Tre storie di abbandono religioso nell'adolescenza

Inserito in NPG annata 1985.

 

(NPG 1985-10-5)

 

Le storie di vita che presentiamo sono state raccolte a Sezze, un paese agricolo-artigianale in provincia di Latina, con giovani non credenti di età compresa tra i 19 e i 25 anni.
La ricostruzione delle storie di vita è avvenuta mediante uno o più colloqui di tipo clinico, tesi a favorire il racconto dell'evolversi della loro esperienza umana e, al suo interno, della loro esperienza religiosa ed ecclesiale. Questo ha permesso di rispettare e delineare con calma l'originalità e organicità di ogni storia di vita.
Nella ricerca originale le storie di vita sono otto e molto diffuse. Qui ne vengono riprese, in modo sintetico, soltanto tre. Le riflessioni che seguono nella rubrica «prospettive» fanno però riferimento a tutti e otto i racconti.
Il riassunto delle storie di vita è fatto in modo veloce per le fasi precedenti all'adolescenza, mentre viene dato più spazio alle problematiche adolescenziali. Di questo periodo sono anche riportati stralci delle interviste per quel che riguarda il modo complessivo di porsi davanti alla religiosità, le difficoltà personali rispetto alla catechesi, la morale, la partecipazione alla vita ecclesiale, e infine le fasi principali che li ha condotti dal credere e dal partecipare alla vita ecclesiale al rifiutare l'esperienza religiosa cristiana. Le interviste terminano con alcuni cenni al momento attuale della giovinezza e al modo di porsi davanti alla vita.


LA MIA FILOSOFIA: PRENDERE LA VITA CERCANDO IL MEGLIO

Marcello, 24 anni, diplomato come perito elettrotecnico. Attualmente svolge, in modo saltuario, il lavoro di autista in una ditta privata di autotrasporti.

Durante l'infanzia e la fanciullezza Marcello ha potuto stabilire rapporti positivi con entrambi i genitori, anche se appare maggiormente legato alla figura materna. Fin da queste prime fasi egli rivela una spiccata sensibilità per i rapporti sociali.
Le scuole elementari dalle suore e il catechismo rappresentano il suo primo vero contatto con la religione. I genitori, non essendo interessati, non si erano preoccupati di una sua educazione al riguardo. Questo primo contatto con la religione si rivela abbastanza tranquillo. Quanto gli viene trasmesso a livello religioso, viene da lui equiparato alle informazioni delle altre materie, quindi da studiare e memorizzare. Contemporaneamente si rende conto dell'importanza che questa «materia» riveste per la maestra, tanto che se ne serve per acquisire maggiore importanza agli occhi di quest'ultima, che in seguito sarà anche la sua catechista.
Una particolare attenzione viene dedicata ai racconti della Bibbia, che lo attirano per i toni e l'atmosfera fiabesca.
Le soglie dell'adolescenza si contraddistinguono per una raggiunta autonomia nei riguardi della famiglia e per il fatto di aver iniziato a frequentare un gruppo parrocchiale di Azione cattolica.
In questa fase della vita sembra che la religione rappresenti un qualcosa di abitudinario e di esteriore, mentre traspare una particolare conflittualità dai suoi vissuti relativi alla sessualità. Iscrittosi poi all'istituto elettrotecnico di Latina, si trova a dover far il pendolare per recarsi a scuola. Le motivazioni religiose che lo portano a far parte del gruppo di Azione cattolica sembrano piuttosto secondarie: «Per essere sincero devo dire che sono entrato a far parte dell'Azione cattolica fondamentalmente per un motivo: lì avevo degli amici. Si stava sempre insieme, magari si andava nel cortile vicino alla chiesa e si giocava a pallone. Siccome questi amici facevano già parte dell'Azione cattolica, il vederli giocare e lo stare insieme ti portava a fare quello che facevano loro. Era bello fare le cose insieme».
In questo gruppo egli può soddisfare le esigenze psico-sociali del periodo adolescenziale: «Quando uno ha quattordici anni gli piace stare insieme soprattutto per divertimento, qualunque cosa ti fa divertire; l'importante è stare insieme e essere considerato. Io mi ci trovavo bene e ci sono rimasto. A me poi piace stare al centro dell'attenzione, per cui...».

