Riconciliazione e giovani italiani: risultati di un'inchiesta

Inserito in NPG annata 1984.

 

Enrica Rosanna

(NPG 1984-02/3-5)


Ogni anno l'Università Pontificia Salesiana di Roma organizza, negli ultimi giorni di dicembre, un Convegno di aggiornamento teologico-pastorale-pedagogico su un tema di attualità studiato in relazione alla situazione dei giovani.
Quest'anno in occasione dell'Anno della redenzione e del Sinodo dei Vescovi, si è scelto come oggetto del Convegno il tema: giovani e riconciliazione.
È in questo tema che si colloca la ricerca sociologica, di cui presento qui di seguito i principali risultati, rimandando agli atti del Convegno per una descrizione più dettagliata dei medesimi.
La ricerca si colloca in un ambito di studio quasi del tutto nuovo e anche per questo non ha grandi ambizioni né per l'ampiezza del campo da investigare, né per la generalizzazione dei risultati, né per la teorizzazione delle tendenze rilevate, costituisce però - per alcuni aspetti metodologici e contenutistici - una «novità» e per altri una conferma o una smentita di alcuni risultati ottenuti dalle più recenti ricerche sulla religiosità realizzate in Italia.
Mi piace considerarla come un «aratro» che ha dissodato un terreno difficile sul quale è urgente iniziare la semina!
Il fuoco della ricerca viene messo sulla realtà e sul concetto di riconciliazione, in senso lato e come sacramento, analizzati in rapporto ai criteri etici di orientamento morale e al tipo di religiosità dei soggetti inchiestati. Più precisamente, sono state
individuate quattro aree tematiche da indagare:
- i criteri di orientamento della condotta morale;
- il senso dello sbaglio umano e del peccato religioso;
- la riconciliazione umana e religiosa;
- il tipo di religiosità.
L'intervista concludeva con una domanda relativa alla partecipazione alla «confessione».
La ricerca è stata condotta da Franco Garelli e Enrica Rosanna.
I due ricercatori, dopo l'impostazione della ricerca e la conduzione insieme delle interviste, si sono suddivisi il compito di esaminare parti diverse dell'intervista.
L'analisi dei dati e la stesura dei risultati della parte riguardante I criteri di orientamento della condotta morale e La concezione di bene e di male nei giovani è stata fatta da Franco Garelli. Enrica Rosanna ha esaminato i risultati riguardanti li senso dello sbaglio umano e del peccato religioso; Il senso della riconciliazione umana e religiosa; Il tipo di religiosità.

METODOLOGIA E TECNICA DELLA RICERCA

Presentiamo le ipotesi di ricerca, il campione, la traccia della intervista.

Ipotesi concettuali

Le ipotesi concettuali generali riferibili alle aree indagate - e da verificare in base ai parametri di sesso, tipo di scuola frequentata, città di residenza, appartenenza a gruppi, occupazione professionale e pratica religiosa dei genitori - sono le seguenti:

La coscienza morale dei giovani

- L'istintualità e la casualità hanno un forte peso nelle scelte quotidiane dei giovani e costituiscono un meccanismo di difesa nei confronti dell'eccedenza delle proposte e del pluralismo delle opzioni offerte dalla società italiana differenziata e pluralistica.
- La coscienza morale dei giovani si apre su orizzonti di valori in grado di dare significato alla vita quotidiana, anche se si diversifica da quella dei loro padri.
- La tensione giovanile verso la qualità della vita appare una risultante composita tra l'istanza radicale libertaria emergente e la disillusione delle mète sociali largamente dominanti nel recente passato. Essa assume il carattere della soddisfazione immediata delle proprie esigenze, della ricerca di rapporti umanamente e affettivamente gratificanti, della ricerca di significatività personale.
- Nei giovani non è presente una concezione onnicomprensiva del male che esautora dalla responsabilità individuale, ma anzi si può supporre che essi non hanno abdicato alla determinazione di uno stile di vita significativo per il proprio modello di realizzazione.
- Il bene e il male, nella concezione dei giovani, sono definiti sempre più in rapporto a principi e ideali assunti autonomamente.
- Il modello di realizzazione giovanile risulta meno pragmatico e convenzionale rispetto a quelli dominanti, anzi i giovani si vanno orientando verso una ridefinizione della loro identità personale e sociale.

Il senso dello sbaglio umano e del peccato religioso

- Nel riferimento esperienziale e culturale dei giovani è presente il senso dello sbaglio e del peccato - l'uno vale però l'altro - visto come ostacolo alla propria realizzazione.
- È relativamente assente il senso del peccato originale come colpa dell'umanità e del peccato sociale come responsabilità condivisa tra tutti nella società.
- Il senso del peccato presente tra i giovani è periferico alla dimensione religiosa: coesistono un senso immaturo (soggettivo, parziale, orizzontale, sociologico) e un non senso del peccato (l'uomo «prodotto» delle strutture di peccato).

Il senso della riconciliazione umana e religiosa

- La riconciliazione è compresa e vissuta dai giovani in modo parziale e settoriale e prescinde da un preciso riferimento religioso-ecclesiale.
- La riconciliazione vissuta dai giovani non è propositiva e utopica ma compositiva e tollerante, vista piuttosto in negativo che in positivo e anticipatrice di un cambiamento da una concezione devozionale/verticale di riconciliazione a una concezione funzionale/orizzontale.

Il tipo di religiosità

- L'autodefinizione della propria religiosità, data dai giovani, si estende su una gamma di posizioni che vanno dalla crisi alla confusione. Tali posizioni sono accomunate dai caratteri della `razionalità' e della 'non totalizzazione'.
- Il sacramento della riconciliazione è in crisi dal punto di vista della frequenza e del suo significato rispetto alla vita di fede e al progetto di vita. Tale crisi è strettamente legata alla crisi del riferimento religioso e si va orientando nella linea dell'orizzontale/funzionale, mentre perde terreno la dimensione verticale/devozionale.
- Il sacramento della riconciliazione è ridotto a un fatto privato e ha una funzione prevalentemente securizzante e consolatoria.
- La confessione a Dio senza mediazione, accettata da una grande maggioranza dei giovani, assume il carattere di un dialogo con se stessi (tra sé e il Dio costruito sulla propria misura).

Ipotesi operative

L'area dei criteri di orientamento della condotta morale

Si è cercato di analizzare i sistemi morali di riferimento dei giovani a livello di concezione e di comportamento concreto; la concezione di bene e di male presente nei giovani; le aree di condotta in cui i giovani si distaccano di più rispetto alla cultura tradizionale e alle norme morali della chiesa.
L'area del senso dello sbaglio umano e del peccato religioso
L'analisi si è orientata nello studio di un'ampia gamma di indicatori, quali:
- la presenza nel riferimento esperienziale e culturale del soggetto del senso del male, del limite, del peccato, dello sbaglio;
- le aree dello sbaglio umano e del peccato religioso: a livello di intenzioni, di fatti, di azioni, di vita; riguardo a Dio, a sè, agli altri, alle situazioni;
- la direzione dello sbaglio umano e del peccato religioso: orizzontale/verticale; collettiva/ individuale; relativa alle situazioni/relativa alle persone;
- le reazioni allo sbaglio umano e al peccato religioso: personali (fatalismo, insicurezza, pentimento, confessione, conversione) e sociali (fatalismo di fronte alle situazioni di peccato, opposizione distruttiva, opposizione costruttiva);
- i mezzi di superamento del male e del peccato: nessun mezzo; volontarismo; denuncia e impegno; conversione e/o sacramento.

TRACCIA DELLA INTERVISTA «GIOVANI E RICONCILIAZIONE»

1. Area dei criteri di orientamento della condotta morale

1.1. Che cosa c'è alla base delle tue scelte?
Qual è l'obiettivo che ti poni nella tua vita quotidiana?
A che cosa miri maggiormente?
1.2. Nel tuo modo di agire, di comportarti, ti rifai a qualche principio, a qualche regola? Ai comandamenti? Quale?
1.3. Ti presento alcuni fatti. Mi puoi dire il tuo giudizio in proposito,
cioè se sono da condannare, quanto e perché:
^ violazione della proprietà privata
^ assenteismo e disimpegno nel lavoro
^ evasione fiscale
^ aborto
^ droga
^ rapporti prematrimoniali
^ occupare case sfitte
^ tradimento sessuale del partner
^ omosessualità
^ lavoro domestico affidato prevalentemente alla donna.
Ordina i fatti e le azioni che tu hai condannato secondo un criterio di gravità (dal più grave al meno grave).
1.4. Che cos'è per te bene e che cos'è per te male?
È facile stabilire oggi che cosa sia bene e che cosa sia male?
Chi stabilisce che cosa è bene e male?
1.5. In che cosa consiste l'educazione morale che ti viene impartita (o ti è stata impartita) dai genitori?
A quali valori ti educano?
Quali aspetti morali sottolineano di più?
1.6. La tua coscienza morale sta cambiando rispetto a quella dei tuoi genitori? In che direzione?
È diversa da quella dei tuoi genitori?
1.7. Quali sono i motivi che stanno alla base della mutata coscienza dei giovani?

