c'era il rifiuto del consumismo, di una società che nell'apparenza rivelava contraddizioni insuperabili, c'era l'asserzione di una uguaglianza fondamentale tra tutti gli uomini. I pochi elementi di cui si componeva il vestito potevano avere delle variazioni (cuciture, sfumature di colore), ma senza modificare l'impressione che si aveva del tutto.
Il vestito realizzava una forma di uguaglianza fondamentale che corrispondeva all'affermazione ideologica della necessità che la società realizzasse una reale uguaglianza sociologica e non proclamasse solo quella ideologica. La povertà del tessuto e del taglio richiamava la solidarietà con la classe operaia, classe che, secondo una certa analisi, sarebbe stata la protagonista del rinnovamento sociale.
In altre parole, la moda dei giovani del tempo era una facile identificazione di tutto ciò che si pensava. Certo su tanti dettagli c'erano divergenze, esistevano scomuniche, ma sui punti fondamentali esisteva una concordanza: lotta al capitalismo, contro la classe, la cultura e lo stato borghese, uguaglianza, libertà, giustizia... Gli anni '80 (un po' prima, un po' dopo) rilevano, rispetto alla descrizione precedente, una trasformazione.
La moda cambia. Il vestito è personalizzato. Apparentemente si potrebbe dire che c'è un ritorno al consumismo, ma non come qualche decennio addietro. Esistono ancora i jeans (anche se diminuiti di numero) in una quantità innumerevole di modelli, di colori e di stoffe. Ci sono ancora le camicette e le maglie, ma con una varietà sconfinata di variazioni di bottoncini, di polsini, di colletti, di tessuti... Esiste ancora il giaccone, non più quello rude e verde militare, ma il piumino elegante, di marca e di sottomarca...
Non sono più gli anni della crisi; il prodotto ritorna ad abbondare e il mercato offre una grande possibilità di acquisti. Che ognuno possa nuovamente ricomprare è lo spazio ad una nuova soggettività di esprimersi.

La nuova moda

La nuova moda non ha molto in comune con una ideologia rivoluzionaria ed è difficile ritrovare un'unità di stile come negli anni '70. Che ognuno possa nuovamente comprare quello che più gli aggrada, non è solo l'espressione di una possibilità economica, è anche tentativo di dire che sull'uguaglianza prevale la diversità, sulla essenzialità prevale la soggettività e l'individuo. Nella nuova moda giovane sembra non si esprima una ideologia, ma se stessi. Non che prima ciò non avvenisse, ma allora la soggettività era mediata dalle scelte ideologiche; ora invece questa mediazione si è frantumata e contano solo il gusto personale, la situazione del momento.
Prima tra il giovane e le cose c'era una sorta di diaframma, di separazione. C'era chi rifiutava di vestire in modo «borghese», si derideva chi vestiva «alla moda», si criticava il «consumismo borghese». Ora invece il giovane si trova bene con le cose, si integra con esse, prende quel che vuole e lascia quel che non gli piace. È la affermazione del proprio piacere soggettivo, del volersi distinguere dagli altri. Il vestito ritrova la sua libertà come l'individuo si emancipa da un gruppo e da una ideologia. Con il vestito si può dire la propria gioia e il proprio «schifo», il proprio stile e il proprio quotidiano; se piace la discoteca o si preferisce la serietà e la tradizione; se si è disponibili o si vuole mantenere le distanze...
In altre parole, nella moda il «discorso» sembra essersi frantumato in tante parole; quando le si vuole raccogliere esse danno origine a un dizionario, non ad un racconto o ad un libro. Sono più simili a un diario che ad un saggio. Non esiste più una moda, ma tante mode quasi quanti sono gli individui.

LA MUSICA

Esiste una musica dei giovani o una musica per i giovani?
Ecco un altro fenomeno articolato, complesso e difficile da analizzare. Per un discorso adeguato bisognerebbe, forse, addentrarsi in analisi di correnti musicali, analizzare il grado di adesione che certe espressioni hanno trovato nei giovani. Forse questo però potrebbe portarci lontano, senza poter dire qualcosa di caratteristico di un certo tempo o periodo. Così anche su questa «cosa» prendiamo in considerazione alcuni fenomeni indicativi.

