Mario Comoglio - Gabriela Tavazza

(NPG 1985-02-63)


Iniziamo con questo articolo una serie di riflessioni dedicate al luogo tipico in cui si svolge l'animazione e l'educazione alla fede: il gruppo giovanile ecclesiale.
Alcune precisazioni saranno utili sia per definire l'oggetto, sia per indicare la prospettiva da cui ci mettiamo per parlarne.
In continuità con i «quaderni dell'animatore», precedentemente pubblicati, nel parlare di gruppo ci riferiamo ad un insieme di persone che formano allo stesso tempo un sistema di relazioni chiuso ed aperto.
Con l'aggettivo «chiuso» definiamo un insieme di relazioni circoscrivibile, definibile e identificabile, che in qualche modo lo costituisce proprio come gruppo, e lo separa da altri sistemi.
Con l'aggettivo «aperto» definiamo il gruppo come una realtà che interagisce con l'ambiente che lo circonda, avendo con esso un rapporto vitale e condizionante, e nello stesso tempo selettivo e critico.
Nel primo senso il gruppo può anche definirsi come totalizzante e autonomo; nel secondo si può parlare di esso come di un sottosistema dipendente da un sistema più ampio e complesso che lo supera e lo condiziona.

Un gruppo educativo

Il gruppo di cui vogliamo parlare si caratterizza per almeno tre aspetti: educativo, ecclesiale, giovanile.
L'aspetto educativo emerge dal carattere stesso di gruppo, che non è un aggregato di individui, ma un luogo di scambio dinamico di relazioni e di comunicazione (cf Q16, Il gruppo come luogo di comunicazione, a cura di Mario Pollo). Il gruppo, proprio come sistema di relazioni intersoggettive, mette il giovane in una situazione stimolante che lo obbliga a maturare e a crescere. Coesione, pressione di conformità, condivisione di valori, elaborazione di sensi e di significati, presa di coscienza di sé e di gruppo, circolazione di informazioni e di rapporti affettivi, esercitano per se stessi un'azione che possiamo già definire educativa, anche se per lo più inconsapevole e non ancora definita criticamente. Ancora: il gruppo è il contesto nel quale l'individuo può maturare la propria identità, autonomia, libertà, capacità di stabilire rapporti. Nel gruppo il giovane può ridefinire se stesso in un nuovo quadro di valori e di senso che in solitudine gli sarebbe difficile o forse impossibile fare. È dunque un luogo educativo altamente stimolante, «privilegiato».
In terzo luogo il gruppo è educativo per la mediazione che esso può svolgere tra individuo e società, mediazione che dà al giovane la possibilità di inserirsi in modo naturale e progressivo nel sistema culturale più ampio.
Tutto ciò non elimina né esclude la funzione più intenzionalmente educativa dell'animatore al suo interno, anzi la definisce, la «colloca». Animatore e leaders esercitano infatti un'attività ideologica, esecutiva e di coordinazione; essi rappresentano all'esterno il gruppo, e per il gruppo essi sono un simbolo e un esempio tangibile; in caso di conflitti essi sono arbitri, mediatori e giudici; da loro spesso partono le direttive; sono un punto di riferimento affettivo/positivo e negativo.
Proprio per tutte queste funzioni definiamo il gruppo educativo come il sistema descritto delle relazioni che intercorrono tra i membri, con un'attenzione privilegiata all'animatore e ai leaders.

Un gruppo ecclesiale

Un'altra caratteristica che definisce il gruppo di cui intendiamo parlare è il suo carattere ecclesiale.
Ecclesiale però non per il suo riferimento esteriore (la parrocchia, un'istituzione ecclesiastica, un movimento...), né per il riferimento ad un contenuto «religioso» (catechistico, biblico, di preghiera...), quanto per la radicalità e significatività con cui esso vive l'appartenenza. Per essa il gruppo si fa mediazione per i suoi membri dell'appello e dell'accettazione di senso di vita e di valori salvifici.
Tale elemento non si contrappone né esclude gli altri, ma evidenzia il luogo dove il dono salvifico di Dio e la chiesa incontrano il giovane, dove la salvezza da dono per tutti e in ogni tempo si fa salvezza per "me" oggi, "mio" incontro con Dio, "mia" adesione e accettazione della chiesa come sacramento di salvezza.

Un gruppo giovanile

Un'ultima caratteristica definisce infine il gruppo di cui parliamo: giovanile.
Con ciò non intendiamo tanto un'età cronologica, anche se questa è evidentemente presente, ma ci riferiamo piuttosto a una realtà che è insieme sociologica e psicologica.
Sociologica perché si guarda ai giovani d'oggi, differenti da quelli di ieri e da quelli di domani: emarginati dal mondo e dalla cultura degli adulti, frammentati in se stessi, alla ricerca di una loro identità che dia unità alla vita; con problemi, domande, desideri e vissuti loro tipici.
Realtà psicologica perché si definisce il giovane come un soggetto in via di una maturazione che definisca meglio la sua identità, il senso che egli vuol dare alla vita e il progetto che intende realizzare per sé.

