La terza fase del cido vitale di un gruppo: dall'appartenenza alla coesione e progetto

Inserito in NPG annata 1985.

 

Mario Comoglio - Gabriela Tavazza

(NPG 1985-04-51)

 

Risolti i problemi di conflitti relazionali, quelli di una leadership responsabilizzante e democratica, raggiunta una buona rete di comunicazione e un minimo di organizzazione interna funzionale, il gruppo matura oltre, verso la realizzazione di un suo progetto e verso un suo, consolidamento.
A spingerlo su questa strada sono soprattutto la maggior maturità raggiunta dai giovani e la loro capacità progettuale ideale. Quanto alla prima possiamo azzardare che l'età media del gruppo si aggiri attorno ai 18 anni. Questa età coincide con una sufficiente apertura del giovane al mondo circostante, con una sua maggior esposizione agli avvenimenti della società e della vita. Ciò non significa però facilità di inserimento, possibilità di assumere responsabilità.
È perciò molto naturale che dal contrasto tra un'esperienza di gruppo (dove c'è fraternità, comunicazione, gratuità, speranza, gioia di vivere) e una società dove si trova al contrario anonimato, arrivismo, incomunicabilità, sfruttamento, emarginazione..., possa sorgere la volontà di cambiare la situazione e di intervenire attivamente.
Ciò sembra tanto più necessario quanto più soddisfacente è la condizione del gruppo.

IL BISOGNO DI UN PROGETTO E DI REALIZZAZIONI

Tuttavia appare anche chiaro che una soluzione non può essere volontaristica o qualunquista. Necessita l'elaborazione di un progetto programmatico, la determinazione dei campi nei quali si vuole intervenire, una prospettiva coerente che serva per una analisi corretta di tante situazioni e una capacità operativa che richiede approfondimenti culturali e contestuali.
Nasce così il bisogno di formulare un progetto programmatico.

L'elaborazione di un progetto programmatico

Per «progetto» intendiamo i valori ideali a cui il gruppo si ispira, o il quadro di riferimento organico che esso si costruisce per valutare le proprie iniziative e decisioni.
Il momento in cui il gruppo scopre di aver bisogno di un progetto che qualifichi la sua azione segna un salto qualitativo nella sua vita.
Ora non è più orientato al suo interno a risolvere i conflitti che lo travagliano, ma si confronta con qualcosa di esterno ed oggettivo, di altro da sé.
Questo spostamento di centro di attenzione spinge il gruppo a trovare la ragion d'essere di se stesso in vista di un intervento nel sistema che lo supera e nel quale è inserito.
Non che prima d'ora non avesse un progetto o dei valori condivisi; ma ora essi diventano insufficienti, perché vissuti in modo individualistico e poco approfondito, o perché ora il gruppo deve scoprirne la rilevanza sociale.
Una nuova identità sistematica e cosciente solo un progetto sembra in grado di fornirla. Il progetto obiettiva, esplicita e rende comunicabili i valori su cui si converge. Il progetto come «carta scritta» obbliga a esplicitare l'implicito, a capirsi sulle parole e sui significati, ad eliminare le oscurità e ambiguità. Il progetto pianifica e ordina l'attività del futuro del gruppo, determina lo scopo del suo esistere e gli fornisce un'identità.
Ma l'individuazione di un progetto non è qualcosa che il gruppo trova bell'e fatto, è invece il punto di arrivo di una lunga maturazione, di conversazioni e discussioni. Proprio per questo può risultare carico di tensioni, di tempi lunghi, ed essere l'occasione perché si evidenzino problemi di leadership e di comunicazione insufficientemente risolti nelle fasi precedenti. In questo caso potrà quindi accadere che il progetto sia opera solo di alcuni o dell'animatore, senza una effettiva riflessione e presa di coscienza dell'intero gruppo, o può succedere che i conflitti relazionali prendano forma di contrapposizioni ideologiche senza dialogo costruttivo. In questo modo il momento progettuale diventa un momento di verifica delle tappe precedenti: se il gruppo ha maturato valori e prospettive comuni, o se è rimasto un aggregato di persone senza una comunicazione efficace.

Assunzione di responsabilità e piccole realizzazioni

Dalle parole (dal progetto) il gruppo passa anche ai fatti (alle prime realizzazioni). Si scopre che tutto sarebbe vuoto se non si trovasse uno sbocco in qualche cosa di concreto, di nuovo e diverso rispetto alle realizzazioni precedenti.
Ora tali realizzazioni hanno riferimento al progetto e di esso incarnano i valori che il gruppo ha deciso di vivere; sono assunte con responsabilità e quindi hanno il valore di impegno; nascono da un esame critico della società e dell'ambiente circostante, per cui hanno il valore di una testimonianza e di una certa contestazione (e talvolta valore politico e strategico).
Per tutti questi motivi esse hanno per il gruppo un significato nuovo.

FENOMENOLOGIA DELLA FASE

Dopo qualche tempo, dalla verifica operativa del progetto appare il carattere per lo più troppo ideale e utopico delle mete che si volevano raggiungere.

