La quarta fase del ciclo vitale di un gruppo: dalla coesione alle prime distanze

Inserito in NPG annata 1985.

 

Mario Comoglio - Gabriela Tavazza

(NPG 1985-05-63)

 

Proprio quando il gruppo sembra aver raggiunto il suo momento migliore, perché ha trovato una sua identità e uno sbocco nelle prime realizzazioni, incomincia un nuovo momento critico.
Dalle fasi iniziali ormai sono passati alcuni anni, e gli adolescenti sono diventati giovani.
Chi ha trovato un lavoro ormai sicuro, chi parte per il servizio militare, chi ha terminato o quasi gli studi universitari, chi ormai pensa di sposarsi...
Sono situazioni che mettono sotto tensione la coesione, perché improrogabili e fanno capire che il gruppo non può essere pensato come la soluzione definitiva dei giovani stessi.

FENOMENOLOGIA DELLA FASE

Tale preoccupazione, se pur percepita, prima non era così presente e urgente. Semmai le cose erano pensate al contrario. La soddisfazione per la coesione raggiunta molto spesso ha fatto immaginare a certuni il sogno di vivere per sempre insieme, come una soluzione di un certo modo di mettere su famiglia, di lavorare, di abitare...

Tra gruppo e «società»

Ora però le due polarizzazioni, gruppo e mondo, pur non teoricamente contrastanti, spesso danno la sensazione di porre davanti ad una scelta: o l'uno o l'altro. Gli estremi non sono opposti, ma la difficoltà di composizione non riguarda solo la buona volontà, ma una serie di difficoltà oggettive (quali ad esempio il tempo disponibile).
In altre parole, le esigenze di una occupazione sicura, di una casa, di una retribuzione economica che permetta autonomia e indipendenza, fanno sentire il loro peso nella vita del gruppo.
Ma non tutto è così facile e privo di ambiguità. I giovani si sentono maturi, ma «l'inserimento» non è senza problemi: basta pensare al posto di lavoro con la crisi dell'occupazione, o alla preparazione professionale adeguata. Queste difficoltà non sono del tutto negative, anzi sono uno stimolo per la crescita dei membri: possono far diventare il gruppo un fattore di mediazione per l'inserimento del giovane nella società degli adulti. Esso infatti può attenuare il «salto» nella società attraverso un riadattamento di se stesso alle esigenze della società e dell'individuo. A determinare un cambiamento del gruppo non sono solo le condizioni esterne; sono anche, e principalmente, le condizioni di maturità raggiunte dai membri.

Verso l'autogestione e l'autonomia

L'esperienza, le responsabilità, le riflessioni maturate nelle fasi precedenti hanno portato i giovani ad assumere responsabilità, ad individuare problemi e a risolverli, a percepire gli errori che l'animatore può fare, e anche a guidare il gruppo.
Nei confronti dell'animatore ritengono di poter discutere «alla pari», e alle volte anche di dovergli insegnare qualcosa. È evidente, in questo caso, che se l'animatore vuole mantenere il suo ruolo, non dovrà certo cercarlo in capacità tecniche, ma dimostrerà la sua capacità di animare spiritualmente, nella saggezza ed equilibrio che saprà dimostrare, nella sua testimonianza coerente, nella sua adattabilità alle diverse situazioni.
Alla capacità autogestionale del gruppo spesso si accompagna anche quella personale. I giovani a mano a mano che passa il tempo vanno maturando una loro visione delle cose. Questa nuova situazione porta a rimettere in discussione i vecchi rapporti. Una certa impostazione dei ruoli non ha più ragion d'essere; si richiedono molto meno esperienze emotive e affettive, ma più contenuti, più concretezza, rispondenza alle nuove necessità.
Il passaggio alla maggior responsabilizzazione sarà più facile se nelle fasi precedenti l'animatore e la leadership si sono preoccupati di coinvolgere e responsabilizzare i membri nelle decisioni. Se invece la tendenza è stata di una conduzione autoritaria e accentratrice, ansiosa di avere il controllo su tutto, questo momento potrà essere vissuto come ulteriore motivo di conflitto. Si entrerà in una logica di conflitto che spingerà i membri o all'abbandono, o a costituirsi gruppo fuori della influenza del leader, o a emigrare altrove.

Dissenso con l'animatore e con le strategie del gruppo

L'accrescere delle possibilità culturali del giovane, e quindi delle sue capacità di critica e di conoscenza, e l'accessibilità a diverse fonti di informazione, possono originare nuovi conflitti, non più emotivi, ma di «dissenso ideologico».
Il dissenso può riguardare il modo di impostare l'attività educativa del centro giovanile o della parrocchia, o il modello di chiesa a cui si fa riferimento; può riguardare certi orientamenti morali o toccare problemi di scelte politiche e partitiche. A questi si possono aggiungere dissensi di natura strategica circa il piano di intervento nel sociale (considerato o superficiale, che non interviene sulle cause dei disagi, o suppletivo, o parallelo a quello civile, o inefficace e irrisolutore).
Ogni volta che succede una discussione può sembrare che il problema sia limitato e circoscritto; in realtà ciò è sintomo di un disagio più profondo. Il dissenso infatti fa riferimento a scelte di fondo o a strategie globali la cui composizione a livello di singoli problemi è irrisolvibile.
Ora, se da una parte queste divergenze sono proficue e arricchenti, dall'altra possono diventare insopportabili e incidere sulla propria adesione al gruppo. Così, o si trova un modo nuovo di ricomporsi ad un altro livello nella diversità e differenza, o le differenze ideologiche significheranno progressiva presa di distanza fino all'abbandono del gruppo o al suo scioglimento.

Apertura e confronto con altri gruppi

Altro elemento di novità che può mettere in crisi la coesione è il confronto con altri gruppi.
La necessità di aprirsi al altre esperienze ha svariati motivi. I gruppi dei piccoli centri o quelli in cui i membri hanno frequentato dall'infanzia la parrocchia o l'oratorio, sentono il bisogno di confrontarsi. Si vuole una verifica, si vuol sapere se si è soli a battere certe strade; c'è bisogno di conoscere altre prospettive, di arricchire la propria esperienza, di incontrare altri che fanno la stessa attività (lavoro nel settore della emarginazione, dell'animazione giovanile...).
Questi confronti in genere danno origine ad una maggiore criticità nei riguardi della propria esperienza.
Si esige allora più preparazione, più impegno, più professionalità. È il momento dei corsi di animazione, di teologia, di bibbia, di pastorale, di pedagogia... che portano sempre più a una libertà di giudizio, a una presa di distanza dal proprio gruppo, dalle sue scelte. Inoltre corsi, convegni, studio portano ad un aumento di impegno che rende il tempo disponibile per trovarsi sempre più raro.
Per altri, la difficoltà a vivere intensamente la vita di gruppo deriva dall'inserimento sempre maggiore nel lavoro, nello studio o nei rapporti con il proprio ragazzo o ragazza.
Queste altre appartenenze distraggono verso altri luoghi, compagni di lavoro, di studio, altre coppie, fino al punto che questi ultimi impegni diventano concorrenti. A quali dare la preferenza? La tensione può arrivare al punto di dover decidere tra un gruppo o l'altro.

La trasmissione della memoria

Le situazioni di disagio descritte hanno anche aspetti positivi, primo fra tutti quello di impegnare in una trasmissione della memoria.
Le prime prese di distanza obbligano a trasferire ad altri la «tradizione» del gruppo. Nella realtà questo processo non comincia ora, ma in questo momento particolare diventa improrogabile ed esternamente anche visibile nella cessione della leadership ad una «nuova generazione». Come avviene ciò? In genere il gruppo è sempre aperto a nuove adesioni, e in tal modo si aggiungono «nuovi» aderenti che non posseggono tutta la «storia» del gruppo, delle sue vicissitudini, dei tentativi fatti e falliti... Non solo. Essi spesso non sanno spiegarsi il perché di un certo modo di essere, e quasi sempre i legami tra i «vecchi» sono più forti e profondi di quelli che si possono formare ora.
È anche molto probabile che possesso della memoria si combini con detenzione del potere (magari non evidente né cosciente, ma reale), perché vuol dire maggior esperienza, maggiore conoscenza delle motivazioni per cui certe scelte e strade sono state intrapresa ed altre abbandonate. La «memoria storica dei fondatori» ha il suo peso, e significa sostanzialmente un potere dai confini molto estesi e sfumati.
Tutto ciò può suscitare diversi problemi. Da una parte i detentori dei «ricordi» vogliono trasmettere la propria esperienza accumulata e ormai consolidata in valori e risultati. Dall'altra «la nuova generazione» non percepisce completamente ciò che viene detto, vorrebbe «innovare» e verificare di persona se certe esperienze non sono più fattibili o sono fuori dalla tradizione. Ne possono nascere conflitti i cui risultati non è facile prevedere. Nei casi più normali e avveduti questa trasmissione avviene progressivamente, e con attenzione da parte della «vecchia generazione» a mettersi in «ascolto» della nuova, adoperandosi perché abbia un suo spazio e nello stesso tempo abbia modo di raccordarsi con la memoria. Ciò avviene se esiste quella capacità comunicativa, che è capacità di stabilire un rapporto significativo con l'ultimo arrivato.
In questa comunicazione la memoria non deve perdersi, ma neppure solidificarsi. Questo significa capacità di modificare i ruoli, il modo di appartenere e di instaurare nuovi legami, di inventare nuove norme e regole, di riformulare tutto in continuità e novità, affinché per tutti il gruppo rimanga il «luogo» di un'esperienza autentica.