2. Area del senso dello sbaglio umano e del peccato religioso

2.1. Quando fai esperienza di un insuccesso, di una difficoltà, di un problema, a che cosa attribuisci questo insuccesso o questa difficoltà?
Ai tuoi sbagli, ai tuoi errori, o al fatto che l'uomo è limitato e condizionato? Verso chi si sbaglia?
2.2. Secondo te ha senso parlare di peccato? L'uomo può peccare? Che cos'è il peccato?
2.3. Tra i giovani che conosci, tra i tuoi amici, quali sono i campi più oggetto di errore,
di peccato, quali gli sbagli e i peccati più frequenti?
2.4. Alcuni dicono che la società e l'ambiente hanno una certa responsabilità per i peccati dei singoli. Tu che cosa ne dici?
2.5. Secondo te c'è un peccato originale? In che cosa consiste? Secondo te c'è un peccato sociale? In che cosa consiste?
2.6. L'uomo è responsabile delle sue mancanze, colpe, sbagli? Come reagisci di fronte alle mancanze, colpe, sbagli?
2.7. Le mancanze, i peccati, sono superabili? Come?

3. Area della riconciliazione umana e religiosa

3.1. Che cosa ti richiama la parola riconciliazione?
Che cosa ti viene in mente sentendo questa parola?
3.2. Riconciliazione e violenza, riconciliazione e peccato, quale legame hanno tra di loro? 3.3. Dopo un conflitto, una discordia, una rottura, trovi molta difficoltà a riconciliarti? Perché?
3.4. Avverti la necessità di riconciliarti? Con chi? (mezzi)
3.5. C'è qualche esempio di riconciliazione attorno a te, negli ambienti che frequenti?
3.6. Dio, natura, umanità, gli altri, te stesso... Nei confronti di quali di queste realtà senti di più il dovere di riconciliarti? senti di più l'esigenza di doverti riconciliare?
3.7. La confessione religiosa ha, secondo te, un posto particolare tra i mezzi di riconciliazione? Con chi ti permette di riconciliarti la confessione? Perché?

4. Area della religiosità

4.1. Qual è secondo te la funzione del sacramento della riconciliazione? Il sacramento cancella i peccati?
4.2. Ti confessi? [sì] [no]
Con quale frequenza ti confessi?
Quali sono gli aspetti essenziali del sacramento?
Quali sono i peccati che sono più oggetto di riflessione dei giovani e che i giovani confessano più frequentemente?
Che posto ha nella tua vita religiosa il sacramento della riconciliazione?
4.3. Sei credente? Come vivi la tua fede religiosa?

4.4. L'attuale forma prevalente di confessione religiosa prevede un rito, un penitente, un confessore-sacerdote, l'accusa dei peccati, l'assoluzione, la penitenza. Quale di questi aspetti ti fa più problema e vorresti cambiare? Perché?
4.5. Conosci, hai individuato, forme alternative alla confessione? Qual è il tuo giudizio in proposito?

Dati informativi

^ Sesso
^ Età
^ Occupazione
^ (Se studente) Tipo di scuola (tecnica, liceo ecc... e se statale o no)
^ Professione del padre e della madre
^ Religiosità del padre e della madre. Frequenza alla messa
^ Appartenenza a gruppi
^ Impegno in parrocchia o altro impegno di tipo religioso
^ Corsi di catechismo.

L'area della riconciliazione umana e religiosa

Si è partiti dall'individuazione del significato che i giovani dànno al termine riconciliazione (concezione laicale e/o concezione religioso sacramentale) e si è allargato il discorso ai seguenti indicatori:
- le esigenze della riconciliazione nella vita quotidiana: funzionali e vitali;
- l'esperienza della riconciliazione nella vita quotidiana a vari livelli: orizzontale/verticale; collettivo/individuale; di struttura/personale;
- i referenti della riconciliazione: se stessi, gli altri, Dio, la natura, le strutture;
- le aree in cui si avverte maggiormente il bisogno di riconciliazione;
- le modalità concrete della riconciliazione: verifica; riconoscimento della colpa; pentimento; confessione, riparazione, penitenza; conversione, perdono, sacramento.
L'area della riconciliazione umana e religiosa
Si è partiti dall'individuazione del significato che i giovani dànno al termine riconciliazione (concezione laicale e/o concezione religioso sacramentale) e si è allargato il discorso ai seguenti indicatori:
- le esigenze della riconciliazione nella vita quotidiana: funzionali e vitali;
- l'esperienza della riconciliazione nella vita quotidiana a vari livelli: orizzontale/verticale; collettivo/individuale; di struttura/personale;
- i referenti della riconciliazione: se stessi, gli altri, Dio, la natura, le strutture;
- le aree in cui si avverte maggiormente il bisogno di riconciliazione;
- le modalità concrete della riconciliazione: verifica; riconoscimento della colpa; pentimento; confessione, riparazione, penitenza; conversione, perdono, sacramento.

L'area della religiosità

Si è partiti dalla proposta di far autovalutare la propria religiosità, di esprimere il proprio concetto di Dio e il grado di adesione alla morale della chiesa per poi passare a proporre indicatori riguardanti:
- la concezione del sacramento della riconciliazione: la presenza delle caratteristiche costitutive del sacramento e le modalità di frequenza del sacramento;
- i tipi di peccato più frequenti tra i giovani e i peccati maggiormente confessati dai giovani;
- gli aspetti problematici del sacramento: rito, confessore, confessionale, penitenza;
- la domanda o opzione per confessioni alternative a quella individuale o per altre forme di riconciliazione anche laiche;
- il senso del sacramento per il soggetto: fattuale/progettuale; per tradizione/per convinzione; parziale/globale; umano-orizzontale/verticale in senso stretto; individuale/comunitario; securizzante/dinamico;
- il peso del sacramento per il soggetto: marginale, centrale, nessun posto.

Il campione studiato

Sono stati intervistati 240 giovani di ambo i sessi, in età tra i 18 e i 19 anni (nati negli anni 1963 -1964 - 1965) residenti nelle seguenti città italiane: Catania, Roma, Torino, Venezia/Mestre. Sono state scelte le grandi città, a preferenza delle piccole città e dei paesi, perché dal punto di vista religioso sembra che in esse siano particolarmente presenti e incidenti tendenze di vitalità e di secolarizzazione.
I giovani intervistati sono prevalentemente studenti, ma nel campione sono presenti anche giovani lavoratori a tempo pieno o a tempo parziale.
Per la scelta dei giovani da intervistare si è fatto riferimento ai seguenti criteri:
- 1/3 frequentanti le scuole, gli oratori, le parrocchie, i centri giovanili, i gruppi gestiti dai Salesiani/e;
- 1/3 frequentanti ambienti parrocchiali, associazioni religiose, scuole gestite da religiosi/e al di fuori delle strutture salesiane o giovani non abitualmente frequentanti, ma con un riferimento religioso interiorizzato;
- 1/3 tra quanti non frequentano attualmente (o non hanno mai frequentato) ambienti religiosi e denotano un orientamento culturale estraneo o in opposizione a un riferimento di fede.
Nell'ambito delle tre categorie si è avuta l'avvertenza di scegliere una gamma di giovani che comprendesse sia i totalmente impegnati sia i totalmente disimpegnati passando per le categorie di tipo medio.
Tra le caratteristiche più rilevanti del campione, oltre a queste elencate, merita sottolinearne altre che hanno certamente un peso nel valutare le risposte date dagli intervistati.
In primo luogo va detto che i giovani si ripartiscono tra i seguenti tipi di scuola: liceo classico (30%); istituto tecnico commerciale/industriale/ per geometri (28%); liceo scientifico (13%); altri istituti superiori: magistrale, linguistico, turistico, ecc. (10%); scuole professionali (10%); lavoratori (9%).
Per quanto riguarda l'appartenenza a gruppi si nota che circa la metà dei giovani intervistati - ripartiti in percentuali pressoché identiche tra le tre categorie - non appartengono ad alcun gruppo; tra i rimanenti il 60% appartiene a gruppi religiosi e parrocchiali o oratori, gli altri si ripartiscono tra gruppi sportivi e gruppi vari. Per quanto riguarda i genitori dei ragazzi intervistati, abbiamo raccolto dati relativi alla professione e alla religiosità. Le madri, nella grande maggioranza (75%) sono casalinghe, tra le madri che lavorano la percentuale più alta (11%) corrisponde alle insegnanti, seguono le impiegate, le libere professionaiste, le operaie. Le professioni dei padri sono così ripartite: impiegato (33%); operaio (28%9;- dirigente/libero professionista (17%); seguono, con percentuali minori, altre professioni: insegnante, commerciante, artigiano, pensionato. Per quanto riguarda la religiosità dei genitori va in primo luogo sottolineato che il 20% circa dei giovani intervistati ha dimostrato «incertezza» nel dare un giudizio in proposito e l'ha espresso con esistazioni e dubbi sulla sua veridicità. Dalle risposte date si potrebbero dedurre le seguenti categorie: ambedue credenti e praticanti (53%); ambedue credenti e non praticanti (29%); uno solo credente e praticante (14%); ambedue non credenti e non praticanti (4%).