C'è stato un periodo in cui credevo di essere un praticante convinto

C'erano però anche altri aspetti che lo attiravano: «Devo dire che in fondo mi interessava il fatto che si poteva scambiare le proprie esperienze. Ho sempre avuto interesse per le cose che un'altra persona mi può dire. Il fatto di scambiare le nostre esperienze, i nostri punti di vista, era molto importante per me».
Animato dalla necessità di definirsi dal punto di vista psico-sociale e costruire una propria identità, Marcello sente bisogno del clima delle relazioni e delle opportunità che il gruppo dei coetanei gli può offrire. Facendo riferimento a questi bisogni si spiega anche il suo uniformarsi alle norme, alla mentalità e ai comportamenti religiosi del gruppo: «Per un po' di anni sono stato in questo gruppo. Penso di aver fatto cose che magari gli atei non hanno mai fatto e non possono capire. Io ho partecipato a molte riunioni, a molti incontri spirituali, a molti convegni, poi la domenica andavo a messa. Mi confessavo regolarmente dal sacerdote del gruppo. Quindi ho avuto una vita abbastanza regolata. Avevamo anche riunioni settimanali durante le quali si leggeva e si discuteva il Vangelo».
Si assiste ad un lavorio sotterraneo finalizzato all'assunzione di quanto, anche di religioso, il gruppo gli offriva, fino all'auto-convincimento dell'importanza di queste cose: «Sinceramente c'è stato un periodo in cui credevo di essere un praticante convinto e cercavo di migliorarmi secondo il Vangelo. Nel gruppo mi trovavo bene e per questo cercavo di comportarmi e di pensare in un certo modo».
Quanto il gruppo gli offre a livello di informazioni gli risulta utile per elaborare difese di tipo ascetico nei riguardi della sessualità, che viene ancora vissuta in modo negativo.
Queste autoimposizioni, per lo più inconsapevoli, gli danno una sensazione di non pieno convincimento: «Devo dire però che anche quando facevo queste cose non mi sentivo pienamente soddisfatto. Sentivo che non venivano fuori in modo naturale e ciò mi dava un grosso fastidio».
Il gruppo però è ancora troppo importante per lui. Non può permettersi perciò di andare alle fonti di questo suo disagio: sarebbe troppo pericoloso. I segni di disagio si affacciano però sempre più prepotentemente alla coscienza: «Vedevo che il mio comportamento non era proprio da persona convinta. Alle superiori, ad esempio, era un vero e proprio problema: non potevi minimamente azzardarti a dire che eri dell'Azione cattolica, sai come ti avrebbero sfottuto! E poi non era manco il caso di dirlo, perché il mio comportamento tutto era all'infuori che di un credente».
Contemporaneamente a questa situazione vengono riscontrati anche elementi che indicano un processo di maturazione personale: «Man mano che si cresce e si diventa adulti, allora non basta più lo stare tutti in gruppo; fino a quel momento magari esisteva solo quello. Ci si sente uniti ma in fondo sono rapporti superficiali. Ti puoi accorgere che imposti rapporti riservati, più intimi. Proprio approfondendo questi tipi di rapporti, più incentrati sulle persone singole, riesci a vedere le differenze con quelli del gruppo. Un rapporto affettivo individuale è caratterizzato da una maggiore intimità e riservatezza. Questo rapporto dipende da te e senti di essere maggiormente coinvolto a livello personale.
Poi in questo periodo ho cominciato a sentire che la sessualità è una cosa fondamentale. Quando me ne sono accorto in pratica avevo perso qualche anno. Avrei voluto, o meglio, avrei potuto già avere le mie esperienze. Quando mi sono accorto di queste cose non ho più potuto fingere».