LA VARIABILE PREVALENTE: L'INDIPENDENZA

Potremmo riprendere un'analogia già utilizzata: il gruppo è come una famiglia, ed è per i membri quello che i genitori sono per i figli. In un primo tempo proprio per poter crescere i figli hanno bisogno dei genitori e da loro dipendono in tutto: nutrimento, affetto, gratificazione, norme e regole di comportamento, contatto con i valori...
Ma tutto ciò con il passare degli anni si modifica e il figlio diventa diverso. Questa diversità la chiamiamo appunto autonomia.
Con questa stessa analogia vorremmo interpretare i fenomeni descritti nelle pagine precedenti.

Indipendenza e autonomia motivazionale

La parola «indipendenza» è un termine relazionale che significa «capacità di non aver bisogno di...», «presa di distanza da...», «non più dipendenza da...». Parlando di indipendenza motivazionale esprimiamo l'assunzione in proprio di motivazioni che non dipendono dal gruppo, ma che sono reperite al di dentro della persona.
Quando il bambino deve agire, fa qualcosa «perché» glielo dicono. Egualmente, il giovane difficilmente farebbe da solo ciò che invece fa nel gruppo: in gruppo va alla messa domenicale, ma non farebbe altrettanto quando è solo; si dimostra generoso e impegnato se il gruppo si muove in qualche iniziativa, ma non lo farebbe di iniziativa propria.
Il giovane spesso è diretto dalla relazione che ha con gli altri.
Se ne va dal gruppo se altri suoi amici se ne vanno, e ci rimane se altri ci rimangono. Per non subire critiche accetta di fare quello che personalmente non farebbe. In tutti questi casi la motivazione è evidentemente estrinseca.
L'autonomia e indipendenza motivazionale di cui parliamo non significano fare quello che si vuole o avere motivazioni diverse, ma indicano uno spostamento gravitazionale: dal gruppo all'interno alla persona, dall'estrinseco all'intrinseco. Il giovane cioè passa dal fare qualcosa che altri (verso i quali è legato affettivamente o è in relazione di appartenenza) vogliono al fare qualcosa che egli vuole e sente come esigenza personale.
Anche la dipendenza dall'animatore diminuisce e assume un'altra forma. Se prima la sua parola aveva il peso della sua autorità, ora è la forza del suo ragionamento a determinare l'attendibilità di quanto afferma; il giovane stesso non ha timore di scegliere una posizione diversa, se le sue ragioni sono più plausibili.

Indipendenza e autonomia nel dare e ricevere significati

Mentre precedentemente il giovane ricercava un senso delle cose «dipendente» dal gruppo, ora egli sperimenta una sua autonomia di pensiero. Egli sa analizzare la realtà con categorie «scientifiche».
Forse potrà anche sbagliare, ma non ha paura di giudicare la pastorale o l'omelia del vescovo; saprà indicare a quale ecclesiologia si riferisce l'impostazione pastorale del parroco; leggerà un'enciclica e non avrà timore di rilevarne gli aspetti interessanti e problematici, ecc. La sua capacità di giudizio e autonomia di pensiero gli permettono di giudicare avendo riferimenti che collocano i fatti entro un quadro significativo.
La capacità di discutere o di assumere un parere personale, di collocare un dettaglio in un quadro di significati più vasto, di interpretare il senso di ciò che succede, egli può averle imparate o assimilate in tanti anni di permanenza nel gruppo, ma ora sono vissute come cose proprie.
Indipendenza e autonomia nel modo di vivere i valori
Non solo le motivazioni e i significati sono vissuti autonomamente, ma anche i valori. Lungo il corso della vita del gruppo, i punti di riferimento che riguardano valori come fede e interiorità, libertà e impegno, Dio e realtà terrestri, appartenenza alla chiesa e appartenenza al mondo, coscienza e responsabilità, persona e società, ecc. sono diventati orientamento di vita e criterio di selezione.
Difficilmente chi non si sentiva di condividere tali valori ha potuto rimanere: essi sono diventati il motivo profondo di appartenenza e condivisione.
Indubbiamente l'educazione ai valori non è avvenuta solo in gruppo, ma questo è stato indubbiamente un luogo privilegiato di esperienza di valor.i.
Attraverso varie espressioni o realizzazioni di questi valori, si scopre che si condividono gli aspetti più radicali e profondi a cui le varie espressioni si riferiscono: la fede, l'amore per l'uomo, per l'ultimo e l'indifeso, la giustizia... Non si condivide la raccolta di carta o lo spettacolo preparato, la preghiera o il ritiro, la riunione o il doposcuola, ma qualcosa che li comprende tutti ed è ragione di tutto, ma che non si identifica con essi.
Così partendo dai valori acquisiti nella loro radicalità, il giovane scopre che può condividere con il gruppo gli stessi valori non facendo le stesse cose, o senza viverli nello stesso luogo e allo stesso modo. Ciò che è importante, è promuovere e vivere gli stessi valori, non le stesse espressioni; essere interiormente diretti dagli stessi ideali, e non trovare assolutamente l'accordo sulle cose da fare.
A questo punto il valore è interiorizzato, vissuto in modo autonomo e indipendente. Ci si sentirà uniti al gruppo anche se non ci si dedica agli anziani o all'educazione dei ragazzi, ma si partecipa al comitato di quartiere o si anima una squadra sportiva. Il gruppo potrà perseguire obiettivi diversi senza per questo venir meno.

Indipendenza e autonomia rispetto al gruppo

Tutto ciò ha un riflesso sulla vita di gruppo.
La capacità di vivere autonomamente i valori fondamentali fa comprendere che l'adesione è una decisione liberamente assunta, e che la vita del gruppo dipende ora veramente dalla responsabilità e collaborazione che ciascuno dà. L'espressione che esprime bene tale sensazione è: «Il gruppo è nostro e dipende da noi!».
La partecipazione è sentita come naturale e importante.
I giovani sentono verso il gruppo un legame emotivo e di riconoscenza. Tuttavia da esso ci si sente anche liberi, capaci di decidere per se stessi e per la vita di ogni giorno da soli, secondo i valori in cui si crede.
Anche nei confronti dell'animatore il rapporto cambia. Egli rimane sempre un punto di riferimento, ma non per ogni cosa.
Ognuno capisce che in tante cose si può decidere in libertà e coscienza, che per capirsi e rispettarsi non è necessario essere d'accordo in tutto e su tutto, e che la diversità non è rifiuto dei valori.
Autonomia e indipendenza cambiano però anche la quantità e la qualità dei rapporti «interni».
Qualche volta il giovane farà precedere altri impegni, oppure sceglierà di fare diversamente dagli altri (ad esempio preferirà stare con la propria ragazza o ragazzo invece di fare un'uscita insieme...).
Allora ci potrebbero essere disagi o dissensi, soprattutto se la maggioranza è ancora alla fase della coesione, e potranno emettersi anche «scomuniche».
Le cose tuttavia potranno avvenire senza grosse difficoltà e senza che si additi «l'indipendente» come un «traditore». Comportamenti simili si avranno di fronte alla proposta di dividersi in sottogruppi per nuovi impegni che si possono assumere a seconda delle esigenze del territorio. Ciò potrà essere facilmente accettato se il gruppo avrà progredito nella sua maturazione; diversamente la suddivisione sarà sentita come una morte del gruppo.

IN SINTESI

All'interno

Il gruppo in questa fase è caratterizzato da un allentamento delle relazioni tra i membri dovuto ad una maggior autonomia e indipendenza decisionale.
Essi sentono meno la necessità del gruppo e dell'animatore per svolgere compiti e nuove responsabilità: ciò porta non solo ad una presa di distanza, ma anche a una capacità autogestionale.
La presa di distanza a motivo di impegni di lavoro, di una prospettiva familiare, di studio o di maggior professionalizzazione, porta a nuove esigenze e ad una maggior libertà di azione rispetto alle decisioni comuni.
L'autonomia di pensiero, di giudizio e di analisi sulla realtà possono alle volte scontrarsi con quella del gruppo o dell'animatore; ma ciò, in un corretto cammino, non sarà visto come negativo, ma come un fatto naturale e che non compromette l'appartenenza e la condivisione dei valori. In caso diverso indipendenza e autonomia vengono considerate come pericoli per la sopravvivenza.

All'esterno

Verso l'esterno il gruppo perde l'aggressività contestataria dell'inizio per un lavoro più serio, realistico e qualificato. L'impegno è vissuto con responsabilità e continuità.
Tutto ciò però può andare in crisi a motivo di nuovi impegni di vita dei membri o a motivo di dissensi circa la strategia o la qualità dell'impegno assunto.
Molto importante è in questo caso il ruolo che assumono i «nuovi». A seconda dei casi, il gruppo potrà «ritirarsi» da un impegno verso l'esterno verso obiettivi interni, o continuare nell'attività esterna sopportata dai nuovi.
Se l'attività esterna continua, sorgeranno esigenze di una maggior qualificazione; e allora si sarà particolarmente disposti alla partecipazione a corsi «professionalizzati» (corsi di teologia o di catechesi, corsi di animazione socioculturale, corsi di volontariato ospedaliero...).

INTERVENTO EDUCATIVO

Il problema tipico di questa fase è l'ambiguità della relazione che un membro ha con il proprio gruppo.

