Può un giovane d'oggi fare il volontario?

Inserito in NPG annata 1985.

 

Tavola rotonda: Gino Borgogno, Giancarlo Milanesi, Mario Pollo, Luciano Tavazza

(NPG 1985-04-4)

 

«Può un giovane fare il volontario?». Abbiamo rivolto questa domanda ad alcuni esperti di volontariato e ad alcuni educatori.
La tavola rotonda che segue è una sintesi della loro conversazione.
La tesi che emerge è quella del volontariato educativo:
pur non facendo carico ai giovani di compiti che spettano agli adulti e alla società e alle sue istituzioni, i giovani oggi possono fare una esperienza di volontariato che sia un reale servizio agli altri ed uno stimolante luogo di maturazione della propria identità umana e cristiana.
Si richiedono alcune condizioni essenziali:
- il volontariato può nascere solo in presenza di un serio lavoro di animazione culturale dei giovani;
- la proposta di volontariato va sostenuta e coordinata da movimenti e associazioni che garantiscano l'affidabilità delle iniziative.
Alla tavola rotonda hanno partecipato: Gino Borgogno, responsabile nazionale della PGS (Polisportive giovanili salesiane); Giancarlo Milanesi, sociologo all'Università salesiana (UPS) di Roma; Mario Pollo, della redazione NPG; Luciano Tavazza, segretario del MOVI (Movimento Volontari in Italia).


Domanda. Partiamo dal fatto, confermato dalle ultime inchieste, che il volontariato è un fatto sociale che coinvolge tutte le età, e non soltanto un fenomeno giovanile.
Le stesse ricerche tuttavia confermano una crescita di interesse giovanile per il volontariato. Come può essere spiegata questa crescita di interesse?

Milanesi. Mi sembra che una spiegazione possa essere data in questi termini: il volontariato, almeno per una minoranza di giovani, è un'esperienza capace di collegarsi ad alcune istanze culturali presenti nel mondo giovanile e di dare loro un indirizzo preciso per uscire dall'ambivalenza che li avvolge.

LA CULTURA GIOVANILE E IL VOLONTARIATO

La cultura dei giovani si caratterizza oggi per un imprevedibile cocktail, peraltro allo stato fluido, i cui ingredienti possono essere ricondotti ai seguenti.
Un primo ingrediente è la dilatazione della soggettività, come attenzione privilegiata per i problemi che riguardano l'esperienza di ciascun individuo. Non si tratta di riflusso, ma di forte reazione ai vari tentativi di espropriazione della persona negli anni '70 (gli anni della «liberazione politica») e di una reazione alla minaccia, troppo spesso realtà, di marginalità che i giovani oggi sperimentano.
La soggettività giovanile si configura come istanza indilazionabile di restituire senso alla vita individuale e di rifondarne la qualità.
Per alcuni educatori questa attenzione alla soggettività è un rischio.
In effetti è facile scivolare nel soggettivismo. Ma è anche vero che la attenzione giovanile alla soggettività sta aprendo nuove strade per la conquista della identità personale e per un nuovo rapporto con la vita nel suo insieme.
Una di queste strade è il volontariato che, in qualche modo, pare offrire una risposta alla ricerca di soggettività.

La disaffezione dal politico è più sfumata di quanto si crede

Una seconda componente del cocktail culturale dei giovani va forse ricercata nella riscoperta problematica delle istituzioni e della politica.
Dopo aver a lungo parlato di disaffezione del politico, le cose si sono fatte più sfumate di quanto si creda.
Io sostengo che il rifiuto radicale dell'impegno politico riguarda solo le forme totalizzanti, dogmatiche e utopiche del far politica. C'è un modo dimesso, ma concreto, di far politica, come attenzione ai problemi emergenti dal quotidiano, intervento nel territorio limitato ma concreto e operativo, disponibilità a interazioni nella trama del vissuto sociale, propensione a lavorare in piccole aggregazioni non burocratizzate... Anche il rifiuto delle istituzioni è, per certi versi, superato nella misura in cui servono alla formazione della propria identità e a fornire risposte alle proprie contraddizioni.
Il volontariato, rispetto a questo secondo ingrediente, si offre come «mediazione» tra personale e politico, tra ricerca di identità e disponibilità ad una nuova transazione col sistema sociale.
Un terzo ingrediente è la scarsa progettualità. Si progetta poco e si cerca di vivere alla giornata; si tende a diventare «cani sciolti» che appartengono solo a se stessi; le grandi decisioni e le opzioni fondamentali vengono rimandate; scarsa è la propensione ad assumersi precocemente responsabilità nella partecipazione. Si moltiplicano le appartenenze, gli interessi, le iniziative senza attribuire a nessuna di esse un carattere totalizzante e di definitività, tendendo caso mai a relativizzare ogni esperienza e ogni impegno.
È facile anche qui vedere i rischi... Ma questi rendono maggiormente significativo il fatto che esistono, nonostante tutto ciò, giovani che si impegnano e scelgono. Almeno una minoranza, tutt'altro che quantificabile, ha trovato una soluzione al rischio della disgregazione personale, affidandosi al rischio del coinvolgimento. Una minoranza, certo, ma che considero significativa per il futuro di tutti i giovani.
I giovani non vogliono volontarismo ma progetti concreti