Era come se volessi sforzarmi di fare cose che non condividevo

A questo punto le distanze tra i suoi atteggiamenti religiosi e quanto invece stava tentando di autoimporsi, si rivela in tutta la sua portata: «Con il passare del tempo mi sono potuto accorgere che non lo ero affatto (credente). Forse era qualcosa di esteriore. Mi sono spesso trovato a dire che in fondo era una cosa falsa. Ho preferito essere me stesso; in fondo per quanto mi sforzassi, non riuscivo proprio ad entrare in quell'ottica. Quando ho incominciato ad accorgermi di questo, ho preferito essere me stesso e mollare il gruppo».
Ora può elaborare in modo più completo i suoi dubbi: «La preghiera è stato un problema che mi sono posto dall'esterno. Negli incontri col sacerdote dicevo che non ero capace di pregare, che era difficile e non ci trovavo niente.
Le stesse difficoltà le trovavo nella confessione, che facevo mensilmente, e mensilmente io mi trovavo a dirgli le stesse cose. Per me era ridicolo tutto questo. Io glielo dicevo, ma lui mi diceva di perseverare... Ho perseverato fino ad un certo punto. Poi mi sono fatto l'idea che il peccato è una debolezza e nessuno la può togliere, è un difetto e basta. Poi io non capisco perché uno deve andare dal sacerdote a dire tutte le proprie cose.
Devo però dire che con quel sacerdote ho sempre avuto degli ottimi rapporti e li ho tuttora. In quel periodo poi c'era il referendum sull'aborto, e mi ricordo che ci furono dei contrasti enormi. L'aborto loro lo vedevano addirittura come un omicidio, e a me queste cose mi davano fastidio. Certo ci stanno delle situazioni in cui fa comodo abortire, e anche io le condanno. Ma, secondo me, loro non hanno considerato molte cose su questo problema».

Adesso come adesso la cosa più importante è la vita terrena

Non si mostra d'accordo con il modo di porsi nei riguardi dell'esistenza proposta dal cristianesimo: «Si prendeva un po' troppo alla leggera la vita secondo me. Per me la vita è quella terrena. Adesso come adesso, la cosa più importante è la vita terrena. Sono importanti i problemi della vita quotidiana, che poi ti fanno dimenticare i problemi spirituali. Io penso che ad un certo punto uno debba scegliere: o vivere la sua vita per l'aldilà o vivere la sua vita terrena. Allora devi cercare di risolvere quelli che sono i problemi che ti trovi davanti su questa vita».
Non si trova d'accordo nemmeno col modo di proporre la sessualità: «Creare un tabù della sessualità è sbagliatissimo; già a quell'età ci sono i tabù della sessualità. È sempre una cosa che ognuno vive a modo suo, e penso che a trattarla così, come la trattano loro, ti fa sempre vergognare per certi aspetti e avere paura per altri».
Si rende oramai conto che non può più continuare ad essere un credente.
Il problema però è come continuare a frequentare questi amici pur non essendo più credente. Questo nodo si scioglie nel momento in cui conosce una ragazza di cui si innamora. Il tempo una volta dedicato al gruppo, viene ora assorbito da questo rapporto, che però, una volta terminata la fase iniziale di idealizzazione, va in crisi per poi rompersi definitivamente nel periodo del militare.
Nella fase attuale, pur avendo riallacciato dei rapporti con gli amici del gruppo, mantiene una certa distanza. I problemi che lo assillano sono quelli relativi al lavoro: «Per me attualmente è importante il lavoro, in modo che possa sistemarmi, cosicché io abbia la possibilità di fare una vita autonoma. Non è che con i miei non stia bene o che mi facciano pesare qualcosa. Sono io che desidero cominciare a costruirmi la mia esistenza in modo autonomo, per sentirmi maggiormente realizzato».
Il modo in cui imposta la sua vita è abbastanza preciso: «Ho fatto mia questa filosofia: prendere quello che la vita ti dà cercando il meglio, e reputo però fondamentale il rispetto della libertà altrui. La religione in futuro? ...È difficile, dovrebbero cambiare molte...troppe cose».

 

LA RELIGIONE NON EDUCA A VIVERE NÉ IL PRESENTE NÉ IL FUTURO

Giovanna ha 24 anni ed è studentessa di medicina al quarto anno.

L'infanzia è contraddistinta da ricordi positivi, specialmente in riferimento al rapporto con la madre. Il padre invece assume un ruolo piuttosto periferico nell'ambito delle sue relazioni.
La madre, essendo profondamente credente oltre che praticante, opera fin dall'infanzia una costante educazione religiosa.
Il catechismo, vissuto peraltro in modo negativo da parte sua, si innesta su una base formata in precedenza in famiglia. Sembra aver assimilato le informazioni e i comportamenti religiosi di base: si reca a messa la domenica, recita le preghiere prima di addormentarsi, anche se tutto ciò assume i caratteri di abitudini esteriori. Durante le scuole medie fa suo un atteggiamento negativo ed anticonformista nei riguardi della religione, spinta a ciò soprattutto dall'influenza delle compagne di scuola.