La necessità di approfondimenti teorici, operativi e contestuali

Se l'attività scelta è educativa o catechistica, presto si può scoprire che i ragazzi sono meno interessati o disponibili di quello che si pensava. Se l'attività riguarda il mondo ecclesiale o il mondo civile, ci si scontra con una realtà complessa che richiede migliori conoscenze, riconoscimenti, professionalità. Dopo i primi passi ci si accorge di sbagli, di fallimenti. Ci si accorge che gli impegni esigono tempo che deve essere sottratto ad altri impegni o divertimenti, che si richiedono capacità operative e collaborative. Sorgono così domande di maggior conoscenza, di ulteriori approfondimenti. Il gruppo domanda la partecipazione a corsi di preparazione per la catechesi, per l'animazione, per una conoscenza più approfondita del mondo sociale e politico nel quale vuole intervenire.

Un momento altamente formativo per il gruppo

Potremmo chiamare questo il momento dell'apogeo o della maturità del gruppo, ed il momento più significativo ed educativo della sua vita.
Attraverso l'impegno nelle prime realizzazioni, il soggetto si distoglie dal ripiegamento su se stesso, e si trova eterocentrato su un problema fuori di sé. Questo movimento lo porta a introiettare l'altro da sé come elemento importante per la costruzione della propria identità. Interessandosi della fame nel mondo o dei problemi missionari, dei problemi della pace o della ecologia o del doposcuola, il giovane si appropria dei valori, ne scopre la loro densità, la loro importanza per la vita, vi si coinvolge affettivamente attraverso la coerenza e la dedizione. In tal modo scopre se stesso e si educa, non attraverso un'autoanalisi astratta e narcisistica, ma attraverso l'impegno in qualcosa di costruttivo finalizzato da un progetto.
È caratteristico in questo momento vedere i giovani che, nel decidere la propria professionalità futura e il corso di studi, si orientano in modo da non escludere continuità con le responsabilità assunte. Lo stesso si verifica per coloro che sono nel momento dell'innamoramento. Spesso il ragazzo o la ragazza con cui creare un rapporto duraturo vengono cercati nell'ambito del gruppo di impegno o in gruppi similari. In questo modo tre aspetti assai complessi della personalità (quello pratico-attivo, quello professionale, e quello affettivo-familiare) si trovano ad interagire, dando alla vita del giovane un particolare indirizzo molto ricco ed aperto.
I giovani inoltre si trovano impegnati nell'esercizio di molti atteggiamenti. Innanzitutto essi cominciano ad esercitare la responsabilità (che la società ancora non riconosce loro) in iniziative personalmente assunte, nel portarle avanti accettandone il carico di ricerca e di analisi serie, di riflessione, di confronto, di sacrificio e costanza, di collaborazione e programmazione.
Così l'incontro con la realtà dà modo ai giovani di scoprirsi, di valutarsi, di capire.

Ambiguità e problemi

Anche in questi aspetti altamente positivi possono nascondersi ambiguità, che necessitano di essere chiarite.
La prima ambiguità può nascondersi proprio in questo impegno realizzativo. quella che potremmo definire «morte per annegamento nella realtà».
Capita infatti di trovare giovani che si appassionano tanto per qualche opera di carità da voler abbandonare gli studi, da iniziare a disinteressarsi per tutto quello che facevano, da diventare ipercritici nei confronti di tutti, e giudici totalizzanti e semplificatori della realtà che li circonda.
La dedizione agli altri può nascondere anche problemi irrisolti che trovano in questo modo una sublimazione e uno spostamento, ma non una soluzione. Si può avere così il caso di chi dedica moltissimo tempo ad attività di animazione senza altrettanto impegno nello studio, o di chi si applica ad una attività di catechesi per difficoltà ad avere amicizie o ad accettare se stesso. Si cerca un'attività fuori casa perché la vita in famiglia diventa insopportabile, o si cerca di fare del bene ai poveri per un rifiuto della propria condizione agiata e borghese, ma non per amore vero per i poveri. Allo stesso modo ciò può avvenire per una coppia che nell'impegno verso gli altri trova il modo di non affrontare i propri problemi relazionali, affettivi, di carattere.
Tali possibili situazioni devono mettere in guardia dall'accettare in modo semplicistico e positivo tutto quello che può succedere in questa fase: non bisogna dimenticare che questi devono essere considerati come luoghi e possibilità educative, e che le ambiguità devono essere affrontate attraverso un'attenta riflessione.
Un'ultima ambiguità e rischio derivante dall'impegno è l'influsso che esso può esercitare sulla scelta professionale e sul lavoro dei giovani. È abbastanza sintomatico trovare nei gruppi più impegnati o nelle persone più responsabilizzate la scelta di orientamenti di studio tipicamente sociali, educativi, teologici. Ciò non è per sé negativo, anzi. Tuttavia talvolta queste scelte sono fatte in un momento di entusiasmo, per un bisogno contingente. Alcuni possono anche illudersi sulla possibilità di un effettivo esercizio di tali professionalità. Queste scelte vanno allora rapportate alle possibilità oggettive, contestuali. Certo non si deve gettare acqua sull'entusiasmo e sugli ideali, ma ciò non deve essere disgiunto da un sano realismo.