Il problema: l'ambivalenza della relazione

Parliamo di ambivalenza non in senso negativo, ma semplicemente per descrivere le contraddizioni con cui tale relazione si manifesta. Per certi aspetti essa è reciprocamente forte, per altri tende ad attenuarsi soprattutto da parte del singolo soggetto. A questa fase infatti si arriva da un livello altissimo di appartenenza (la coesione): la persona è legata al gruppo per tanti motivi, ma soprattutto dalla «memoria» che con gli altri condivide. Questa è venuta formandosi un po' alla volta in anni di convivenza; ognuno è legato all'altro da ricordi, da momenti felici e drammatici, da attività e obiettivi perseguiti con il sacrificio e l'aiuto di tutti. Tutto ciò appartiene sì al passato, ma è parte della vita di ognuno.
Ma legame vuol dire anche dipendenza, una dipendenza non più attuale. Nuovi impegni e interessi indicano che il gruppo non può più avere un ruolo totalizzante.
In altre parole il giovane sente ora che il gruppo deve essere ridimensionato. Egli percepisce che la sua vita va giocata altrove.
Questo doppio legame, dipendenza e indipendenza, bisogno e autosufficienza, identità di vedute e differenza, desiderio di appartenenza e necessità di allontanarsi, esprimono l'ambiguità con cui il rapporto con il gruppo è ora vissuto, soprattutto da parte di chi se ne vuole allontanare.
Da una parte tutti riconoscono la necessità che prima o poi alcuni comincino ad allontanarsi, ma ciò è avvertito come una perdita: perdita di forze, rinuncia agli obiettivi, tradimento degli ideali.
Il gruppo può sentire ciò come un attentato alla sua vita e reagire provocando sensi di colpa su chi lascia, o mettendo in guardia altri dal fare altrettanto, o prospettando le difficoltà che si potranno incontrare fuori...
Da un'altra parte si farà di tutto per «ricuperare» chi lascia, cercando di adeguarsi alle nuove esigenze che si vengono prospettando. In questo caso il gruppo si lascia prendere dalla paura del «fallimento», riconosce sue colpe, promette di migliorarsi, di rinnovarsi... purché lo «svincolo» non avvenga.
In ogni caso la presa di distanza di un membro o di diversi membri sarà vissuta come una «prova», «con paura», anche se si riconosce che «è necessario» che queste cose avvengano.
I sentimenti che si provano sono naturali, ma cedere ad essi e lasciarsene condizionare sarebbe un errore. La scelta a rimanere o a andare dovrà essere una scelta non condizionata da queste paure o da questi giochi di forza.
Può essere utile ricordare quanto dice Gibran ne «Il profeta»: «I tuoi figli non sono tuoi figli. Vengono attraverso di te, ma non da te: e anche se sono vicini a te non ti appartengono...». Così è giusto che lentamente «i figli» si allontanino, e che l'animatore e il gruppo pensino ai «nuovi» figli.

Obiettivi per il gruppo

^ I giovani prendano pienamente la conduzione del gruppo. Se l'animatore ha l'impressione che questo non sia possibile, dovrà esaminare qual è stato il suo intervento educativo negli anni precedenti. Se però gli obiettivi delle fasi precedenti sono stati conseguiti, in questo momento le iniziative, le responsabilità, la conduzione del gruppo non devono avere più nell'animatore il loro centro.
^ Approfondire le motivazioni, il senso e i valori del gruppo. Ciò deve avvenire attraverso un approfondimento sistematico delle tematiche di fondo che danno ragione delle attività, dell'impegno assunto, dei valori condivisi.
Gli argomenti di incontri spirituali o di ritiri dovranno essere visti come «un'offerta» alle persone che vivono una realtà nuova. Dovranno essere affrontati temi di largo respiro e di notevole ampiezza, come: scienza, cultura e fede; famiglia cristiana nella società di oggi; volontariato e impegno politico; società tecnologica e disoccupazione; carità e giustizia; coscienza e responsabilità; fede e agnosticismo; laicità del cristiano...
^ Aprirsi a nuovi confronti. L'indipendenza e autonomia in molti casi possono diventare desiderio di nuovi incontri al di fuori. La partecipazione a convegni o a corsi possono essere iniziative importanti per «respirare aria nuova». Ciò non solo favorirà la conoscenza di altre persone, di altre iniziative, ma anche una visione più ampia del mondo sociale e ecclesiale. Questi incontri danno anche la possibilità di introdurre nel mondo degli adulti, sia della chiesa che del mondo sociale e politico.
^ Inserimento degli ultimi arrivati in responsabilità non marginali. La trasmissione della «memoria» non deve essere concepita in modo «depositario», automatico e ripetitivo. Ai «nuovi» si deve dare la possibilità di diventare protagonisti prima che la «vecchia generazione» si allontani definitivamente.
Per avere una continuità di spirito e di valori è necessario che essi abbiano la possibilità di lavorare insieme, permettendo così ai nuovi una riformazione sulla base delle esigenze. Le modalità dipendono ovviamente dalla diversità delle situazioni.
^ Ottenere una appartenenza «sostanziale» e non marginale. La vita di un gruppo è fatta di riunioni, di feste, di incontri, di attività, di impegni, di ritiri... Senza questi elementi strutturali un gruppo non esiste o non si costruisce. Tuttavia, ora, non tutti questi elementi sono necessari. Alcuni possono essere ancora importanti, altri invece diventare marginali. La comunicazione può avere altri canali e momenti che non sono quelli degli incontri istituzionali. Perciò la presenza può farsi più flessibile e sostanziale, attorno a elementi o momenti significativi. Questa flessibilità potrà dare l'impressione di uno «sbarcamento», ma questo non deve spaventare. Se il gruppo è diventato un punto di aggregazione, i nuovi non daranno certo questa impressione. Tuttavia qualche momento importante di vita assieme dovrà essere trovato e predisposto per tempo.

Indicazioni per l'animatore

^ Saper riconoscere la nuova fase che sta vivendo il gruppo. Dall'ambivalenza della situazione non è esente l'animatore. La tentazione di far sì che alcuni nel gruppo non ne prendano le distanze è possibile, fino a farlo diventare ansioso.
È giusto che l'animatore debba avere gratificazioni dal suo lavoro, tuttavia non fino al punto di voler avere sempre vicino le persone che egli ha educato a diventare adulte.
^ Essere «ponte» tra il vecchio e il nuovo che va emergendo. Spesso l'animatore è quello che detiene meglio di altri «la memoria». A lui quindi compete soprattutto il fare da ponte tra gli uni e gli altri. La memoria non è però soltanto un passare delle notizie. Nella memoria deve essere comunicato lo spirito del gruppo, le motivazioni originarie, gli obiettivi e le esperienze accumulate in tanti anni. D'altro lato tutto questo dovrà essere coniugato con i desideri, sensibilità, prospettive proprie di chi vi accede dopo anni dal suo inizio.
Essere «ponte» tra vecchio e nuovo è compito delicato di chi deve leggere in profondità il senso delle origini e anche i nuovi segni dei tempi.
^ Ritrovare il ruolo di una presenza saggia, rassicurante e silenziosa. Se il gruppo matura, è normale che si modifichino anche i ruoli all'interno, e che possa diminuire lo spazio d'intervento dell'animatore. Ciò non indica un rifiuto dell'animatore, né un giudizio sul suo operato, ma riconoscergli un altro campo privilegiato di intervento. È il ruolo del confidente, di colui al quale ci si rivolge per avere un consiglio, per discutere un'opinione, per avere un giudizio critico o il suggerimento di una intuizione che apre la strada alla soluzione di un problema.

Strumenti

^ Qualificazione del gruppo. Se si continua a mantenere una data attività, è importante che essa non cada nella routine che fa perdere le motivazioni e gli obiettivi di fondo. Ogni tanto allora bisogna ripercorrerli, attraverso una riflessione sul proprio modo di operare, appoggiandosi a persone o ad organizzazioni qualificate e competenti. Questo servirà non solo a migliorare la propria attività, ma anche al gruppo per non rimanere «isolato».
Il contatto con l'esterno spesso serve a molti gruppi per rilanciare e ravvivare il loro impegno. Dovrà pertanto essere scelto con cura.
^ Venire incontro alle necessità di chi prende le distanze dal gruppo. Una risposta ai nuovi bisogni non deve essere un modo per impedire il processo di allontanamento, quanto invece la capacità di estendere il servizio del gruppo alle esigenze che alcuni incontrano, come autentico servizio alle persone, e non come un modo per tenerli ancora «vicini» al gruppo. Possono essere incontri su argomenti come: la famiglia, il lavoro, la testimonianza cristiana...