Borgogno. In quanto responsabile di un'associazione nazionale di promozione sportiva al cui interno è molto forte il volontariato giovanile, riconosco che, date le condizioni sociali e culturali ricordate ora da Milanesi, questa «minoranza» che sceglie e si impegna mi sorprende continuamente.
Abbiamo appena concluso e pubblicato una ricerca fra i nostri allenatori-volontari.
I dati sono davvero interessanti: prevale l'ottimismo, la disponibilità concreta al servizio, la voglia di assumersi responsabilità... Tutto ciò che richiede impegno, come i campiscuola, è ricercato con passione da questa minoranza.
Una cosa mi preme subito dire: è un volontariato che nasce come «risposta» alle provocazioni di una associazione che vuol andare oltre lo sport ripetitivo, mortalmente agonistico, con allenatori a caccia di gratificazione.
Dove lo sport è visto come servizio per una nuova qualità di vita, esso è capace di richiedere grossi sacrifici di volontariato. A patto che l'associazione lasci spazio ad un protagonismo non giovanilistico, corroborato da precisi «progetti» di intervento. I nostri allenatori e dirigenti non vogliono volontarismo, ma progetti. E se questi non ci sono, se ne vanno. Li cercano altrove.
L'ondata di «volontariato-con-progetto» dura ormai da alcuni anni. Per noi questo è così un momento felice ma delicato: stiamo passando da un volontariato imperniato su adolescenti ad un volontariato che si regge su giovani/adulti e su adulti in senso stretto.
Si impone per noi oggi un problema di «maturità» del volontariato, in cui entrano la ricerca di motivazioni culturali e religiose, l'elaborazione di contenuti educativi, il collegamento più organico con il territorio, la professionalità del servizio sportivo...

Sono le caratteristiche del «nuovo volontariato» ad attirare i giovani

Tavazza. Il ritorno dei giovani al volontariato, se si vuole la scoperta giovanile del volontariato, è segnato da una data grosso modo identificabile con il 1975.
Fino al '75 i giovani si erano disinteressati al volontariato, che era allora prevalentemente impegnato nell'assistenzialismo e nella beneficienza riparatoria. Essi vivevano nell'onda del cambio politico-strutturale e non capivano altre forme di intervento nel sociale. Questo rifiuto era molto
forte anche nelle associazioni cattoliche. È dal '75 in poi che si afferma un nuovo volontariato, culturalmente più ferrato e organizzativamente più efficace.
Sia a livello culturale che religioso, il volontariato passa dal riparatorio al promozionale, e ad un promozionale legato non agli entusiasmi adolescenziali ma alla collaborazione e creatività intergenerazionali.
Di fronte a questa proposta culturalmente e politicamente matura, di cui l'esempio portato da Borgogno è una conferma, i giovani si sono aperti al volontariato. È la competenza, l'organizzazione, la capacità di servizio reale a interessare i giovani.
Neanch'io mi soffermo sulle statistiche; ma è facile riconoscere la presenza dei giovani nella protezione civile, nei beni culturali, nei servizi ecologici, nelle comunità di accoglienza, nei vari settori di prevenzione educativa come le società sportive e gli oratori, tra i dimessi da ospedali psichiatrici, nell'animazione di quartiere...

ALCUNI «NODI» DEL VOLONTARIATO IN GENERALE: QUALE IDENTITÀ?

Domanda. Il volontariato si pone come mediazione tra personale e politico. In quali termini?
Da parte di alcuni si guarda con una certa diffidenza al volontariato. La crescita del volontariato sarebbe una prova ulteriore del degrado politico-istituzionale.
Per altri il volontariato non è che una distorsione educativa che tiene i giovani lontani dai grandi problemi sociali...