Dagli anni '60 alla fine degli anni '70

I primi anni '60 sono stati caratterizzati da un grande momento musicale innovativo. I Beatles hanno segnato un indubbio momento di rottura. Il quartetto è servito a catalizzare i giovani nella loro volontà di rottura e innovazione nei confronti di una vecchia cultura che preoccupata della ricostruzione era rimasta ferma agli ideali e modelli pre-guerra e non si era resa conto dei nuovi problemi dei giovani. Anche se preparata e anticipata dal «rock 'n roll», con i Beatles la voglia di novità esplode.
Essi ne sono il simbolo e ne forniscono anche la forma: capelli lunghi, ritmo, chitarra elettrica e batteria contro l'orchestra, e altre strumentazioni tradizionali.
Da quel momento non solo la musica leggera e di consumo subisce un contraccolpo, ma anche cambia il destinatario stesso della canzone: l'adulto cede il posto al giovane che ne diventa il principale consumatore e principale indice di valutazione. Sull'onda del successo dei Beatles e dei Rolling Stones molti altri gruppi musicali godono altrettanto successo, nel tentativo di esprimere la nuova anima che veniva emergendo nei giovani del dopoguerra.
Le prime avvisaglie di innovazione sembrano trovare una soluzione verso la fine degli anni '60. La canzone giovane diventa adulta e esprime un nuovo modo di vivere giovanile. Inutile ricordare i nomi di successo, da Joan Baez a Bob Dylan, da Fabrizio de André a Guccini. Dietro alle loro canzoni si organizza e si chiarifica una protesta. Giovane vuol dire essere contro 1' establishment, contro il capitalismo americano, contro la guerra (il Vietnam è il simbolo che dà concretezza al pacifismo del momento), proclamare la dignità di ogni uomo, la fraternità, l'amore... Anche il tradizionalismo religioso non viene risparmiato. Quale gruppo non cantava «Dio è morto»?
Le musiche e i testi impegnati esprimevano le esigenze della gioventù più sensibile e nello stesso tempo canalizzavano ed educavano la protesta e l'anticonformismo. Il canto fa gruppo, la chitarra crea amicizia e solidarietà. Cantando gli stessi canti ci si riconosce negli stessi ideali, nelle stesse utopie senza troppo discutere. Tutti cantano, più o meno, le stesse canzoni e gli ideali che si cantano sembrano trovare la possibilità di essere realizzati.
È un momento di forte ideologizzazione. Le canzoni che non portano un messaggio politico appaiono come devianti, alienati dall'obiettivo di ristabilire un ordine nuovo. Gli stessi cantanti finiscono per essere contestati quando non si adeguano alla domanda dei giovani o non sono coerenti al pensiero politico che professano. L'ideologia o il «discorso» sopravanza le stesse cose, volendo essere totalizzante e costringendo le «cose» dentro limiti ristretti. Da una parte il discorso manifesta l'assurdita delle sue asserzioni e conclusioni, dall'altro non riesce a rendersi più comprensibile, mortificando la creatività, la spontaneità che si voleva liberare.

Le tre novità

Dall'estrema razionalità e parzialità nasce una controribellione e rifiuto: il privato, il riflusso, l'individualismo. Improvvisamente in poco tempo si hanno i giorni neri della canzone impegnata, mentre hanno successo la disco-music, il walk-man e la video-music. Tre fenomeni che possono essere interpretati come caduta dell'importanza della parola, fruizione individuale delle cose, ascesa dell'importanza dell'apparenza.
Nel primo fenomeno più della melodia o del complesso, è importante il ritmo, il volume, l'ambiente. Ci si trova in gruppo, ma non per cantare o perché ci si riconosce in idealità espresse dalle parole della canzone; né questa è un momento di qualcosa più vasto come il discutere o comunicare. La musica è cercata solo per essere immersi in un movimento collettivo vissuto individualisticamente. Nella musica assume particolare importanza il volume tenuto su livelli in genere molto elevati. Ciò non è in vista di un contrasto con il piano, ma per ottenere l'effetto di un coinvolgimento di tutto il corpo e non solo dell'udito. Luci, ritmo, volume non lasciano indifferente il corpo in un naturale e soggetivo modo di esprimersi, che astrae la persona dalla sua realtà concreta per trasferirla in una esperienza allucinante, di libertà, di sogno, di oblìo del presente.
Con il walk-man la musica non è oggetto di condivisione, ma solo di fruizione individualistica e soggettiva portata alle estreme conseguenze. Sul bus, in una passeggiata ai giardini, o percorrendo una strada, o sul motorino la musica viene a colmare un vuoto che il reale non riesce a colmare. Sul bus si è con estranei e certo non si può instaurare un rapporto io-tu. Lo stesso si può dire per la strada. La macchina o il motorino ci portano nel caos della città e tutto ciò non è certo gratificante. Così la «cuffia» dandoci la musica ci estranea ancora una volta dal presente vissuto e dal reale.
Con la video-music o con le video-clips il suono diventa visione. Musica e testi perdono sempre più valore miscelati con rappresentazioni visive che prendono il sopravvento.
La video-music (non dimentichiamo che questo spettacolo è rivolto ad un pubblico tipicamente giovanile, che le trasmissioni ora coprono l'intero arco della giornata e per alcune canzoni si sono impegnati famosi registi) propone, nel suono e nelle immagini, accostamenti audaci quali solo l'inconscio è in grado di compiere nei brevi attimi di costruzione del sogno. Attraverso la libera associazione, tempo e realtà perdono la loro consistenza: passato e presente si fondono, spazio e cose vengono ricostruiti. Ironia e non senso, trasgressione e quotidianità si miscelano allo scopo di evocare e creare atmosfere che ciascuno è libero di interpretare, sentire e vivere a modo suo. L'attribuzione di senso così non obbedisce più ad una logica oggettiva o ad un punto di riferimento verificabile, è invece affidato ad ogni singolo ascoltatore-spettatore come mai prima era accaduto. Michelangelo Antonioni così commenta una sua opera di video-clips data a Gianna Nannini: «Io ho cercato di dare un senso a quel video-music. Di raccontare qualcosa. Ma forse ho sbagliato. La canzone è senza nessi. Le parole sono lì per niente».