Alcune tecniche

È importante che un animatore si educhi alla capacità di osservare i fenomeni di gruppo. A questo scopo proponiamo il seguente esercizio.
Si simula una attività (una discussione, la preparazione di un collage, di un manifesto, di uno slogan, o altro) e un gruppetto fa da osservatore su quello che succede. Gli osservatori hanno una o due piste di domande che li guidano nell'osservazione. L'esercizio può essere ripetuto per diverse aree di osservazione.
La scaletta di domande e le aree sono tratte dal libro già citato di E. Spaltro - U. Righi, Giochi psicologici, Celuc, Milano, 1980.
Noi qui ne suggeriamo una sintesi, operando soprattutto sul momento della «relazione».
Tutte le interazioni umane sono infatti improntate a due aspetti fondamentali: contenuto e relazione. Il primo riguarda l'argomento o il compito su cui il gruppo lavora. Nella maggior parte delle interazioni, il centro dell'attenzione di tutte le persone è rivolto sul contenuto. Il secondo aspetto, la relazione, riguarda ciò che sta accadendo fra e ai membri del gruppo mentre questo sta lavorando. La relazione di gruppo, o dinamica, riguarda elementi come il morale, la tonalità dei sentimenti, l'atmosfera, l'influenza, la partecipazione, gli stili d'influenza, le lotte per la leadership, il conflitto, la competizione, la cooperazione, ecc. Nella maggior parte delle interazioni, assai poca attenzione viene dedicata alla relazione, anche quando è la causa maggiore di inefficace azione di gruppo. La sensibilità alla relazione di gruppo mette in grado la persona di diagnosticare precocemente i problemi del gruppo e di gestirli più efficacemente.
Proponiamo qui alcune linee di osservazione, utili per analizzare le relazioni nel gruppo.
^ Partecipazione. La partecipazione è un indice dell'interesse del componente ai problemi che il gruppo dibatte.
1. Chi ha partecipato di più?
2. Chi ha partecipato meno?
3. Hai osservato qualche mutamento nel livello di partecipazione (ad es.: qualcuno che parlava molto è diventato improvvisamente silenzioso e viceversa?). Quali possono essere state le ragioni di questi cambiamenti?
4. Come si è comportato il gruppo nei confronti dei componenti che partecipavano meno? Con una manifestazione di assenso, dissenso, disinteresse, paura, ecc.?
5. Chi ha assunto la guida del gruppo? Perché?
^ Influenza. Influenza e partecipazione non sono la stessa cosa. Qualcuno può parlare molto poco, ma essere ascoltato attenmente silenzioso e viceversa?). Quali possono essere state le ragioni di questi cambiamenti?
1. Chi tra i componenti il gruppo è stato ascoltato attentamente quando ha preso la parola?
2. Chi è stato ignorato?
3. Hai notato qualche cambiamento nell'influenza esercitata sul gruppo? In quale direzione si è manifestato tale cambiamento?
4. Hai notato il nascere di rivalità? Di lotta per la leadership? Quali effetti hanno avuto questi fenomeni sui componenti il gruppo?
^ Stili di influenza. L'influenza può assumere molte forme. Può essere positiva o negativa e cioè può guadagnare, a chi la esercita, il sostegno e la collaborazione degli altri, oppure alienarli. Il modo in cui una persona tenta di influire sugli altri può rivelarsi un fattore di grande importanza nel determinare l'apertura o la chiusura di un dato componente alle influenze altrui.
1. Autocratico: qualcuno ha cercato di imporre la sua volontà o i suoi valori sugli altri membri del gruppo? Chi ha espresso valutazioni o giudizi sui colleghi di gruppo? Vi è stato qualche componente che ha bloccato l'azione del gruppo quando questa si svolgeva in una direzione diversa da quella che lui desiderava?
2. Pacifista: chi ha sostenuto e caldeggiato le decisioni di un collega? Chi ha cercato costantemente di evitare conflitti o sensazioni spiacevoli? Vi è qualche componente che ha un atteggiamento rispettoso nei confronti dei membri e delega loro il suo potere? Vi è qualcuno che evita di esprimere critiche negative?
3. Lassista: vi è qualcuno manifestante disinteresse alla attività di gruppo? Vi è qualcuno che accetta passivamente le decisioni altrui senza esporsi? Chi partecipa meccanicamente e solo se sollecitato dalle domande degli altri?
4. Partecipativo: chi ha cercato di far partecipare tutti alla discussione ed alla decisione del gruppo? Chi ha espresso le sensazioni e le sue opinioni senza però esprimere giudizi sugli altri? Chi è sembrato accettare con atteggiamento costruttivo le critiche che gli altri gli muovevano? Chi ha tentato di utilizzare i conflitti come un modo per promuovere un positivo confronto di idee?
^ Procedure di decisione. Talvolta nel corso delle attività di gruppo vengono prese certe decisioni senza prestare la dovuta attenzione agli effetti che tali decisioni potranno avere sui componenti il gruppo. Alcuni membri tentano di imporre al gruppo le loro decisioni, mentre altri desiderano che tutti partecipino e condividano la responsabilità derivante dalle decisioni prese.
1. Qualcuno ha preso una decisione ed ha cercato di realizzarla senza preoccuparsi di controllare se i colleghi erano d'accordo? Quali effetti ha avuto questo comportamento sui colleghi?
2. Il gruppo è saltato da un argomento all'altro?
3. Chi ha sostenuto i suggerimenti e le decisioni di altri? Questo sostegno ha avuto come risultato l'imposizione al resto del gruppo di una soluzione di minoranza? Quali effetti ha avuto questo fatto sugli altri membri del gruppo?
4. Vi è qualche prova che la maggioranza abbia imposto la sua soluzione alla minoranza, ad es. attraverso una votazione?
5. È stato fatto qualche tentativo di indurre tutti i componenti a partecipare attivamente alla decisione?
6. Qualcuno ha dato contributi o suggerimenti che sono stati ignorati dagli altri? Che effetto ha avuto ciò su colui che ha avanzato la proposta?
^ Comportamenti in funzione del compito. Illustrazione dei comportamenti con riferimento alla esecuzione del lavoro o alla realizzazione del compito che il gruppo ha di fronte.
1. Qualcuno ha posto domande o suggerimenti circa il modo migliore di procedere per affrontare il problema?
2. Qualcuno ha tentato di riassumere gli argomenti trattati nel corso della discussione o i fatti che si sono verificati all'interno del gruppo?
3. Vi sono state richieste (o offerte) di fatti, opinioni, idee, sensazioni, controreazioni, o tentativi di ricercare soluzioni alternative?
4. Chi ha aiutato il gruppo a stare in tema? Chi ha evitato che si saltasse da un argomento all'altro.
^ Funzioni di mantenimento. Queste funzioni servono a mantenere buoni e armoniosi rapporti di lavoro tra i componenti il gruppo ed a creare una atmosfera tale da permettere ad ogni componente di dare il massimo contributo. Assicurano un'attività di gruppo efficace e priva di attriti.
1. Chi ha aiutato gli altri a partecipare alla discussione?
2. Chi ha interrotto quelli che parlavano?
3. In che modo avviene lo scambio di idee tra i membri? Vi sono nel gruppo persone troppo preoccupate per seguire la discussione? Vi è qualche componente il gruppo che aiuta gli altri a chiarire le loro idee?
4. In che modo le idee vengono rigettate? In che modo reagiscono i partecipanti quando le loro idee vengono respinte? Vi è qualcuno che ha aiutato i colleghi quando questi respingevano una sua idea?
^ Atmosfera di gruppo. L'atmosfera è determinata da qualche fattore tipico del modo in cui il gruppo lavora, ed essa, a sua volta, prende forma di sensazione generalizzata. Le persone hanno preferenze diverse circa il tipo di atmosfera che preferiscono riscontrare in un gruppo. Il trovare delle parole che aiutino a descrivere l'impressione comune di tutti i componenti il gruppo circa l'atmosfera in cui il lavoro si svolge, può aiutare a comprenderne meglio le caratteristiche.
1. Chi dà l'idea di preferire un'atmosfera amichevole e congeniale? Vi è qualcuno che tenta di sopprimere i conflitti o le sensazioni spiacevoli?
2. Chi dà l'idea di preferire un'atmosfera di conflitto o di disaccordo?
3. I componenti sembrano interessati ed attenti? Si tratta di un'atmosfera di lavoro, di gioco, di soddisfazione, di guai, di pigrizia?
^ Appartenenza al gruppo. I componenti di un gruppo si preoccupano in modo particolare di essere accettati dagli altri. Nel gruppo possono svilupparsi diversi modelli di interazione che offrono delle indicazioni circa il livello ed il tipo di appartenenza.
1. Si sono formati sottogruppi? Talvolta può accadere che due o tre componenti si sostengano a vicenda, oppure, altrettanto sistematicamente, si ostacolino e si combattano?
2. Alcune persone sembrano essere ai margini del gruppo, mentre altre sembrano essere parte integrante del gruppo? Come vengono trattate quelle «al di fuori»?
Durante qualunque discussione di gruppo l'interazione tra i partecipanti genera sensazioni, sulle quali però raramente si discute. Gli osservatori quindi dovranno cercare di farsene un'idea dal tono delle voci, dalle espressioni facciali, dai gesti e da molte altre manifestazioni non verbali.
1. Quali sensazioni vi è sembrato che provassero i componenti il gruppo: rabbia, irritazione, frustrazione, calore, affetto, eccitamento, noia, difesa, competitività, ecc.?
2. Avete osservato da parte dei componenti del gruppo qualche tentativo di mascherare le proprie sensazioni, particolarmente quelle negative? In che modo l'hanno fatto? Vi è stato qualcuno che l'ha fatto costantemente?
^ Norme. Quando un gruppo controlla i propri componenti, è in grado di sviluppare standard e norme di comportamento. Le norme, di solito, sono l'espressione dei valori e dei desideri della maggioranza dei membri del gruppo circa ciò che può essere considerato un «comportamento da adottare» (o da respingere) da parte dei componenti il gruppo. Queste norme possono essere chiare per tutti (esplicite) conosciute o sentite solo da alcuni (implicite) o completamente al di sotto del livello di consapevolezza di tutti i componenti il gruppo. Alcune norme facilitano il progresso del gruppo, altre lo ostacolano.
1. Vi sono argomenti che il gruppo cerca di evitare (ad es. le sensazioni derivanti dallo stare insieme, il comportamento del leader, ecc.)?
2. I componenti il gruppo si comportano reciprocamente in modo eccessivamente corretto o educato? Vengono espresse solo le sensazioni positive? I membri del gruppo si mettono d'accordo con troppa facilità? Che cosa accade quando uno non è d'accordo?
3. Avete rilevato l'esistenza di norme che regolano la partecipazione o il tipo di domande consentite (ad es. se io parlo anche tu devi parlare; se racconto i miei problemi anche tu devi raccontare i tuoi, ecc.)? I componenti il gruppo sentono di essere liberi di comunicarsi a vicenda le loro sensazioni?