Tecnica e risultati della ricerca

I soggetti sono stati contattati personalmente dai due intervistatori e sottoposti ad un'intervista (che è durata da un'ora e mezza a tre ore) in base alla «traccia» riportata nella «finestra». Il materiale raccolto è molto abbondante, vario e ricco di suggestioni, pur conservando la caratteristica di un'inchiesta-pilota sull'argomento «riconciliazione», per questo sembra che il miglior modo di presentarlo sia di optare per la stesura di piste generali di riflessione in base alle aree tematiche indagate.

I GIOVANI E LA COSCIENZA MORALE

I risultati relativi a quest'area sono stati analizzati con l'obiettivo di individuare le direzioni di un eventuale cambiamento nella coscienza morale dei giovani alla luce delle concezioni di bene e di male e dei criteri di valore che orientano le scelte dei giovani.

I criteri di valore che informano le scelte dei giovani

I giovani sono chiamati quotidianamente a fare delle scelte, si trovano a dover soppesare e giudicare situazioni proprie e altrui, ad esprimere il proprio parere su fatti e problemi, sono condotti a valorizzare o a condannare persone e situazioni. Come si orientano? A che cosa si appoggiano?
Dalla ricerca sembrano emergere risposte interessanti in proposito. Le raccolgo evidenziando: le condizioni in cui i giovani prendono le decisioni, i contenuti dei valori che i giovani ricercano, le direzioni del cambiamento della coscienza morale che essi sembrano percorrere.

Le condizioni in cui avvengono le scelte

Dai risultati emerge che l'istintualità esercita un forte peso nelle scelte quotidiane, nella gestione ordinaria della vita. La grande maggioranza dei giovani dichiara di vivere alla giornata, denuncia la carenza di un'ampia progettualità, organizza il proprio tempo all'insegna della casualità, del momento dopo momento. Questa aderenza alle dinamiche di tutti i giorni, al vissuto concreto, sembra però non impedisca un'approfondita riflessività sulle esperienze o scelte di tipo straordinario, cariche di conseguenze rilevanti per l'esistenza individuale. Si nota infatti che nei momenti importanti aumenta il tasso di problematicità e di riflessività. In tutti i casi però, sia nelle scelte ordinarie che in quelle caratterizzate da particolare significato, prevale nei giovani la coscienza delle difficoltà delle decisioni, l'incertezza di orientamento, tipiche di soggetti che non riescono a governare, nel proprio orizzonte di riferimento, l'eccesso di opportunità e la molteplicità di proposte che loro si offrono. L'incertezza, la difficoltà di valutare costi e benefici, l'impossibilità di produrre decisioni sulla base di una approfondita conoscenza delle alternative, tutti questi aspetti lasciano trasparire le conseguenze problematiche a livello soggettivo che comporta il vivere in una società come l'attuale caratterizzata dalla molteplicità delle opportunità di realizzazione e dei modelli culturali.
In questa linea lo stesso prevalere dell'istintualità nelle dinamiche quotidiane o della riflessività in quelle straordinarie (pur senza produrre una marcata progettualità) possono rappresentare altrettanti tentativi di riduzione della complessità e dei condizionamenti sociali operati da soggetti che comunque tendono ad un equilibrio di vita. L'affidarsi all'istinto, alla casualità, alla giornata, può costituire una risposta realista da parte dei giovani rispetto ai problemi posti dal vivere in una società differenziata e pluralistica come l'attuale, un meccanismo di difesa nei confronti dell'eccedenza delle proposte e del pluralismo delle opzioni.

I valori ricercati e vissuti

Per quanto riguarda i contenuti dei valori si osservano nella maggioranza dei giovani orientamenti piuttosto definiti, orizzonti di valori in grado di dare senso e significatività alla vita quotidiana. La difficoltà di decisione, l'incertezza delle scelte, non preclude nei giovani la possibilità d'un orientamento di fondo, l'assunzione di un modello di realizzazione centrato su alcuni valori prevalenti, alcuni mediati dai «valori di sempre», ma incarnati nell'oggi: l'impegno, l'onestà, la professionalità, la collaborazione contro il disimpegno, l'assenteismo, l'abuso, altri fatti valere in opposizione alla situazione in cui i giovani sono stati educati: il pluralismo, la tolleranza, la fratellanza, il rispetto e l'amicizia di tutti.
Queste indicazioni attesterebbero l'infondatezza di molte previsioni correnti, di molti luoghi comuni, che segnalano nei giovani il vuoto, l'indeterminatezza o lo sfilacciamento della coscienza morale. Più che assente o indeterminata la coscienza morale delle giovani generazioni sembra diversificarsi sensibilmente da quella dei
loro padri o di quanti hanno vissuto la giovinezza in contesti socio-culturali profondamente diversi dall'attuale.

La concezione di bene e di male

Molte osservazioni fin qui fatte a proposito degli orientamenti di valore dei giovani trovano conferma nell'analisi della concezione di bene e di male, anzi l'esame dettagliato di quest'ultima permette di specificare ulteriormente e di completare le direzioni verso cui la coscienza morale dei giovani si sta orientando.
Nella visione dei giovani bene e male non sono due categorie applicate separatamente ad aspetti, realtà, aree della popolazione diverse, contrapposte, quanto dimensioni di un'unica realtà, dell'esperienza umana complessiva. Bene e male sono quindi dimensioni dell'esperienza, forze che agiscono all'interno di uno stesso soggetto, che si annidano compresenti in una coscienza. Bene e male sono realtà inscindibili, di cui è possibile fare esperienza nella vita quotidiana, che costituiscono la dialettica interna d'una persona, tra le quali risulta impossibile un confine.
Oltre a ciò si osserva in alcuni casi una definizione di bene che non esce dagli schemi della negatività. Il bene in questi casi viene definito come «non fare il male», «comportarsi in modo da non ledere i diritti altrui», «non estendere agli altri quanto non si vorrebbe fosse fatto nei propri confronti», «non operare negativamente». Si tratta indubbiamente di una definizione che tradisce, in quanti l'hanno espressa, sia una povertà di riflessione su queste tematiche, sia una difficoltà a maturare un'identità in positivo, non per contrapposizione.
Tra quanti si soffermano sul contenuto del bene, e indirettamente - per riflesso - sul significato del male, prevalgono alcune accezioni, tutte riportabili ad un'unica matrice culturale.
In primo luogo emerge una concezione di bene come stile di vita, come atteggiamento informato da determinati presupposti di valore. Più che soffermarsi sui contenuti di valore si sottolinea in questo caso la coerenza con i principi assunti, l'importanza di uno stile di vita che risponda alle proprie aspettative e propensioni.
Da qui si ricava un concetto di male, espresso o non espresso, come incoerenza con i principi assunti.
Una seconda accezione identifica il bene con i valori dell'autocoscienza, con la possibilità del soggetto di essere presente a se stesso nelle varie circostanze, con l'accrescimento di riflessività e di consapevolezza circa le condizioni di vita. Il male in questo caso è identificato nella passività e nell'incoscienza. Una terza accezione intravede il bene nel processo di maturazione della persona, nella sua capacità di autocostruzione, nelle potenzialità formative. Bene in questo caso è l'accrescimento delle capacità, l'arricchimento della personalità e della propria biografia. Si tratta di un'accezione assai affine alla prospettiva di realizzazione centrata più sulle dimensioni dell'essere che su quelle dell'avere.
Il male, di conseguenza, è l'incapacità di arricchire se stessi.
Un quarta accezione identifica il bene con il piacere, con la felicità, con il raggiungimento della soddisfazione delle proprie esigenze. Bene in questo caso è sinonimo di appagamento immediato, di soddisfazione globale della personalità, di attenzione anche agli aspetti sensibili dell'esistenza e male di conseguenza; è l'impossibilità di soddisfare i bisogni.