UNA VARIABILE PREVALENTE: LA COESIONE

Per questa fase introduciamo due variabili interpretative. L'una si riferisce alla situazione del gruppo che nella appartenenza arriva ad un livello più elevato, che chiamiamo appunto coesione; l'altra fa riferimento ad una esigenza «cognitiva», che indichiamo col termine «coerenza». Le due variabili saranno analizzate separatamente, ma non devono essere disgiunte. Incominciamo dalla prima.

La coesione è una «relazione stabile con»

Con il termine coesione non indichiamo una realtà diversa dall'appartenenza, ma un modo diverso di essa, più completo e più complesso. La coesione è un punto di arrivo della vita del gruppo, ma le sue premesse sono già presenti dall'inizio, con la conoscenza reciproca, con la simpatia, con le prime cose fatte insieme...
Coesione è questo legame relazionale, profondo e stabile, con l'altro e con gli altri nel gruppo. Essa implica la possibilità di scambiarsi emozioni e informazioni senza l'utilizzo di pregiudizi o di stereotipi. L'«altro» è accettato e riconosciuto come amico, non come un potenziale aggressore, né come una persona indifferente: un amico da cui avere aiuto, comprensione, riconoscimento.
La coesione non è compromessa dalla diversità, né determinata dalla identità di vedute, di giudizi. Essa deriva dalla mutua conoscenza, dal rispetto, dal reciproco riconoscimento e accettazione: cose che possono sussistere anche quando si verificano divergenze.
La coesione conferisce al gruppo identità, solidità, gratificazione
La coesione è un punto di arrivo, ma può anche essere vista come precondizione per l'identità del gruppo.
Se la coesione è una rete fittissima di relazioni interne in cui tutti sono fortemente coinvolti, allora il gruppo può essere considerato veramente come una «unità» particolare. Ciò è chiaramente percepibile quando uno del gruppo è attaccato dall'esterno, o quando deve fare qualcosa: Tutto il gruppo reagisce in difesa o agisce solidamente.
Nel momento di maggior coesione, l'unità investe anche il pensiero, giudizi, scelte. Tutti nel gruppo pensano alla stessa maniera, possono essere tranquillamente rappresentati all'esterno, e si può facilmente dall'esterno attribuire loro stesse posizioni e prospettive.
Tutto ciò è fonte di gratificazione per i membri, che traggono da questa esperienza, un motivo ulteriore per chiedere meno al gruppo, e «darvi» di più. È sintomatico, ad esempio, osservare come, dove c'è una forte coesione, non c'è problema di autotassazione, di mettere in comune beni, macchine, ambienti, scambiarsi regali, condividere le spese, ecc.

Coesione ed obiettivi

Coesione ed obiettivi di gruppo in questa fase molto spesso interagiscono reciprocamente come causa e effetto.
La coesione permette l'elaborazione e il perseguimento di obiettivi prefissati; d'altra parte, obiettivi scelti organizzano e orientano la coesione del gruppo.
Inizialmente la coesione e gli obiettivi molto elevati, per una idealizzazione delle possibilità del gruppo, possono dar luogo ad uno stato di «infatuazione» o di «ebbrezza». Il gruppo crede nelle sue capacità, crede nella raggiungibilità delle mete che si prefigge, è sicuro della sua onnipotenza.
Questo momento è però destinato ad un ridimensionamento e quindi ad una fase di «delusione», e cioè ad una percezione più realistica di se stesso e dei propri obiettivi. La causa può essere una incrinatura della coesione o l'elevatezza degli obiettivi o difficoltà reali che si incontrano lungo il percorso.
In ogni caso il fatto indica che la relazione coesione-obiettivi è un rapporto dinamico e oscillante, e spiega perché il gruppo, nonostante la coesione, viva momenti alterni di effervescenza ottimistica, di scoraggiamento e delusione.
Queste oscillazioni non vanno viste in modo negativo, ma sono invece educativamente molto importanti.
I momenti di esaltazione e di successo sono occasioni per accrescere la fiducia e la coesione del gruppo; i momenti di delusione permettono al gruppo di trovare un livello «reale» di coesione, senza tentazioni utopistiche e di onnipotenza.
Il gruppo infatti non è tutto: può essere significativo per la propria vita, ma non deve costituire il senso di essa.

La coesione nella relazione tra gruppo e animatore

Durante questa fase del ciclo evolutivo del gruppo, le relazioni con l'animatore sembrano essere caratterizzate dall'ambivalenza tra il desiderio dell'autonomia dei membri dall'animatore (e quindi la tendenza, escluderlo o a ridimensionarne il suo peso) e il bisogno di essere da lui guidati.
Ciò è dovuto al fatto stesso della coesione, che porta ad aver più fiducia nel gruppo che nell'animatore, ad una distribuzione più equilibrata delle relazioni; ma nel momento della delusione è a lui che si ricorre per uscire dalla secca in cui si trova, da certi «impasse».
Nella normalità dei casi l'ambivalenza evolve verso una integrazione dell'animatore nel gruppo, verso un privilegiamento del rapporto con il gruppo e verso una autonomia sempre più accentuata. In altre parole, l'animatore tende a diventare sempre più uno del gruppo con cui ci si confronta «alla pari», di cui non si gradiscono le prese di decisione autoritarie.

