Istituzioni ecclesiali e volontariato giovanile

Inserito in NPG annata 1985.


Giuseppe Pasini

(NPG 1985-04-25)


È opportuno chiarire in premessa il significato che diamo ai due termini posti a confronto: volontariato e istituzioni ecclesiali.

DUE REALTÀ A CONFRONTO

Cosa intendere per istituzioni ecclesiali

È diffusa una certa tendenza a identificare il volontariato con le associazioni e i gruppi di volontariato, legalmente costituiti, con la coscienza di essere soggetto politico, capaci di abbinare al servizio diretto alle persone - quello che viene chiamata «solidarietà nei mondi vitali» - la capacità di incidere nel cammino politico.

Cosa intendere per volontariato

Talvolta questa visione del volontariato, legata al suo «dover essere» più che all'«essere», è abbinata ad un certo deprezzamento verso il volontariato che non raggiunge questo livello.
Nella realtà esistono accanto ad esso almeno altri tre tipi di volontariato, tutti legittimati a chiamarsi con questo nome:
- il volontariato individuale, cioè praticato da singole persone, che non hanno la possibilità di vivere in gruppo o ritengono di dover portare avanti le loro battaglie politiche in altre configurazioni sociali;
- il volontariato familiare, realizzato cioè da coppie di sposi per lo più giovani o da piccoli nuclei di persone che costituiscono famiglie aperte all'accoglienza di persone sole, o abbandonate, o con gravi problemi (handicappati, anziani non autosufficienti, ecc.);
- il volontariato di gruppi informali, che tengono un legame con un'associazione di origine - es. Conferenze di San Vincenzo, gruppi dell'Unitalsi, ecc. - oppure che si sono costituiti attorno a situazioni umane di bisogno alle quali prestano la loro opera, ma che strutturalmente non hanno maturato il problema della loro collocazione politica.
Parlando di istituzioni ecclesiali in rapporto al volontariato è opportuno tenere presenti tutte queste varie configurazioni, sia perché hanno un loro valore, pur non raggiungendo lo stesso livello di efficienza e di significatività, sia perché le istituzioni ecclesiali, nel programmare una pastorale conciliare aperta sul territorio, devono valutare anche il tipo di resistenza che incontrano.

Cosa intendere per istituzioni ecclesiale

Anche il termine «istituzioni ecclesiali» è abbastanza ampio e può comprendere:
- la Chiesa particolare, ossia la diocesi con le sue articolazioni territoriali (le parrocchie) e personali (le associazioni cattoliche);
- gli organi pastorali ufficialmente costituiti per la promozione della carità - la Caritas diocesana e parrocchiale;
- infine le istituzioni assistenziali che si qualificano come espressioni della carità della Chiesa (istituti o forme innovative di solidarietà) che poggiano su un nucleo permanente di operatori (religiosi o laici stipendiati), ma che raccolgono spesso attorno a sé gruppi più o meno estesi di volontari.

Le tendenze di questi anni e i nodi da sciogliere

Dovendo cogliere quello che sta muovendosi nell'ambito ecclesiale, ci riferiamo in termini generali alle tendenze che sono andate sviluppandosi negli ultimi dieci anni, sia sotto l'influsso dell'azione della Caritas, sia per impulsi venuti dall'esterno, sia per la germinazione di tanti stimoli maturati ed esplosi nel dopoconcilio.
Guardando poi in prospettiva, cercheremo di individuare i nodi da sciogliere perché il volontariato giovanile costituisca nella società una forza di vero rinnovamento.

OLTRE UNA CARITÀ DI ELEMOSINA VERSO L'IMPEGNO PERSONALE

Il contesto culturale nel quale hanno operato le istituzioni ecclesiastiche nel periodo postconciliare è caratterizzato da due tendenze.
Anzitutto il superamento di una concezione della carità ridotta a semplice elemosina e donazione di cose, e il prevalere di una concezione che mette l'accento sulla persona e sulla sua disponibilità a servire e a donarsi.
Di conseguenza, il volontariato si è sviluppato in un contesto molto articolato di interventi caritativi, comprendenti, secondo una certa graduatoria: l'elemosina, la condivisione dei beni, la solidarietà di base (caseggiati, quartiere), la disponibilità occasionale a servizi, il volontariato come impegno permanente, la condivisione di vita con gli emarginati... L'accentuazione del volontariato è collegata con un approfondimento dell'amore di Dio per l'uomo, modello di ogni amore cristiano, che si è espresso secondo i parametri del rapporto personale, di donazione di sé, di capacità di sacrificarsi, di alleanza: «Così Dio ha amato il mondo da mandare il suo figlio...» (1 Giov 1,1-4).
Una seconda preoccupazione, nella nostra epoca fortemente secolarizzata, è di esprimere la carità in termini credibili al mondo moderno. La carità è vista come un'occasione per annunciare nei fatti l'amore di Dio. Il volontariato, soprattutto se accompagnato da una preoccupazione promozionale, costituisce un messaggio credibile, anche per chi è lontano dalla pratica religiosa.