La quarta fase del ciclo vitale di un gruppo: dalla coesione alle prime distanze
Mario Comoglio - Gabriela Tavazza
(NPG 1985-05-63)
 
Proprio quando il gruppo sembra aver raggiunto il suo momento migliore, perché ha trovato una sua identità e uno sbocco nelle prime realizzazioni, incomincia un nuovo momento critico.
Dalle fasi iniziali ormai sono passati alcuni anni, e gli adolescenti sono diventati giovani.
Chi ha trovato un lavoro ormai sicuro, chi parte per il servizio militare, chi ha terminato o quasi gli studi universitari, chi ormai pensa di sposarsi...
Sono situazioni che mettono sotto tensione la coesione, perché improrogabili e fanno capire che il gruppo non può essere pensato come la soluzione definitiva dei giovani stessi.
 
FENOMENOLOGIA DELLA FASE
 
Tale preoccupazione, se pur percepita, prima non era così presente e urgente. Semmai le cose erano pensate al contrario. La soddisfazione per la coesione raggiunta molto spesso ha fatto immaginare a certuni il sogno di vivere per sempre insieme, come una soluzione di un certo modo di mettere su famiglia, di lavorare, di abitare...
 
Tra gruppo e «società»
 
Ora però le due polarizzazioni, gruppo e mondo, pur non teoricamente contrastanti, spesso danno la sensazione di porre davanti ad una scelta: o l'uno o l'altro. Gli estremi non sono opposti, ma la difficoltà di composizione non riguarda solo la buona volontà, ma una serie di difficoltà oggettive (quali ad esempio il tempo disponibile).
In altre parole, le esigenze di una occupazione sicura, di una casa, di una retribuzione economica che permetta autonomia e indipendenza, fanno sentire il loro peso nella vita del gruppo.
Ma non tutto è così facile e privo di ambiguità. I giovani si sentono maturi, ma «l'inserimento» non è senza problemi: basta pensare al posto di lavoro con la crisi dell'occupazione, o alla preparazione professionale adeguata. Queste difficoltà non sono del tutto negative, anzi sono uno stimolo per la crescita dei membri: possono far diventare il gruppo un fattore di mediazione per l'inserimento del giovane nella società degli adulti. Esso infatti può attenuare il «salto» nella società attraverso un riadattamento di se stesso alle esigenze della società e dell'individuo. A determinare un cambiamento del gruppo non sono solo le condizioni esterne; sono anche, e principalmente, le condizioni di maturità raggiunte dai membri.
 
Verso l'autogestione e l'autonomia
 
L'esperienza, le responsabilità, le riflessioni maturate nelle fasi precedenti hanno portato i giovani ad assumere responsabilità, ad individuare problemi e a risolverli, a percepire gli errori che l'animatore può fare, e anche a guidare il gruppo.
Nei confronti dell'animatore ritengono di poter discutere «alla pari», e alle volte anche di dovergli insegnare qualcosa. È evidente, in questo caso, che se l'animatore vuole mantenere il suo ruolo, non dovrà certo cercarlo in capacità tecniche, ma dimostrerà la sua capacità di animare spiritualmente, nella saggezza ed equilibrio che saprà dimostrare, nella sua testimonianza coerente, nella sua adattabilità alle diverse situazioni.
Alla capacità autogestionale del gruppo spesso si accompagna anche quella personale. I giovani a mano a mano che passa il tempo vanno maturando una loro visione delle cose. Questa nuova situazione porta a rimettere in discussione i vecchi rapporti. Una certa impostazione dei ruoli non ha più ragion d'essere; si richiedono molto meno esperienze emotive e affettive, ma più contenuti, più concretezza, rispondenza alle nuove necessità.
Il passaggio alla maggior responsabilizzazione sarà più facile se nelle fasi precedenti l'animatore e la leadership si sono preoccupati di coinvolgere e responsabilizzare i membri nelle decisioni. Se invece la tendenza è stata di una conduzione autoritaria e accentratrice, ansiosa di avere il controllo su tutto, questo momento potrà essere vissuto come ulteriore motivo di conflitto. Si entrerà in una logica di conflitto che spingerà i membri o all'abbandono, o a costituirsi gruppo fuori della influenza del leader, o a emigrare altrove.
 
Dissenso con l'animatore e con le strategie del gruppo
 
L'accrescere delle possibilità culturali del giovane, e quindi delle sue capacità di critica e di conoscenza, e l'accessibilità a diverse fonti di informazione, possono originare nuovi conflitti, non più emotivi, ma di «dissenso ideologico».
Il dissenso può riguardare il modo di impostare l'attività educativa del centro giovanile o della parrocchia, o il modello di chiesa a cui si fa riferimento; può riguardare certi orientamenti morali o toccare problemi di scelte politiche e partitiche. A questi si possono aggiungere dissensi di natura strategica circa il piano di intervento nel sociale (considerato o superficiale, che non interviene sulle cause dei disagi, o suppletivo, o parallelo a quello civile, o inefficace e irrisolutore).
Ogni volta che succede una discussione può sembrare che il problema sia limitato e circoscritto; in realtà ciò è sintomo di un disagio più profondo. Il dissenso infatti fa riferimento a scelte di fondo o a strategie globali la cui composizione a livello di singoli problemi è irrisolvibile.
Ora, se da una parte queste divergenze sono proficue e arricchenti, dall'altra possono diventare insopportabili e incidere sulla propria adesione al gruppo. Così, o si trova un modo nuovo di ricomporsi ad un altro livello nella diversità e differenza, o le differenze ideologiche significheranno progressiva presa di distanza fino all'abbandono del gruppo o al suo scioglimento.
 
Apertura e confronto con altri gruppi
 
Altro elemento di novità che può mettere in crisi la coesione è il confronto con altri gruppi.
La necessità di aprirsi al altre esperienze ha svariati motivi. I gruppi dei piccoli centri o quelli in cui i membri hanno frequentato dall'infanzia la parrocchia o l'oratorio, sentono il bisogno di confrontarsi. Si vuole una verifica, si vuol sapere se si è soli a battere certe strade; c'è bisogno di conoscere altre prospettive, di arricchire la propria esperienza, di incontrare altri che fanno la stessa attività (lavoro nel settore della emarginazione, dell'animazione giovanile...).
Questi confronti in genere danno origine ad una maggiore criticità nei riguardi della propria esperienza.
Si esige allora più preparazione, più impegno, più professionalità. È il momento dei corsi di animazione, di teologia, di bibbia, di pastorale, di pedagogia... che portano sempre più a una libertà di giudizio, a una presa di distanza dal proprio gruppo, dalle sue scelte. Inoltre corsi, convegni, studio portano ad un aumento di impegno che rende il tempo disponibile per trovarsi sempre più raro.
Per altri, la difficoltà a vivere intensamente la vita di gruppo deriva dall'inserimento sempre maggiore nel lavoro, nello studio o nei rapporti con il proprio ragazzo o ragazza.
Queste altre appartenenze distraggono verso altri luoghi, compagni di lavoro, di studio, altre coppie, fino al punto che questi ultimi impegni diventano concorrenti. A quali dare la preferenza? La tensione può arrivare al punto di dover decidere tra un gruppo o l'altro.
 
La trasmissione della memoria
 
Le situazioni di disagio descritte hanno anche aspetti positivi, primo fra tutti quello di impegnare in una trasmissione della memoria.
Le prime prese di distanza obbligano a trasferire ad altri la «tradizione» del gruppo. Nella realtà questo processo non comincia ora, ma in questo momento particolare diventa improrogabile ed esternamente anche visibile nella cessione della leadership ad una «nuova generazione». Come avviene ciò? In genere il gruppo è sempre aperto a nuove adesioni, e in tal modo si aggiungono «nuovi» aderenti che non posseggono tutta la «storia» del gruppo, delle sue vicissitudini, dei tentativi fatti e falliti... Non solo. Essi spesso non sanno spiegarsi il perché di un certo modo di essere, e quasi sempre i legami tra i «vecchi» sono più forti e profondi di quelli che si possono formare ora.
È anche molto probabile che possesso della memoria si combini con detenzione del potere (magari non evidente né cosciente, ma reale), perché vuol dire maggior esperienza, maggiore conoscenza delle motivazioni per cui certe scelte e strade sono state intrapresa ed altre abbandonate. La «memoria storica dei fondatori» ha il suo peso, e significa sostanzialmente un potere dai confini molto estesi e sfumati.
Tutto ciò può suscitare diversi problemi. Da una parte i detentori dei «ricordi» vogliono trasmettere la propria esperienza accumulata e ormai consolidata in valori e risultati. Dall'altra «la nuova generazione» non percepisce completamente ciò che viene detto, vorrebbe «innovare» e verificare di persona se certe esperienze non sono più fattibili o sono fuori dalla tradizione. Ne possono nascere conflitti i cui risultati non è facile prevedere. Nei casi più normali e avveduti questa trasmissione avviene progressivamente, e con attenzione da parte della «vecchia generazione» a mettersi in «ascolto» della nuova, adoperandosi perché abbia un suo spazio e nello stesso tempo abbia modo di raccordarsi con la memoria. Ciò avviene se esiste quella capacità comunicativa, che è capacità di stabilire un rapporto significativo con l'ultimo arrivato.
In questa comunicazione la memoria non deve perdersi, ma neppure solidificarsi. Questo significa capacità di modificare i ruoli, il modo di appartenere e di instaurare nuovi legami, di inventare nuove norme e regole, di riformulare tutto in continuità e novità, affinché per tutti il gruppo rimanga il «luogo» di un'esperienza autentica.
 