La coesione nella relazione del gruppo con l'esterno

In quanto offre al gruppo una identità, la coesione gli fornisce anche la possibilità di presentarsi all'esterno come un interlocutore, con «pretese» di fronte alla società. Sono pretese critiche, di cambiamento, di orientamenti diversi alle cose.
Soprattutto nel momento «esaltante» il gruppo ha nei confronti dell'esterno un atteggiamento contestatore, innovatore, propositivo, non permeabile, tendente ad assumere in proprio e a voler gestire secondo le proprie regole «il da farsi». Non accetta critiche, collaborazioni esterne, né una posizione di sudditanza.
Data questa posizione, non è facile per il «mondo esterno» aprire inizialmente un dialogo con il gruppo. Solo successivamente quando il gruppo avrà constatato i propri limiti e tornerà ad un maggiore realismo, la relazione potrà diventare più fruttuosa.
Questa dinamica ovviamente non riguarda solo il confronto con il mondo esterno, laico o profano, ma anche con il mondo ecclesiale più ampio nel quale esso si trova inserito: il centro giovanile, la parrocchia, la comunità degli adulti, la diocesi, la chiesa.

ALTRA VARIABILE PREVALENTE: LA COERENZA

L'organicità, la sistematicità, la razionalità con cui il gruppo si muove in questa fase ci inducono ad assumere una seconda categoria interpretativa dei fatti descritti: la coerenza.
Con tale categoria sottolineiamo un carattere qualificante della nostra struttura cognitiva: la necessità cioè di ordinare e sistematizzare il complesso delle informazioni di cui veniamo in possesso, al fine di avere criteri selettivi e valutativi di nuove informazioni in arrivo. Tale esigenza attraversa tutto il nostro sistema cognitivo, e sembra anche imporsi in questa fase. Vedremo in modo particolare nel campo delle motivazioni, delle mete ideali e valoriali del gruppo, nella definizione e analisi dei significati che esso elabora, e nella applicazione che di tutto ciò si fa nella prassi.

La coerenza nelle motivazioni

Finora il gruppo può aver proceduto sospinto dalla gratificazione che ciascun membro riceve. Tuttavia si sente sempre più la necessità di motivazioni più ampie, più profonde, che siano alla «radice» delle motivazioni immediate e contingenti, delle risposte semplici ai vari perché. Bisogna trovare una risposta a domande sul senso che si dà alle cose, alla vita; bisogna dare ragione delle proprie scelte. Anche gli obiettivi complessivi e organici che il gruppo in questa fase va elaborando, esigono motivazioni più approfondite, non contraddittorie, che toccano la fede, una visione d'uomo, un'analisi della società e della storia...

Coerenza delle mete ideali e valoriali

Le fasi precedenti erano caratterizzate da una vita di gruppo intensamente vissuta, ma alla giornata, senza una prospettiva direzionale, su universi parziali.
Così infatti doveva essere: il gruppo vive sull'esperienza che la vita gli provoca; e la vita deve esser il suo programma, non il contrario. Un programma con molta pro-
babilità bloccherebbe quella spontaneità di rapporti e il raggiungimento di quegli obiettivi che sono indispensabili ora per mettersi autenticamente insieme nella definizione di un progetto comune organico. Se le tappe sono invertite, il progetto non viene colto nella sua profondità, viene inteso come imposto, non proprio. Se ciò, poi, è collocato nel momento in cui gli obiettivi di comunicazione profonda non sono ancora stati raggiunti, vi è la possibilità che incomprensioni e insoddisfazioni complichino enormemente la dinamica del gruppo. L'accettazione di un progetto passerebbe allora più attraverso la fiducia dell'animatore che non attraverso la consapevolezza e la decisione del gruppo stesso.
Secondo la nostra prospettiva, il «progetto di gruppo» nasce spontaneo dopo l'«accumulo» di elementi parziali, come necessità della struttura cognitiva di far ordine, di sistematizzare tutte le esperienze e riflessioni parziali vissute, come esigenza di trovare formulazioni (intuitive o scritte) che esprimano sinteticamente e compiutamente il vissuto. Queste categorie orientative, selettive, di orizzonte su cui il gruppo intende muoversi, su cui è misurato il passato e si vuole interpretare il futuro, costituiscono gli elementi di una programmazione. Sono categorie generali e onnicomprensive che abbracciano ideali, concezioni di vita, immagini di uomo e di società...

