Alcuni nodi dell'associazionismo giovanile religioso

Inserito in NPG annata 1984.

 


Franco Garelli

(NPG 1984-08-5)


Alcuni spunti per le osservazioni contenute in questo articolo sono tratte dal cap. VII (La partecipazione informale: gruppo dei pari e associazionismo) del mio recente lavoro: F. Garelli, La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, Il Mulino, Bologna, 1984.

LA DIFFIDENZA NEI CONFRONTI DELLE ANALISI

Sovente nei confronti dei gruppi-movimenti giovanili ecclesiali prevale un atteggiamento di non studio, di non ricerca. La prospettiva dell'analisi - se è presente - viene per lo più applicata ai documenti e alle dichiarazioni dei responsabili o dei membri di dette realtà associative, quasi mai focalizzata sui processi e sulle dinamiche reali che caratterizzano gli ambienti in questione.
La convinzione che le realtà interessate da motivazioni religiose non siano affrontabili in termini empirici, la vocazione alla «concretezza» ed ai «fatti» cui si sentono chiamati gli operatori ecclesiali, la perplessità nei confronti di un approccio alla realtà che tende a generalizzazioni e non rispecchia del tutto il piccolo mondo a cui si appartiene e che si conosce... questi alcuni dei motivi che possono essere alla base di tale diffidenza.
Eppure, se corrette, le analisi sui processi e gli ambienti giovanili religiosi possono offrire interessanti (e indispensabili) spunti di verifica e di ridefinizione dell'identità dei vari gruppi e movimenti e della funzione che essi svolgono nella società. Più che in termini antagonisti, una prospettiva di ricerca è da considerarsi come uno strumento che permette di maggiormente approfondire le dinamiche sociali, che supera un modo ovvio o convenzionale di trattare i problemi, che permette di evidenziare ciò che in prima istanza non emerge.
A titolo esemplificativo delle possibilità di siffatta analisi, esporrò alcune riflessioni relative a due tendenze che caratterizzano nel momento attuale l'associazionismo giovanile religioso.

UN ASSOCIAZIONISMO PER ADOLESCENTI NON SVANTAGGIATI

La prima serie di riflessioni è incentrata sul carattere socio-anagrafico dell'associazionismo giovanile di matrice religiosa. Tutte le recenti ricerche su questa realtà aggregativa - soprattutto quelle che la confrontano con tipi di associazionismo di altra finalità - concordano nel delineare le caratteristiche dei giovani appartenenti ai gruppi religiosi.
Si tratta perlopiù di soggetti in età adolescenziale o immediatamente post-adolescenziale (circa i 2/3 degli aderenti ha un'età compresa tra i 15 e i 18 anni), in grado di continuare gli studi oltre la scuola dell'obbligo (circa i 2/3 sono in condizione studentesca), che appartengono a famiglie del ceto medio o della piccola borghesia. Da altri dati rileviamo che in questo tipo di associazionismo confluiscono prevalentemente soggetti che non hanno dovuto far fronte nella storia personale e familiare a problematici mutamenti delle condizioni di vita (come, ad esempio, l'immigrazione), i cui riferimenti ideologici e politici risultano meno distanti da una visione della realtà di tipo moderato, residenti nelle zone geografiche meno caratterizzate da differenziazione sociale o culturale. Infine - pur relativamente - questo tipo di associazionismo interessa più le ragazze dei ragazzi.