IL CICLO EVOLUTIVO DEL GRUPPO

Varie volte nella rivista si è sottolineata l'importanza del gruppo, sia per una educazione alla fede che per una maturazione
personale. Sono stati anche analizzati e approfonditi gli aspetti che una tale situazione comporta su ciascun componente (coesione, risoluzione dei conflitti, comunicazione, pressione di conformità, leadership...). Con questi nostri appunti vorremmo tentare una riflessione da una prospettiva diversa e complementare con la precedente, che potremmo chiamare «prospettiva del ciclo evolutivo del gruppo».
Vorremmo cioè descrivere la vita di un gruppo nel suo crescere: dalla nascita alla fase di maturità fino alla sua «morte». È vero che voler dividere la vita è come ucciderla.
Ritrovare nel gruppo momenti di sviluppo significa correre il rischio di porre confini, separazioni a una realtà vitale in crescita continua e non sempre lineare. Pur tuttavia siamo costretti, almeno nell'analisi, a seguire questa strada, evitando di assumere le diverse fasi della vita del gruppo come qualcosa di perfettamente databile e rigidamente successivo.
Quello poi che indicheremo come «fenomenologia» delle singole fasi non è da assumere come limitato a quella fase. Nella realtà, ciascuna fase comincia già nel momento precedente e continua in quello successivo. La vita di un gruppo può vivere, come nello sviluppo dell'individuo, momenti di latenza in cui certe fasi sembrano superate e, successivamente, momenti di ritorno all'indietro: ogni gruppo ha tempi e modalità diverse di crescita.
Ancora. Le fasi che proporremo non sono né la testimonianza della vita in un gruppo particolare, né un trattato teorico sul ciclo evolutivo del gruppo. Esse vanno intese come una traccia «ideale-concreta» o tendenziale per un gruppo. In questo senso possono risultare utili agli animatori.

Variabili e limiti della riflessione proposta

Un gruppo reale è costituito da persone molto reali: ragazzi/e, studenti/operai, più o meno giovani, di città o di periferia, con animatore o animatrice, con un leader più o meno autoritario...
Variabili che possono indubbiamente influire sulle modalità e sui tempi di nascita, crescita e sviluppo di un gruppo.
Tuttavia non le prenderemo in considerazione, perché ci porterebbero a una fenomenologia troppo complessa.
Parleremo semplicemente del gruppo come di quella realtà che si costituisce in un determinato momento e che, pur essendo formata da individui che gli danno una certa caratteristica e coloritura, non coincide con la somma degli individui e delle loro caratteristiche.
Nell'indicare le varie fasi non intendiamo precisare né la durata che possono avere, né specificare tutti i cambiamenti e gli sviluppi che in un gruppo si possono dare.
Allo stesso modo, il passaggio tra le fasi è segnato da un cambiamento dell'equilibrio raggiunto fino a quel momento, e si manifesta come «crisi» tra forze contrastanti alla ricerca di un nuovo equilibrio. Può succedere che la crisi sia talmente forte e dirompente da causare la morte dello stesso gruppo, senza passare alle fasi successive.
Anche per questo le fasi sono da assumere come una traccia ideale di sviluppo di quel gruppo che riesce a superare tutte le crisi.

Le fasi

Riconduciamo a cinque le fasi della vita di un gruppo.
^ La prima fase: dalla dispersione all'aggregazione fisica. È il momento della costituzione del gruppo. È il suo atto di nascita.
^ Seconda fase: dall'aggregazione fisica all'appartenenza. Dopo il primo momento felice, si scoprono le prime difficoltà da cui scaturisce la decisione di accettare o meno di voler vivere con gli altri.
^ La terza fase: dall'appartenenza alla coesione, al progetto e alle prime realizzazioni. Superato il primo momento difficile, se il gruppo sopravvive, la decisione dei giovani di rimanere nel gruppo li porta a scelte conseguenti che potenziano la funzionalità e la identità del gruppo.
^ La quarta fase: dal gruppo stabile alla sua crisi e prime distanze dal gruppo. Questa fase è caratterizzata da un primo confronto con la realtà esterna. Superata la difficoltà di trovare uno spazio sociale e una identità, il gruppo vive un periodo più o meno lungo con una certa coerenza e impegno, la propria attività e progetto. È però proprio questa sua maturità a mettere in crisi il gruppo e fargli cercare un nuovo modo di essere.
^ La quinta fase: dalla crisi del gruppo allo sbocco. Siamo alla fine del gruppo. A provocarne la fine è la maturità personale, professionale e sociale raggiunta dai membri. L'accresciuta autonomia e maturità delle persone mette in discussione il proprio modo di essere e di partecipare al gruppo. L'antica appartenenza sopravvive solo a condizione che si trasformi per permettere alle nuove esigenze di essere soddisfatte.
Da queste grandi linee descrittive della vita di un gruppo (per ciascuna delle fasi dedicheremo un articolo nei prossimi numeri), passiamo ora ad una analisi più dettagliata delle singole fasi.

LA PRIMA FASE: DALLA DISPERSIONE ALL'AGGREGAZIONE FISICA

Come per la vita fisica e l'amicizia, anche il gruppo ha un momento iniziale di concepimento, di vita embrionale.
Non è facile dire il momento «esatto» in cui esso è concepito. Proprio per questo, non si può dire che un gruppo nasce quando l'animatore ha deciso di costituirlo o prepara un volantino per annunciarlo, né quando alcune persone cominciano a frequentarsi.
La nascita di un gruppo si inserisce sul bisogno del soggetto di vivere in un mondo più vasto di quello familiare.
I punti di partenza sono all'insegna di una grande diversificazione. Il giovane può voler andare in gruppo perché in esso c'è già un amico o un'amica. C'è chi ci va perché papà e mamma hanno insistito, oppure perché è l'unica condizione per uscire di casa. Si entra nel gruppo parrocchiale perché è l'unico gruppo efficiente nella zona, o perché in questo modo si ha la possibilità di frequentare la propria ragazza o il proprio ragazzo.
Quando all'inizio ad un gruppo si chiede qual è la motivazione che ha spinto ciascuno a trovarsi lì, si scoprirà che ognuno ha il «suo» motivo o i «suoi» motivi. La diversità dei motivi aggreganti da parte dei membri del gruppo si accompagna all'intenzione dell'animatore: egli forma un gruppo proponendo un interesse, aggregando quelli di una certa età o classe scolastica. Questo non cancella le motivazioni di ognuno, che rimangono le più importanti, ma la sua proposta verifica se tali motivazioni sono compatibili con la sua, e aggiunge una motivazione in più a quelle già esistenti.
Tale dispersione di partenza illustra bene la situazione di «solitudine» in cui ciascuno vive prima di aderire ad un gruppo, e anche la mancanza di unità motivazionale con cui vi si accede.