Le direzioni del cambiamento della coscienza morale dei giovani

Da quanto esaminato fin qui si può dedurre che si sta verificando un certo cambiamento nella coscienza morale dei giovani, ma in quale direzione?
I dati raccolti sui criteri di valore che orientano le scelte dei giovani sembrano orientare l'analisi in tre direzioni diverse e complementari. La prima può essere intravista nel prevalere di criteri soggettivi di realizzazione. Al centro della coscienza morale è individuabile l'io soggettivo, la prospettiva dell'auto-realizzazione, la ricerca di condizioni di vita soddisfacenti in termini personali. La dimensione collettiva sembra per lo più assente o eccessivamente relegata sullo sfondo di riferimento del soggetto. L'unica tensione comunitaria che resiste è quella del piccolo gruppo, del luogo affettivo, del ristretto ambiente di appartenenza in cui si consuma la socializzazione del giovane. Manca però il riferimento a quadri morali più ampi del sentire soggettivo, a quelle norme e dati etici, di matrice religiosa o sociale o politica, per certi versi oggettivi, esterni alla coscienza, in grado di dare significato unitario a tutta l'esperienza. Risulta pertanto in crisi non la coscienza morale tour court, quanto il riferimento di questa ad un dato normativo, ad una morale assoluta, che non coincida col sentire individuale, in grado di costituire interpellazione e istanza critica del comportamento dei soggetti.
Un secondo carattere della coscienza morale dei giovani è individuabile nel primato accordato alla qualità della vita, ad uno stile di vita che trae la propria specificità e significatività dalla ricerca di ideali di pacifica convivenza, di convivialità, di felicità, di rapporti umani gratificanti, di esplicazione e perseguimento di interessi personali, dal raggiungimento di obiettivi «possibili».
Gli obiettivi di realizzazione non riposano al di fuori delle prospettive degli interessi quotidiani dei soggetti, in ideali personali e sociali ritenuti validi per se stessi indipendentemente dalle condizioni di attuazione. In particolare i giovani attuali non risultano attratti da quelle mète attorno alle quali i loro padri e le generazioni giovanili precedenti avevano costruito il proprio modello di riferimento. Tra questi, l'obiettivo della realizzazione e partecipazione sociale, l'inserimento nei ruoli adulti, l'atteggiamento di lealtà e di identificazione col sistema e i valori dominanti, il perseguimento di valori acquisitivi (carriera e posizione sociale), il differimento della soddisfazione dei bisogni in rapporto a prospettive sociali e politiche più ampie, la fedeltà e l'identificazione tout court con i valori tradizionali della laboriosità e dell'onestà, il radicamento sulle istituzioni tradizionali.
Ma in che modo può essere interpretato tutto questo?
Se da un lato il giovane appare realista e disincantato nei confronti delle possibilità di maturare realizzazioni professionali e sociali fortemente coinvolgenti e significative, dall'altro lato ritrova nella propria sensibilità quelle istanze tipiche della cultura radical-libertaria che ha interessato in questi anni tutte le società occidentali.
È in questa area di riferimento culturale che il giovane ricerca un equilibrio e una risposta al proprio problema di realizzazione, che trova un modello di riferimento significativo. La tensione verso la qualità della vita appare pertanto in questo caso una composita risultante tra l'istanza culturale emergente (quella radical-libertaria) e la disillusione nei confronti delle mète sociali largamente dominanti nel recente passato. Essa assume così il carattere della soddisfazione immediata delle proprie esigenze (non procrastinamento delle aspettative), della ricerca di rapporti umanamente e affettivamente gratificanti (in luogo di realizzazioni di ruolo e di posizione sociale), della ricerca di significatività personale (in luogo della partecipazione sociale).
Si può sottolineare infine che il concetto di bene e di male presente nei giovani specifica ulteriormente le direzioni del cambiamento facendo intravedere delle linee di studio interessanti e problematiche.
Va innanzitutto detto che nei giovani non risulta presente una concezione onnicomprensiva di male che esautora il soggetto dalla sua responsabilità.
L'accento sull'autocostruzione, sulla coscientizzazione , sull'essere, indica indirettamente che i soggetti non hanno abdicato alla formazione della propria personalità, alla determinazione - ovviamente nei limiti consentiti dalle circostanze e dall'ambiente - di uno stile di vita significativo per il proprio modello di realizzazione.
In secondo luogo bene e male, nella concezione dei giovani, perdono di valore assoluto, sono definiti sempre più in rapporto a principi ed ideali assunti autonomamente dai soggetti, coincidono col sentire della coscienza soggettiva.
In terzo luogo, pur marcata in senso fortemente soggettivo, la concezione di bene e di male dei giovani appare non priva di valore e di interesse.
L'accento sullo stile di vita, sullo stato d'animo, sulla coerenza in rapporto ai valori prescelti, sull'essere, sull'autocoscienza e autocostruzione, indica il delinearsi di un modello di realizzazione meno pragmatico e convenzionale rispetto a quelli dominanti, che percorre nuove strade di ridefinizione dell'identità personale e sociale.

IL SENSO DELLO SBAGLIO UMANO E DEL PECCATO RELIGIOSO

L'analisi dei dati riguardanti quest'area di studio ha dato risultati interessanti e carichi di problematiche, facendo intravedere chiaramente quali sono le linee tendenziali sul senso del peccato. Prima di esporre brevemente queste tendenze, do una panoramica dei risultati.

Il senso di male, di limite, di sbaglio, e il senso del peccato

Nell'esperienza dei soggetti intervistati è presente il senso della fragilità, dello sbaglio, dell'errore, della rottura, dell'impotenza, dello scacco, e anche del peccato, ma l'una di queste espressioni sembra valere l'altra.
Per i giovani sembra inevitabile avere a che fare con l'insuccesso, anche se questa ineluttabilità, in massima parte, non viene attribuita al limite e alla creaturalità bensì alla propria responsabilità individuale (rifiuto del fatalismo).
Il condizionamento della società sull'errore umano viene in genere rilevato, ma il giovane si sente abbastanza forte per fronteggiarlo e superarlo: questo vale sia per i giovani cristianamente impegnati sia per quelli distanti da un discorso religioso.

II concetto di peccato

In primo luogo va detto che la parola «peccato» non è ben accolta dai giovani che la ritengono obsoleta, vecchia, legata a qualcosa da dimenticare e preferirebbero sostituirla con quella di sbaglio, colpa, errore. Con questo giudizio si ritrova anche un numero piuttosto alto di giovani religiosamente impegnati.
Per quanto riguarda il «senso della parola peccato», dalle interviste emergono linee diverse e opposte che non sembrano determinate dal tipo di religiosità; le posizioni sul «non senso del peccato» si ritrovano infatti - anche se con frequenze minori - in chi si dichiara credente.
In diversi casi si percepisce la difficoltà o l'incertezza a rispondere alla domanda e ci si trincera dietro l'espressione: «così ci è stato insegnato» o «così dice la chiesa» e in alcuni casi si afferma di non accettare il significato che la chiesa dà a questo termine. Non sono pochi coloro che giudicano negativamente il modo come è stato insegnato e trasmesso il senso del peccato sia in famiglia come in ambienti ecclesiali scolastici e/o parrocchiali.
Le principali linee di risposta sembrano essere le seguenti:
- la linea del «non peccato»: non si può parlare di peccato, ma solo di errore e di sbaglio;
- la linea della violazione di principi e di norme autoimposti: il peccato è una violazione dei propri principi, delle proprie scelte, della propria coscienza; è una una «non coerenza» oppure, ma in percentuale minore, il peccato è la violazione delle norme e delle leggi di una religione;
- la linea della violazione dei rapporti: il peccato è andare contro l'uomo e contro gli altri, Dio compreso.
È quasi totalmente assente negli intervistati il riferimento del peccato o della colpa al proprio progetto di vita, anche se c'è un concetto di peccato e di sbaglio strettamente legato alla propria autorealizzazione , e la sensibilità verso il peccato e lo sbaglio coagulato in strutture e situazioni emerge soltanto in coloro che sono critici verso la chiesa.
Le risposte su questo punto, mentre sembrano confermare una certa tendenza di orizzontalizzazione del senso del peccato, non confermano affatto la tendenza alla collettivizzazione, cioè quella che attribuisce la responsabilità dell'uomo alle condizioni e alle strutture di peccato.
Non si nota la sottolineatura di aree particolari di peccato (es. morale sessuale, problemi sociali), si rileva piuttosto una posizione critica nei riguardi dei peccati tradizionali di tipo religioso: non andare a messa, non osservare questo o quel precetto, ecc.

Il peccato originale come colpa che ricade su ogni uomo

Alla domanda se esiste un peccato originale o uno sbaglio originale che ha condizionato tutta l'umanità, gli intervistati si sono ripartiti in due gruppi pressoché identici come numero. Il primo gruppo include coloro che non sanno se esiste il peccato originale o non se lo sono mai domandato, coloro che hanno idee confuse sul peccato originale, coloro che affermano l'esistenza di uno sbaglio originale, ma non di un peccato, coloro che credono nell'esistenza di un peccato originale ma non sanno bene che cosa sia, coloro che negano sia l'esistenza di un peccato sia quella di uno sbaglio originale, coloro che sorridono all'espressione «peccato originale» relegandola tra le favole dell'infanzia e infine coloro che danno all'aggettivo «originale» il significato di peculiare, strano, più grave rispetto ad altri peccati, facendo capire di non aver mai sentito l'espressione.
Tra coloro che ne ammettono l'esistenza - prevalentemente appartenti alle categorie di quelli che hanno un riferimento religioso - si riscontrano due tendenze. la più emergente comprende coloro che indicano nel peccato originale una ribellione, una rottura, un atto di sfiducia verso Dio; per i rimanenti invece il peccato originale è qualcosa di insito nell'uomo, una debolezza che l'uomo si porta dentro e che lo condiziona nel suo essere e nel suo operare.
Anche in questo caso, alcuni sono critici circa le modalità con cui si è parlato loro del peccato originale.

