Gruppi, movimenti e associazioni nel centro giovanile

Inserito in NPG annata 1984.

 

Vito Orlando

(NPG 1984-08-27)


Il bisogno di aggregazione e la ricerca di esperienze significative che consentano di superare l'insignificanza del quotidiano, hanno portato i giovani a interessarsi maggiormente alle varie proposte di vita associazionistica e ad avvicinarsi agli ambienti in cui esse vengono offerte.
Questo dato di fatto, riconosciuto pacificamente anche in base a risultati di ricerche fatte, evidenzia l'attenuarsi del rapporto conflittuale con le istituzioni. Queste, tuttavia, sono oggi chiamate a ridefinirsi per poter rispondere alle attese dei giovani. Si impone quindi un difficile lavoro di ricomprensione e riattualizzazione.
Le istituzioni, per rinnovarsi, devono ridefinire se stesse, riuscire a elaborare una proposta educativa che sappia cogliere i bisogni e le attese dei giovani; devono inoltre ritrovare modalità di attuazione della proposta che ne faciliti la comprensione e l'assimilazione.
Alla luce di questa problematica del rinnovamento delle istituzioni, si pone il problema della funzione e delle modalità di attuazione, al loro interno, di esperienze di gruppi, di movimenti e di associazioni. Vogliamo verificare l'insieme di questi problemi portando la nostra attenzione al «centro giovanile». Anche se il nostro interesse immediato è rivolto alla sua gestione, riteniamo utile presentare alcuni elementi che ne chiariscano l'identità.

«CENTRO GIOVANILE»: STRUTTURA EDUCATIVO-ECCLESIALE

Gli elementi che possono consentire di comprendere l'identità del centro giovanile sembrano essere i seguenti: la realtà che va precisata nella sua estensione, le funzioni che vanno definite alla luce delle finalità e le caratteristiche a partire dalla natura specifica della struttura.
Il problema dell'individuazione della realtà del centro giovanile a livello di strutture, è quello della sua estensione minima: quali sono le condizioni minime perché una struttura possa dirsi «centro giovanile?».
La denominazione «centro giovanile» può essere estesa a qualunque struttura (anche minima: per esempio, una sala parrocchiale) ecclesiale che accoglie e cura la formazione di adolescenti e giovani. La dimensione a livello di struttura, quindi, è piuttosto relativa, perché l'identità del centro giovanile si coglie soprattutto a partire dalle sue funzioni e caratteristiche.

Funzioni e caratteristiche di un centro giovanile

Il centro giovanile è un «ambiente educativo ecclesiale» in cui i giovani sono protagonisti. In esso la proposta educativa, la qualità delle relazioni e lo stesso ambiente devono far sì che il «messaggio» incontri le attese giovanili e faccia maturare un cosciente riferimento a Cristo. Nel centro giovanile il giovane deve poter maturare una sua identità umana e cristiana, in una concreta espressione ed esperienza di chiesa.
Il servizio ai giovani che il centro giovanile è chiamato a realizzare esige anzitutto una grande disponibilità di accoglienza dei giovani e dei loro interessi, senza discriminazioni. Questo sarà il primo e più tangibile segno della sua ecclesialità: accoglienza delle persone e della loro diversità.
Non basta, tuttavia, aprire le braccia ai giovani e rispettarne la diversità; né è sufficiente offrire iniziative capaci di rispondere ai loro interessi. Oggi diventa indispensabile mediare un progetto di maturazione umana integrale per aiutarli a superare l'attuale crisi culturale e ideale. La proposta educativa liberatrice e umanizzante acquisterà efficacia formativa se potrà essere mediata da un'offerta qualificata e diversificata di gruppi, come spazio e condizione di crescita intorno a valori.
Tra le funzioni e caratteristiche specifiche attuali del centro giovanile deve essere sottolineato il suo inserimento nel contesto ambientale. Esso non può considerarsi s.t isola felice», nè può pretendere di costruire una storia parallela nel quartiere. Deve aprirsi alla realtà e alle esigenze locali valorizzando tutto ciò che è tipico dell'ambiente e offrendo servizi rispondenti alle esigenze del territorio.
Acquistando sempre più chiaramente la fisionomia di spazio educativo-aggregativo, il centro giovanile si apre al confronto con i modelli di vita presenti nell'ambiente, media atteggiamenti diversi, rende possibili esperienze significative di partecipazione, anzi educa alla partecipazione e alla corresponsabilità.
Queste brevi indicazioni evidenziano la fondamentale funzione mediatrice del centro giovanile: come luogo di socializzazione media l'apertura, l'attenzione, la partecipazione e l'inserimento nel contesto sociale; come ambiente nel quale si vivono significative esperienze di chiesa educa ad un senso ecclesiale più vasto; come spazio educativo e culturale apre la cultura giovanile ad orizzonti di trascendenza.
L'integrazione di questi vari aspetti consente al giovane di orientarsi nei fondamentali problemi della sua vita attuale e di cogliere il valore salvifico e umanizzante della sua scelta di fede e dell'appartenenza ecclesiale.