Accesso ad un gruppo non-istituzionalizzato o ad un gruppo istituzionalizzato

Sebbene sia dunque unico il motivo di fondo che spinge all'aggregazione, molteplici sono le possibilità che i giovani hanno di trovarsi un gruppo.
Consideriamo anzitutto due possibilità come generiche forme aggregative iniziali: inizio spontaneo e libero in un gruppo non-istituzionalizzato; adesione ad un gruppo con riferimento ad una associazione o movimento istituzionalizzato.
^ Gruppo non-istituzionalizzato. Collochiamo dentro questa categoria il gruppo in cui all'inizio non è chiaro lo scopo del ritrovarsi, né c'è una tradizione o memoria che lo caratterizzano. È il gruppo che nasce quasi e forse per caso: un'amicizia che si allarga ad altri due o tre, o nuclei vari di amicizia che trovano qualche elemento di collegamento; la simpatia per l'insegnante di religione o il viceparroco; un'opera occasionale di carità...
In questi casi il gruppo si forma semplicemente e naturalmente senza una intenzione precisa, senza uno scopo definito o una coloritura particolare.
Potremmo definire non-istituzionalizzato anche il gruppo che nasce per iniziativa di qualcuno (animatore o sacerdote), e che intende radunare persone di una certa età o di una certa classe scolastica...
In questi casi il gruppo non si aggrega per uno scopo, non ha contenuti, metodologie o passaggi prefissati.
^ Gruppo il cui inizio ha riferimento ad una istituzione. Con «inizio istituzionalizzato» ci riferiamo ad un gruppo che si forma dietro la proposta di un animatore o di una associazione riconosciuta per una certa attività e con certi scopi definiti. Così possiamo definire il gruppo che si forma attorno all'associazione scoutistica o a quella dell'AC, a quella sportiva dello CSI o delle PGS o dell'oratorio.
Il gruppo istituzionalizzato differisce dal precedente non perché richiede un'adesione intenzionale motivata e orientata, ma perché l'adesione trova già una progettualità, un'organizzazione, un'attività dai contorni definiti, anche se nel gruppo mancano ancora le relazioni tra i membri e l'animatore (per lo più già stabilito e imposto).
Molto simile a questo caso è l'aggregazione ad un gruppo già iniziato da qualche anno e quindi con una sua storia, una sua memoria, una sua leadership già solidificata e riconosciuta, norme e regole di comportamento già codificate. Di questo parleremo più diffusamente in seguito. Per ora basta averlo accennato.

Caratteristiche della fase d'inizio

La diversa fenomenologia ci permette di ritrovare delle caratteristiche che contraddistinguono l'inizio di ogni gruppo, e si riferiscono in particolare al vissuto individuale dei membri e alle relazioni tra i membri del gruppo.
Ne indichiamo due: la prima come uno stato di incertezza e ansietà, la seconda come lo stabilirsi di rapporti formali ed esteriori.
^ Uno stato di incertezza e di ansietà. All'inizio di un gruppo, l'adesione personale non è mai un fatto consapevole e ben razionalizzato. Chi aderisce ad un gruppo sa o intuisce di affrontare un'incognita. Non conosce perfettamente le intenzioni dell'animatore, non conosce i membri del gruppo. O se ne conosce qualcuno, magari vicino di casa o compagno di scuola, non ne ha una conoscenza tale da permettere un rapporto aperto. In ogni caso il rapporto aperto non si estende a tutti i membri del gruppo.
Questa situazione è più evidente in un gruppo istituzionalizzato, dove ci si incontra per un'attività scelta all'insaputa di altri che pure vi hanno aderito.
Per tutti questi motivi, quando si entra in un gruppo si prova un senso di incertezza e di ansia. Si ha paura di prendere la parola, perché si teme di dire cose scontate; e si ha paura di fare una proposta, perché non si sa se sarà accettata. In una riunione ci si mette facilmente vicino ad uno che già si conosce, e a lui, di volta in volta, si chiedono chiarimenti o si fanno commenti sottovoce.
In questa situazione, le regole più comuni di comportamento sembrano essere «osservare», «cercare di capire», «cercare di conoscere», «non scoprirsi più di quello che gli altri lo consentono o fanno».
^ Rapporti formali ed esteriori. Proprio per le paure e incertezze appena descritte, e per la mancanza di conoscenza reciproca, all'inizio nel gruppo si vivono rapporti per lo più formali, esteriori, funzionali, non coinvolgenti. È tipico il cercare di «far bella figura», ovvero di dare un'immagine di sé non corrispondente al «sé vero». Si evita o ci si rifiuta di «spogliarsi» davanti al gruppo rivelando le proprie incertezze e problemi, le proprie esperienze e vissuti personali.
Il termine «formale» applicato ai rapporti instaurati non connota qualcosa di negativo o di falso, ma semplicemente una paura ad esporsi oltre certi rischi non calcolati.
La percezione di questo livello superficiale di rapporti emerge quando qualcuno (animatore o membri del gruppo) invita a manifestarsi più in profondità. Può succedere allora che diversi si rifiutino o altri si dichiarino soddisfatti del livello già raggiunto. Se qualcuno accetta di manifestarsi, ciò può significare o che egli ha già instaurato una conoscenza e un rapporto profondo col gruppo (cosa non molto probabile), o (cosa più probabile) che egli non ha un forte senso del «sé».