Il peccato sociale

La maggioranza degli intervistati si è espressa a favore dell'esistenza di un peccato sociale, collettivo, di tutti, mentre una minoranza ha attribuito a pochi uomini la responsabilità dei mali che affliggono l'umanità. La presenza di questo peccato è individuata principalmente negli atteggiamenti dell'uomo contemporaneo (menefreghismo, indifferenza, noncuranza, razzismo, assenteismo, irresponsabilità, ecc.) e in secondo luogo in concrete situazioni di peccato (droga, miseria, razzismo, prostituzione, sfruttamento, ecc.). Quelli che si dichiarano per la non esistenza di un peccato sociale ribadiscono con forza che la responsabilità è di ciascuno e che ogni uomo deve fare «il suo dovere» in seno alla società. Le strutture di male e di peccato, anche in questo caso, non sono menzionate. Ad esse fanno allusione soltanto alcuni fra i più critici ed estranei al discorso religioso.

La direzione dello sbaglio umano e del peccato religioso

Le risposte sono prevalentemente incanalate nella duplice linea dell'«orizzontale e dell'individuale», soltanto una scarsa percentuale parla di sbaglio verso Dio. Ci si sente coinvolti - ma in genere non responsabili - nel male strutturale. Ai due livelli dell'orizzontale e dell'individuale, gli sbagli più frequenti dei giovani risultano essere: l'incoerenza, il lasciarsi trascinare dalla moda, il voler fare tutte le esperienze subito, l'indifferenza, il menefreghismo, l'utopia, il vivere alla giornata, la stanchezza e il pessimismo, il disimpegno, la superficialità e la leggerezza, la sufficienza.
Ci sono infine coloro che dichiarano peccati di gola, bugie, disubbidienza.
I giovani che fanno accenno alle colpe e ai peccati commessi verso gli altri segnalano specificamente il tradimento dell'amicizia e il rifiuto della generazione precedente. Un esiguo numero nomina peccati religiosi e fa riferimento alla violenza, alla droga, al linguaggio (la bestemmia in particolare), mentre un numero non trascurabile di risposte fa invece accenno ai peccati che riguardano l'amore e il sesso.
Per quanto riguarda la responsabilità per i propri sbagli e peccati non si sono trovate pesanti accuse nei riguardi della società, dell'ambiente o dell'educazione ricevuta. La responsabilità viene condivisa tra il soggetto e la società con punte di frequenza nell'uno e nell'altro senso. Pochissimi sono coloro che parlano di «non responsabilità».
Di fronte a questo panorama di risultati non si possono non sottolineare due fatti: il primo riguarda la difficoltà che gli intervistatori hanno trovato nel condurre i giovani ad esprimere - secondo il loro parere - i peccati o gli sbagli più frequenti tra i giovani. La perplessità riscontrata in quasi tutti gli intervistati sembra denotare una scarsa abitudine all'esame su se stessi, sulle proprie azioni, una certa difficoltà a mettersi in questione, a confrontarsi, a discutere con altri di certi problemi o difficoltà e, ancor di più, una certa tendenza alla «tolleranza» propria dei giovani. Il giovane garantisce agli altri comprensione e libertà ed esige la stessa risposta nei suoi confronti.
Comincia, inoltre ad emergere in modo evidente una certa «ambiguità» che sembra caratterizzare - a volte in modo esplicito, altre volte in modo più sottile e sotterraneo - le risposte date dai giovani, mi riferisco per esempio alla dimensione del «vivere alla giornata» o a quella della
«sessualità». Mentre da un lato vengono presentate come una conquista del mondo giovanile, un «avercela fatta» rispetto al mondo degli adulti, dall'altro, come in questo caso, vengono incluse tra le colpe o tra i peccati più frequenti ed emergenti. Dov'è allora il giovane disinibito e sicuro che sembra emergere dalle conclusioni di alcuni studi?

Le reazioni allo sbaglio umano e al peccato religioso

Dall'analisi delle risposte alla domanda su «come si reagisce all'errore o al peccato» emerge che vengono sottolineate esclusivamente reazioni personali che fanno intravedere un'apertura al desiderio di miglioramento e di realizzazione. Pochi sono coloro che reagiscono male, cioè con pessimismo, scoraggiamento, indifferenza, o che rispondono distinguendo tra errore ed errore; casi isolati si rassegnano all'errore in modo fatalistico.
Le risposte mettono chiaramente in evidenza l'utilità degli sbagli per arricchire la propria esperienza e il bisogno di impegnarsi o di correggersi per migliorarsi.
I concetti di «sentimento» e di «riparazione» sono presenti anche se con percentuali basse, alta è invece la percentuale di coloro che denunciano una reazione immediata di rivolta o di ribellione a cui segue però la riflessione, l'autocritica e il proposito di miglioramento.
Una decina di intervistati usa espressioni drastiche del tipo: «mi fa rabbia», «mi dispero», che lette però in tutto il contesto dell'intervista suonano più come frasi roboanti che come reazioni reali.
Nessun intervistato nomina il sacramento della riconciliazione a questo proposito e solo casi isolati fanno menzione al ricorso all'aiuto di Dio e degli altri.

I mezzi per superare il peccato e lo sbaglio

Il mezzo che viene segnalato dalla quasi totalità degli intervistati è l'impegno personale in una molteplicità di espressioni che vanno dal riconoscimento del proprio sbaglio alla fiducia in se stessi, all'educazione della coscienza, alla costruzione di un qualcosa di diverso. Con una bassa percentuale di risposte vengono anche sottolineati l'aiuto degli altri, il sacramento della riconciliazione, la fede, la preghiera, l'amore.
È quasi totalmente assente l'accenno a Cristo redentore, e non solo a questo caso, ma anche in altre risposte, per esempio quelle riguardanti la riconciliazione o il sacramento della confessione o la religiosità.

Linee tendenziali emergenti sul senso del peccato

Le linee emergenti sembrano essere le seguenti:
- nel riferimento culturale ed esperienziale dei soggetti 'intervistati è presente il senso della fragilità e del peccato, l'uno vale però l'altro. Il peccato o lo sbaglio sono visti prevalentemente come ostacolo, posto da se stessi o dagli altri, alla propria realizzazione, al proprio bene;
- il senso del peccato, quando è presente, è strettamente legato alla autorealizzazione: è prevalentemente immaturo, orizzontale, individualistico. È sorprendentemente assente il riferimento alle strutture di peccato;
- confusione, scetticismo, noncuranza, ironia, caratterizzano gli atteggiamenti giovanili verso una colpa o un peccato originale;
- i giovani tendono a vedere il peccato sociale nella direzione che va da se stessi (propria responsabilità) alla società, piuttosto che nella direzione opposta, riconfermando così il poco peso che danno alle situazioni di peccato;
- lo sbaglio e il peccato sono orientati nella direzione dell'orizzontale, dell'individuale, dell'immediato. Il peccato è prevalentemente considerato un «atto» e non un «atteggiamento»;
- i giovani, costatato il coinvolgimento nello sbaglio e nel peccato, riconoscono che non possono non liberarsene se vogliono realizzarsi. Le strade della liberazione, centrate principalmente sulla volontà, passano sempre attraverso se stessi e prescindono in massima parte da un riferimento agli altri (Dio compreso) e a realtà come la fede e la preghiera.

IL SENSO DELLA RICONCILIAZIONE UMANA E RELIGIOSA

L'analisi delle risposte relative alla riconciliazione costituiscono un po' il cuore della ricerca perché ad esse sono orientati sia i risultati sulla coscienza morale e sul senso del peccato sia quelli sul sacramento della riconciliazione e sull'autovalutazione della religiosità. La riconciliazione, percepita dai giovani nel suo significato, vissuta nella loro pelle e nell'ambiente di vita, ricercata e voluta è infatti quasi come l'iceberg di una realtà in cambiamento di cui essi, volenti o nolenti, fanno una sofferta quotidiana esperienza.

Il significato del termine «riconciliazione»

Il termine «riconciliazione» è conosciuto e valutato positivamente dalla maggior parte dei giovani intervistati e assume una gamma piuttosto omogenea di significati, legati tutti al risanamento di una rottura e al riferimento di situazioni concrete di disagio, di frattura, di opposizione. Nella maggior parte dei casi significa infatti fare la pace, ritornare all'amicizia, fare comunione con sè e con gli altri e, a volte soltanto, fare la pace con Dio.
Per alcuni, anche se pochi, riconciliarsi significa riconoscere i propri sbagli e chiedere perdono, per altri, in numero leggermente superiore, la parola richiama spontaneamente il sacramento della riconciliazione e per pochissimi l'Anno Santo.
Il termine riconciliazione è letto quindi prevalentemente in chiave di ricomposizione profana delle rotture, di semplice conciliazione e «volersi bene», e più a livello individuale che collettivo, anche se non mancasno riferimenti espliciti alla rottura-riconciliazione con Dio.
Spontaneamente non emerge affatto l'aspetto della riconciliazione con le cose, la natura, la società; su questa dimensione i giovani si esprimono soltanto se sono esplicitamente interrogati. Inoltre, il termine non richiama affatto i gesti pubblici di opposizione/riconciliazione portati avanti da gruppi giovanili: marce per la pace, manifestazioni, ecc.