LA GESTIONE DEL CENTRO GIOVANILE

Qualunque tipo di gestione deve armonizzare identità e finalità con la concreta attuazione in un ambiente, ottimizzando risorse e mezzi, e valorizzando al meglio strutture e collaborazioni. Di conseguenza, non è possibile costruire in astratto un modello di gestione, bisogna partire dalla realtà concreta e confrontarsi con i problemi che essa pone.
La situazione attuale circa la gestione dei centri giovanili è molto diversificata. Soltanto la conoscenza di un numero rilevante di situazioni concrete consentirebbe una descrizione precisa dei diversi tipi di gestione. Generalizzando le osservazioni fatte ed estendendo ipoteticamente il riferimento all'insieme delle situazioni attuali, cercheremo di costruire una tipologia di situazioni sia in riferimento alla strutturazione interna che al rapporto con l'esterno.

Strutturazione interna dei centri giovanili

Per costruire una tipologia di strutturazione interna dei centri giovanili combiniamo insieme due elementi: l'organizzazione e la proposta formativa.

Gestione basata sullo spontaneismo e senza una precisa proposta formativa

Questa situazione può dipendere da due fattori:
- difficoltà di trovare qualcosa di significativo su cui fondare la struttura e la proposta;
- eccessiva fiducia nell'autodecisione e organizzazione spontanea degli stessi giovani.
Qualunque sia la motivazione a monte, vi sono dei centri giovanili che appaiono come «spazi offerti alla spontaneità»; disponibili per qualunque iniziativa che matura tra i giovani.
All'interno di questi centri possono anche avviarsi forma aggregative (per lo più gruppi spontanei) che, in genere, hanno vita breve perché non riescono a realizzare un coinvolgimento significativo.
Quando il centro giovanile viene gestito in questa forma spontaneistica, la cura maggiore è rivolta all'efficienza delle strutture; si intende offrire quanto di meglio è possibile in ogni campo. La proposta formativa, invece, è occasionale e non acquista una vera significatività per i giovani.
La partecipazione dei giovani alla gestione è limitata all'aspetto organizzativo: un numero limitato di essi si occupa di, quasi tutto.
Non si pone il problema del rapporto all'esterno: si accetta un ruolo di supplenza, se un quartiere è sprovvisto di strutture o si è al suo interno senza acquistare nessuna rilevanza. Non si riesce a instaurare un vero rapporto e confronto con altre presenze (sia civili che ecclesiali) perché il centro non si identifica con nessuna proposta specifica. I giovani appaiono piuttosto estranei alla struttura poiché si trovano al suo interno solo in relazione a qualche attività, soprattutto di tipo ricreativo.

Gestione basata su una rigida organizzazione e con un'unica scelta formativa

È la situazione opposta alla precedente. Vi sono cioè dei centri giovanili nei quali prevale l'impostazione autoritaria e una visione piuttosto rigida e totalizzante a livello formativo.
All'origine può esserci una concezione efficientistica , che lascia spazio relativo alla spontaneità e creatività giovanile, o l'appartenenza a qualche movimento e associazione che porta il responsabile del centro a strutturare le presenze secondo un unico modello.
Nell'un caso come nell'altro, nel centro giovanile si formano numerosi gruppi e forme varie di aggregazione (in base all'età o agli interessi) con notevole coinvolgimento dei giovani nelle varie maglie della struttura; ma quello che si fa cala dall'alto e appare sempre come costringente.
Il centro appare come estraneo alla realtà circostante, con una certa aria di autosufficienza. A volte vive anche forme di rapporto conflittuale nei confronti di mentalità, di valori e di soluzioni a problemi socio-ambientali.
Il rischio è di non riuscire ad adeguare le proposte ai soggetti; di essere più attenti alla proposta che a coloro ai quali è rivolta; di emarginare, di fatto, coloro che non riescono a tenere dietro ai ritmi e ai contenuti che si offrono. Questo fa sì che, col tempo, la presenza assuma piuttosto un aspetto di élites, con emarginazione della grande massa.