Tavazza. Questa diffidenza nasce da un'immagine distorta di volontariato. Il volontariato non è una semplice attività politica. Va oltre il politico.
Il volontariato, infatti, si propone di educare uno stile globale di vita, un modo di vivere che investe non solo l'atteggiamento verso il pubblico e il politico, ma anche l'atteggiamento verso il privato e la vita personale.

Il volontariato è un grande invaso a cui anche i partiti potranno attingere

Il volontariato, prima che luogo di attività politica, è luogo di educazione al politico attraverso l'esperienza della solidarietà, del servizio promozionale fino a formare un «grande invaso» a cui potranno attingere i partiti, i sindacati, la pubblica amministrazione...
Proprio per questo il volontariato non si accontenta di inserire i giovani in un servizio, ma vuole educarli a cogliere lo stretto rapporto tra «questo» servizio e il cambio strutturale e politico. Per i giovani infatti il volontariato come luogo di «cambio globale» è un punto di non ritorno. Come ben sanno quanti tentano e ritentano di invischiarli in servizi di tipo puramente assistenzialistico .
Aggiungo un particolare: le inchieste dimostrano che il volontariato è presente maggiormente dove i servizi sociali funzionano.
Al contrario di quel che si pensa, solo uno stato efficiente consente un volontariato efficiente.

Pollo. Queste riflessioni mi lasciano, almeno per alcuni versi, perplesso. Fino a chiedermi cosa intendere per volontariato. Mi sembra vengano confusi due ambiti che, a mio parere almeno, vanno distinti, anche se non contrapposti: l'ambito della solidarietà nei mondi vitali e l'ambito della partecipazione al sistema sociale.
Chi fa politica si muove nel sistema sociale. Il volontariato invece si muove negli «ambiti vitali», dove è espressione della solidarietà sociale.
Senza questa distinzione il volontariato rischia di ritornare a forme più o meno confuse di supplenza politica.
Un confronto permette di chiarire quanto detto.
Una forma caratteristica di volontariato giovanile è stata il boom degli animatori dopo il '68.
La loro tendenza era a «trapiantare» nei mondi vitali le logiche di interpretazione e intervento del sistema sociale.
Era la politica che si vestiva da volontariato.

Il rischio che il volontariato si travesta da politico

Oggi siamo al rischio opposto: il volontariato vuol vestirsi da politico.
La controprova è una sorta di delega crescente dei «servizi pubblici» ad associazioni che, pur ammantandosi di volontariato, con questo hanno niente a che fare perché si muovono in ambito politico ed economico. Il volontariato rischia di essere un luogo di «mercificazione» di alcuni valori, fino a trasformarlo in macchina economica.
Mi rendo conto della difficoltà di transazione tra mondi vitali e sistema sociale. Ma questa difficoltà non può essere superata nella confusione, ma solo nella distinzione.
Cosa è allora per me il volontariato? Difficile dirlo. Più facile indicare «dove nasce»: l'esperienza concreta di solidarietà nel piccolo gruppo, nella famiglia, nelle libere aggregazioni nel territorio, nella comunità ecclesiale. In questi ambiti il giovane sperimenta uno stile complesso di vita, frutto di precise attività educative più che di crescita selvaggia, che lo apre nella direzione dei mondi vitali come volontariato e nella direzione del sistema sociale come partecipazione.
In questo modo la riflessione viene a spostarsi dal volontariato all'educazione umana e cristiana delle nuove generazioni e ai vari ambiti in cui questa avviene.
Pena il trasformare il volontariato in una sorta di albergo spagnolo in cui ognuno trova quello che vi porta.
Senza l'educazione anche il volontariato, non meno della partecipazione politica, diventa alienazione.

Il volontariato come «terza forza tra privato e politico

Milanesi. Quello che Pollo ha sollevato è, a mio parere, il nodo problematico dell'identità del volontariato: il rapporto tra pubblico e privato, tra la sfera istituzionale e la sfera dei mondi vitali. Siamo, almeno in Italia, in una assenza di comunicazione tra sistema pubblico-istituzionale e area del privato, cioè sfera dei mondi vitali. In questo contesto i rischi sono due. Un primo rischio è la pubblicizzazione delle domande e dei bisogni, con un atteggiamento di onnipervasivo garantismo, che a lungo andare provoca lo svuotamento della giusta autonomia dei mondi vitali, la deresponsabilizzazione, l'insofferenza, la mercificazione di tutti i bisogni. Il secondo rischio è la privatizzazione del pubblico, con la tendenza alla burocratizzazione e lottizzazione dei servizi pubblici, che genera necessariamente l'incapacità di far fronte alle domande reali del sistema. Per evitare i due rischi è necessaria una nuova transazione tra pubblico e privato; una transazione in cui il pubblico sia sempre meno autoritario e sempre meno corporativistico, e in cui il privato sia sempre più vivace, efficace, disponibile al confronto. In altre parole, che il privato divenga capace di gestire non solo le proprie domande, ma anche di produrre servizi autogestiti ad esplicita valenza sociale. A diversità di Pollo, che lo colloca dentro i mondi vitali considero il volontariato come terza forza, terza dimensione o terzo settore, emergente tra pubblico e privato. E questo perché sembra in grado di gestire il privato-sociale, cioè quelle iniziative che hanno come oggetto non solo l'attivazione della coscienza dei propri diritti, ma anche la disposizione a partecipare direttamente all'uso e alla gestione dei servizi sociali.