Non mi è mai stata bene la faccenda che i maschi possono fare tutto

Con l'inizio delle superiori (liceo classico), si nota in lei un certo aumento di interesse per la religione, accompagnato però da un certo scetticismo.
In questa fase non sopporta gli atteggiamenti dei genitori nei riguardi della sua autonomia: «Non è che succedesse chissà cosa, ma a me non piaceva di comportarmi per forza in un determinato modo. Vedevo che mio fratello usciva quando voleva, mentre io no. Non mi è stata mai bene la faccenda che i maschi possono fare tutto, invece le femmine no.
Poi ci sta pure legato il discorso sulla sessualità. Si sa come succede. Una cresce che gli dicono continuamente: 'Stai attenta, certe cose non si fanno, queste altre nemmeno, quando porti la gonna non ti devi sedere in un certo modo'. Insomma, una arriva praticamente a ventidue anni che queste cose le sente da quando ne aveva cinque. Poi queste cose non è che te le puoi scrollare di dosso in un momento, sono cose che ti rimangono».
Lo sforzo di rendersi autonoma, si basa, per lo più, su una diversa percezione di se stessa: «Durante questo periodo, come persona, mi sentivo più formata, avevo maturato delle mie idee e non mi vergognavo di manifestarle: non mi preoccupavo più di quello che dicevano gli altri».

Avevo dei dubbi e dovevo cercare di vivere in prima persona queste cose

Il suo interesse per la religione agli inizi dell'adolescenza sembra dovuto a due motivi: «Avevo conosciuto delle amiche che facevano parte di un gruppo parrocchiale, e andando con loro ho cominciato a frequentare anche questo ambiente. Poi avevo, in qualche modo, l'intenzione di constatare se effettivamente le cose stavano come le vedevo io. Dovevo fare una scelta, avevo dei dubbi e, di conseguenza, dovevo cercare di vivere in prima persona queste cose per verificarle.
Devo dire però che la mia partecipazione a quel gruppo non è che fosse molto convinta. Non mi sono mai sentita integrata alla perfezione. Di quel periodo non ho ricordi bellissimi. Avevo dei problemi di comunicazione, un po' per il fatto che loro stavano in gruppo da più tempo di me, un po' perché io ero la più piccola e quindi avevo delle grosse difficoltà nel parlare delle mie cose davanti agli altri. Fra me e me mi dicevo: ma a questi che ci frega delle mie cose? E quindi le mie cose me le tenevo sempre dentro».
Nel gruppo ha la possibilità di rendersi direttamente conto del modo concreto di porsi dei credenti. Ciò la porta a vedere poco probabile un suo rifarsi alla religione come elemento strutturale della personalità: «Devo dire che quelle persone mi hanno fatto riflettere sul rischio a cui andavo incontro: di essere una delle tante ipocrite che girano intorno alla sacrestia. A me questa fine non andava proprio di farla.
Anche al campeggio al quale ho partecipato si dicevano tante belle cose, ma poi all'atto pratico si faceva il contrario. Per esempio, lì ci stava sempre la persona puntata, la vittima di turno, in poche parole lo spasso di tutti. Sì, anche io facevo come le altre, però con me ci stavano persone che ancora oggi fanno parte di quel gruppo, e di certo continuano a dire le cose di sempre. A livello pratico sono molto peggio di tante altre persone che invece dicono di non credere».
Oltre al pericolo di diventare ipocrita, ne intravvede un altro: «Ho anche conosciuto persone che invece credevano veramente, e di conseguenza mettevano in pratica quanto dicevano. Forse sono state più queste altre che mi hanno fatto capire che la religione non era fatta per me».