LA VARIABILE PREVALENTE: IL BISOGNO DEGLI ALTRI

Circa questa fenomenologia degli inizi, pur consapevoli che si possono dare svariate interpretazioni, individueremo nella categoria «bisogno degli altri» quella che in particolare descrive e interpreta meglio la situazione.

Bisogno di appartenenza

Partiamo da un'analogia.
La vita del gruppo è simile al ciclo evolutivo di una famiglia. I membri del gruppo possono essere paragonati ai figli, tutti con gli stessi diritti e doveri, ma ognuno con una sua entità specifica che lo porterà ad avere suoi bisogni, sue modalità di rapporto e un ruolo originale. Analogamente ai figli di una famiglia, i «figli del gruppo» dovranno passare, per tappe successive, da una relazione caratterizzata all'inizio da un totale dipendenza a quella finale di distacco e autonomia (dove dipendenza indica un rapporto con un superiore, e autonomia indica interdipendenza fatta di uguaglianza e reciprocità).
Come un bambino nei suoi primi anni di vita stabilisce una relazione di dipendenza con la madre, dalla quale riceverà soddisfazione dei suoi bisogni, così i «figli del gruppo» nella prima fase si pongono in situazione soprattutto di attesa nei confronti di coloro che sentono come «genitori» del gruppo.
Scegliere di far parte di un gruppo vuol dire trovarsi a fare i conti con se stessi e con gli altri.
^ Nella prima fase, il fare i conti con gli altri è caratterizzato dalla dipendenza nei confronti dell'animatore, e si presenta sotto forma di passività o di attesa di direttive. Le relazioni all'interno del gruppo saranno di natura verticale, cioè tra ciascun singolo membro e il leader, mentre minori saranno gli scambi gin senso orizzontale, cioè tra i membri.
I componenti del gruppo, non conoscendosi, svilupperanno tra loro una comunicazione «diligente», evitando l'espressione delle proprie emozioni, la dialettica del riconoscimento e i pericoli insiti nella ricerca di uno spazio personale, privilegiando un rapporto di dipendenza con il proprio «capo».
Nel gruppo si danno anche rapporti tra i membri, non come «gruppo», ma come «sottogruppi» di amici o di amiche; non come processo relazionale di gruppo, ma come fatto estrinseco. Difatti questi legami (forti) perlopiù vivono a dispetto di e al di fuori del gruppo.
La relazione di tipo verticale (che privilegia il rapporto diretto con l'animatore) è dovuta all'impressione del soggetto che il sentirsi compreso, riconosciuto, protetto sia soddisfacibile solo e principalmente dall'animatore. In seguito tale impressione si modificherà: la soddisfazione degli stessi bisogni sarà demandata al gruppo e sarà frutto della nascita di relazioni tra i componenti.
Fare i conti con gli altri significherà anche lentamente avere la possibilità di confrontarsi con «diversi» da se stessi, cioè diversi dai propri modi di pensare, di affrontare i problemi, di sentire determinate esperienze. Gli altri offriranno anche la possibilità di «essere diversi» da come si è sempre stati. Così cominciare ad appartenere ad un gruppo vuol dire anche iniziare un cammino che può portare molto lontano da quello che si è inizialmente.
^ Fare i conti con se stessi in questa fase vuol dire prendere in considerazione i propri bisogni di appartenenza e le proprie aspettative.
Il gruppo è per tutti, ma soprattutto per il giovane, un fattore determinante della personalità. Egli, attraverso il gruppo, apprende il ruolo che ogni membro assume all'interno della collettività.
L'appartenenza al gruppo dà fondamentalmente, dal punto di vista psicologico, quattro cose all'individuo: un senso di sicurezza e la possibilità di scaricare le sue responsabilità, di alleviare i sensi di colpa e di liberarsi dalla paura e timidezza.
«Appartenere» significa riconoscere di «far parte di», e quindi implica la possibilità di trovare persone che fanno scelte simili alle mie. Tale «somiglianza» permette di sentirsi convalidati: si sperimenta che le proprie idee non sono sbagliate e che sono condivise da altri. Tutto ciò diventa ancor più importante per il giovane che trova nel gruppo il primo luogo d'incontro fuori della famiglia.
La scelta del gruppo non è però neutra o indifferente. Il giovane può scegliere questo momento di emancipazione come contrasto con l'«ideologia» della famiglia, e allora è facile che si scelga un gruppo con valori diversi da quelli del suo nucleo familiare. Viceversa, se questo contrasto non esiste, l'adolescente si sceglierà un gruppo con gli stessi valori del suo nucleo familiare, per una specie di «iperadattamento», di difficoltà a contrastare il nucleo di origine.
Nel primo caso si accetteranno preferibilmente comportamenti e valori in continuità e sviluppo da quelli di origine.

Bisogni affettivi e culturali

Accanto al bisogno di appartenenza si possono individuare bisogni affettivi e culturali (unirsi per gioire insieme), e bisogni di cooperazione (unirsi per realizzare qualcosa).
Nel paragrafo precedente abbiamo descritto il bisogno di stare con gli altri; ma la compagnia degli altri non è fine a se stessa. Stando con gli altri ci si può divertire, si può scherzare, si può passare il tempo in modo più piacevole. Con gli altri si può anche realizzare qualcosa che da soli non si riuscirebbe a fare, se non a fatica e malamente.
Così il gruppo viene incontro anche a questo bisogno profondo di festa e di creatività.