La difficoltà della riconciliazione

I soggetti, richiesti se trovano difficoltà a riconciliarsi, si dividono in numero pressoché identico in due categorie: quella di coloro che non trovano difficoltà alcuna a riconciliarsi e quella di coloro che esprimono tutta una serie di difficoltà o ostacoli. Di questi ultimi, alcuni sostengono che la difficoltà proviene dal tipo di sbaglio commesso, altri dalla disposizione delle persone implicate nella rottura; la maggior parte attribuisce la difficoltà a se stessi per orgoglio, debolezza, mancanza di volontà, attaccamento alle proprie idee.
In altri termini si ritrova anche qui la tendenza ad accentuare la responsabilità individuale e a vedere la riconciliazione come una realtà «quasi fatta», molto semplice, una volta che si è deciso di volerla. Riemerge nuovamente, sotto un altro volto, l'assenza delle strutture di male e di peccato.

L'esperienza personale della riconciliazione

I giovani intervistati, fatte pochissime eccezioni, avvertono il bisogno di riconciliazione e ne fanno esperienza. I riferimenti principali della riconciliazione sono, con frequenze di risposte abbastanza simili e in ordine decrescente di segnalazione, gli altro, se stessi, Dio. Meno dichiarata è la riconciliazione con la natura.
Tra gli «altri» con cui si sente il bisogno di riconciliarsi sono nominati gli amici, i familiari, i coetanei, la società, l'umanità. I termini «astratti» ottengono una percentuale di frequenze maggiore rispetto a quelli «concreti».
Le motivazioni del bisogno di riconciliarsi con se stessi e con Dio sono in genere di carattere più funzionale che vitale, non sono visti come esigenza profonda e come tensione di tutte le proprie forze, ma piuttosto come un passo da farsi per esigenze di dovere o di necessità immediate.
Anche gli obiettivi della riconciliazione sono sempre legati alla «pace in se stessi e con se stessi». Sembra infine che l'esperienza di riconciliazione, quando viene assunta, lo è principalmente a livello orizzontale/individuale; i livelli verticale/collettivo non sono però assenti ed emergono come esigenza del soggetto su stimolo dell'intervistatore.
Non è indifferente il numero di coloro che dichiarano di non sentire affatto il bisogno di riconciliazione, oppure di non sentirlo esplicitamente verso gli altri, se stessi, Dio. Tale indifferenza è chiaramente indicativa della chiusura egoistica su se stessi e su una interpretazione di bene e di pace identificate con il proprio bene e la propria pace strettamente legati all'autorealizzazione.

La riconciliazione nell'ambiente

Richiesti di esprimere un parere circa la percezione della riconciliazione nel proprio ambiente di vita, i giovani si sono divisi, salvo una percentuale bassa di soggetti che non ha saputo dare un parere, in due categorie: quella di coloro che sostengono che la gente in genere si riconcilia e quelli che invece fanno delle grosse riserve sull'esistenza della riconciliazione in società.
La prima categoria è nettamente inferiore alla seconda come numero di frequenze e le affermazioni che vengono riportate sono legate principalmente all'ambito della propria esperienza familiare, amicale, parrocchiale (anche questo dato conferma quello sull'esperienza individuale di riconciliazione).
È significativo che per il ragazzo che ha «la sua ragazza» (e viceversa) l'orizzonte della riconciliazione si chiuda nei ristretti confini del gruppo diadico e non riesca ad allargarsi, neppure se guidato, ad orizzonti più ampi.
La seconda categoria comprende coloro che sostengono di trovare nella gente una forte difficoltà a riconciliarsi, oppure coloro che dicono che non ci si riconcilia comunque ma si distingue da caso a caso, da ambiente ad ambiente, da persona a persona, oppure ci si riconcilia in modo fittizio e superficiale. La maggior parte delle frequenze è però di coloro che sostengono la «non riconciliazione», motivata dal condizionamento sociale, dal clima di violenza e di omertà e soprattutto da difficoltà di ordine personale: orgoglio, arrivismo, superficialità, indifferenza, egoismo. Riemergono, da un'altra angolatura, i peccati che i giovani hanno attribuito precedentemene a se stessi.

Le modalità concrete della riconciliazione

A una riconciliazione individuale e orizzontale fanno seguito mezzi di riconciliazione che dimostrano nei giovani una grande sicurezza e fiducia in se stessi e nelle proprie forze. Il giovane, ritenuto povero nell'essere e nell'avere dalle più recenti indagini a livello italiano, non sembra ritenersi tale, anzi pare s'affidi a se stesso pienamente e totalmente.
Soltanto un numero esiguo di intervistati include spontaneamente tra i mezzi di riconciliazione il sacramento o la preghiera o il consiglio di un sacerdote. Si nota invece, nella maggior parte di essi, una tendenza a verificarsi rispetto alle proprie colpe, a mettersi in questione, a prendersi in mano, a ricominciare con volontà: il voler riprendere quota è per la maggior parte di essi il punto di partenza di ogni riconciliazione.
Tra le modalità concrete che si valorizzano per riconciliarsi emergono le seguenti:
- per la riconciliazione con gli altri: il dialogo, il coraggio di fare il primo passo, il fare la pace, il chiarire la situazione, l'ammissione del proprio sbaglio;
- per la riconciliazione con Dio: il colloquio, la confidenza, la riconciliazione con se stessi e col prossimo, la richiesta di perdono, la preghiera. Emerge una linea di riconciliazione individuale che non ha a che fare con la chiesa e in casi specifici col Dio della chiesa;
- per la riconciliazione con se stessi: l'ammissione dello sbaglio, il ripensamento, l'impegno per superare l'errore, il voler migliorare, la riflessione sulle cause degli sbagli, la revisione dei propri principi. Riemergono anche a questo proposito una forte tendenza di volontarismo e di fiducia in se stessi.

Linee tendenziali emergenti sulla riconciliazione

Le principali tendenze emergenti in rapporto alle ipotesi formulate, sembrano essere le seguenti:
- la parola «riconciliazione» richiama rotture individuali e orizzontali che prescindono da un riferimento ecclesiale-religioso;
- si percepisce il clima di «non riconciliazione» che caratterizza l'ambiente, ma si accetta quasi come conseguenza ineluttabile delle fragilità umane e delle difficoltà di relazione che è sempre stato e sempre ci sarà, e davanti al quale non ci sono riflessioni particolari da fare o atteggiamenti speciali da assumere.
Questo clima postula ovviamente la riconciliazione per «vivere in pace»: una pace però più simile alla tranquillità che alla costruzione di una società diversa. L'impegno dichiarato, voluto, proposto, per creare la pace, per stabilire la riconciliazione è più o meno quello funzionale a se stessi;
- la riconciliazione giovanile non è in alcun modo propositiva e utopica (è assente la dimensione della conversione) ma compositiva e tollerante - due dimensioni che i giovani ritengono assenti nell'orientamento di valore degli adulti -, vista più in negativo che in positivo e piuttosto lontana dalla vita individuale (non totalizzante) anche se legata ad essa come punto di partenza e di riferimento. Sembra emergere, anche se indirettamente, una certa valorizzazione della dimensione del conflitto;
- la perplessità sull'esistenza di Dio e più spesso sulla natura di Dio (Dio è spesso inteso come una costruzione umana) rendono confusa, problematica e peculiare la riconciliazione nei suoi confronti;
- la soggettivizzazione, la tolleranza verso se stesso, la perifericità della riconciliazione nella propria vita e la ricerca dell'equilibrio nell'hic et nunc, più che della perfezione del domani, giustificano e spiegano il carattere funzionale della riconciliazione verso se stessi.

IL TIPO DI RELIGIOSITÀ

Il discorso sulla religiosità, volutamente collocato nella parte finale dell'intervista perché il riferimento religioso esplicito non interferisse sull'andamento della conversazione, è emerso molte volte in anticipo rispetto a quanto programmato, perché i giovani facevano spontaneamente ricorso ad esso. Le domande sulla religiosità miravano soprattutto ad aiutare il giovane «a definirsi globalmente sotto questo aspetto», più che a cogliere questa o quella dimensione della religiosità, avendo ipotizzato uno stretto legame di dipendenza sia del senso del peccato e della riconciliazione, sia del posto e della funzione del sacramento dal riferimento religioso interiorizzato. I risultati ottenuti in proposito sono difficilmente riducibili in categorie perché ogni ragazzo ha «la sua storia» peculiare e misteriosa che rischia di essere incompresa se costretta in schemi, per questo mi sembra più rispettoso limitarsi ad enunciare delle tendenze piuttosto che addentrarmi in un'analisi.