Gestione che riesce a realizzare un pluralismo di presenza e di offerta

Non sono pochi i centri giovanili che si presentano come «spazio pluralistico», aperti alla diversità e capaci di offrire itinerari formativi differenziati.
In questi centri sono alquanto evidenti gli obiettivi di fondo che orientano l'organizzazione delle strutture e gli itinerari formativi. Essi si presentano, infatti, come spazio pluralistico organizzato, con ampie possibilità di aggregazione, di partecipazione e di coinvolgimento. I giovani si organizzano in gruppi o aderiscono ad associazioni e a movimenti; sono guidati e stimolati da animatori che riescono a rendere educativamente valide queste appartenenze.
Appare problematico, tuttavia, il coordinamento di queste diverse forme di aggregazione e spesso si ha piuttosto l'impressione di realtà settoriali e parallele. Non sono sufficienti i pochi momenti comuni (con ritmi variabili: settimanali, mensili e anche più rari) e i più intensi rapporti tra i vari animatori a realizzare una maggiore unità. L'unica vera convergenza è negli obiettivi di fondo, che si cerca ogni tanto di richiamare e di verificare.
Anche in questo tipo di gestione non si riesce a realizzare un significativo rapporto con l'esterno.
In genere, fanno da ponte gruppi con finalità specifiche a livello socio-caritativo o ecclesiale, oppure la soluzione è demandata alla capacità di ciascun gruppo. In questo secondo caso prevale un rapporto puramente occasionale e si resta piuttosto prigionieri del «formativo individuale», visto come prospettiva privilegiata per realizzare un'attenzione ai problemi attuali di ordine esistenziale.

Il rapporto all'esterno dei centri giovanili

Le modalità di rapporto all'esterno, quali appaiono nei differenti tipi di gestione dei centri giovanili, possono essere lette alla luce di logiche complessive che ci consentono di valutare e interpretare gli stessi rapporti. Considerando globalmente le concezioni e la attuazione dei rapporti «centro giovanile-realtà esterna», possiamo esplicitare le seguenti logiche.

L'«esterno» come realtà «separata»

Nelle differenti modalità di gestione di un centro giovanile, può realizzarsi una vera estraneità con l'ambiente esterno. Questa estraneità dipende dal fatto che il problema non si pone, oppure si separa ciò che riguarda l'ecclesiale dal civile. Può quindi verificarsi o un totale isolamento del centro giovanile o un suo rapporto privilegiato con la realtà ecclesiale.
Anche in questa seconda possibilità, il rapporto non è senza problemi: centro giovanile e parrocchia sono due spazi in cui si vivono momenti e attività diverse, senza integrazione; il centro giovanile può essere visto come realtà strumentale in funzione di particolari attività parrocchiali; il centro giovanile può anche reclamare una autonomia quasi totale che ostacola un riferimento alla realtà ecclesiale più vasta (parrocchia, diocesi).

«Rinvio» temporale del rapporto all'esterno

È molto diffusa una concezione che pone in successione temporale il rapporto all'esterno perché riconosce come prioritaria la propria esperienza interna. Il riferimento all'esterno viene rinviato ed è visto come conseguenza possibile di una solida costruzione interna e di una valida formazione. Questa strategia sottende una concezione dell'esterno come «spazio di intervento» o come «campo di battaglia», in cui non si può scendere da «sprovveduti».
Questa logica del «prima... poi» presenta limiti evidenti: separa piuttosto rigidamente preparazione e partecipazione; impoverisce di mediazioni e di verifiche immediate il presente; annulla effetti significativi di feed-back per la stessa strutturazione interna e per la proposta formativa.
In questa seconda situazione e concezione, vi può essere una maggiore attenzione all'esterno; il «rinvio», tuttavia, non è che una forma diversa di reale separazione.

Il gruppo «ponte» insufficiente con l'esterno

Un'altra impostazione è quella che parte dall'ottica del gruppo.
Il centro giovanile, in quanto tale, non si preoccupa di un confronto con la realtà circostante. Ciascun gruppo e associazione presente al suo interno deve, in qualche modo, risolvere questo problema.
Di fatto però capita che il sociale e l'ecclesiale sono interessi specifici di gruppi determinati e gli altri gruppi non realizzano affatto un rapporto all'esterno.
Ipotizziamo che anche questa via risulta insufficiente e impraticabile.
All'interno del gruppo le divergenze di visione sull'esterno a livello di opinioni e di prassi sono considerevoli. Un maggiore confronto con l'esterno farebbe sorgere conflittualità tali da mettere in pericolo la pacifica relazione e la stessa sopravvivenza del gruppo. Le divergenze, inoltre, evidenzierebbero il tenue legame di fede che unisce i singoli membri del gruppo.
Le differenziazioni culturali, derivanti dai diversi ambienti di riferimento della loro vita quotidiana, sono consistenti nei gruppi ecclesiali, e la fede appare piuttosto come un punto minimale di coesione. Non è sufficiente, quindi, formare «gruppo ecclesiale» perché la fede risulti centro unificante delle esperienze e delle iniziative. Questo diventa tanto più vero oggi che si ha difficoltà a ricomporre il rapporto fede-vita, fede-cultura, chiesa-mondo, ecc. Il gruppo da solo non potrà sopperire alla grave carenza di visioni comunitarie in tali prospettive.