Bisogni religiosi

Come il gruppo media il passaggio tra l'ambiente familiare e la società, così il gruppo ecclesiale si pone come mediazione tra la chiesa-domestica e la chiesa-popolo-di-Dio.
Fede, amore, speranza non possono diventare atteggiamenti senza la possibilità di farne esercizio e esperienze. Certo si può fare tutto questo anche individualmente; ma senza una espressione comunitaria questi atteggiamenti risulterebbero privi di una dimensione importante.
La presenza del gruppo offre la possibilità di vivere la fede «con gli altri», di amare «gli altri» concretamente, di progettare «con gli altri».
La vita in gruppo garantisce anche la possibilità di una espressione della fede adeguata all'età, alle caratteristiche giovanili e quindi ad una espressività vissuta dai giovani in prima persona come protagonisti. Basta vedere la partecipazione dei giovani ad iniziative adatte a loro: la messa di gruppo, un incontro di preghiera, una celebrazione comunitaria della riconciliazione, la pasqua dei giovani...
La fede vissuta con i propri coetanei, fatta di entusiasmi e difficoltà, di libertà e novità, di affettività e partecipazione, offre la possibilità di una ricerca, di un confronto, di una verifica con gli altri; mentre, per ora, l'espressione della fede del cristiano adulto lascia il giovane indifferente o non sembra sufficiente a muoverlo all'azione.

Bisogno di conferma delle qualità personali

Accanto ai bisogni vi sono le aspettative dei soggetti, e nella prima fase della vita di gruppo esse hanno altrettanta importanza. Con il termine «aspettative» si intende l'attesa (condizionata da bisogni, desideri
o dai timori) che una persona ha quando entra in contatto con gli altri, e ancora più con un gruppo.
Una delle aspettative più frequenti è che il gruppo riesca in quelle cose o in quelle aree dove il singolo si sente incapace o limitato. Ma c'è anche l'aspettativa della conferma delle qualità personali (bellezza, bravura, intelligenza...) o anche di alcuni difetti (difetti del corpo e dell'espressione, incapacità a svolgere alcuni compiti...).
Le aspettative di conferma sono anche complessive, di giudizio su sé. Può capitare infatti che il giovane si aspetti che nel gruppo lo definiscano come «il ribelle», «il brutto», «il furbo»; oppure, per una ragazza, «di carattere dolce», «originale nel vestirsi», «sempre disposta a collaborare»... In ogni caso le aspettative spingono il giovane a «lavorare» all'interno del gruppo per soddisfare le proprie aspettative.
Va ricordato che in questa ricerca di conferma alcune volte il giovane agisce consciamente, ma spesso inconsciamente. Tutto ciò non deve essere dimenticato da un animatore. Egli dovrà cercare di scoprire quali sono le conferme che ciascuno ricerca e desidera dal gruppo, e fare in modo che, soprattutto in questo primo momento, egli sia soddisfatto. Ma dovrà anche, in certi casi, saper riconoscere la causa del disagio che qualcuno può manifestare senza riuscire a definirla.

Bisogno di difesa

È naturale per ogni individuo sentire o provare pulsioni istintive (aggressività, sessualità, affetto). È anche naturale che tali pulsioni nella persona normale siano controllate o canalizzate con l'aiuto dei meccanismi di difesa.
Attraverso atteggiamenti di difesa, negazione o attribuzione ad altri, la persona può difendersi dalle pulsioni che nel profondo non riesce ad accettare o non vuole riconoscere.
A volte il gruppo può aiutare questo processo di allontanamento da sé delle cose che non vengono accettate. In questo modo esso viene caricato di responsabilità che sono invece dei soggetti. Il gruppo serve così per canalizzare impulsi o scaricare sensi di colpa che il singolo membro da solo non sarebbe in grado di sopportare.

IN SINTESI

Passando da un'analisi descrittiva del vissuto individuale all'osservazione sintetica della situazione del gruppo a partire dalle relazioni che in esso si instaurano, si potrebbe affermare quanto segue. '

All'interno del gruppo

I membri non vivono dei rapporti profondi, ma deboli, precari, fragili. Le collaborazioni, le amicizie o il loro contrario non indicano ancora qualcosa di duraturo o definitivo. Esse possono ancora cambiare, non sono affidabili.
Ciascuno vive nei confronti del gruppo più un'attesa di soddisfazione dei bisogni di accettazione e di approvazione che una disponibilità a donare qualcosa.
Il gruppo come tale non ha un'identità specifica particolare: ognuno tende a rimanere fondamentalmente polarizzato sul proprio «io», ed è ancora indifferente alla ricerca di un qualcosa che esprima invece il «noi».
Data l'incertezza con cui si vivono i rapporti, i conflitti di carattere o ideologici per lo più non emergono; vengono evitati o si sta attenti a porli con tutto il loro peso. C'è paura che possano compromettere l'appartenenza appena iniziata, che sembra invece carica di promesse.
I rapporti con l'animatore, dato l'atteggiamento prevalente di ricezione da parte dei membri del gruppo nei suoi confronti, si esprimono in genere come attesa e accettazione. I membri del gruppo non sono critici: si aspettano che lui proponga, faccia, abbia iniziative, diriga.

Il gruppo verso l'esterno

Nelle premesse abbiamo definito il gruppo come un sistema «chiuso» in se stesso, ma anche aperto verso un sistema più ampio. Potremmo chiederci: come vive tale rapporto il gruppo in questa fase?
Non sembra che ora il gruppo sia preoccupato della sua collocazione in un sistema più ampio, come la società, la città, il quartiere, o la cultura. Se questo avviene, è più per interesse di singoli che come gruppo.
L'apertura verso l'esterno si avrà nelle fasi successive, quando il gruppo avrà elaborato un senso comune orientativo di vita, ed esprimerà un «progetto» attraverso il quale si confronterà con il mondo circostante.