Alcune caratteristiche

Questi dati sono in grado di delimitare e specificare i caratteri dell'associazionismo religioso e il tipo di funzione che esso svolge nella società contemporanea.
Si tratta anzitutto di un associazionismo che accompagna il primo affacciarsi del giovane alla realtà sociale allargata. Nella fase di transizione tra i modelli acquisiti nel gruppo primario (nella famiglia e nella scuola dell'infanzia) e l'inserimento nei ruoli adulti, l'adolescente può trovare nei gruppi religiosi uno spazio in cui maturare un primo orientamento, in cui ricomporre la propria identità, in cui esprimere le proprie esigenze di autonomia ed emancipazione. In questa linea esso rappresenta un luogo di mediazione tra gli orientamenti interiorizzati nei primi anni di vita e i molteplici riferimenti culturali della società allargata.
Appare quindi evidente la funzione di formazione della personalità, di maturazione dell'identità, di ridefinizione del quadro di esistenza e dei valori che questo tipo di associazionismo può rappresentare per i giovani che ad esso aderiscono.
Da quanto detto, emerge trattarsi d'un tipo di associazionismo tipicamente adolescenziale, che incontra difficoltà nel coinvolgere quanti vivono a pieno titolo un'età giovanile, quanti cioè hanno superato la soglia dei 19-20 anni. A mano a mano che aumenta il livello d'età dei giovani diminuisce l'entità dei soggetti che aderiscono a questo tipo di realtà associativa. La funzione formativa dei gruppi-movimenti religiosi appare pertanto particolarmente valida per l'età adolescenziale e mee, adatta per quella successiva. Ciò può indicare o che detti gruppi esauriscono la loro funzione tra i soggetti della fascia d'età adolescenziale o che hanno difficoltà a presentarsi come realtà in grado di rispondere alle esigenze dei soggetti che hanno ormai superato questo stadio di vita.
In terzo luogo si rileva che l'associazionismo in questione esercita la funzione formativa prevalentemente in rapporto ad una condizione giovanile particolare, quella che può vantare condizioni di vita e culturali mediamente favorevoli. In altri termini, non tutti i giovani hanno le stesse
probabilità di far parte dell'associazionismo a matrice religiosa. Esso appare congruente con una condizione sociale mediamente avvantaggiata, affine a soggetti non costretti da condizioni di vita problematiche ad una precoce esperienza lavorativa e che si orientano ad occupazioni qualificate.
In quarto luogo si osserva anche in questo caso - come in molte indagini sulla religiosità effettuate a livello nazionale - l'associazione tra orientamento politico moderato ed assunzione di valori religiosi, d'un riferimento di fede. Si tratta d'un dato per certi versi prevedibile. Ciò perchè l'associazionismo religioso, anche a livello giovanile, ha come area sociale di riferimento i soggetti (individui e famiglie) che per lo più si riconoscono nei modelli della religione di chiesa o che comunque non presentano rispetto a questa un riferimento culturale antagonista. È questa tradizionalmente una quota di popolazione di orientamento politico moderato, con minori probabilità di presentare atteggiamenti di contestazione o di conflittualità nei confronti del sistema sociale.

Quale funzione svolge?

Il problema che si pone a questo punto è di valutare quanto l'appartenenza a questo tipo di associazionismo abbia a risultare funzionale al mantenimento d'una prospettiva sociale moderata o quanto invece sia in grado di mettere in discussione l'orientamento culturale d'origine.
L'impressione che si ricava dai dati è che la militanza associativa non produca in questo caso particolari cambiamenti negli orientamenti ideologici e nelle convinzioni politiche.

IL PROBLEMA DELLO SBOCCO E DELLA «SELETTIVITÀ»

Quali i punti aperti, i problemi, gli interrogativi, sollevati dalla constatazione di questa prima serie di caratteristiche dei gruppi-movimenti giovanili di matrice religiosa?

Quale «sbocco» dopo il gruppo adolescenziale

Anzitutto emerge come impellente per questo tipo di associazionismo il problema dello sbocco.
Molti gruppi-movimenti giovanili a matrice religiosa si pongono attualmente il problema se la loro azione e funzione sia valida soltanto per l'età adolescenziale oppure se - magari adeguatamente ripensata e ridefinita - possa essere continuata nel tempo della giovinezza. In altri termini: si tratta realmente di gruppi a specifico carattere adolescenziale oppure queste stesse realtà associative sono in grado di rispondere alle esigenze e problematiche di quanti vivono un'età tipicamente giovanile? O ancora: l'impegno nei gruppi religiosi trova difficoltà ad essere continuato nell'età giovanile (e in più generale nell'assunzione da parte dei giovani dei ruoli adulti) oppure può essere riproposto - con una modifica delle metodologie e dei contenuti - anche a soggetti che adolescenti più non sono?
Questi problemi possono essere affrontati da due prospettive e con due atteggiamenti diversi.
Qualche realtà associativa è costruita ed organizzata in modo tale da assolvere specificamente ad una funzione di maturazione dei giovani nell'età adolescenziale. Dopo questa fase di formazione intensiva il giovane viene invitato a trovare la propria collocazione nel sociale, ad uscire da una logica di appartenenza al gruppo o al movimento per giocare a pieno titolo la propria identità religiosa e sociale nella società allargata. Altre realtà associative invece considerano il carattere di adolescentizzazione del gruppo-movimento come un limite, avvertono cioè l'incapacità di produrre modelli aggregativi e di vita funzionali alle esigenze di chi ha ormai superato la fase adolescenziale.
In tutti i casi entrambe queste realtà sono attraversate dalle esigenze di ripensare l'intervento con i giovani, con quanti cioè hanno un'età oltre i 18-19 anni. Ciò perchè, in un contesto pluralistico e differenziato come l'attuale, sembra riduttivo limitare il momento della formazione di base dell'età adolescenziale, perchè si avverte
la necessità di sperimentare per i giovani forme aggregative differenti rispetto a quelle tipiche dell'età adolescenziale e che nello stesso tempo si compongano con l'ingresso di questi soggetti nei ruoli adulti.