La religione è proprio appiattita, le manca lo spirito di lotta

Che la religione non possa diventare la base sulla quale costruire il proprio progetto di vita gratificante e personalizzato, lo avverte da una serie di elementi: «Per esempio, il vedere nella società cose che non ti piacciono, che non ti vanno giù, e ti accorgi che per cambiare queste cose ci vuole un grosso spirito di lotta, senza il quale non si possono risolvere queste cose. Non mi riferisco alla violenza, ma ad un atteggiamento critico e duro verso la società. Vedo che la religione, sotto questo punto di vista, è completamente assente, è proprio appiattita, le manca totalmente questo spirito di lotta.
Il fatto del tutto negativo è che questo spirito e questo modo di pensare viene assimilato dalle persone che credono, le quali diventano così persone molto permissive che vivono del senno del poi, che dicono: tanto ci pensa Gesù Cristo, e intanto non fanno niente; si limitano a dire: speriamo che si riaggiustino le cose.
La religione la vedo come il tentativo di vivere la speranza. Ma chi di speranza vive disperato muore, e in questo modo la religione non educa, non permette di vivere né per il futuro né per il presente, perché uno per vivere e preparare il futuro deve prima lottare nel presente. Se certe cose non ti stanno bene allora devi lottare oggi».
Avverte difficoltà anche in relazione all'esistenza di Dio: «Per me Dio è sempre stato qualcosa di sfuocato, di irreale. Poi ho cominciato a dubitare: ma esisterà o non esisterà questo Dio onnipotente? Insomma, io non ero convinta e il fatto di non essere completamente convinta non mi permette di fare delle scelte».
Anche verso la confessione e la preghiera dimostra disagio: «La confessione ha sempre rappresentato un trauma per me. A parte il fatto che mi vergognavo di andare a dire le mie cose personali ad un'altra persona, io non ci trovavo niente di positivo. Piano piano si è instaurata dentro di me l'idea della inutilità della confessione. C'è stato pure un periodo durante il quale continuavo a fare la comunione senza che prima andassi a confessarmi. A proposito della preghiera mi ricordo anche che fino al liceo, la mattina, prima di andare a scuola, quando avevo una interrogazione, pregavo affinché mi andasse bene. Però con il passare del tempo ho abbandonato anche questo».

Non bisogna essere per forza credenti per essere altruisti

L'abbandono della religione si configura in modo abbastanza tranquillo, come un progressivo liberarsi di quanto veniva vissuto come non confacente al sè. Si trova però ancora alle prese con il problema della ricerca di una propria identità, anche se per un certo periodo il problema viene messc da parte, in quanto la sua attenzione viene attirata dal rapporto con un ragazzo. Questo rapporto, vissuto in modo intenso, a poco a poco si deteriora fino a terminare. Comincia così a riproporsi il problema dell'identità. Inizia un periodo abbastanza critico. Dapprima si mette assieme ad un altro ragazzo, costruendo un rapporto che per tutta la durata non risparmierà soffe• renza. Secondariamente frequenta ur gruppo di estrema sinistra: «Questo fattc ha provocato delle incomprensioni con miei. Devo però dire che con quelle persone mi trovavo bene! Non erano ipocriti. Frequentando queste persone mi sono accorta che non bisogna essere per forza credenti per comportarsi bene».

La chiesa non la vedo dentro il processo di cambiamento

«In questo periodo ho cominciato ad assumere un atteggiamento molto negativo nei riguardi della religione, verso la chiesa. Non mi piace, per esempio, questa struttura gerarchica che è onnipotente, organizzata con il papa, i vescovi, i cardinali... la gerarchia, quando invece Gesù non proprio vissuto in questo modo.
La chiesa poi, secondo me, dovrebbe avere una maggiore chiarezza a livello politico, soprattutto per quanto riguarda rapporti con la Democrazia Cristiana. Un'altra grossa accusa che io faccio alla chiesa è quella di non essere al passo con tempi. La vedo abbastanza arretrata. Siamo ormai alle soglie del duemila e io chiesa non la vedo dentro questo processo di cambiamento e di avanzamento; la vedo molto al di fuori.
Per non parlare poi dei rapporti sessuali che per la religione devono aversi sola mente dopo che ti sei sposata. Io su questi potrei pure essere d'accordo, però non riesco proprio a capire perché con il tuo ragazzo puoi fare tutto, ma proprio tutto, m quello no... Insomma, ti puoi sbordellare e non capisco per quale arcano mister quando poi uno è andato in chiesa allora certe cose le può fare».