L'ANIMAZIONE AL VOLONTARIATO

Il primo ruolo svolto dalla comunità cristiana, soprattutto nel mondo giovanile, è stata l'animazione al volontariato, intendendo con tale termine l'inseminazione nel mondo giovanile di una serie di valori ricavati dal messaggio cristiano, che costituiscono l'humus sul quale il volontariato fiorisce, come pure i caratteri distintivi del servizio di volontariato.
Un primo valore è il senso del dono e lo spirito di gratuità, che dovrebbe condurre a condividere con gli altri la vita, il tempo, l'intelligenza ... con spontaneità e quasi lasciandoci guidare da una legge di natura. Certe forme di volontariato soprattutto (assistenza notturna gratuita ai malati, adozione di un bambino focomelico...) sono visti, in un contesto dominato dalla legge del profitto, quasi con incredulità: non si ritiene che esistano persone capaci del dono di sé offerto nella piena gratuità.
Un altro valore seminato nei giovani è lo spirito di servizio, che va molto al di là del servizio, e suppone la preoccupazione di un continuo confronto con le persone in stato di bisogno, per adeguare ad esso i nostri atteggiamenti e la nostra disponibilità. Anche questo valore ha un significato di controcultura in un contesto nel quale, anche nei servizi pubblici, è raro cogliere nel funzionamento l'atteggiamento del servitore.
Un terzo valore diffuso tra i giovani è lo sforzo a creare rapporti personalizzati, in cui ogni persona è quasi chiamata per nome. Le numerosissime istituzioni ecclesiali di base, i gruppi giovanili e le stesse associazioni hanno potenziato questa rete relazionale, che nel volontariato è fondamentale e che contrasta con la diffusa percezione di anonimato che la gente sperimenta anche negli stessi ospedali e più in generale nei servizi.
Un ultimo valore promosso nella comunità cristiana è l'attenzione preferenziale per gli ultimi. Alla base c'è una visione culturale della Chiesa dei poveri, non sempre correttamente intesa, ma che ha ingenerato numerose esperienze di condivisione con gli emarginati, specialmente nelle baraccopoli e nei vecchi centri storici delle città.

LA FORMAZIONE DEL VOLONTARIATO

Sono centinaia ogni anno i corsi di formazione che vengono realizzati o dalle Caritas diocesane o congiuntamente da Caritas, consulta sanitaria diocesana, associazioni di volontariato, per avviare la formazione di nuovi volontari o l'aggiornamento di volontari già in servizio. È questo il secondo ruolo svolto dalle istituzioni ecclesiali.
Il punto di valore da cui si parte è che per compiere un servizio volontario non bastano le motivazioni, ma è necessaria la competenza.
Ora, ci sono volontari che offrono come servizio la condivisione gratuita della loro professionalità: ad esempio il medico, l'insegnante, l'idraulico, l'infermiere, ecc. Per costoro è minore l'esigenza di formazione. Ma per la maggior parte, si tratta di giovani volontari, introdotti in tutt'altra disciplina e che esigono un minimo di preparazione per essere in grado di essere utili.
I corsi più numerosi, in questi ultimi anni, hanno riguardato il settore sanitario, ma molti altri hanno avuto come ambito generale l'animazione del territorio e l'assistenza sociale a particolari gruppi di persone.
I contenuti di questi corsi hanno rispettato una visione di volontariato aperto all'animazione sociale e all'impegno politico. Ne è uscita una certa griglia di contenuti formativi che riguardano i seguenti aspetti, che elenchiamo:
- la conoscenza dell'ambiente sotto i vari aspetti: istituzionale, sociale, economico, religioso;
- le leggi e le politiche dei servizi nella regione;
- i dati e le problematiche relative ai settori in cui si è chiamati a operare (minori, handicappati, anziani, ecc.) e le relative risorse esistenti sul territorio;
- elementi di psicologia, che facilitano rapporti interpersonali;
- conoscenze tecniche e sperimentazioni che consentano un adeguato intervento;
- naturalmente il tutto è sostenuto da una forte alimentazione spirituale e motivazionale.