La coerenza analitica dei significati

L'esperienza e la riflessione fanno capire che sui valori si può trovare una grande ambiguità. Esistono tanti modi di vivere la fede, la scelta degli ultimi, l'educazione, ecc. Questa ambiguità si riflette sulle parole usate per esprimere tali contenuti. Per questo motivo nel momento in cui il gruppo cerca di definire se stesso e i valori su cui si orienta, non enuncia solo ideali, ma cerca anche di trovare una precisazione non ambigua. Esso si apre allora a un confronto e a una riflessione per precisare ciò che condivide, per esplicitare gli impliciti e le precomprensioni.
Questo lavoro lungo e faticoso ha una doppia utilità: quella di chiarirsi la propria realtà, e quella di dargli un'immagine precisa all'esterno. Tale cammino o processo di sintesi e di analisi che dà corpo al «progetto», viene raggiunto dai vari gruppi in modo molto diverso, ma per tutti costi-
tuisce un momento di forte presa di coscienza del senso delle cose fino ad ora fatte e che in futuro dovranno esser compiute.
Tuttavia tutto ciò può avvenire in modo ambiguo, portare problemi all'interno del gruppo.

Alcuni problemi e ambiguità

L'esigenza di una definizione del progetto può non maturare simultaneamente, e quindi essere sentita e risolta solo da alcuni o dall'animatore, cosicché il progetto non esprime la maturazione e presa di coscienza del gruppo, ma qualcosa di imposto con evidenti tensioni.
Ancora, il bisogno di «fare chiarezza» viene per lo più affrontato con confronti, dibattiti, documenti, che richiedono capacità comunicative intellettuali e verbali che possono provocare l'emarginazione di alcuni, non costituendo più così un lavoro collettivo del gruppo.
Un'altra difficoltà può essere la modalità stessa con cui viene elaborato un «progetto di gruppo»: scritto o semplicemente verbale.
La modalità scritta ha indubbiamente il vantaggio della precisione, della completezza, della logicità e della razionalità, ma porta spesso con sé i limiti di una rigidità ideologica. Facilmente incorre nel pericolo di non riuscire a modificarsi col mutare del gruppo e delle condizioni storiche.
Un progetto di accordo verbale invece è più flessibile, più individuato sulla misura del gruppo; risulta però più evanescente, meno chiaro e meno logico, e non orienta il gruppo verso scopi bene definiti.
Delle due modalità oggi la seconda sembra essere preferita. I vantaggi e i limiti di entrambe sono evidenti. Quale modalità preferire è una soluzione che il gruppo deve trovare. Un ultimo problema riguarda coloro che vogliono entrare nel gruppo o che da poco tempo cominciano a frequentarlo: ma su questo ritorneremo fra poco.

La coerenza cognitiva e la prassi

Nell'elaborazione del progetto non solo si stabiliscono motivazioni e valori ideali, non solo si cerca una connessione logica tra di loro e una esplicitazione significativa chiarificatrice, ma anche una coerenza di conseguenze pratiche, che si esplicita come impegno programmatico per il futuro. L'appoggio ad un gruppo impegnato per gli anziani ora può diventare un impegno definitivo; alcune attività educative possono ora essere assunte come impegno del gruppo; le qualità sportive di alcuni membri possono orientare a questa attività in modo coerente ed educativamente serio, ecc.
La prassi in genere diventa punto di coagulo della coerenza programmatica. Dal fare delle cose, cioè, nasce il bisogno di dare ad esse una organizzazione e una giustificazione programmatica. Questo fatto non contraddice quanto detto finora, perché ci sono sia gruppi che arrivano alla prassi da un programma, sia gruppi che da una attività che svolgono traggono una giustificazione progettuale del loro impegno.
Tuttavia, nell'un caso come nell'altro, il gruppo non può rimanere in una definizione generica di se stesso, ma deve arrivare anche ad una applicazione pratica delle formulazioni progettuali che esso si dà.

IN SINTESI

Possiamo ora riassumere quanto abbiamo detto dal punto di vista delle relazioni che il gruppo vive in questa fase con l'interno e con l'esterno.

All'interno

Il gruppo è caratterizzato da una relazione molto forte e stretta tra tutti i membri, che produce una forte coesione. La comunicazione è profonda, autentica e distribuita iri modo pressoché uniforme tra tutti. La coesione crea una forte solidarietà e gratificazione al gruppo che in questo modo può dirigersi verso obiettivi condivisi.
La buona interazione all'interno, il molto tempo passato insieme e le esperienze acquisite danno la possibilità al gruppo di elaborare un piano di azione coerente e approfondito: un progetto di vita e di attività programmatica.
La stessa coesione, però, se da una parte fornisce al gruppo una identità, dall'altra crea difficoltà ai nuovi arrivati di inserirsi facilmente.