La mia scelta di fare medicina non è casuale

I rapporti con il ragazzo diventano sempre più problematici, mentre si è ormai iscritta all'università, fatto questo che segna l'abbandono del gruppo di amici precedente e il ritorno di una certa calma nei rapporti con i genitori. Rompe definitivamente il rapporto con questo ragazzo e cade in una situazione disperata. Per lei è come l'aver toccato il fondo. Da qui, a poco a poco, comincia a risollevarsi. Soprattutto comincia ad acquisire una maggiore tranquillità nei confronti della propria esistenza. Alla ritrovata serenità contribuisce, in modo determinante, il suo primo ragazzo, che in questo periodo, per lei molto difficile, le era stato molto vicino.
Ora sembra aver perso l'atteggiamento ipercritico nei riguardi della religione e della chiesa: «È cambiato il modo di vedere la chiesa: prima c'era un atteggiamento di rifiuto anche brusco, invece adesso no. C'è un atteggiamento più tranquillo. Ormai la mia scelta l'ho fatta. Rispetto quelle persone che ci credono e poi dimostrano con i fatti questo loro credere. L'incoerenza prima la vedevo solo nella chiesa, invece adesso ho visto che è un po' dappertutto».
Il fatto maggiormente importante è che sembra aver finalmente acquisito dei punti fermi sui quali basare la ricerca di un senso alla propria esistenza, cercando così di costruire un progetto di vita il più personalizzato possibile: «La mia scelta di fare medicina non è casuale. Io sono una a cui piace aiutare le persone, mi piace salvare gli altri, e penso che in questo ci devi avere un trasporto. Dentro di te devi essere consapevole che puoi fare il medico anche in modo freddo, ma che puoi anche aiutare il malato. Poi fare medicina mi permette di stare al passo con i tempi».
Attualmente vive un senso moderato di autorealizzazione, con la consapevolezza della difficoltà di cambiamenti a livello religioso nelle proprie convinzioni.

 

I VALORI DELLA MIA ESISTENZA SONO DI NATURA PRETTAMENTE UMANA

Francesco, 25 anni, diplomato all'istituto tecnico commerciale. Attualmente svolge un lavoro part-time, come ragioniere, in una cooperativa di giovani.

Mostra fin dall'infanzia un forte interesse religioso, che può ascriversi, con molta probabilità, ai suoi intensi bisogni affettivi, e in particolare al fatto che i rapporti con i genitori non si rivelano gratificanti. Ma il padre, con il quale ha stabilito un rapporto profondo e che costituisce il modello al quale si rifà nella strutturazione della sua personalità, è quasi sempre assente per motivi di lavoro. La madre invece, pur presente, non viene avvertita come figura calda e ricettiva.
La sua infanzia e la sua fanciullezza si consumano quindi nell'attesa di quei pochi momenti felici che il padre può dargli, e nella speranza di vedere mutato l'atteggiamento della madre nei suoi confronti.
La sua profonda religiosità ha come motivo essenziale la ricerca di figure sostitutive e compensatorie di quelle dei genitori: «In fin dei conti io ci credevo in Dio e alla religione. Devo dire anche una cosa curiosa. Dove abitavo fino a quattro cinque anni fa non c'era la luce per le scale.
Io ero ragazzino e avevo paura del buio: allora che facevo? Prendevo la rincorsa e salivo. Poi, man mano che crescevo, mi impegnavo a salire quegli scalini uno alla volta per cercare di eliminare questa paura. In questo mi ha aiutato moltissimo il fatto di credere in Dio. Non so, restavo a volte molto tempo al buio a pensare a Dio e all'aiuto che mi poteva dare. E questo mi ha aiutato in un certo senso a superare la paura».
Una certa delusione la avverte nei riguardi del catechismo: «Forse dal catechismo mi aspettavo qualcosa di più costruttivo. Invece l'ho visto come un piccolo libretto dove ci stavano scritte tutte quelle formule che io dovevo imparare a memoria, senza neppure chiedere spiegazioni. Io forse inconsciamente mi aspettavo un arricchimento spirituale; invece loro non me lo hanno saputo dare».