LA VARIABILE PREVALENTE: L'INDIPENDENZA
 
Potremmo riprendere un'analogia già utilizzata: il gruppo è come una famiglia, ed è per i membri quello che i genitori sono per i figli. In un primo tempo proprio per poter crescere i figli hanno bisogno dei genitori e da loro dipendono in tutto: nutrimento, affetto, gratificazione, norme e regole di comportamento, contatto con i valori...
Ma tutto ciò con il passare degli anni si modifica e il figlio diventa diverso. Questa diversità la chiamiamo appunto autonomia.
Con questa stessa analogia vorremmo interpretare i fenomeni descritti nelle pagine precedenti.
 
Indipendenza e autonomia motivazionale
 
La parola «indipendenza» è un termine relazionale che significa «capacità di non aver bisogno di...», «presa di distanza da...», «non più dipendenza da...». Parlando di indipendenza motivazionale esprimiamo l'assunzione in proprio di motivazioni che non dipendono dal gruppo, ma che sono reperite al di dentro della persona.
Quando il bambino deve agire, fa qualcosa «perché» glielo dicono. Egualmente, il giovane difficilmente farebbe da solo ciò che invece fa nel gruppo: in gruppo va alla messa domenicale, ma non farebbe altrettanto quando è solo; si dimostra generoso e impegnato se il gruppo si muove in qualche iniziativa, ma non lo farebbe di iniziativa propria.
Il giovane spesso è diretto dalla relazione che ha con gli altri.
Se ne va dal gruppo se altri suoi amici se ne vanno, e ci rimane se altri ci rimangono. Per non subire critiche accetta di fare quello che personalmente non farebbe. In tutti questi casi la motivazione è evidentemente estrinseca.
L'autonomia e indipendenza motivazionale di cui parliamo non significano fare quello che si vuole o avere motivazioni diverse, ma indicano uno spostamento gravitazionale: dal gruppo all'interno alla persona, dall'estrinseco all'intrinseco. Il giovane cioè passa dal fare qualcosa che altri (verso i quali è legato affettivamente o è in relazione di appartenenza) vogliono al fare qualcosa che egli vuole e sente come esigenza personale.
Anche la dipendenza dall'animatore diminuisce e assume un'altra forma. Se prima la sua parola aveva il peso della sua autorità, ora è la forza del suo ragionamento a determinare l'attendibilità di quanto afferma; il giovane stesso non ha timore di scegliere una posizione diversa, se le sue ragioni sono più plausibili.
 
Indipendenza e autonomia nel dare e ricevere significati
 
Mentre precedentemente il giovane ricercava un senso delle cose «dipendente» dal gruppo, ora egli sperimenta una sua autonomia di pensiero. Egli sa analizzare la realtà con categorie «scientifiche».
Forse potrà anche sbagliare, ma non ha paura di giudicare la pastorale o l'omelia del vescovo; saprà indicare a quale ecclesiologia si riferisce l'impostazione pastorale del parroco; leggerà un'enciclica e non avrà timore di rilevarne gli aspetti interessanti e problematici, ecc. La sua capacità di giudizio e autonomia di pensiero gli permettono di giudicare avendo riferimenti che collocano i fatti entro un quadro significativo.
La capacità di discutere o di assumere un parere personale, di collocare un dettaglio in un quadro di significati più vasto, di interpretare il senso di ciò che succede, egli può averle imparate o assimilate in tanti anni di permanenza nel gruppo, ma ora sono vissute come cose proprie.
Indipendenza e autonomia nel modo di vivere i valori
Non solo le motivazioni e i significati sono vissuti autonomamente, ma anche i valori. Lungo il corso della vita del gruppo, i punti di riferimento che riguardano valori come fede e interiorità, libertà e impegno, Dio e realtà terrestri, appartenenza alla chiesa e appartenenza al mondo, coscienza e responsabilità, persona e società, ecc. sono diventati orientamento di vita e criterio di selezione.
Difficilmente chi non si sentiva di condividere tali valori ha potuto rimanere: essi sono diventati il motivo profondo di appartenenza e condivisione.
Indubbiamente l'educazione ai valori non è avvenuta solo in gruppo, ma questo è stato indubbiamente un luogo privilegiato di esperienza di valor.i.
Attraverso varie espressioni o realizzazioni di questi valori, si scopre che si condividono gli aspetti più radicali e profondi a cui le varie espressioni si riferiscono: la fede, l'amore per l'uomo, per l'ultimo e l'indifeso, la giustizia... Non si condivide la raccolta di carta o lo spettacolo preparato, la preghiera o il ritiro, la riunione o il doposcuola, ma qualcosa che li comprende tutti ed è ragione di tutto, ma che non si identifica con essi.
Così partendo dai valori acquisiti nella loro radicalità, il giovane scopre che può condividere con il gruppo gli stessi valori non facendo le stesse cose, o senza viverli nello stesso luogo e allo stesso modo. Ciò che è importante, è promuovere e vivere gli stessi valori, non le stesse espressioni; essere interiormente diretti dagli stessi ideali, e non trovare assolutamente l'accordo sulle cose da fare.
A questo punto il valore è interiorizzato, vissuto in modo autonomo e indipendente. Ci si sentirà uniti al gruppo anche se non ci si dedica agli anziani o all'educazione dei ragazzi, ma si partecipa al comitato di quartiere o si anima una squadra sportiva. Il gruppo potrà perseguire obiettivi diversi senza per questo venir meno.
 
Indipendenza e autonomia rispetto al gruppo
 
Tutto ciò ha un riflesso sulla vita di gruppo.
La capacità di vivere autonomamente i valori fondamentali fa comprendere che l'adesione è una decisione liberamente assunta, e che la vita del gruppo dipende ora veramente dalla responsabilità e collaborazione che ciascuno dà. L'espressione che esprime bene tale sensazione è: «Il gruppo è nostro e dipende da noi!».
La partecipazione è sentita come naturale e importante.
I giovani sentono verso il gruppo un legame emotivo e di riconoscenza. Tuttavia da esso ci si sente anche liberi, capaci di decidere per se stessi e per la vita di ogni giorno da soli, secondo i valori in cui si crede.
Anche nei confronti dell'animatore il rapporto cambia. Egli rimane sempre un punto di riferimento, ma non per ogni cosa.
Ognuno capisce che in tante cose si può decidere in libertà e coscienza, che per capirsi e rispettarsi non è necessario essere d'accordo in tutto e su tutto, e che la diversità non è rifiuto dei valori.
Autonomia e indipendenza cambiano però anche la quantità e la qualità dei rapporti «interni».
Qualche volta il giovane farà precedere altri impegni, oppure sceglierà di fare diversamente dagli altri (ad esempio preferirà stare con la propria ragazza o ragazzo invece di fare un'uscita insieme...).
Allora ci potrebbero essere disagi o dissensi, soprattutto se la maggioranza è ancora alla fase della coesione, e potranno emettersi anche «scomuniche».
Le cose tuttavia potranno avvenire senza grosse difficoltà e senza che si additi «l'indipendente» come un «traditore». Comportamenti simili si avranno di fronte alla proposta di dividersi in sottogruppi per nuovi impegni che si possono assumere a seconda delle esigenze del territorio. Ciò potrà essere facilmente accettato se il gruppo avrà progredito nella sua maturazione; diversamente la suddivisione sarà sentita come una morte del gruppo.
 
IN SINTESI
 
All'interno
 
Il gruppo in questa fase è caratterizzato da un allentamento delle relazioni tra i membri dovuto ad una maggior autonomia e indipendenza decisionale.
Essi sentono meno la necessità del gruppo e dell'animatore per svolgere compiti e nuove responsabilità: ciò porta non solo ad una presa di distanza, ma anche a una capacità autogestionale.
La presa di distanza a motivo di impegni di lavoro, di una prospettiva familiare, di studio o di maggior professionalizzazione, porta a nuove esigenze e ad una maggior libertà di azione rispetto alle decisioni comuni.
L'autonomia di pensiero, di giudizio e di analisi sulla realtà possono alle volte scontrarsi con quella del gruppo o dell'animatore; ma ciò, in un corretto cammino, non sarà visto come negativo, ma come un fatto naturale e che non compromette l'appartenenza e la condivisione dei valori. In caso diverso indipendenza e autonomia vengono considerate come pericoli per la sopravvivenza.
 
All'esterno
 
Verso l'esterno il gruppo perde l'aggressività contestataria dell'inizio per un lavoro più serio, realistico e qualificato. L'impegno è vissuto con responsabilità e continuità.
Tutto ciò però può andare in crisi a motivo di nuovi impegni di vita dei membri o a motivo di dissensi circa la strategia o la qualità dell'impegno assunto.
Molto importante è in questo caso il ruolo che assumono i «nuovi». A seconda dei casi, il gruppo potrà «ritirarsi» da un impegno verso l'esterno verso obiettivi interni, o continuare nell'attività esterna sopportata dai nuovi.
Se l'attività esterna continua, sorgeranno esigenze di una maggior qualificazione; e allora si sarà particolarmente disposti alla partecipazione a corsi «professionalizzati» (corsi di teologia o di catechesi, corsi di animazione socioculturale, corsi di volontariato ospedaliero...).
 
INTERVENTO EDUCATIVO
 
Il problema tipico di questa fase è l'ambiguità della relazione che un membro ha con il proprio gruppo.
 