All'esterno

Questo è il momento dell'apertura «reale» del gruppo verso l'esterno. La coesione e l'identità finalmente raggiunta danno al gruppo la possibilità di presentarsi come interlocutore e come forza collettiva di intervento nei sistemi che lo superano.
A seconda della scelta di campo, il gruppo può riferirsi alla chiesa (parrocchia, centro giovanile, diocesi, ecc), alla società civile (quartiere, paese, ecc.) o ad una particolare fascia di necessità (handicappati, cultura, sport, anziani, i giovani, ecc.).
Dato l'alto livello di coesione e di chiarificazione raggiunto, è facile che il primo incontro con gli «altri» sia caratterizzato da un atteggiamento critico, contestatore, teso ad assumere in proprio le iniziative, a non prestarsi ad una collaborazione e a un confronto dialogico: atteggiamento dovuto anche alla paura di perdere la ricchezza che il gruppo si è conquistato.
A questo momento, però, dopo una presa di coscienza più realistica di se stesso e delle proprie possibilità, il gruppo, se ha formulato una cultura di mediazione, sarà in grado di camminare verso una proficua collaborazione con gli «altri» e con altri gruppi.

INTERVENTO EDUCATIVO

Tra i vari aspetti problematici che si possono incontrare, ne scegliamo uno particolare, che ci sembra sintomatico, derivante strutturalmente dalla situazione che vive il gruppo in questo momento. Ci riferiamo all'inserimento di un nuovo membro del gruppo.

Il problema dell'«ultimo arrivato»

Normalmente i gruppi giovanili non sono esclusivi e chiusi. Nella quasi totalità esiste la possibilità di un «libero ingresso» in qualsiasi momento.
Se quindi esiste una difficoltà ad entrare nel gruppo da parte di un «nuovo», essa non va individuata tanto nella volontà cosciente di esclusione, quanto invece nella stessa strutturazione del gruppo in quanto tale, cioè dalla coesione che il gruppo ha raggiunto. La costruzione di un rapporto sincero e autentico, l'individuazione di un progetto ideale condiviso, sono esperienze che mancano all'ultimo arrivato e non sono facilmente conferibili. Il gruppo dovrebbe ripercorrere con lui la strada giusta. Ma questo è impossibile. Il problema non si risolve semplicemente dicendogli di comportarsi «naturalmente» come tutti, o presentando ciascun membro del gruppo al nuovo arrivato. Ciò che manca al «nuovo» è infatti l'esperienza maturata e vissuta per tanti anni, la conoscenza profonda e concreta che ciascuno possiede dell'altro, il ruolo che ciascuno occupa nel gruppo, le norme esplicite e implicite che regolano il comportamento di ciascuno, i valori che insieme sono stati maturati, lo spazio di «parola» che ognuno ormai si è trovato...

Alcune condizioni per l'inserimento del «nuovo»

Per un «nuovo», se pur difficile, non è impossibile, entrare in un gruppo già formato, se si verificano alcune condizioni. La prima condizione è: riuscire a far ripercorrere al nuovo arrivato le fasi del gruppo: una prima conoscenza superficiale, poi una conoscenza più profonda, successivamente la possibilità di riconoscere i ruoli di ciascuno, quindi la concessione di uno spazio per la assunzione di un suo ruolo, ecc.
La seconda condizione consiste nella capacità di non «parlare» in modo incomprensibile. All'ultimo arrivato tutto ciò che fa riferimento ad un passato in cui lui non era presente è incomprensibile e quindi va evitato. Un parlare comprensibile è invece quello che nell'esprimersi dà riferimenti che permettono di ricostruire il senso di ciò che viene detto.
La terza condizione è l'offerta della possibilità di partecipare direttamente alla vita del gruppo in modo «non-subalterno». Spesso l'ultimo arrivato infatti finisce per stare molto tempo alla porta a osservare ciò che capita finendo con l'emarginarsi totalmente.
Queste tre condizioni ci sembrano linee percorribili affinché l'ultimo arrivato non rimanga sempre «l'ultimo».