INTERVENTO EDUCATIVO

Raccoglieremo alcune riflessioni educative per gli animatori in quattro punti: problemi che questa fase pone, obiettivi educativi che devono essere raggiunti, indica-
zioni «strategiche» per l'animatore, suggerimenti di alcune tecniche e strumenti utili in questo momento.
Cominciamo dai problemi.

I problemi

Il primo problema riguarda la modalità con cui si dà inizio al gruppo. Abbiamo accennato a due modalità distinte: è chiaro che esse non offrono le stesse opportunità aggregative.
Vediamo di ciascuna vantaggi, ambiguità e problemi.

Inizio di un gruppo non-istituzionalizzato

In un gruppo non-istituzionalizzato i giovani hanno maggiore possibilità di essere protagonisti e responsabili: per loro fare gruppo si inserisce sulla naturalità e spontaneità delle relazioni interpersonali al punto da coincidervi. L'amicizia fa sì che essi formino già un gruppo anche se non se ne accorgono. Il gruppo nasce da un riconoscimento e da una accettazione reciproca che gratifica i singoli. Essendo il gruppo vissuto soprattutto a livello di simpatia, esso è costituito da «affinità elettive», tali che solo gli amici ne fanno parte e la comunicazione interpersonale è relativamente facile.
Tuttavia questa caratteristica positiva introduce aspetti negativi e di ambiguità. Primo fra tutti il suo carattere esclusivo e selettivo. Esclusività e selettività sono caratteri di ogni gruppo, ma nel nostro caso sono accentuati dai limiti emotivi e di gratificazione dei soggetti. Manca la tensione ad uscire da sé per incontrare l'altro diverso da sé, e la convergenza su qualcosa che superi la relazione affettiva spontanea. Tensioni o conflitti sono temuti o evitati per paura che possano compromettere l'amicizia, con la perdita conseguente della gratificazione. Tale situazione può mettere in difficoltà l'animatore per due motivi.
Il primo deriva dal suo intento di superare i limiti dell'amicizia e di muoversi verso una convergenza di motivi e valori oggettivi: la sua ansia educativa può allora scontrarsi con il desiderio del gruppo. La seconda difficoltà può derivare dalla necessità di limitare la esclusività e selettività dei rapporti per aprirsi agli altri. Se i rapporti amicali diventano il canale principale della comunicazione nel gruppo, si taglia fuori chi non è inserito in questi canali.

Inizio di un gruppo istituzionalizzato

I problemi evidenziati sembrano essere meglio risolti da un gruppo che fa riferimento ad una associazione, ad un movimento istituzionalizzato o ad una proposta indicata da un animatore.
Tuttavia non mancano anche qui ambiguità e difficoltà.
Se l'apparato istituzionale fornisce scopi, indica un quadro di valori, propone obiettivi, strategie e metodologie, il gruppo si forma su elementi oggettivi che sembrano rendere più facile l'opera educativa.
Esso infatti nasce da una sorta di «contratto» che facilita l'intervento dell'animatore, perché l'adesione suppone l'accettazione delle finalità e dei metodi dell'istituzione.
Ma questo vantaggio è relativo perché solleva altri problemi.
Anzitutto non è detto che la scelta del gruppo sia da tutti fatta sulla base di ciò che propone l'istituzione, né che la proposta sia colta con la stessa profondità. Gli scopi possono essere intesi, soprattutto al momento d'inizio, in modo diverso. Così in un gruppo sportivo le proposte formative o religiose possono sembrare un «tradimento» del contratto che al momento dell'adesione sembrava solo tecnico.
In secondo luogo l'accettazione degli scopi e del progetto di gruppo non è ancora accettazione reciproca tra i membri. I compagni di gruppo sono più trovati che scelti. Con tutte le difficoltà che ne derivano.
In terzo luogo può darsi che la scelta del gruppo non sia stata pensata nei termini totalizzanti come sembra invece poi richiedere. Nel contratto l'aderente non intende rinunciare ad una pluralità di appartenenze e agli amici antecedenti al nuovo gruppo.
In fondo un gruppo "puramente" tecnico (sportivo, teatrale, musicale) difficilmente è anche educativo. O meglio, un gruppo con un debole tasso di appartenenza e di coesione non può avere molte possibilità
educative. Ci si chiede allora: è sufficiente aver fiducia nelle metodologie fornite dall'apparato istituzionale? Si devono porre fin dall'inizio limiti contrattuali per cui chi non accetta la «proposta» deve essere invitato a recedere dal gruppo?