L'autovalutazione della propria religiosità

Non c'è stata perplessità, da parte dei giovani intervistati a esprimere un'autovalutazione della propria religiosità, della propria crisi religiosa, anche perché il clima di dialogo dell'intervista ha favorito la confidenza e la sincerità. Dalla lettura delle interviste sembrano emergere, in ordine di percentuali di risposte, tre tipi di religiosità: la religiosità difficile, la religiosità totalizzante, l'irreligiosità giovanile.
All'interno della categoria «irreligiosità» bisogna distinguere però tutta una gamma di posizioni diverse che vanno dalla categoria estrema di chi afferma che non è necessario essere religiosi o che non esiste Dio, alla categoria di chi si dice credente ma non praticante e di chi crede ma fa poco posto a Dio nella sua vita.
La maggior parte delle risposte incluse in questa categoria sono però quelle di chi crede in Dio ma rifiuta di credere nella Chiesa. Riporto le espressioni più condivise: credo in Dio ma mi disgusta la gerarchia; non rispetto tutti i comandamenti; non credo nelle regole della chiesa, nella chiesa ricca, nei preti, nei sacramenti; non accetto la struttura della chiesa; non sento il bisogno di andare in chiesa.
Nella categoria della religiosità «totalizzante» rientrano tutti i giovani che dichiarano di esprimere la propria religiosità vivendo il comandamento della carità verso gli altri e/o verso Dio. Il grande assente dalle risposte dei giovani, Cristo, viene nominato in questo contesto da una decina di giovani i quali affermano che per loro essere religiosi significa «vivere di Cristo e come Cristo» nella quotidianità. La dimensione della quotidianità, dell'incarnazione del religioso nel quotidiano, è espressa più volte sotto forme diverse: la mia religiosità si manifesta in tutte le cose che faccio, nel contatto con gli altri; faccio tutto alla luce della mia scelta cristiana, la mia religiosità è legata a tutta la mia esistenza; esprimo il credo con tutto il modo di vivere; vivo la mia fede nelle piccole cose di tutti i giorni.
La religiosità «difficile», che è la più diffusa tra giovani, assume volti diversi e si confonde spesso con l'irreligiosità. Le linee più comuni sono quelle della religiosità in ricerca e in ripensamento; confusa e incerta; sentimentale e psicologica; senza pratica e individualizzata; del bisogno e del dolore; orizzontale e del servizio.
Tra i giovani di questa categoria alcuni esprimono la soddisfazione per avere ormai trovato una strada diversa da quella in cui sono stati socializzati, altri anelano a cambiare e stanno cercando la strada, altri ancora esprimono il disagio di una situazione di incertezza, di insicurezza, ma non vogliono cambiare.

Le storie della crisi religiosa

Le storie della crisi raccontate dai giovani intervistati hanno in genere la loro radice in una rottura con un tipo di religiosità imposto dalla famiglia o in una frattura con un ambiente religioso (parrocchia, oratorio, scuola). Non si possono raccogliere in schemi, verranno trascritte in dettaglio nel rapporto della ricerca, si può però dire che ci sono alcuni tratti, oltre alle radici di cui ho detto, che le accomunano. Emergono linee condivise su quanto i giovani pensano su Dio, su come comunicano con lui, su come soffrono o giustificano la situazione che stanno vivendo, su come progettano il futuro della propria religiosità.

Il concetto di Dio

Nell'intervista non era stata prevista alcuna domanda esplicita sul concetto di Dio, ma il discorso su Dio è tornato più di una volta in tutte le interviste. Chiaramente si sono delineate tre linee di pensiero. La prima riguarda la negazione di Dio espressa dalla quasi totalità degli intervistati della terza categoria. È una negazione radicata in una scelta consapevole, oppure derivata dal rifiuto di un'imposizione avuta dalla famiglia, oppure è un dubbio profondo sull'esistenza di un Dio che permette il dolore, la morte, l'ingiustizia, oppure è un'indifferenza verso un mondo di fiaba, irreale, costruito per i piccoli, oppure ancora è il rifiuto di una realtà astratta, estranea alla vita, che non ha niente da dire al mondo dei giovani, oppure infine è il rifiuto di un Dio legge, giudice, autoritario che è attento a punire chi devia dai suoi comandi.
C'è poi l'immagine di un Dio amore e padre a cui ci si affida e che dà senso alla vita; è un'immagine espressa da pochi, una minima parte di coloro che hanno dichiarato espressamente di avere un riferimento religioso.
La percentuale più alta delle risposte è riservata ai giovani che costruiscono una propria immagine di Dio, in parte mediata dalla socializzazione e in parte diversa o totalmente diversa. Con questo Dio i giovani dialogano, si sfogano, si rassicurano, si confidano: è un Dio che viene guardato e cercato ma che non sembra rispondere o almeno non sembra dia consolazioni immediate e spicciole e un Dio a cui il giovane dice qualcosa di sè ma che non risponde facendosi conoscere. La gamma delle espressioni che i giovani usano per identificare questo Dio è molto ampia. In questo contesto posso solo fare delle esemplificazioni: «Il mio Dio esiste e io gli parlo, ma non è il Dio dei cristiani»;
«Credo in un Dio, ma non necessariamente quello dei cristiani; mi è di conforto nelle delusioni, ma io non lo prego e non mi rivolgo a Lui»; «Non frequento la chiesa, però sono cattolica e prego un Dio che ho costruito io stessa»; «Dio non lo vedo in un essere superiore, se esiste io lo rispetto, ma non influisce sulla mia vita»;
«Penso che gli uomini abbiano bisogno di credere in un essere superiore, in qualcosa di indefinito. Dio per me rappresenta appunto questa cosa indefinita. Il discorso religioso non mi interessa»; «Non so se Dio è persona, so che è una presenza concreta che sta sempre intorno»; «Non so se esiste Dio, è una cosa difficile da decidere; Dio è qualcosa che esiste dentro di noi. Se pecchiamo pensiamo che sia Dio a farcelo capire e invece siamo noi che capiamo di sbagliare»; «Ho dei dubbi sull'idea di Dio intesa quasi come una persona. Penso a Dio come un equilibrio cosmico, una giustizia soprannaturale, una forza vitale all'interno del mondo»; «Io credo in un ordine, lo vedo quest'ordine. Non posso accettare la fede perché non posso accettare qualcosa che non capisco».

L'appartenenza alla chiesa

L'autovalutazione dell'appartenenza alla chiesa, anche nei «giovani di chiesa», cioè in quelli delle prime due categorie del campione, è messo in questione. Fa eccezione una minoranza che però più che esprimere apprezzamenti positivi sulla chiesa in genere esprime apprezzamenti su singoli sacerdoti.
Alcuni, anche se pochissimi, affermano che la chiesa ha attuato delle aperture in questi ultimi tempi, sta svecchiando, sta facendosi più attenta all'uomo.
L'appartenenza alla chiesa risulta in genere in fase di ripensamento, in fase critica (è l'espressione più usata) o di rifiuto. In alcuni viene esplicitamente sottolineato il passaggio voluto dalla critica all'indifferenza.
Le risposte in proposito possono essere raggruppate in due categorie: ci sono in primo luogo quelli che danno un giudizio negativo globale e poi quelli che criticano alcuni aspetti o prese di posizione della chiesa. Che cosa si rifiuta o si critica in particolare? La morale - soprattutto le prese di posizione sugli anticoncezionali e sull'aborto -, la gerarchia, le strutture, la confessione. Si danno giudizi pesanti e assoluti senza mezzi termini.

IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE

Una volta finito di porre le domande di carattere generale sulla riconciliazione, se non era emerso spontaneamente da parte del giovane intervistato, si introduceva una domanda che faceva riferimento esplicito al sacramento della riconciliazione, posto in questi termini: «La confessione religiosa, secondo te, ha un posto particolare tra i mezzi di riconciliazione?». Essa costituiva l'avvio per una conversazione sul sacramento e ha trovato i giovani disposti a rispondere con schiettezza e onestà.

La frequenza al sacramento

L'analisi dettagliata dei risultati ci dice che il 50% dei giovani intervistati non si confessa mai; data la composizione del campione è evidente che circa la metà di questo 50% appartiene alla categoria di coloro che si dichiarano credenti e praticanti o frequentano abitualmente ambienti religiosi. La percentuale maggiore del rimanente 50% è concentrata sulla frequenza 2/4 volte all'anno. Non sono perciò solo coloro che non hanno un riferimento religioso a non confessarsi mai, ma la frequenza al sacramento è minima anche nei credenti e praticanti. Tra coloro che non si confessano sono pochi quelli che non si sono confessati mai, la maggior parte ha invece lasciato la frequenza o dopo la prima comunione o dopo la terza media.
Tra le motivazioni addotte per avere lasciato la frequenza al sacramento sono particolarmente sottolineate l'insistenza e la costrizione da parte dei genitori; la discutibilità dei sacerdoti confessori; la difficoltà della mediazione; la rottura con ambienti ecclesiali; l'inutilità di un atto in cui si ripetono sempre le stesse cose; il non sentire affatto il bisogno di confessarsi.
A questo punto è importante evidenziare che la frequenza alla messa ottiene percentuali nettamente differenti rispetto a quelle della confessione. Riguardo alle tre categorie di riferimento religioso in cui è stato suddiviso il campione si nota che gli appartenenti alla terza categoria non la frequentano mai, salvo le eccezioni di coloro che frequentano con rammarico perché costretti o perché non riescono a lasciare un'abitudine. Tra coloro che frequentano, circa il 70% ha una frequenza settimanale, 20% circa una frequenza mensile e il rimanente 10% una frequenza scarsa, cioè in particolari occasioni (matrimoni, funerali). È interessante in proposito notare, come si è già visto presentando il campione, che i giovani appartengono a famiglie in cui la pratica regolare di ambedue i genitori raggiunge il 53% del campione; tale 53% è costituito prevalentemente dai genitori di giovani che hanno un riferimento religioso interiorizzato. Fatti i confronti tra la frequenza alla messa e alla riconciliazione si può quindi concludere che la frequenza a quest'ultima è di molto inferiore alla prima. C'è però un fatto che va notato, è cioè che la maggioranza dei giovani che si confessano 3/4 volte all'anno, e alcuni di quelli che non si confessano, sostengono di confessarsi spesso a tu per tu con Dio (questo si rileva anche nei casi in cui i giovani sono molto perplessi sull'esistenza o no di Dio). Tutti questi giovani inoltre, fatte poche eccezioni, pongono delle difficoltà per la mediazione del sacerdote: spesso però non è la mediazione in sè che fa loro problema ma il tipo di mediazione. I giovani denunciano incomprensione, fretta, impreparazione, astrattezza dei confessori, pur senza fare di ogni erba un fascio, ma sapendo distinguere in molti casi tra confessore e confessore.