LA NUOVA «COSA»: IL PERSONAL COMPUTER

C'è un terzo oggetto su cui vorremmo fermare l'attenzione: il personal computer. Solo qualche anno fa poteva essere considerata una «cosa» di pochi privilegiati, limitata ad alcuni ambienti, costosa e ingombrante. Il loro uso sembrava ristretto all'ambito commerciale o industriale. Nessuno immaginava che sarebbero entrati a tal punto nella vita quotidiana. In Inghilterra si parla di un milione di questi marchingegni entrati nella famiglia. In Italia in due o tre anni ne sono entrati duecentomila. In California si ritiene che il 20% dei ragazzi abbia un personal computer ed il fenomeno non sembra aver raggiunto la sua punta massima.
La improvvisa diffusione esige che sia preso in considerazione come un fatto non solo economico o tecnologico, ma anche sociale.
Quanti giovani si accostano e utilizzano un personal computer in Italia? A questa domanda non è possibile dare una risposta precisa perché non esistono dati. In ogni caso certamente si deve parlare di una loro notevole rilevanza. Non solo assistiamo ad una grande diffusione presso i ragazzi sotto forma di video-games, ma anche ad una introduzione nella scuola e nella didattica. Non pochi giovani intravedono una possibilità futura di lavoro.
Quali saranno gli effetti?
La ricerca sugli effetti di questo fenomeno non sono ancora chiari ed evidenti, tuttavia devono far riflettere gli educatori. La particolare attenzione che si deve dare a questo strumento, è sottolineata dal carattere di novità storica di questo media. Mai prima d'ora l'uomo si era trovato a dover «conversare» (il dialogo che si svolge tra uomo e macchina ha molte caratteristiche della conversazione interpersonale) con una «cosa» intelligente. Parlare, ragionare, divertirsi, competere, progettare, collaborare con una «cosa» stanno diventando non solo possibili, ma anche naturali e ordinari. Non mancano i casi in cui con la «macchina» si stabiliscono veri e propri rapporti affettivi: con essa ci si arrabbia, ci si congratula, si manifestano sentimenti di stima.
In tutto questo alcuni vedono il pericolo di un trasferimento dei modelli di interazione uomo-macchina a quelli interpersonali. Altri ritengono che le cose rimarranno distinte perché diversi sono i linguaggi che vengono usati. Ma cosa succederà quando arriveranno le macchine della cosiddetta «quinta generazione» a cui ora sta lavorando intensamente la ricerca? Con esse l'uomo userebbe il linguaggio naturale; e le modalità di ragionare, di affrontare i problemi, di trovare le soluzioni dovrebbero essere «simili» a quelle che noi usiamo tutti i giorni. Parlare con un computer sarà come parlare con un amico, sarà poter esteriorizzare il proprio pensiero. Né si deve pensare che questo futuro sia molto lontano.
L'introduzione dell'informatizzazione nella nostra società non è un fatto di moda. È un fenomeno di enorme portata le cui fondazioni sono ormai molto ampie sia negli approfondimenti, sia nell'influenza che essa esercita su tanti campi di ricerca scientifica, psicologica, politica, della comunicazione, della produzione. Le sue applicazioni poi non sono solo strumentali e marginali. Se la TV e il cinema possono essere definite come l'estensione dell'occhio, la radio e l'hi-fi l'estensione dell'orecchio, si potrebbe definire il computer l'estensione del pensiero, potendo esso non solo ricordare una quantità enorme di informazioni, ma anche elaborarle ad un livello che alla mente umana sarebbe possibile solo ad un prezzo molto alto, sia in termini di fatica che di tempo. Già solo questo fatto fa capire che si tratta di uno strumento che non può non influenzare la possibilità di pensiero e di scoperta dell'uomo e di ritmo nel progresso tecnologico. Già un primo saggio lo si può vedere nel nuovo modo di lavorare che tante industrie stanno attuando, nell'aumento degli iscritti a istituti e facoltà di informatica, nell'introduzione nelle scuole di nuovi metodi di apprendimento che utilizzano personal o terminali. Con quali risultati?
Se ci limitiamo alla scuola varie ricerche sembrano indicare il risveglio da una certa passività da parte dei ragazzi e di cooperazione nella scuola, un aumento del desiderio della ricerca, minor paura nello sbaglio, minor paura nell'apprendere, possibilità di maggior aiuto per gli svantaggiati, personalizzazione nell'apprendimento, accrescimento delle capacità di pensiero analitico e sintetico, maggiore capacità di affrontare i problemi, di valutare le soluzioni, di individuare gli errori; e si potrebbe continuare...
Tutto questo ci deve far pensare. Con quasi certezza stiamo vivendo un nuovo salto di qualità segnato come sempre da una scoperta. Si pensi alla stampa, al motore a scoppio, all'elettricità, alla radio, alla fotografia, al cinema, all'atomo ed ora al computer.
Risulta così ancora vera l'affermazione di McLuhan che «il mezzo è messaggio» e questa nuova «cosa» farà diverso l'uomo di domani.