La forte «selettività» dei gruppi religiosi giovanili

Il secondo problema aperto sollevato dalle caratteristiche dei gruppi-movimenti di matrice religiosa è rappresentato dal loro carattere socialmente selettivo. Si tratta infatti di gruppi che raccolgono adepti per lo più tra soggetti di estrazione socio-culturale medio-elevata, caratterizzati nella maggior parte dei casi da condizioni di vita soddisfacenti.
Il problema qui sollevato è più interessante e complesso di quanto non appaia a prima vista.
I dati al riguardo non indicano soltanto esservi un'affinità culturale tra gli ambienti religiosi ed i soggetti appartenenti al ceto medio o che vantano condizioni socio-culturali e di vita mediamente avvantaggiate. Ma anche che il modello culturale, la struttura organizzativa, il metodo ed i contenuti che caratterizzano i vari gruppi o movimenti giovanili di matrice religiosa risultano calibrati sulla misura delle attese e possibilità dei giovani che appartengono per lo più a famiglie senza problemi di sopravvivenza o che possono vantare un bagaglio culturale soddisfacente. Ciò significa che è la struttura stessa dei gruppi-movimenti, la loro caratterizzazione culturale, le scelte effettuate, il linguaggio utilizzato, a discriminare l'universo giovanile, rendendo affini quanti presentano un'estrazione sociale medio-elevata e distanti quanti hanno alle spalle condizioni di vita problematiche.
Un associazionismo religioso che di fatto discrimina quanti vivono una situazione di svantaggio sociale e culturale non può non far problema. Perchè in qualche modo sconfessa quell'opzione per gli ultimi, per chi vive in uno stato di necessità, che appare costitutiva del messaggio religioso a cui i gruppi qui considerati si ispirano. Anche quest'area aggregativa come molte altre strutture e forze della società civile e politica non sembra in grado di favorire il recupero ed il reinserimento di soggetti caratterizzati da condizioni di vita problematiche, segnati da una situazione di svantaggio sociale.

SEMPLIFICAZIONE DELLA REALTÀ E RIFUGIO AFFETTIVO

Una seconda serie di riflessioni relativa all'attuale situazione dei gruppi-movimenti giovanili di ispirazione religiosa prende le mosse da alcuni fenomeni ricorrenti in quest'area culturale. Nel tempo presente si rilevano negli ambienti qui considerati alcuni segnali dell'affermarsi di un'interessante linea di tendenza.

Il rifiuto di serie analisi

Anzitutto emerge in molti casi il rifiuto ad effettuare analisi sulla situazione e sulle dinamiche del gruppo-movimento, sul contesto socio-culturale di riferimento, sulle caratteristiche dell'attuale condizione giovanile, sui processi che interessano il campo religioso e l'area ecclesiale.
In discussione, in questi casi, è la plausibilità stessa dell'analisi sociale, considerata come una prospettiva che non rispetta l'integrità dei soggetti, troppo esposta alla manipolazione e all'ideologia dei ricercatori. In particolare, questo tipo di analisi viene considerata inadeguata a studiare i fenomeni religiosi, in quanto si applica ad una realtà ritenuta non riconducibile a prospettive empiriche, quantificabili, verificabili.
Una conferma di quanto detto emerge dal fatto che sovente i gruppi-movimenti giovanili religiosi affrontano i problemi e le dinamiche che li caratterizzano all'interno o nella relazione con la società ad un livello assai diverso da quello dell'analisi sociale e culturale.
In molti casi di fronte ad una serie di punti critici, di limiti, di rischi, di elementi di complessità, i gruppi-movimenti in questione non individuano o intervengono nell'area dei problemi umani o di relazioni o di scelte che possono essere alla base della situazione critica, ma ricercano soluzioni prevalentemente a livello affettivo o ideale. Così alcuni conflitti possono venir sedati da un'esperienza emotiva fortemente coinvolgente, che richiama i membri del gruppo allo spirito di corpo, all'identità originaria, ai valori di fondo; così, ancora, la carica dirompente di alcuni problemi, di alcune istanze di cambiamento, può venir ridimensionata dal richiamo alla tradizione, dai successi avuti dal gruppo-movimento nella sua storia, dalla fedeltà di alcuni capi storici, ecc.