L'ORGANIZZAZIONE DEL VOLONTARIATO

Un terzo contributo delle istituzioni ecclesiastiche è stato l'organizzazione stessa di gruppi di volontariato, cioè l'impegno a farlo nascere concretamente. Va ricordato, infatti, che talvolta il gruppo di volontariato si sviluppa attorno ad un «capo carismatico». Spesso sono le grandi associazioni storiche (S. Vincenzo, Croce Rossa, AVIS, Misericordie, Pubbliche Assistenze, ecc.) che allargano le zone d'influenza e danno vita a nuovi gruppi.
Ma negli ultimi anni la forte sensibilità al volontariato diffusa un po' ovunque ha sospinto parrocchie, vicariati interparrocchiali, istituti assistenziali a organizzare direttamente nuovi gruppi di base.
Per lo più i gruppi sono sorti in risposta a precisi bisogni che la comunità cristiana aveva individuato. Un passaggio importante in questi casi è l'individuazione di animatori idonei, molto motivati, con forti capacità organizzative, con abilità a sostenere gli altri.
Una nota che va diffondendosi è l'attenzione al territorio e al rapporto tra parrocchie vicine e unità territoriali di riferimento. Essendo i bisogni del territorio il naturale punto di riferimento del volontariato, in alcuni casi si è ravvisata l'opportunità di organizzare, nella medesima USL, un'unica associazione interparrocchiale di volontariato. Di riflesso, questo riferimento ai problemi del medesimo territorio, ha incoraggiato le parrocchie in esso esistenti a realizzare un unico piano pastorale, individuando priorità e strumenti.
Sul piano del volontariato organizzato dalle istituzioni ecclesiastiche vanno ricordate in maniera particolare, anche per il significato che esse hanno storicamente assunto, due tipologie particolari.

L'anno di volontariato sociale delle ragazze

È un'iniziativa che va diffondendosi un po' dovunque e che è presente oggi in oltre 50 diocesi. È un'esperienza che ha delle analogie con il volontariato internazionale.
Ha due caratteristiche fondamentali: è un servizio volontario a tempo pieno, per un anno intero, vissuto con gli ultimi e gli emarginati; ed è parallelamente un anno di profonda riflessione sul significato della propria vita. In certo senso è destinata a porre le basi perché tutta la vita sia segnata dall'orientamento del servizio: una specie di «noviziato alla vita».
La proposta è rivolta a ragazze maggiorenni - ma anche a giovani che non abbiano l'obbligo del servizio di leva - al termine degli studi e all'inizio dell'attività lavorativa.
Le ragazze attualmente in servizio operano in centri di accoglienza per donne dimesse dall'ospedale psichiatrico, in comunità terapeutiche; oppure fanno assistenza domiciliare a famiglie con persone handicappate o non autosufficienti; oppure operano in case-famiglia per minori.

Il servizio civile degli obiettori di coscienza

È la seconda tipologia promossa dalla Chiesa italiana, facendo eco ad una richiesta emersa nel convegno «Evangelizzazione e promozione umana» e fatta propria allora da tutta l'assemblea. La Caritas Italiana, nell'ambito del suo impegno di promozione della carità e della pace, ha avviato una convenzione con il Ministero della Difesa. Dal '67 al '74 ha guidato il servizio civile di circa 4.000 obiettori, che oggi operano in 150 diocesi.
È un volontariato un po' atipico, quello degli obiettori, nel senso che il punto di partenza di questi giovani è la obiezione di coscienza, ossia il rifiuto dell'esercito e più in generale del sistema di rapporti violenti che esso rappresenta e della folle spirale degli armamenti. In positivo essi propongono di privilegiare in maniera assoluta -per risolvere i conflitti internazionali - il negoziato, la pressione pubblica internazionale, pressioni economiche, la difesa popolare non violenta.
Si può dire che il servizio civile è la contromisura che lo Stato ha richiesto da loro per accettare l'obiezione. Quindi di per sé è servizio imposto e non già volontario. Tuttavia, di fatto, si tratta di giovani già inseriti nei servizi a titolo di volontariato e che continueranno il servizio di volontariato anche dopo il servizio civile.