Il problema: l'ambivalenza della relazione
 
Parliamo di ambivalenza non in senso negativo, ma semplicemente per descrivere le contraddizioni con cui tale relazione si manifesta. Per certi aspetti essa è reciprocamente forte, per altri tende ad attenuarsi soprattutto da parte del singolo soggetto. A questa fase infatti si arriva da un livello altissimo di appartenenza (la coesione): la persona è legata al gruppo per tanti motivi, ma soprattutto dalla «memoria» che con gli altri condivide. Questa è venuta formandosi un po' alla volta in anni di convivenza; ognuno è legato all'altro da ricordi, da momenti felici e drammatici, da attività e obiettivi perseguiti con il sacrificio e l'aiuto di tutti. Tutto ciò appartiene sì al passato, ma è parte della vita di ognuno.
Ma legame vuol dire anche dipendenza, una dipendenza non più attuale. Nuovi impegni e interessi indicano che il gruppo non può più avere un ruolo totalizzante.
In altre parole il giovane sente ora che il gruppo deve essere ridimensionato. Egli percepisce che la sua vita va giocata altrove.
Questo doppio legame, dipendenza e indipendenza, bisogno e autosufficienza, identità di vedute e differenza, desiderio di appartenenza e necessità di allontanarsi, esprimono l'ambiguità con cui il rapporto con il gruppo è ora vissuto, soprattutto da parte di chi se ne vuole allontanare.
Da una parte tutti riconoscono la necessità che prima o poi alcuni comincino ad allontanarsi, ma ciò è avvertito come una perdita: perdita di forze, rinuncia agli obiettivi, tradimento degli ideali.
Il gruppo può sentire ciò come un attentato alla sua vita e reagire provocando sensi di colpa su chi lascia, o mettendo in guardia altri dal fare altrettanto, o prospettando le difficoltà che si potranno incontrare fuori...
Da un'altra parte si farà di tutto per «ricuperare» chi lascia, cercando di adeguarsi alle nuove esigenze che si vengono prospettando. In questo caso il gruppo si lascia prendere dalla paura del «fallimento», riconosce sue colpe, promette di migliorarsi, di rinnovarsi... purché lo «svincolo» non avvenga.
In ogni caso la presa di distanza di un membro o di diversi membri sarà vissuta come una «prova», «con paura», anche se si riconosce che «è necessario» che queste cose avvengano.
I sentimenti che si provano sono naturali, ma cedere ad essi e lasciarsene condizionare sarebbe un errore. La scelta a rimanere o a andare dovrà essere una scelta non condizionata da queste paure o da questi giochi di forza.
Può essere utile ricordare quanto dice Gibran ne «Il profeta»: «I tuoi figli non sono tuoi figli. Vengono attraverso di te, ma non da te: e anche se sono vicini a te non ti appartengono...». Così è giusto che lentamente «i figli» si allontanino, e che l'animatore e il gruppo pensino ai «nuovi» figli.
 
Obiettivi per il gruppo
 
^ I giovani prendano pienamente la conduzione del gruppo. Se l'animatore ha l'impressione che questo non sia possibile, dovrà esaminare qual è stato il suo intervento educativo negli anni precedenti. Se però gli obiettivi delle fasi precedenti sono stati conseguiti, in questo momento le iniziative, le responsabilità, la conduzione del gruppo non devono avere più nell'animatore il loro centro.
^ Approfondire le motivazioni, il senso e i valori del gruppo. Ciò deve avvenire attraverso un approfondimento sistematico delle tematiche di fondo che danno ragione delle attività, dell'impegno assunto, dei valori condivisi.
Gli argomenti di incontri spirituali o di ritiri dovranno essere visti come «un'offerta» alle persone che vivono una realtà nuova. Dovranno essere affrontati temi di largo respiro e di notevole ampiezza, come: scienza, cultura e fede; famiglia cristiana nella società di oggi; volontariato e impegno politico; società tecnologica e disoccupazione; carità e giustizia; coscienza e responsabilità; fede e agnosticismo; laicità del cristiano...
^ Aprirsi a nuovi confronti. L'indipendenza e autonomia in molti casi possono diventare desiderio di nuovi incontri al di fuori. La partecipazione a convegni o a corsi possono essere iniziative importanti per «respirare aria nuova». Ciò non solo favorirà la conoscenza di altre persone, di altre iniziative, ma anche una visione più ampia del mondo sociale e ecclesiale. Questi incontri danno anche la possibilità di introdurre nel mondo degli adulti, sia della chiesa che del mondo sociale e politico.
^ Inserimento degli ultimi arrivati in responsabilità non marginali. La trasmissione della «memoria» non deve essere concepita in modo «depositario», automatico e ripetitivo. Ai «nuovi» si deve dare la possibilità di diventare protagonisti prima che la «vecchia generazione» si allontani definitivamente.
Per avere una continuità di spirito e di valori è necessario che essi abbiano la possibilità di lavorare insieme, permettendo così ai nuovi una riformazione sulla base delle esigenze. Le modalità dipendono ovviamente dalla diversità delle situazioni.
^ Ottenere una appartenenza «sostanziale» e non marginale. La vita di un gruppo è fatta di riunioni, di feste, di incontri, di attività, di impegni, di ritiri... Senza questi elementi strutturali un gruppo non esiste o non si costruisce. Tuttavia, ora, non tutti questi elementi sono necessari. Alcuni possono essere ancora importanti, altri invece diventare marginali. La comunicazione può avere altri canali e momenti che non sono quelli degli incontri istituzionali. Perciò la presenza può farsi più flessibile e sostanziale, attorno a elementi o momenti significativi. Questa flessibilità potrà dare l'impressione di uno «sbarcamento», ma questo non deve spaventare. Se il gruppo è diventato un punto di aggregazione, i nuovi non daranno certo questa impressione. Tuttavia qualche momento importante di vita assieme dovrà essere trovato e predisposto per tempo.
 
Indicazioni per l'animatore
 
^ Saper riconoscere la nuova fase che sta vivendo il gruppo. Dall'ambivalenza della situazione non è esente l'animatore. La tentazione di far sì che alcuni nel gruppo non ne prendano le distanze è possibile, fino a farlo diventare ansioso.
È giusto che l'animatore debba avere gratificazioni dal suo lavoro, tuttavia non fino al punto di voler avere sempre vicino le persone che egli ha educato a diventare adulte.
^ Essere «ponte» tra il vecchio e il nuovo che va emergendo. Spesso l'animatore è quello che detiene meglio di altri «la memoria». A lui quindi compete soprattutto il fare da ponte tra gli uni e gli altri. La memoria non è però soltanto un passare delle notizie. Nella memoria deve essere comunicato lo spirito del gruppo, le motivazioni originarie, gli obiettivi e le esperienze accumulate in tanti anni. D'altro lato tutto questo dovrà essere coniugato con i desideri, sensibilità, prospettive proprie di chi vi accede dopo anni dal suo inizio.
Essere «ponte» tra vecchio e nuovo è compito delicato di chi deve leggere in profondità il senso delle origini e anche i nuovi segni dei tempi.
^ Ritrovare il ruolo di una presenza saggia, rassicurante e silenziosa. Se il gruppo matura, è normale che si modifichino anche i ruoli all'interno, e che possa diminuire lo spazio d'intervento dell'animatore. Ciò non indica un rifiuto dell'animatore, né un giudizio sul suo operato, ma riconoscergli un altro campo privilegiato di intervento. È il ruolo del confidente, di colui al quale ci si rivolge per avere un consiglio, per discutere un'opinione, per avere un giudizio critico o il suggerimento di una intuizione che apre la strada alla soluzione di un problema.
 
Strumenti
 
^ Qualificazione del gruppo. Se si continua a mantenere una data attività, è importante che essa non cada nella routine che fa perdere le motivazioni e gli obiettivi di fondo. Ogni tanto allora bisogna ripercorrerli, attraverso una riflessione sul proprio modo di operare, appoggiandosi a persone o ad organizzazioni qualificate e competenti. Questo servirà non solo a migliorare la propria attività, ma anche al gruppo per non rimanere «isolato».
Il contatto con l'esterno spesso serve a molti gruppi per rilanciare e ravvivare il loro impegno. Dovrà pertanto essere scelto con cura.
^ Venire incontro alle necessità di chi prende le distanze dal gruppo. Una risposta ai nuovi bisogni non deve essere un modo per impedire il processo di allontanamento, quanto invece la capacità di estendere il servizio del gruppo alle esigenze che alcuni incontrano, come autentico servizio alle persone, e non come un modo per tenerli ancora «vicini» al gruppo. Possono essere incontri su argomenti come: la famiglia, il lavoro, la testimonianza cristiana...
 