Gli obiettivi per il gruppo

Da quanto detto, possiamo indicare alcuni obiettivi da raggiungere in questa fase. Li elenchiamo:
^ Orientarsi verso un progetto organico e sistematico. Se la coesione è stata raggiunta, questo obiettivo potrà essere conseguito con facilità e naturalezza. Ciò risulterà più difficile se il livello di coesione è ancora a livelli superficiali e insicuri. In questo caso il progetto non solo stenterà a venir fuori, ma risulterà qualcosa di inautentico e non profondamente percepito e vissuto. Meglio allora un non-progetto che un programma prodotto dall'animatore e da qualcuno soltanto.
Non si dimentichi che il vero progetto di gruppo è l'oggettivazione razionale e sistematica del vissuto e degli orientamenti che il gruppo si attribuisce. Qualcosa di diverso, che non esprime ciò che il gruppo condivide, rimane parola vuota.
Quanto più ricca è l'esperienza visuta, tanto più ricco e significativo risulterà il progetto elaborato.
^ Prendere coscienza di ciò che si è e di che cosa si vuole essere. È un altro aspetto dell'obiettivo appena descritto. Il gruppo, raggiunta la coesione, può alle volte correre il rischio di chiudersi in se stesso e vivere una tranquilla amicizia senza andare oltre, fino ad un esaurimento delle sue possibilità.
Per questo motivo è importante raggiungere due obiettivi: uno in profondità e uno in avanti. In profondità, esso si esprime nello scoprire ciò che si ha in comune, ciò che «lega» l'uno all'altro, che cosa «è» il gruppo. In avanti, esso significa domandarsi cosa si può fare insieme, come si può coordinare e organizzare il lavoro di tutti in vista degli obiettivi. Si richiede allora di scoprire le qualità esistenti, le sensibilità che si vivono, e di ritrovare nell'ambiente circostante le necessità più urgenti su cui intervenire...
^ Trovare le connessioni. Il progetto è un momento di sintesi non semplificatoria, di connessioni che vengono poste tra tante realtà, valori ed esperienze vissute. Per questo sbaglierebbe chi pensa di arrivare al progetto con un colpo di bacchetta magica.
Al progetto si arriva attraverso un lavoro paziente, nel quale un po' alla volta si stabiliscono connessioni tra cause ed effetti, tra motivazione e azione, tra analisi e intervento, tra fini e strumenti; oppure tra diversi universi spaziali, come ad esempio: fede e impegno, chiesa e mondo, situazione presente e sviluppi futuri, laicità e presenza cristiana nel mondo, volontariato e mondo civile e politico, ecc. Senza la capacità di porre tutti questi rapporti, un progetto risulterà povero e ambiguo.
^ Individuare le conseguenze pratiche del proprio progetto. Nel momento progettuale molti gruppi non riescono ad andare oltre una dichiarazione di intenti, di ideali da perseguire, di valori da proporre, da difendere o da vivere. Questi progetti definiscono una concezione di vita, un mondo e una società che il gruppo vorrebbe, un concetto di uomo utopico e astratto. Questi progetti mancano di concretezza storica, di analisi della situazione, di incarnazione, di operazionalizzazione delle cose da fare, della indicazione di punti strategici su cui intervenire per modificare una situazione.
È il difetto opposto a quello di chi privilegia la prassi, l'intervento, il fare senza domandarsi la ragione o l'opportunità, secondo quale quadro d'insieme si lavora.
Tutti e due gli aspetti e le direzioni vanno perseguite perché il progetto non rimanga qualcosa scritto solo sulla carta o diventi un'azione inefficace e uno sperpero di energie.
^ Definire e dare un'identità al gruppo. Una definizione del gruppo è importante per i membri, ma anche per l'esterno. Il gruppo deve saper dire in pochi tratti significativi «chi è», «qual è la sua specificità». Questo deve essere chiaro non solo per i membri, ma anche per la comunità circostante: chiesa, parrocchia, quartiere, ecc. Se il progetto può essere analitico, articolato, distinto in diversi aspetti, nel momento in cui si presenta verso l'esterno esso deve apparire «chiaro», «semplice», «evidente», «palese». Deve essere facile dire: «Sono quelli che si interessano di...»; «Sono quelli che promuovono...», ecc.
^ Aprirsi al confronto con l'esterno. La gratificazione che deriva dalla coesione non deve chiudere il gruppo in se stesso. Il gruppo deve uscire dal «nido» in cui finora è vissuto, e cominciare a confrontarsi con il mondo circostante. Il gruppo non inizia però ora. Già prima questo confronto in qualche modo è avvenuto, ma non nel modo in cui ne parliamo ora. In questo momento l'intervento del gruppo sul mondo circostante deve avere i caratteri di chiarezza di analisi, di strategia e di obiettivi. Questo intervento rappresenta la proposta che si intende fare all'e-esterno e il ruolo che si intende assumere. All'inizio si potrà essere troppo facilmente critici, ideologici, intolleranti, propositivi. Sono pericoli possibili e l'animatore dovrà cercare di far sì che questo modo di accostare il mondo esterno al gruppo divenga sempre più attento e riflessivo, collaborante e pluralista, con un rapporto con gli altri alla pari e non egemonizzante.

Indicazioni per l'animatore

Solo alcune indicazioni.
^ Favorire nel gruppo il dibattito e il chiarimento su temi di fondo. L'intervento dell'animatore deve soprattutto stimolare il gruppo alla ricerca dei «perché...» (motivazioni) e dell'«allo scopo di...» (finalità), del «per mezzo di che cosa...» (strumenti) e dell'«in base a che cosa...» (analisi).
Egli potrà favorire dibattiti e approfondimenti culturali che aiutino a comprendersi meglio. Le conclusioni devono maturare lentamente: se ci sarà l'apporto di nuove idee, riflessione e dibattito, i risultati presto o tardi non mancheranno.
^ Non dare al progetto di gruppo né i caratteri di definitività né quelli di una provvisorietà irrilevante. Nell'elaborazione di un progetto l'importante non è che esso sia scritto o almeno verbale. Ciò che deve avvenire è «una presa di coscienza» da parte del gruppo delle motivazioni, delle proposte e una definizione del campo di intervento.
Non è che ciò debba avvenire in modo definitivo, una volta per tutte; ma neppure che si cambi ogni momento quello che si vuole fare. L'animatore dovrà sapersi muovere tra i due estremi, richiamando l'uno o l'altro a seconda delle necessità.
^ Attenzione agli ultimi arrivati. Preoccupato delle proprie attività, senza volerlo il gruppo può trascurare gli ultimi arrivati. È importante invece che ad essi si stia attenti: possono costituire il ricambio e la rigenerazione.
Ma è pure importante prestare attenzione ai «nuovi che non arrivano mai». Il gruppo deve anche chiedersi se riesce ad essere «un punto di aggregazione» significativo. Se dovesse verificarsi il caso che non arrivano più persone nuove, il gruppo dovrebbe interrogarsi su se stesso.