Le critiche al modo di amministrare il sacramento

Le critiche più forti e più diffuse, soprattutto da parte di coloro che non hanno un riferimento religioso, ma anche da un numero non indifferente di quelli più vicini ad ambienti religiosi, sono quelle riguardanti la mediazione in sé e il modo come viene amministrato il sacramento. «Il prete è un uomo come noi» è l'affermazione più diffusa, e a questa ne seguono altre: «nessuno può interferire tra me e Dio, tra me e la mia coscienza»; «con Dio solo si è sinceri perché si può dire tutto»; «solo Dio ci può capire nel profondo della nostra umiliazione»; «come può un uomo peccatore (il sacerdote) perdonare un peccatore?» Ci sono poi innumerevoli pesanti accuse al modo con cui viene condotto il sacramento che è giudicato burocratico, freddo, misterioso, giuridico. I giovani auspicano ripetutamente che il sacerdote sappia dialogare, capire, consigliare, ascoltare, stimare il penitente, che sia capace di far sentire l'amore di Dio e la certezza di essere stati perdonati. Pochi parlano della confessione comunitaria e questi non esprimono un parere favorevole in proposito, altri, sempre pochi, dicono che si confessano con gli amici o col proprio ragazzo/ a, nessuno collega il sacramento con la chiesa sia nel senso di ottenere il perdono della chiesa sia in quello di reinserirsi con la confessione dei peccati nella chiesa: la confessione è un fatto totalmente privato. La psicoanalisi non è ritenuta un sostituto funzionale al sacramento, anzi molti giovani non sanno esprimere il loro parere in proposito.
Altri due aspetti toccati dalla critica dei giovani sono il confessionale e i tipi di penitenza tradizionale.
Per concludere su questo punto, sottolineo un altro particolare: i giovani non riservano la confessione per le grandi feste: Natale, Pasqua, ecc. (sono davvero queste le feste per i giovani?) ma i momenti della confessione sacramentale sono legati alla propria scelta e a momenti di particolari bisogni.

Il posto e la funzione del sacramento

Circa il 70% di coloro che si confessano attualmente non danno al sacramento un posto molto importante (anzi, alcuni si confessano ma dicono che per loro il sacramento non ha alcun posto), ma un posto minimo, non di rilievo, secondario, marginale. Le motivazioni addotte sono varie: la mediazione, la poca fede nel sacramento, l'aver ottenuto dalla confessione risultati differenti da quelli attesi, le difficoltà poste dai confessori.
Si preferisce dare un posto di maggior rilievo all'Eucaristia e alla preghiera o ad altre realtà tipo il dialogo e la carità. Gli intervistati che attribuiscono al sacramento un posto importante danno motivazioni che possono essere ricondotte a due linee tendenziali: nella prima sono inclusi quelli che valorizzano il sacramento come mezzo di liberazione, di sfogo, di chiarificazione, nella seconda sono invece inclusi quelli che parlano di ristabilimento dell'amicizia con Dio, di possibilità di ricominciare da capo, di confronto con le proprie scelte.
Le funzioni attribuite al sacramento sono di carattere prevalentemente psicologico-consolatorio: fa riflettere sugli sbagli, da serenità, libera, sostiene, mette in pace, toglie i pesi, fa sentire bene, è uno sfogo. Non mancano altre due linee tendenziali: l'una nella quale si concentrano le affermazioni riguardanti la confessione come il mezzo che aiuta ad ammettere i propri sbagli e l'altra nella quale confluiscono le affermazioni del tipo: «dà la possibilità di rivedersi»; «aiuta a migliorarsi»; «da forza per ricominciare»; «aiuta a rimettersi in carreggiata».
Non è frequente la sottolineatura dell'aiuto a migliorare, del perdono, della riconciliazione, della revisione e del riorientamento della vita.
Fa problema la domanda se «il sacramento cancella i peccati»; molte risposte denotano confusione e ambiguità.
A conclusione di quest'analisi si può affermare che, da tutte le indicazioni ricevute, sembra emergere che il sacramento non ha un senso e un posto ben definiti nel progetto di vita e nella vita di fede, peraltro incerti in sé e con nessun legame reciproco; esso è inoltre considerato principalmente un fatto individuale e sicurizzante ed è messa fortemente in questione la sua accettazione per tradizione. È inoltre assente la dimensione ecclesiale e sociale del sacramento.

L'oggetto della confessione

La domanda sull'oggetto della confessione, posta nei seguenti termini: «Secondo te quali peccati i giovani confessano di più» oppure «su quali sbagli si interrogano di più, si mettono più in questione» ha trovato negli intervistati una certa resistenza a dare risposte (è la stessa difficoltà che si è trovata alla domanda relativa agli sbagli e ai peccati che i giovani commettono di più): tutti sanno di se stessi ma nessuno sa degli altri. Riemerge la costatazione della tolleranza, di cui si è già parlato.
È emersa una linea abbastanza condivisa che mette in rilievo come i giovani non siano sensibili, o addirittura rifiutino, a riflettere su se stessi, sui propri sbagli, sulle proprie responsabilità in vista di un progetto di vita. Quando la verifica c'è, sembra condotta in una linea che valorizza l'immediato, le esperienze, l'autorealizzazione , l'appagamento; pare sia funzionale al soddisfacimento momentaneo ed estranea alla confessione sacramentale nella quale si fa confluire ciò che è più periferico alla vita e più legato al discorso strettamente religioso. È interessante la gamma delle mancanze più confessate. In primo luogo c'è l'elencazione delle «mancanze di tutti» (questa espressione è spesso ripetuta da loro stessi): le bugie, il linguaggio, il furto, la gelosia, l'egoismo; mancanze cioè che riguardano se stessi. Parecchi mettono in evidenza le mancanze nei rapporti con gli altri: amici, familiari in particolare, con una sottolineatura speciale per il tradimento nell'amicizia. Sono poi rilevate le incoerenze, la superficialità, l'isolamento, l'impulsività, l'inesperienza, l'insincerità: le mancanze legate cioè più direttamente alla condizione giovanile. Tra i giovani che hanno un riferimento religioso ci sono coloro che sottolineano le mancanze del sesso e le mancanze del rispetto per se stessi.

Linee tendenziali emergenti sul sacramento della riconciliazione

Le tendenze più emergenti sembrano essere le seguenti:
- è confermata l'esistenza di una crisi della riconciliazione come sacramento, non solo dal punto di vista della frequenza ma dal punto di vista del significato del sacramento in se stesso e rispetto alla vita di fede e al progetto di vita;
- la confessione fatta con «Dio solo», preferita alla confessione sacramentale nella grande maggioranza dei casi, risulta essere prevalentemente un dialogo con se stessi, fatto su un piano di parità (io e il mio Dio): una confessione senza accusa, senza perdono, senza conversione;
- il sacramento è ridotto a un fatto totalmente individuale con una funzione prevalentemente securizzante e consolatoria. La dimensione della fede è totalmente assente e viene contestato, o almeno messo in questione, che il sacramento cancelli i peccati;
- l'elencazione dei peccati che si commettono di più e di quelli che si confessano di più, rimette in questione l'immagine dei giovani disinibiti che emerge dalle risposte sul comportamento morale;
- mentre il senso del peccato diventa sempre più orizzontale (tendenza a escludere Dio), la confessione di esso diventa sempre più verticale (tendenza a confessarsi solo a Dio).

CONCLUSIONE

Fin qui i risultati, in parte attesi e in parte nuovi, in parte documentati e in parte solo ipotizzati. E adesso?
Adesso comincia il lavoro perché la sfida dei giovani è lanciata e chi si interessa di loro deve tenerne conto. Tocca alla chiesa, agli educatori, ai confessori valorizzare questo appello, accoglierlo e farsene carico.
È vero che i risultati della ricerca sono relativi al campione studiato - che non è rappresentativo della popolazione giovanile italiana -; si è però visto che le variabili poste come discriminanti (sesso, riferimento religioso, città, ecc.) di fatto non sono risultate tali e si è arrivati a documentare che su punti essenziali tutti i giovani condividono gli stessi giudizi, le stesse opinioni, le stesse aspirazioni.
I risultati raggiunti si possono allora in un certo senso generalizzare e su di essi si può iniziare una riflessione valida per i giovani italiani in senso lato.