Pollo. Mi permetto solo alcune puntualizzazioni, riprendendo anche le riflessioni di Milanesi. Tavazza diceva che il volontariato prospera dove i servizi sociali sono efficienti.
Questo fatto può nascondere due problemi.
Il primo è che il volontariato si affermi a livello di sistema sociale, come surrogato di quella solidarietà di cui ho parlato e che deve esprimersi nei mondi vitali. Dei servizi efficienti possono dunque «sradicare» i giovani dai mondi vitali e illuderli attraverso forme di volontariato più o meno pubblico.
La controprova si ha nel fatto che, nelle regioni italiane in cui servizi sociali e volontariato sono entrambi efficienti, è molto forte lo sradicamento culturale dei soggetti e, di conseguenza, è accentuata la crisi di identità personale.
Il secondo problema è il rischio di «svendere» il pubblico ai privati, offrendo loro in appalto la gestione di alcuni servizi sociali, e di contrabbandare questa attività economica come volontariato. Tipico è il caso di alcune forme associative che nel nome del volontariato prosperano economicamente a fianco dei servizi pubblici.
Ancora una volta mi chiedo qual è il «luogo» primordiale in cui il volontariato è chiamato a crescere e qual è il ruolo politico del volontariato oggi.

RIPENSARE IL VOLONTARIATO GIOVANILE COME FATTO EDUCATIVO

Domanda. Nel suo primo intervento Milanesi, accennando ai giovani, parlava di un originale cocktail culturale da cui emerge, a volte in modo sorprendente, una disponibilità al volontariato.
Di fronte a questo fatto ci chiediamo: fino a che punto un giovane d'oggi può essere un volontario?
La domanda può essere capovolta per essere così formulata: come deve modificarsi il volontariato per essere praticabile dai giovani d'oggi?

Il volontariato giovanile come un fenomeno anomalo

Milanesi. Io considero il volontariato giovanile come un fenomeno anomalo, sui generis. Non è ancora vero volontariato. Per giustificare questa affermazione basta confrontare alcune esigenze del volontariato con alcune caratteristiche della cultura giovanile.
Il volontariato richiede, anzitutto, una concreta interpretazione dei bisogni sociali e la scelta di battersi per una creativa risposta ad essi. Sia la corretta interpretazione che la scelta di battersi fanno problema alla maggioranza dei giovani, che fa della ricerca di soggettività un luogo in cui «chiudersi» in un atteggiamento individualistico-consumista.
È dunque in una minoranza di giovani che si può trovare eco attenta alla proposta di impegno nel volontariato.
In secondo luogo il volontariato è fondato sulla solidarietà gratuita. Ora, fino a che punto i giovani d'oggi, al di là dello stereotipo della loro generosità, vivono la gratuità o possono permettersi di essere generosi, in un tempo di crisi di lavoro, disoccupazione e inoccupazione? Non è «naturale» che alla gratuità venga preferito il garantismo? Mi rendo conto che a queste domande offre risposta la situazione: molto spesso i volontari arrivano da ambienti dove regna la precarietà. Che sia questa una profezia giovanile?
In terzo luogo il volontariato si pone come «impegno-post-occupazionale». Il volontariato si svolge nel tempo libero da attività produttive e dalla vita familiare.
Ora, a parte il fatto che a volte si «sollecitano» i giovani al volontariato attraverso vaghe (o vane) promesse occupazionali, per molti è difficile dare un senso al proprio lavoro e professione e - di conseguenza - cercano una «realizzazione alternativa» nel volontariato. Con tutte le ambiguità che ne seguono.
Se poi si è ancora fuori dal mondo del lavoro e dunque disoccupati, il volontariato non può da solo farsi carico dei problemi di autostima, sicurezza, identità delle persone, soprattutto se giovani.
In quarto luogo il volontariato esige continuità di intervento e dunque costanza, tempestività, efficienza, competenza.
In che misura può rispondere a questa istanza il mondo giovanile? Come non ricordare la difficoltà ad assumersi impegni a lunga durata e la tendenza a non legare la propria identità e autorealizzazione ad una sola esperienza, pur se significativa?