Strumenti

^ Trovare un equilibrio tra pensare ed agire. Il gruppo non si deve limitare a discutere o a pensare, ma deve anche fare «qualcosa». La coesione deve servire per un'azione più incisiva al di fuori, e non solo per stare insieme.
A seconda del tipo di gruppo si preferirà partire dall'uno o dall'altro, ma i due aspetti dovranno essere sempre presenti e fatti interagire.
^ Favorire e stimolare la lettura e la riflessione personale. È grave che in molti gruppi sia caduta in disuso l'abitudine di segnalarsi libri importanti da leggere, o che sia scaduta l'importanza di una «buona» biblioteca (riviste e libri). Questi strumenti devono essere rispolverati e ripresi. Si tratterà di specificare i campi, di selezionare le opere, di trovare i soldi, lo spazio, di regolarne l'accessibilità e il funzionamento, ma la possibilità di una biblioteca di gruppo è uno strumento da rivalutare.
^ Farsi promotori di iniziative culturali. Non da solo, ovviamente. Se il gruppo è numeroso, ci si potrà muovere anche autonomamente secondo le proprie possibilità; in caso contrario nulla impedisce di aprirsi ad una collaborazione con altri gruppi per organizzare un insieme di interventi, oppure per partecipare ad altre iniziative svolte altrove.
Anche qui si tratta di non essere generici, ma di voler raggiungere certi scopi: aiutare le persone a riflettere e a fare analisi, connessioni, a conoscere tipi di esperienze o di intervento significative e riflesse... Per questo i temi da preferirsi saranno, ad esempio, «fede e impegno», «chiesa e mondo», «cristiani e emarginazione», «lavoro e fede», «giovani e parrocchia». Oppure, su un terreno più laico: «volontariato e società civile», «esperienze di intervento con i portatori di handicaps», «esperienze di volontariato con i tossicodipendenti, con gli anziani...», «esperienze di animazione culturale nel quartiere», ecc.
^ Dare al gruppo una identità aperta e articolata che favorisca l'aggregazione su una pluralità di interessi e di partecipazione. Il gruppo in questa fase deve orientarsi decisamente verso un intervento all'esterno. Dovrà valutare i «pro» e i «contro» di una scelta esclusiva di attività, o di un intervento articolato su diversi campi, e le possibilità che queste scelte possano impegnare solo alcuni membri del gruppo. Fra le due possibilità è certo preferibile una pluralità. Tuttavia il gruppo dovrà valutare le conseguenze che ciò potrà avere sul gruppo e sulle reali possibilità di intervento.

Alcune tecniche

^ L'enciclopedia del gruppo. Periodicamente, secondo un piano prefissato, l'animatore può fermarsi a riflettere sui contenuti che il gruppo effettivamente vive. Non è importante dedicarvi molto tempo, né richiedere una definizione esatta, coerente e definitiva di un particolare contenuto, ma rilevare semplicemente quello che c'è e quello che è ancora da chiarire. Si scelgono temi come: amicizia, libertà, pace, io, sesso, la chiesa, la famiglia, l'amore, il lavoro, la fede, la preghiera, la spiritualità, il gruppo... Su un biglietto viene riportato il tema e si chiede di fare, in due o tre righe, una riflessione, dare una definizione, fare un esempio...
I foglietti vengono raccolti e un gruppetto ne fa una elaborazione materiale che viene ridistribuita (fotocopiata o ciclostilata) a tutti. La cosa riesce meglio se è anonima, perché è molto importante non che si dica ciò che è giusto, ma ciò che si pensa, ciò che si vive.
Quando si sono raccolte un po' di «voci», si può ritornare sul foglio precedente chiedendo al gruppo di «votare» tutte quelle che sente di accettare. Quelle che raggiungono la maggioranza esprimono il vissuto del gruppo e su queste si faranno ulteriori approfondimenti.
^ Il gioco dei «Se...». Il gioco serve fondamentalmente per individuare le attese o le insoddisfazioni presenti nel gruppo. Il gioco consiste nel mettere davanti a tutti (si può anche distribuire un bigliettino) una frase del tipo: «Il gruppo andrà meglio se...».
Dopo il «brainstorming» si sottolineano o si cancellano o si fanno rivivere i «se» che sono ritenuti importanti, fino a trovare l'accordo di tutti.

CHECK UP

- Come si caratterizza questa fase?
- Quali categorie interpretative si potrebbero assumere a spiegazione di ciò che vive il gruppo in questo momento?
- Quali sono i problemi caratteristici di questa fase?
- Quali sono gli obiettivi da perseguire?
- Qual è il ruolo che dovrebbe assumere l'animatore?
- Quale comportamento possono avere i membri del gruppo nei suoi confronti?