Obiettivi per il gruppo

Nell'indicare gli obiettivi non distingueremo più le dùe diverse situazioni, perché molti problemi sono comuni. Ambedue infatti sono caratterizzate da incertezza e ambiguità, dovendo risolvere problemi di relazione interpersonale, e dovendo individuare lo scopo per cui si costituiscono come gruppo e i relativi modi di appartenenza. Ambedue pongono seri problemi educativi all'animatore.
Ci sembra che i seguenti potrebbero essere gli obiettivi che un animatore deve perseguire.
^ Trasformare le relazioni di gruppo da un semplice trovarsi insieme ad una conoscenza reciproca più profonda. L'inizio del gruppo è caratterizzato da relazioni «difensive» nei confronti degli altri, dovute a scarsa conoscenza reciproca, che si esprimono soprattutto in forme di cortesia, silenzio, «non esposizione», e in forme di comunicazione fredde e stereotipate. Occorre far in modo che tali relazioni lentamente e spontaneamente si aprano e si trasformino, nella scoperta che l'altro è diverso da sé, ma anche da quello che ognuno pensava che fosse.
^ Ampliare la rete di comunicazione. Se si facesse il sociogramma del gruppo in questa fase, si scoprirebbe che la rete di comunicazione è facilmente canalizzata verso l'animatore, o ristretta (e intensa) fra alcuni membri (risalente a rapporti amicali precedenti), e quasi assente con altri. Questa situazione non favorisce certo il consolidarsi della coesione di gruppo. Al contrario, frantuma il gruppo in isole senza connessione e può portare alla cristallizzazione di una struttura gerarchica. Obiettivo importante sarà quindi lavorare affinché aumentino le strutture e i canali di comunicazione fra i membri del gruppo.
^ Scoprire le motivazioni, i bisogni e le attese di ciascuno. Al gruppo si accede per motivi e attese molto diverse. L'adesione e l'appartenenza iniziali sono giocate sulla soddisfazione e gratificazione che l'essere insieme riesce a dare.
È importante allora che l'animatore e i singoli membri conoscano le attese e i bisogni di tutti, e che si faccia il possibile per venire incontro ad essi.
Ciò comporterà forse proporre attività tra le più disparate, come: far festa, pregare, fare qualche opera di carità, un ritiro, un colloquio personale animatore/giovane...
^ Evitare una partenza del gruppo troppo selettiva. Può servire richiamare un vecchio proverbio: «chi ben comincia è a metà dell'opera». Non qualsiasi inizio di vita del gruppo è buono o può avere le stesse opportunità di sviluppo nelle fasi successive. Ad esempio: i gruppi formati sul criterio della classe scolastica o di un'età particolare o di una certa area culturale, non sembrano avere futuro oltre qualche 'anno, e vanno incontro ad un impoverimento educativo. Le impostazioni che dicotomizzano la realtà giovanile in studenti/operai, cultura teorica/cultura pratica, quelli nati nel 1967/quelli del 1968, quelli che credono/quelli che non credono o sono indifferenti..., oltre a non essere accettate dai giovani, comportano un impoverimento che non mancherà di farsi sentire qualche anno dopo.
Se è importante individuare i problemi di ciascuna partenza, è altrettanto importante evitare situazioni che possono portare alla morte prematura del gruppo.
^ Far provare la «novità» dell'essere gruppo. Questo obiettivo vale in particolare per i gruppi che nascono da un'esperienza precedente (i gruppi del dopocresima, i gruppi dei novizi scouts, i gruppi sportivi che evolvono verso gruppi sociali-caritativi...), ma è valido anche per gli altri gruppi.
Un obiettivo da perseguire è far «provare» e «sentire» ai membri del gruppo che la strada che si sta intraprendendo è una cosa diversa, è una «novità».

Indicazioni per gli animatori

Alcune indicazioni utili per gli animatori del gruppo.
^ Ottenere la collaborazione e la corresponsabilità della comunità nella quale il gruppo è inserito. Quando inizia un gruppo, la comunità locale degli adulti può assumere due posizioni diverse.
Una è di totale disinteresse o indifferenza, l'altra è di «sfruttamento». Dal gruppo cioè si richiedono prestazioni varie, e che venga incontro ai problemi ed esigenze della comunità e della parrocchia.
Ottenere la collaborazione e la corresponsabilità della comunità significa, per l'animatore, chiedere e ottenere fiducia, avere spazio e simpatia, avere dai genitori dei membri la disponibilità del tempo per fare vita di gruppo.
^ Far sì che i giovani sentano di essere accettati attraverso un'amicizia gratuita. Anche se sembra un fatto scontato, non deve essere dimenticato dall'animatore. Soprattutto in questa fase egli deve dedicare molto tempo ai membri del gruppo per conoscerli e farsi conoscere, parlare insieme e singolarmente, giocare e scherzare con loro...
^ Distinguere tra le attese del nuovo gruppo, quelle dell'animatore e quelle del suo gruppo di riferimento (gruppo animatori o comunità locale). Non sempre, anzi quasi mai, tali attese coincidono. L'animatore allora si chiede: «Quali attese devono essere soddisfatte per prime? Come comporre le diverse esigenze?». È probabile che se si verificasse un conflitto, prevarrebbero le attese del nuovo gruppo; ciò tuttavia non deve significare la rinuncia ad obiettivi che esprimano una crescita, anche se non ci si lascia prendere dall'ansia e dalla fretta di anticipare i tempi di maturazione del gruppo.

Gli strumenti

Per conseguire gli obiettivi indicati, suggeriamo alcuni strumenti. Alcuni sono esercizi e tecniche, altri invece sono iniziative che fanno parte della vita stessa di gruppo.
^ Il luogo di incontro non sia sempre l'ambiente parrocchiale e oratoriano. È bene che l'inizio di un gruppo non segni nettamente uno stacco dalla vita ordinaria e dal modo abituale di ritrovarsi delle persone. La strada, la pizzeria, una gita, la casa di qualcuno dei membri, un prato... possono essere luoghi di incontro e di raduno. La diversità dei luoghi aiuta a concentrare l'attenzione del gruppo su se stesso, e a non far pensare immediatamente che si è un «gruppo del viceparroco» o un «gruppo della parrocchia».
^ Favorire i contatti tra i membri del gruppo e con l'animatore. Il gioco, la festa, un teatro o un cinema, una serata, un recital, il canto, un'uscita, possono essere momenti di conoscenza reciproca molto efficaci. Il trascorrere del tempo libero insieme non è tempo perso. Non va dimenticato che la varietà delle occasioni dà possibilità di incontri diversi e complementari.
^ Una scelta opportuna di argomenti di discussione. Un fatto della vita, un'esperienza triste o gioiosa possono essere argomenti su cui confrontarsi per scoprire le proprie sensibilità, le proprie opinioni e quindi conoscersi. L'animatore dovrà stare attento a far esprimere ognuno, evitando che le persone parlino impersonalmente attraverso i «si dice», «sembra che», «tutti affermano che»...