Borgogno. Mi rendo conto delle difficoltà ora accennate circa il volontariato giovanile. Eppure debbo affermare non solo che il volontariato è praticabile dai giovani d'oggi, ma anche che esso è costruttivo e creativo.
In due direzioni: rispetto alla qualità del servizio e rispetto alla identità personale dell'animatore.
Rispetto al servizio. Il volontariato, anche quello sportivo, richiede competenza, e competenza dice aumento dell'età media dei nostri volontari. Ma la competenza
non serve se non si sposa con la creatività, nella quale spesso sono maestri i volontari più giovani, più capaci del resto di rappresentare le istanze e i bisogni dei loro coetanei.
Rispetto all'identità personale. Considero sempre più il volontariato come luogo di autoeducazione. Lo sostengo, a ragion veduta, anche per un volontariato come quello sportivo, a prima vista parziale e settoriale rispetto ai grandi problemi del soggetto. Il servizio sempre più competente e la riflessione che questo induce sono luogo in cui l'identità giovanile trova spazi e tempi reali per costruirsi.
Ovviamente tutto questo richiede che il volontario non sia abbandonato a se stesso, ma formato attraverso un iter di alcuni anni.
Un altro aspetto interessante è l'educazione alla professionalità. Il volontariato si rende conto che deve continuamente qualificarsi. Stare fermi è tornare indietro. A volte questa professionalità a livello di volontariato si esprime nella professione di allenatore-tecnico sportivo a tempo pieno. Non sempre, però; anzi... Non è di questa professionalità che voglio parlare, ma piuttosto di quella dell'allenatore che nel mondo del lavoro fa l'ingegnere ed è attento a farlo con forte impegno professionale, ma anche attento ai valori educativi sperimentati come allenatore. Sarà sempre un educatore.

Nessun giovane, da solo, può reggere a fare il volontario

Tavazza. Fino a che punto un giovane può fare il volontario?
Mi sembra che una risposta sia emersa dalle cose appena dette da Borgogno. La domanda non è «fino a che punto il giovane può fare il volontario», ma «come una comunità può educare e sostenere i giovani che si aprono al volontariato». Nessun giovane regge da solo a fare il volontario, se non c'è una comunità alle spalle. I giovani che si dedicano da soli al volontariato sono quasi scomparsi.
Non esaspererei, inoltre, il problema della competenza. Stando alle statistiche, il volontario normalmente presta servizio in un ambito diverso da quello della sua attività lavorativa. Con una battuta: non sono i medici a fare volontariato in ospedale! Il volontario è, in effetti, un «uomo ponte» con una buona sensibilità umana e capacità progettuale che si affianca ai «tecnici» del settore di attività per migliorare la qualità del servizio. Da questo punto di vista il volontario più che di una preparazione tecnica specifica, spesso ha solo bisogno di una preparazione di base. Purtroppo per questa preparazione mancano strutture e sedi formative adeguate.

Proporre un «volontariato educativo per riscoprire la passione delle cose grandi

Milanesi. Ci sono delle ragioni, e le abbiamo viste, che rendono problematico l'incontro tra giovani e volontariato, fino a prospettarlo come esperienza da riservare ad una minoranza di giovani. Il discorso non può però chiudersi così.
Il volontariato deve diffondersi maggiormente anche tra i giovani. Per avvicinare i giovani «normali» al volontariato, credo sia necessario un cambio di mentalità a cui in questa conversazione più o meno indirettamente si è accennato: ripensare il volontariato come esperienza educativa per i giovani.
Il volontariato giovanile non può esaurirsi solo in funzione di servizi e di animazione del sociale e del politico; il volontariato deve anche svolgere, e necessariamente, una funzione educativa.
Da questo punto di vista si comprende l'opportunità di offrire un impegno di volontariato a tutti i giovani, come stimolo per uscire dall'indifferenza e dalla rassegnazione.
Nel volontariato anche i giovani «poveri» possono dare un senso nuovo all'esistenza, nel segno della condivisione, della partecipazione, della passione delle cose grandi. Forse è in questo contesto che il volontariato giovanile trova la sua legittimazione ed insostituibilità. Diventa il luogo di verifica dell'identità e dei valori attorno ai quali si organizza. Sapendo che dalla costruzione della propria identità l'impegno ritorna ad una nuova partecipazione sociale e politica.