COORDINAMENTO E INTEGRAZIONE DEI CENTRI GIOVANILI

L'analisi della realtà ha fatto emergere una problematica notevole a livello di strutturazione interna e di riferimento all'esterno. Sono, in fondo, i due ordini di problemi con cui si confronta la realtà del centro giovanile.
Vogliamo offrire, almeno a livello di proposta su cui discutere, una prospettiva di soluzione che comprenda il coordinamento interno e l'apertura all'esterno, in una logica globale di integrazione. Ci limiteremo all'essenziale.

Coordinamento e complementarietà di presenze all'interno del centro giovanile

In un centro giovanile possono prendere consistenza strutture spontanee e flessibili di aggregazione, anche se specificamente orientate, che riescono a ritrovarsi intorno ad una proposta educativa. In questa pluralità di presenze si corre il rischio del parallelismo e del settorialismo; non sempre, infatti, gli obiettivi comuni sono sufficienti a realizzare l'unità.
Il coordinamento diventa così un'esigenza essenziale per salvaguardare l'unità nella diversità delle strutture, delle presenze e degli interessi, e per poter valorizzare le risorse all'interno di un progetto.
L'attuazione del coordinamento parte dal rispetto della diversità e dal discernimento vocazionale e, attraverso proposte e mediazioni articolate, tende alla «complementarietà», intesa come esperienza di «condivisione, di comunione e di servizio» all'interno del centro.
La realizzazione concreta della complementarietà può attuarsi nel modo seguente: ogni gruppo, associazione e movimento presenti nel centro deve vivere il suo specifico (orizzonte operativo e formativo, interessi, attenzioni culturali, ecc.) con disponibilità di servizio a tutto il centro, perché in esso sia assicurata la vitalità dello stimolo formativo corrispondente.
Perché questo si realizzi è necessario che si accresca il volume della comunicazione, cresca l'apertura e la reciprocità, funzionino gli scambi tra animatori e le assemblee comuni, si moltiplichino le iniziative che richiedono il coinvolgimento di tutti.

Rapporto all'esterno e prospettiva di integrazione

Il rapporto all'esterno acquisterà carattere diverso se il centro verrà compreso come parte integrante di un territorio. Solo in questa prospettiva non avrà più senso la
singola e occasionale apertura, ma si cercherà di realizzare un'interazione costante per migliorare le condizioni di vita.
In una visione integrata di territorio, il centro giovanile, nel suo servizio ai giovani, assume una funzione mediatrice essenziale rispetto alla comunità cristiana e alla collettività civile; diventa anzi modalità specifica di interazione tra le due.
La sua funzione mediatrice non si realizza solo a livello strutturale ma anche a livello culturale; perciò esso deve realizzare una sintesi di quanto viene offerto ai giovani nei due ambiti e acquistare capacità operativa e formativa per conseguire obiettivi concreti in riferimento al civile e all'ecclesiale.
Nel territorio il centro giovanile non può costruire una storia parallela; nè rispetto alla comunità civile nè a quella cristiana. Il suo riferimento alla comunità cristiana più ampia deve essere vissuto nella prospettiva dell'integrazione pastorale e con essa deve restare in reale comunione, per far maturare una vera appartenenza, nella scoperta della ministerialità.
L'attenzione al civile, inoltre, diverrà partecipazione e assunzione di responsabilità, realizzate non in modo concorrenziale o alternativo agli atteggiamenti corrispettivi nei confronti della comunità cristiana, ma come maturazione complessiva, che si esprime nell'esigenza di coinvolgimento e di protagonismo nei due versanti.
Ci rendiamo conto che la prospettiva globale dell'integrazione -resta ancora un modello teorico di comprensione piuttosto che una modalità operativa di attuazione. La sua realizzazione dipenderà dalla capacità di far acquistare al centro giovanile una funzione mediatrice e dalla qualità di interazione tra civile ed ecclesiale che in esso si esprimerà. Crediamo comunque che le prospettive offerte siano feconde e stimolanti per una ulteriore riflessione e capaci di consentire anche avvii di verifica e di sperimentazione.