ALCUNI PROBLEMI

Dalle brevi riflessioni qui riportate, può essere utile mettere a fuoco alcuni problemi educativi che tali aspetti sembrano porre.
1. Tutte e tre le «cose» analizzate (vestito, musica, computer) sottolineano una caduta dell'importanza di strumenti intersoggettivi e oggettivi. Ci si veste in modo da esprimere la propria individualità soggettiva, si canta e si ascolta la musica con libertà senza riferimenti oggettivamente significativi, si gioca o si parla con il computer come si ragionasse con se stessi senza la necessità di altri che compartecipino con noi l'attività. I giovani sembrano vivere e sentire una forte esigenza di «espressione individuale, soggettiva» senza altro più. Gli altri, più che soggetti con cui realizzare la propria identità, sono coloro a cui si vuole manifestarla, richiederne un riconoscimento e approvazione, senza volerne un confronto e una verifica. Si è quello che si è e non interessa quello che si potrebbe e dovrebbe essere o si potrebbe e dovrebbe diventare. In tutti i diversi momenti della propria vita si esplica un'accentuata sottolineatura soggettiva che esclude l'intrusione del diverso da se stessi, e qualora ciò avvenisse, lo si eviterebbe.
Certo questo atteggiamento non è totale ed esclusivo per tutti i giovani, ma è una tendenza che ci deve far pensare. Come riuscire a congiungere l'esigenza di un riferimento «oggettivo» che sia assunto come utile e necessario, con l'esigenza che essi sentono di esprimere se stessi? Come far sì che il soggettivismo non si ripieghi sempre più in forme narcisistiche e incomunicabili?
2. Il rifugio nella moda per trovare la propria identità o per comunicarla, la ricerca della musica come forma di esperienza collettiva individualizzata, il bisogno di una connessione tra vedere e ascoltare, indicano la perdita o il venir meno dell'importanza della «parola» intesa come forza del pensiero, come strumento intersoggettivo del comunicare, come capacità di «conoscere» le cose, come possibilità di valutarle e giudicarle. Il binomio «sentire-vedere», si trasforma in «sperimentare-parlare» come se «la parola» non potesse assumere significato o valore di verità se non la si può anche «vedere» o «provare».
Anche quest'aspetto pone alcuni problemi e difficoltà da un punto di vista educativo: per tanti problemi e valori non sempre è possibile il ricorso alla parola ed esperienza insieme, ma alla sola parola, alla forza del pensiero e alla sua capacità inter-soggettiva, dialogica e dialettica.
Come fare a superare questa difficoltà? Come riuscire a dare una pregnanza significativa alla parola quando essa risulta insignificante? Come ridare fiducia alla capacità critica in una realtà in cui non esiste possibilità di dialogo e confronto, perché ognuno è chiuso e soddisfatto nel proprio individualismo?
3. Se si assume l'intuizione di McLuhan che il «mezzo è messaggio» e la applichiamo alla nostra realtà, ci risulterebbe che l'uso del vestito, l'uso della musica o l'uso del computer inducono anche un tipo d'uomo, un tipo di cultura, un tipo di giovane indipendentemente dai contenuti che con tali strumenti vengono elaborati. Ci si potrebbe allora chiedere: come intervenire educativamente con dei giovani per i quali è abituale una musica che rifiuta un riferimento logico concettuale, per privilegiare quello esperienziale, intuitivo, immaginifico ed espressivo? Come intervenire in termini educativi con un giovane che tendenzialmente sarà sempre più portato ad apprendere e a dialogare con la macchina e a risolvere i suoi problemi con essa, più che con un proprio simile?