Alcune tecniche
 
È importante che un animatore si educhi alla capacità di osservare i fenomeni di gruppo. A questo scopo proponiamo il seguente esercizio.
Si simula una attività (una discussione, la preparazione di un collage, di un manifesto, di uno slogan, o altro) e un gruppetto fa da osservatore su quello che succede. Gli osservatori hanno una o due piste di domande che li guidano nell'osservazione. L'esercizio può essere ripetuto per diverse aree di osservazione.
La scaletta di domande e le aree sono tratte dal libro già citato di E. Spaltro - U. Righi, Giochi psicologici, Celuc, Milano, 1980.
Noi qui ne suggeriamo una sintesi, operando soprattutto sul momento della «relazione».
Tutte le interazioni umane sono infatti improntate a due aspetti fondamentali: contenuto e relazione. Il primo riguarda l'argomento o il compito su cui il gruppo lavora. Nella maggior parte delle interazioni, il centro dell'attenzione di tutte le persone è rivolto sul contenuto. Il secondo aspetto, la relazione, riguarda ciò che sta accadendo fra e ai membri del gruppo mentre questo sta lavorando. La relazione di gruppo, o dinamica, riguarda elementi come il morale, la tonalità dei sentimenti, l'atmosfera, l'influenza, la partecipazione, gli stili d'influenza, le lotte per la leadership, il conflitto, la competizione, la cooperazione, ecc. Nella maggior parte delle interazioni, assai poca attenzione viene dedicata alla relazione, anche quando è la causa maggiore di inefficace azione di gruppo. La sensibilità alla relazione di gruppo mette in grado la persona di diagnosticare precocemente i problemi del gruppo e di gestirli più efficacemente.
Proponiamo qui alcune linee di osservazione, utili per analizzare le relazioni nel gruppo.
^ Partecipazione. La partecipazione è un indice dell'interesse del componente ai problemi che il gruppo dibatte.
1. Chi ha partecipato di più?
2. Chi ha partecipato meno?
3. Hai osservato qualche mutamento nel livello di partecipazione (ad es.: qualcuno che parlava molto è diventato improvvisamente silenzioso e viceversa?). Quali possono essere state le ragioni di questi cambiamenti?
4. Come si è comportato il gruppo nei confronti dei componenti che partecipavano meno? Con una manifestazione di assenso, dissenso, disinteresse, paura, ecc.?
5. Chi ha assunto la guida del gruppo? Perché?
^ Influenza. Influenza e partecipazione non sono la stessa cosa. Qualcuno può parlare molto poco, ma essere ascoltato attenmente silenzioso e viceversa?). Quali possono essere state le ragioni di questi cambiamenti?
1. Chi tra i componenti il gruppo è stato ascoltato attentamente quando ha preso la parola?
2. Chi è stato ignorato?
3. Hai notato qualche cambiamento nell'influenza esercitata sul gruppo? In quale direzione si è manifestato tale cambiamento?
4. Hai notato il nascere di rivalità? Di lotta per la leadership? Quali effetti hanno avuto questi fenomeni sui componenti il gruppo?
^ Stili di influenza. L'influenza può assumere molte forme. Può essere positiva o negativa e cioè può guadagnare, a chi la esercita, il sostegno e la collaborazione degli altri, oppure alienarli. Il modo in cui una persona tenta di influire sugli altri può rivelarsi un fattore di grande importanza nel determinare l'apertura o la chiusura di un dato componente alle influenze altrui.
1. Autocratico: qualcuno ha cercato di imporre la sua volontà o i suoi valori sugli altri membri del gruppo? Chi ha espresso valutazioni o giudizi sui colleghi di gruppo? Vi è stato qualche componente che ha bloccato l'azione del gruppo quando questa si svolgeva in una direzione diversa da quella che lui desiderava?
2. Pacifista: chi ha sostenuto e caldeggiato le decisioni di un collega? Chi ha cercato costantemente di evitare conflitti o sensazioni spiacevoli? Vi è qualche componente che ha un atteggiamento rispettoso nei confronti dei membri e delega loro il suo potere? Vi è qualcuno che evita di esprimere critiche negative?
3. Lassista: vi è qualcuno manifestante disinteresse alla attività di gruppo? Vi è qualcuno che accetta passivamente le decisioni altrui senza esporsi? Chi partecipa meccanicamente e solo se sollecitato dalle domande degli altri?
4. Partecipativo: chi ha cercato di far partecipare tutti alla discussione ed alla decisione del gruppo? Chi ha espresso le sensazioni e le sue opinioni senza però esprimere giudizi sugli altri? Chi è sembrato accettare con atteggiamento costruttivo le critiche che gli altri gli muovevano? Chi ha tentato di utilizzare i conflitti come un modo per promuovere un positivo confronto di idee?
^ Procedure di decisione. Talvolta nel corso delle attività di gruppo vengono prese certe decisioni senza prestare la dovuta attenzione agli effetti che tali decisioni potranno avere sui componenti il gruppo. Alcuni membri tentano di imporre al gruppo le loro decisioni, mentre altri desiderano che tutti partecipino e condividano la responsabilità derivante dalle decisioni prese.
1. Qualcuno ha preso una decisione ed ha cercato di realizzarla senza preoccuparsi di controllare se i colleghi erano d'accordo? Quali effetti ha avuto questo comportamento sui colleghi?
2. Il gruppo è saltato da un argomento all'altro?
3. Chi ha sostenuto i suggerimenti e le decisioni di altri? Questo sostegno ha avuto come risultato l'imposizione al resto del gruppo di una soluzione di minoranza? Quali effetti ha avuto questo fatto sugli altri membri del gruppo?
4. Vi è qualche prova che la maggioranza abbia imposto la sua soluzione alla minoranza, ad es. attraverso una votazione?
5. È stato fatto qualche tentativo di indurre tutti i componenti a partecipare attivamente alla decisione?
6. Qualcuno ha dato contributi o suggerimenti che sono stati ignorati dagli altri? Che effetto ha avuto ciò su colui che ha avanzato la proposta?
^ Comportamenti in funzione del compito. Illustrazione dei comportamenti con riferimento alla esecuzione del lavoro o alla realizzazione del compito che il gruppo ha di fronte.
1. Qualcuno ha posto domande o suggerimenti circa il modo migliore di procedere per affrontare il problema?
2. Qualcuno ha tentato di riassumere gli argomenti trattati nel corso della discussione o i fatti che si sono verificati all'interno del gruppo?
3. Vi sono state richieste (o offerte) di fatti, opinioni, idee, sensazioni, controreazioni, o tentativi di ricercare soluzioni alternative?
4. Chi ha aiutato il gruppo a stare in tema? Chi ha evitato che si saltasse da un argomento all'altro.
^ Funzioni di mantenimento. Queste funzioni servono a mantenere buoni e armoniosi rapporti di lavoro tra i componenti il gruppo ed a creare una atmosfera tale da permettere ad ogni componente di dare il massimo contributo. Assicurano un'attività di gruppo efficace e priva di attriti.
1. Chi ha aiutato gli altri a partecipare alla discussione?
2. Chi ha interrotto quelli che parlavano?
3. In che modo avviene lo scambio di idee tra i membri? Vi sono nel gruppo persone troppo preoccupate per seguire la discussione? Vi è qualche componente il gruppo che aiuta gli altri a chiarire le loro idee?
4. In che modo le idee vengono rigettate? In che modo reagiscono i partecipanti quando le loro idee vengono respinte? Vi è qualcuno che ha aiutato i colleghi quando questi respingevano una sua idea?
^ Atmosfera di gruppo. L'atmosfera è determinata da qualche fattore tipico del modo in cui il gruppo lavora, ed essa, a sua volta, prende forma di sensazione generalizzata. Le persone hanno preferenze diverse circa il tipo di atmosfera che preferiscono riscontrare in un gruppo. Il trovare delle parole che aiutino a descrivere l'impressione comune di tutti i componenti il gruppo circa l'atmosfera in cui il lavoro si svolge, può aiutare a comprenderne meglio le caratteristiche.
1. Chi dà l'idea di preferire un'atmosfera amichevole e congeniale? Vi è qualcuno che tenta di sopprimere i conflitti o le sensazioni spiacevoli?
2. Chi dà l'idea di preferire un'atmosfera di conflitto o di disaccordo?
3. I componenti sembrano interessati ed attenti? Si tratta di un'atmosfera di lavoro, di gioco, di soddisfazione, di guai, di pigrizia?
^ Appartenenza al gruppo. I componenti di un gruppo si preoccupano in modo particolare di essere accettati dagli altri. Nel gruppo possono svilupparsi diversi modelli di interazione che offrono delle indicazioni circa il livello ed il tipo di appartenenza.
1. Si sono formati sottogruppi? Talvolta può accadere che due o tre componenti si sostengano a vicenda, oppure, altrettanto sistematicamente, si ostacolino e si combattano?
2. Alcune persone sembrano essere ai margini del gruppo, mentre altre sembrano essere parte integrante del gruppo? Come vengono trattate quelle «al di fuori»?
Durante qualunque discussione di gruppo l'interazione tra i partecipanti genera sensazioni, sulle quali però raramente si discute. Gli osservatori quindi dovranno cercare di farsene un'idea dal tono delle voci, dalle espressioni facciali, dai gesti e da molte altre manifestazioni non verbali.
1. Quali sensazioni vi è sembrato che provassero i componenti il gruppo: rabbia, irritazione, frustrazione, calore, affetto, eccitamento, noia, difesa, competitività, ecc.?
2. Avete osservato da parte dei componenti del gruppo qualche tentativo di mascherare le proprie sensazioni, particolarmente quelle negative? In che modo l'hanno fatto? Vi è stato qualcuno che l'ha fatto costantemente?
^ Norme. Quando un gruppo controlla i propri componenti, è in grado di sviluppare standard e norme di comportamento. Le norme, di solito, sono l'espressione dei valori e dei desideri della maggioranza dei membri del gruppo circa ciò che può essere considerato un «comportamento da adottare» (o da respingere) da parte dei componenti il gruppo. Queste norme possono essere chiare per tutti (esplicite) conosciute o sentite solo da alcuni (implicite) o completamente al di sotto del livello di consapevolezza di tutti i componenti il gruppo. Alcune norme facilitano il progresso del gruppo, altre lo ostacolano.
1. Vi sono argomenti che il gruppo cerca di evitare (ad es. le sensazioni derivanti dallo stare insieme, il comportamento del leader, ecc.)?
2. I componenti il gruppo si comportano reciprocamente in modo eccessivamente corretto o educato? Vengono espresse solo le sensazioni positive? I membri del gruppo si mettono d'accordo con troppa facilità? Che cosa accade quando uno non è d'accordo?
3. Avete rilevato l'esistenza di norme che regolano la partecipazione o il tipo di domande consentite (ad es. se io parlo anche tu devi parlare; se racconto i miei problemi anche tu devi raccontare i tuoi, ecc.)? I componenti il gruppo sentono di essere liberi di comunicarsi a vicenda le loro sensazioni?