Mi ha sempre dato fastidio il formalismo religioso

Nel suo caso il problema centrale non è, come è naturale per gli adolescenti, quello di liberarsi dal controllo e dalla protezione della famiglia, in quanto aveva vissuto una mancanza di calore e di affetto.
Le prime esplorazioni della propria sessualità vengono vissute in modo negativo: «Personalmente devo dire che la sessualità che vivevo in quel periodo mi provocava dei sensi di colpa. Infatti le mie prime esperienze di autoerotismo non sono state liberatorie. Comunque quando sentivo i primi stimoli, mi accorgevo che non lo facevo per soddisfare questi stimoli, ma perché ero influenzato dagli amici più grandi e ero mosso da curiosità per queste esperienze. Però diciamo che dopo mi sentivo fortemente in colpa, teso. Nonostante questo però ho continuato, e riflettendo sulla situazione psicologica conseguente a questi atti, sono riuscito ad eliminare queste tensioni».
Il fatto di essere credente non gli impedisce di essere critico: «Anche a prescindere dal fatto religioso, ho sempre criticato il formalismo, l'esteriorità, il bigottismo, il fanatismo. Questi caratteri io li riscontravo non solo nella gente di una certa età, ma anche e soprattutto nei giovani, ed era questo che mi colpiva più di tutto. Ad esempio il vedere, non dico la stragrande maggioranza, ma un gran numero di giovani che la domenica andavano a messa in quanto potevano mostrare il proprio abito. C'era la convinzione che in fin dei conti questi andassero a messa solo per fare delle sfilate di moda. Questo io l'ho criticato molto e mi ha dato molto fastidio». Anche verso la confessione ha dei dubbi: «La confessione la facevo, ma la vivevo come un obbligo, proprio perché l'educazione che io avevo ricevuto prescriveva che prima di fare la comunione mi dovevo confessare. Del resto, prendendo il concetto tradizionale di peccato, non è per il semplice fatto che una persona commette un peccato e poi è andato dal sacerdote a confessarsi che ha cancellato i suoi peccati. Poi magari questa stessa persona si sente legittimata a tornare di nuovo a peccare e quindi...
Per me è chiaro che siamo tutti degli essere fallaci, e di conseguenza possiamo sbagliare in qualsiasi momento. Ma, secondo me, l'assoluzione può venire solo dalla volontà. Ecco, facendo sempre il discorso dei credenti, poi non vedo come un ministro possa cancellare dei peccati. Per loro solo Dio lo può fare. Secondo me, è cercando di eliminare questi sbagli che si cancellano i propri peccati. Non solo con la confessione».

Poi la scienza è riuscita a spiegare questi fatti

Nonostante questo ha ancora un estremo bisogno di rifarsi ad un essere superiore. Alcuni dubbi cominciano però ad insinuarsi e la sua fede comincia a vacillare: «Adamo ed Eva, mi chiedevo, è possibile che abbiano potuto dare inizio ad una popolazione così grande? Magari, non so, due fratelli che mettono al mondo due figli, pensavo, anche se in modo ingenuo: ma non potevano essere venute fuori anomalie fisiche e psicologiche? Ecco, questo era un mio dubbio. In questo periodo mi aiutò molto il mio professore di religione, con il quale avevo un rapporto molto aperto. Mi disse che non dovevo prendere questi testi alla lettera. ma in un senso più ampio».
Inconsapevolmente pretende dalla religione spiegazioni e interpretazioni a fenomeni per lui incomprensibili. Se alla religione egli ricorreva al momento del dubbio cognitivo, quando comincia ad acquisire una maggiore capacità di vaglio e di analisi critica, abbandona le spiegazioni religiose ritenute ormai ingenue e facilmente confutabili.
La sua religiosità viene ora a trovarsi allo scoperto. Non ha più i motivi e le basi su cui reggersi: «Poi a diciotto anni la cosa definitiva. Da parte mia c'era la messa in discussione di certe affermazioni della chiesa a proposito di certi fenomeni, presentati appunto come miracoli. Ecco, io partivo da queste premesse, e cioè dal fatto che la scienza, nella sua evoluzione, aveva dimostrato cose che prima venivano spiegate come fatti miracolosi. Un santo, addirittura Dio stesso per mezzo di altre persone, faceva miracoli. Poi la scienza con i suoi mezzi più efficaci è riuscita a spiegare questi fatti, e a far capire che non si trattava assolutamente di cose soprannaturali, ma c'era una spiegazione razionale, scientifica. Questo è stato il fatto maggiore che mi ha indotto a non credere più in Dio e a lasciare la religione».
Non potendo fare a meno di verificare la infondatezza di certe sue credenze, comincia a basarsi su un rapporto più adeguato con il reale.
Ormai non può più credere in quel Dio al quale si rifaceva precedentemente. Ma questo passaggio non è privo di difficoltà:
«Dal punto di vista emotivo ho avuto delle ripercussioni: quando ho avvertito la crisi mi sono sentito particolarmente scosso e smarrito. Quando una persona che crede fermamente in certe cose e valori, si accorge che non sono più come egli li vedeva, si ritrova a non sapere più a cosa credere. Quindi è un po' in balia e deve necessariamente ricostruire qualcosa di più solido, di più stabile».

