Il colpo di telefono

Inserito in NPG annata 1984.

 

Miti d'oggi

Gian Paolo Caprettini - Ave Appiano

(NPG 1984-02/3-92)


Il messaggio passa sempre più sul filo del telefono.
Cosa rivela e cosa nasconde uno degli strumenti di comunicazione maggiormente usato dai giovani.

Un suono intervallato e ripetuto ci avverte della sua esistenza. Sino ad allora lo avevamo pensato confuso fra gli oggetti che arredano il nostro spazio quotidiano. Ora avvertiamo che la sua presenza è inevitabile: al di là di lui, all'altro capo del filo c'è qualcuno che ancora non sappiamo chi sia e a cui nonostante tutto dovremo pure dire qualcosa.
Il telefono squilla. A differenza della silenziosa, talora finemente architettata missiva, esso impone il proprio richiamo, e quindi una risposta immediata, difficilmente eludibile. Con la lettera si può giocare molto di più e ricorrere ai luoghi comuni, alle allusioni maliziose e calibrate, ai sottintesi misurati; possiamo far sì che sia il destinatario e non noi a scoprire le carte. Col telefono non è semplice, talora non è possibile. Il discorso procede con logica inarrestabile, nessuno può tornare indietro ripercorrendo ciò che ha detto per correggersi o per rettificare: se lo fa deve dichiararlo. Il mittente effettivo non è soltanto colui che ha composto il numero e ha telefonato; il messaggio infatti si costruisce in uno scambio vorticoso difficile da dipanare come quel filo che si annoda davanti a noi: filo del discorso, filo del telefono...
In un intreccio di ruoli l'informazione si accumula con limitate capacità di controllo, al di la di un tema prefissato. Per tanto che sia breve, la telefonata non sarà mai telegrafica: essa potrà parlare della disponibilità dell'interlocutore, del suo umore, del contesto, della situazione assente che si sta delineando; in più conterrà una serie di input consapevolmente manovrati: chi è al telefono finge di avere ospiti o clienti, di dover sbrigare mille faccende. Ultimi rari pregi di uno strumento che generalmente non permette verifiche e controlli video.
Quante sorprese vengono così risparmiate, quante mani inquiete, facce tese, persone poco gradite presenti alla telefonata possono rimanere nell'ombra coperte dal segreto anche involontario.
Il vantaggio che verba volant scripta manent è stato bruciato dal magnetofono e dalle impietose segreterie telefoniche.
Nemmeno le responsabilità variano troppo: telefonare o scrivere è soprattutto una questione di fretta, di comodità, qualche volta di stile.
Lo scritto è certamente più ufficiale, più documentabile, è espressione di potere; le gerarchie però sono meglio rappresentate dal telefono: che cosa c'è di più efficace di un «ti farò telefonare da» per sottolineare la posizione autorevole di chi lo dice?
«Il telefono, la tua voce»: lo sanno bene gli innamorati, i nevrotici, le casalinghe, i funzionari; ma ormai devono fare i conti con la «tariffa urbana a tempo» e misurare il loro desiderio e la loro sete di autorità con l'inarrestabile procedere della bolletta.
«Tut» è anche il rumore dell'apparecchio occupato: certamente già qualcuno fa ricorso al contenimento delle spese per interrompere una comunicazione poco gradevole.
Ma c'è anche una confidenza che solo il telefono conosce e che altrimenti non si verificherebbe.
Astrologi, maghi, psicoanalisti anche «selvaggi», utenti timidi o ossessivi, telefoni amici, facendo leva sull'assenza fisica di chi parla, costruiscono alle frontiere dell'immaginario relazioni altrimenti impossibili.
I vari settimanali di «affari» mediante annunci gratuiti quasi sempre prevedono una telefonata e mettono in movimento un mondo di voci.
Mentre telefoniamo però la parola prende corpo. Le mani si muovono più o meno impercettibilmente: gesti, ghigni, sorrisi, emozioni non passano nell'ascolto...
Intanto su un foglio si ammassano appunti ma anche scarabocchi apparentemente senza senso: c'è da evitare una reazione, da colmare un vuoto, da rappresentare una durata.