Una forte semplificazione

In questa prospettiva poi molti gruppi-movimenti privilegiano un modello semplice di analisi della realtà e delle dinamiche sociali. Non potendo rimuovere quest'aspetto essi presentano una lettura della realtà fortemente semplificata. Così la società viene considerata come univoca, caratterizzata da una sola dimensione; per lo più come consumistica, carente di valori, spersonalizzante, secolarizzata. Analogamente la condizione giovanile viene ritenuta ad una sola faccia, caratterizzata per lo più da indifferenza, da riflusso, da crisi di partecipazione, da apatia sociale, da disinteresse religioso. Si tratta di immagini di società e di giovane direttamente funzionali all'identità del gruppo-movimento. In questo caso se dette immagini fossero articolate, se rispecchiassero cioè con maggior fedeltà l'ambivalenza e la complessità del sistema sociale contemporaneo, il gruppo-movimento sarebbe in difficoltà a maturare un'identità chiara e definita, a richiamare i propri adepti ad una proposta culturale netta e marcata.
Da ultimo si osserva un certo qual ritorno in molti gruppi-movimenti giovanili religiosi a forme di predominio di un leader carismatico, cui demandare l'individuazione dei problemi e gli indirizzi per la soluzione, fenomeno questo che sembrava attenuato nel recente passato.

LA PRESSIONE DI GRUPPO COME FATTORE EDUCATIVO

Questa seconda serie di tendenze che caratterizzano almeno una parte dell'associazionismo giovanile di matrice religiosa lasciano trasparire anzitutto una certa qual sufficienza di questa realtà associativa nei confronti dei problemi sociali e delle dinamiche relazionali al proprio interno.
La forza del gruppo-movimento, la sua capacità di mobilitazione e di successo nell'azione di proselitismo, la rispondenza ad una serie di bisogni dell'area sociale di riferimento, rende queste realtà associative refrattarie ad approfondire la natura del problema e li orientano a ricercare soluzioni ad un livello diverso da quello reale.
Si tratta d'un modo di porsi nei confronti della realtà tipico di momenti in cui i segnali di conferma della buona salute del proprio modulo organizzativo sopravvanzano quelli di crisi.
Di fatto, però, appare evidente il rischio connesso a questo modo di procedere. Una prima conseguenza negativa è individuabile nel modello di approccio ai problemi che attraverso siffatta pratica viene acquisito dai giovani. Se l'orientamento è a non approfondire le analisi della società, a rifugiarsi dietro la forza del gruppo-movimento, a demandare ad un capo carismatico il ripensamento delle direttive, a cercare risposte emotive-affettive a problemi che accompagnano la crescita personale o del movimento: tutto ciò abituerà i giovani ad un modo di affrontare i problemi e a ricercare soluzioni che non esce da una prospettiva emotivo-affettiva, che enfatizza l'appartenenza al gruppo. A questo proposito occorrerebbe verificare se talè modalità di soluzione dei problemi non abbia a sconfessare - in termini di metodo - quei valori e contenuti nei quali il gruppo-movimento dichiara di riconoscersi.
In secondo luogo questo modo di affrontare le questioni - pur molto problematico - manifesta una certa tenuta nei momenti di buona salute del gruppo-movimento, in tempi in cui la vivacità interna risulta superiore alle interpellazioni e sollecitazioni che possono riversarsi dall'esterno sulle varie realtà associative. Ma, come si sa, le condizioni sociali e culturali possono facilmente modificarsi, ed in tal modo rilevare tutta la fragilità d'un approccio «educativo» ai problemi che fa troppa leva sulla forza del gruppo-movimento.
Infine in questo quadro il giovane risulta eccessivamente dipendente dalla vita di gruppo, dalle dinamiche associative. In questo caso la vitalità del gruppo-movimento sembra più importante della possibilità che all'interno di esso i vari soggetti trovino condizioni di maturazione personale. Nel caso in cui la forza della realtà associativa abbia ad attenuarsi, anche le convinzioni degli aderenti sembrano risentirne, a testimonianza d'un tipo di intervento «educativo» in cui si attribuisce troppo peso alla pressione di gruppo e al conformismo.