Il fulcro della mia esperienza è l'amore

In questa situazione critica cerca di trovare qualcosa, valori ideali, punti di riferimento, sui quali iniziare un processo di riorganizzazione della personalità:
«Questa mancanza, a poco a poco, l'ho cercata di colmare con gli altri, attraverso ogni tipo di rapporto interpersonale. Ho cercato di trovare persone amiche per costruire nuovi rapporti e fondarli sui principi ereditati da mio padre. Devo dire che, come tutti, ho avuto delusioni e buggerature. Nonostante questo, però, ho capito che il fulcro della mia esperienza è proprio l'amore, inteso nella più ampia accezione. Ho sempre maggiore fiducia nell'amore.
In questo periodo mi sono impegnato anche politicamente all'interno della sezione comunista. Un impegno da considerare, più che altro, un'evoluzione mia, del tutto personale. La politica mi permette di avere quei piaceri intellettuali che ho sempre desiderato soddisfare; e mi permette di realizzare il mio ideale di amore, attraverso una società più giusta. Ecco, l'impegno politico mi piace sotto questo punto di vista».
In questo periodo riesce a mettersi con una ragazza, e a vivere un rapporto intenso, di grosso trasporto nei suoi confronti. La cosa però non viene ricambiata. Con il passare del tempo si accorge di non poter continuare e rompe con questo rapporto. Un altro fatto importante è la morte del padre, che comporta da parte sua l'assunzione del ruolo di capofamiglia. Comunque egli sembra accettare serenamente questi eventi. Non cadendo nello sconforto dimostra di aver raggiunto una certa autonomia personale.

Mi dà ai nervi l'attività economica della chiesa

La sua ricerca di senso si basa essenzialmente su valori già espressi in precedenza: «I valori sui quali baso attualmente la mia esistenza sono prettamente di natura umana: vivere rapporti sociali fondati sul rispetto e la solidarietà. La solidarietà è molto ma molto importante; può essere soprattutto la base di un'amicizia, un sentimento che secondo me va vissuto e del quale non ci si dovrebbe vergognare.
Poi vengono altri ideali, di tipo politico. Io in effetti, essendo comunista, aspiro al socialismo; non un socialismo di tipo dittatoriale però, ma una società in cui ognuno può soddisfare nel modo più completo possibile il suo modo di essere. Anche se però questo è una cosa difficile, quasi impossibile».
Per quanto riguarda la chiesa non è convinto di alcune cose: «Come il fatto della gerarchia. Questo presuppone che ci siano delle persone che magari stanno in posti tranquilli e altri invece che stanno nella mischia a dare il sangue. Poi mi dà ai nervi l'attività economica della chiesa, il fatto che si butta con molta facilità in queste cose. Ad esempio, il fatto di Marcinkus. Per me queste sono cose scandalose.
Attualmente poi non mi trovo d'accordo sul modo di porsi della chiesa di fronte al problema dell'aborto e degli anticoncezionali. Io penso che la paternità e la maternità responsabile siano la cosa migliore. Penso che i figli non debbano venire così, casualmente. E allora mi domando perché mai eliminare uno strumento del genere per la sensibilizzazione e la responsabilizzazione delle persone? Questo poi contribuirebbe alla eliminazione dell'aborto».
Attualmente, non esclude la possibilità di uno suo ripensamento per quanto riguarda il problema religioso.