IL COORDINAMENTO DEI GRUPPI CRISTIANI DI VOLONTARIATO

Un ultimo ruolo assunto dalla comunità cristiana attraverso le sue istituzioni è stato quello del coordinamento del volontariato, inteso nel senso precisato da Paolo VI: «Creare unità nell'esercizio della carità... ossia aiutare i vari gruppi ad agire in spirito di sincera collaborazione, superando individualismi e antagonismi e subordinando gli interessi particolari alle superiori esigenze del bene generale della comunità» (discorso alle Caritas, settembre 1982).
In realtà, la preoccupazione che ha guidato i tentativi di coordinamento in questi ultimi anni era finalizzata non solo a ritrovare unità nell'ambito della comunità ecclesiale, ma anche a muoversi con criteri omogenei - pur nella libertà di ogni associazione - sia nel privilegiare nel servizio la scelta dei più poveri, sia nell'operare con una ottica promozionale e di prevenzione.
È solo in questo modo che il volontariato può esprimere nella società la sua carica profetica.
Il coordinamento dei gruppi di volontariato a livello nazionale si è concretizzato in due strumenti.
Un primo strumento è la realizzazione di una specie di «banca dei dati del volontariato cristiano», cioè una pubblicazione a schede dei principali gruppi di ispirazione cristiana operanti in Italia. La pubblicazione, già alla terza edizione - oggi stampata nelle Edizioni Dehoniane - è stata preparata con lo scopo di facilitare lo scambio di conoscenze tra i gruppi e per rendere concrete le possibilità di reciproco aiuto.
Un secondo strumento di collegamento è costituito dai vari convegni nazionali del volontariato organizzati nei primi anni dalla Caritas a partire dal 1975. L'attenzione presente in questi convegni al territorio e ai suoi problemi ha facilitato la nascita di un movimento federativo di gruppi di volontariato, su base provinciale e regionale, chiamato Movimento Volontariato Italiano (MoVI). Il MoVI ha scelto di presentarsi sulla scena italiana come movimento laico, aconfessionale, aperto quindi a tutti i gruppi di volontariato, che si ritrovano attorno ad una base di valori comuni, anche se di fatto è composto nella grande maggioranza di gruppi ecclesiali. Ha l'obiettivo di rappresentare il volontariato, come soggetto politico, unitario, sia di fronte ai pubblici poteri, sia di fronte alle altre forze sociali (sindacali, culturali, ecc.).

L'INFLUSSO DEL VOLONTARIATO NELLE ISTITUZIONI CRISTIANE

I rapporti comunità cristiana - volontariato non sono stati a senso unico. La presenza di forze vive, quali sono quelle del volontariato dentro la comunità, ha contribuito a far evolvere la comunità stessa, almeno per quanto riguarda il versante della diaconia.
Anzitutto la presenza del volontariato ha spinto a far evolvere la cultura e soprattutto la prassi della carità nella comunità cristiana, passando da una carità percepita come elemosina e beneficienza ad una carità caratterizzata dal servizio e dalla condivisione.
In un certo senso il volontariato ha restituito alla comunità quello che aveva ricevuto. Il volontariato stesso ha perduto caratteristiche elitarie, che in alcune zone lo riducevano a fenomeno aristocratico o giovanilistico, e si è presentato sempre più come fenomeno accessibile a tutti e ad ogni età.
Un secondo contributo: ha mostrato come attuabili nel concreto alcuni grandi valori cristiani, che rischiavano di essere relegati nel limbo delle utopie.
Così, ad esempio, una coppia di sposi che prende in affidamento una bambina focomelica o che accoglie in casa una persona anziana non autosufficiente, esprime meglio di lunghi discorsi l'attenzione privilegiata agli ultimi suggerita dal Vangelo.
Un gruppo di giovani che vive in una cooperativa di solidarietà sociale, condividendo la vita degli handicappati fisici e mentali, annuncia il carattere di promozione e di liberazione umana che la carità cristiana deve avere.
L'associazione di volontari ospedalieri che, oltre al proprio servizio diretto ai malati, s'impegna a sensibilizzare l'amministrazione e gli stessi operatori professionali a migliorare i servizi ospedalieri, propone nei fatti l'abbinamento carità-giustizia.
Un terzo beneficio del volontariato è di costituire per la comunità cristiana una specie di antenna, capace di captare i nuovi bisogni emergenti.
Ci sono tuttora bisogni «tradizionali»: una recente ricerca promossa dalla CEE ha svelato che in Italia esistono 8 milioni di poveri sotto il profilo economico. Ma vanno sviluppandosi bisogni nuovi e gravi: sia sufficiente ricordare la tossicodipendenza, la devianza minorile, i dimessi dagli ospedali psichiatrici, la crescente disoccupazione, la solitudine e la privazione di affetti e di rapporti diffusa specialmente nelle grandi città.
Un notevole servizio è stato sviluppato dal volontariato nel rinnovamento delle istituzioni assistenziali della Chiesa (istituti per minori, per disabili, per anziani, ecc.). Talvolta è successo che opere perfettamente rispondenti all'epoca in cui sono sorte, sono risultate non più funzionali alla sensibilità e ai bisogni di un'epoca successiva.
Oggi, ad esempio, si tende a ridurre al massimo l'istituzionalizzazione di minori handicappati, anziani; si tende a ridurre le grandi strutture che spesso sono spersonalizzanti od emarginanti, per utilizzare invece servizi che siano il più possibile vicini alla struttura familiare.
Non sempre chi è inserito orgnicamente in queste strutture coglie l'esigenza del cambiamento: è il volontariato spesso ad aprire le nuove strade.