Alcune tecniche

Suggeriamo alcune tecniche che possono risultare utili.
^ Il biglietto curioso. Si distribuisce a tutti un biglietto. Su di esso ognuno scrive tre o quattro domande che vorrebbe rivolgere a qualche membro del gruppo. Dopo averle scritte si ritirano i biglietti, che vengono ridistribuiti casualmente. Successivamente ognuno risponderà alle domande che ha ricevuto.
^ Intervista con lo sconosciuto. I membri del gruppo scelgono la persona che pensano di conoscere di meno, e le fanno un'intervista.
Ci si divide quindi in coppie e si danno sei o sette minuti per intervistarsi a vicenda. Dopo, l'intervistatore farà sapere al gruppo quanto è venuto a conoscenza.
^ La foto per il mio identikit. Da una serie di fotografie (edizioni LDC) vengono scelte le fotografie che possono offrire più facilmente una possibilità di identificazione (simboliche, di lettura introspettiva). Tra queste, ognuno sceglie una o al massimo due foto per rappresentare se stesso; e con queste si presenta al gruppo. La stessa cosa si può fare con una serie di diapositive opportunamente scelte.
^ La finestra di Johari. La tecnica si basa sull'intersezione di quattro variabili: quello che gli altri sanno di me, quello che gli altri non sanno di me, quello che io so di me, quello che io non so di me.

1985-2-73

Tutti, prima di iniziare un processo di comunicazione e di apertura reciproca, abbiamo un predominio delle aree 2, 3, 4. L'apertura agli altri ci porta ad aumentare l'area 1. Una profondità maggiore di conoscenza reciproca porta a un accrescersi dell'area 1.
In gruppo si chiede a ciascuno di enunciare due aspetti del proprio «io conosciuto» e due aspetti del proprio «io intimo». Gli altri diranno di ciascuno due aspetti dell'«io sconosciuto». L'animatore curerà che tutto avvenga in modo serio, anche se non in tono patetico e drammatico. Successivamente si rifletterà sulle sensazioni provate nel manifestare gli aspetti personali più nascosti al gruppo, oppure sul perché non si è stati disposti a manifestarsi agli altri. Si potranno chiedere spiegazioni circa la differente percezione che si ha di se stessi («quello che io credevo di essere», e «quello che gli altri mi attribuiscono»).
^ Il percorso cieco. Si formano delle coppie possibilmente tra persone che non si conoscono ancora bene. A turno una delle persone viene bendata agli occhi in modo da non vedere niente. Quindi si prendono per mano. Quella che vede, deve condurre l'altra attraverso un percorso tortuoso e ad ostacoli, senza parole o strumenti che non siano le mani. Per eliminare la falsità della «gentilezza» si può impostare il gioco sulla competitività. Al termine del gioco si chiederà cosa si è provato nel condurre o nell'essere stati condotti.
^ Foto di gruppo. Si immagina di fare una foto-ricordo. Liberamente si sceglie una o due persone con cui si vorrebbe farla. Se si fa di notte, si possono spegnere le luci mentre le persone si dispongono davanti al gruppo come vorrebbero essere «ricordate». Ad un certo punto si accendono per alcuni istanti le luci per simulare il flash. Poi tutto ritorna come prima. Quando tutti sono passati, si descrive come ognuno vorrebbe essere conosciuto e «ricordato» dal gruppo.
^ Il riconoscimento. Ad occhi chiusi ci si muove per la stanza. Ad un ordine ci si blocca, e ad un ordine successivo ci si muove. Ci si ferma con il primo che si incontra, e solo con l'uso della mani e in silenzio si cercherà di riconoscerlo dai lineamenti del suo volto. Si dirà il nome, e l'interessato risponderà «sì» o «no». Quindi si passerà, sempre tenendo gli occhi chiusi, ad un altro.
Abbiamo indicato alcune tecniche; altre potranno essere trovate nel volume di B. Grom, Metodi per l'insegnamento della religione, la pastorale giovanile e la formazione degli adulti, LDC, Torino 1982, o nell'articolo che segue in questo stesso numero della rivista.
L'animatore ricordi che queste tecniche devono essere usate con attenzione, avendo cura di creare un ambiente di serietà e di rispetto reciproco tra le persone. Non permetta mai che qualcuno derida o disprezzi qualcun altro, e faccia in modo che ciascuno sia accettato con la sua originalità.

CHECK UP

Proponiamo al lettore un test di verifica che può essere usato per «misurare» la comprensione di quanto è stato fin qui detto, o per descrivere la situazione del proprio gruppo.
- A quali condizioni si può dire che un gruppo è educativo e ecclesiale?
- Con quali caratteristiche definisco i giovani del mio ambiente, del mio gruppo?
- Se dovessi iniziare l'animazione di un gruppo di giovani, come ne curerei i primi passi? (Prova a descrivere l'inizio di un gruppo).
- Quali problemi pone un tale inizio?
- Per quali motivi i giovani aderiscono a un gruppo?
- Quali sono i bisogni e le attese di chi chiede di far parte di un gruppo?
- Quali sono le caratteristiche di un gruppo ai suoi inizi?
- Quali obiettivi deve porsi chi anima un gruppo giovanile nella prima fase? A che cosa deve prestare attenzione?
- Quali strumenti deve privilegiare l'animatore per raggiungere gli obiettivi?