ALCUNI PROBLEMI APERTI

È opportuno accennare ad alcuni problemi aperti.

Da un aumento numerico ad una crescita qualitativa

Il primo riguarda lo sviluppo del volontariato nella sua autenticità.
Nessuno sa quanti siano i volontari in Italia: le cifre che corrono sulla stampa vanno da un minimo di 600.000 ad un massimo di 3 milioni di volontari.
È importante, senza dubbio, un aumento numerico di volontari tra i giovani.
In tal senso andrebbero reimpostati alcuni spazi portanti di educazione giovanile: la catechesi, gli istituti di educazione cattolici. Come si può pensare di impartire una educazione cristiana che non passi attraverso esperienze di servizio, il dono di sè, l'attenzione agli ultimi? Come si possono qualificare cattoliche istituzioni che non promuovano concretamente l'educazione alla carità, che è l'unico segno distintivo che Cristo ha dato ai suoi seguaci?

Le condizioni per incidere nella società

Ma è ancora più importante cogliere le condizioni che consentano al volontariato di incidere nella società.
Il volontariato trova il suo valore sociale non solo nella testimonianza, ma anche nella capacità di cambiamento sociale. In ultima analisi il servizio del volontariato nasce dalla costatazione di una società non funzionante. Il servizio è autentico se accompagnato dalla volontà di cambiare la società, di renderla più umana.
Qui entra l'aspetto politico del volontariato: porsi il problema del cambiamento della società significa porsi il problema politico. Come può il volontariato contribuire a modificare le strutture sociali?
Indubbiamente anche fungendo da forza di pressione, di denuncia e di proposta. Ma probabilmente la strada fondamentale è la coerenza della vita.
C'è il rischio anche per il volontariato giovanile di diventare una moda: lo è, nel senso peggiore, quando il tempo di servizio fosse coniugabile con una vita disimpegnata in tutto il resto, con uno spirito «borghese», con l'accettazione passiva di ingiustizie permanenti nella società. Non si può parlare di servizio ai poveri senza condivisione con la loro vita e con i loro problemi, senza impegno a rimuovere le cause della povertà e dell'ingiustizia.
In questo senso tutte le agenzie di promozione del volontariato e di educazione al volontariato devono farsi carico di aiutare i volontari ad accogliere nella quotidianità lo spirito del volontariato.

La percezione dei limiti del volontariato

Infine, nell'impegno di chiarezza, vanno sottolineati i limiti del volontariato. Il volontariato non sostituisce - e non deve farlo - i servizi sociali che lo Stato ha il compito preciso di garantire ai cittadini: non ne ha né la competenza né la possibilità. Il volontario integra al più questi servizi, facilitandone la umanizzazione. Il volontariato non va mai concepito di conseguenza come servizio a basso costo. Può esserci talvolta negli amministratori pubblici, preoccupati di far quadrare i bilanci, questa tentazione. I volontari che accettassero questo gioco farebbero un pessimo servizio ai poveri.
Tuttavia escludere l'identità tra volontari e professionali non significa accontentarsi nei volontari di superficialità e dilettantismo. Essi si devono indubbiamente preparare a inserirsi anzi in un processo di formazione permanente, ma con la coscienza che svolgono un ruolo non sostitutivo degli operatori professionali e di richiamo ai grandi valori di cui la società ha bisogno estremo; hanno il compito storico di moltiplicare tra le persone i rapporti, la conoscenza, l'abitudine a chiamarsi per nome, costruendo lentamente in una società divisa e nemica il clima di famiglia.