Quaresima giovani: per parlare con «tutti»

Inserito in NPG annata 1985.

 

Armando Cattaneo

(NPG 1985-02-33)


Una «preoccupazione» che molte volte ha assillato chi si interessa di giovani, è quella degli «altri», di chi sta «fuori», lontano, di chi non è così facile raggiungere attraverso i soliti canali istituzionali. Eppure sono una quantità notevole di giovani, di cui la comunità cristiana non può disinteressarsi.
Presentiamo un'esperienza «particolare» di «ricerca» e incontro con questi giovani, che può servire come modello di catechesi giovanile oltre gli schemi abituali di conferenze di esperti, e che può essere un esempio di «spazio aperto» per incontri tra giovani e adulti, quasi confessioni reciproche che toccano le domande profonde della vita e dell'esperienza cristiana.
La particolarità di questa esperienza è data soprattutto dai «testimoni» chiamati a raccontarsi e a reagire.
L'esperienza è stata realizzata a Seregno (Milano), nel centro giovanile San Rocco.
La descrive lo stesso ideatore della proposta.


Fantasia e fatica vengono oggi profuse in quantità incalcolabili nel tentativo di creare una catechesi viva, coordinata e organica. Un dialogo anzitutto umano, ma correttamente umano perché aperto all'Assoluto, è il sogno di tutti gli educatori cristiani che lavorano con i giovani.
Quanta ricerca nel proporre a chi è indifferente e demotivato uno stimolo che lo provochi senza plagiarlo!
È ben noto che la fede non dipende dal carattere più o meno favorevole delle condizioni umane in cui viene annunciata; sa infatti comunque uscirne vittoriosa. Tuttavia non si può certo negare la necessità di creare atteggiamenti favorevoli all'accoglimento dell'annuncio cristiano, soprattutto da parte dei giovani.
Ecco il punto focale dell'esperienza che sto proponendo.

ALLA RICERCA DEL 75 PER CENTO

L'iniziativa lanciata al San Rocco di Seregno si colloca dunque in questo contesto (che ritengo vastissimo e diffuso un po' in tutta la Chiesa) di fantasia, di fatica e di ricerca.
Seregno gode fama di essere «zona bianca», ricchissima di tradizioni ecclesiali e ricca insieme di spirito di iniziativa personale. Pur con tutta questa vivacità, «l'area» dei giovani con cui la comunità parrocchiale riesce a mantenere qualche rapporto non supera il 25% della totalità della gioventù seregnese, compresa quella fascia che senza essere vicina a idee di ispirazione cristiana, risulta accostabile proprio per la sua collocazione all'estremo opposto: è proprio la sua combattività nei confronti della Chiesa che permette, se non altro, un incontro; e compresi anche quei giovani che sono accostabili dalla comunità cristiana locale per via della loro situazione di particolare difficoltà: handicappati, drogati, carcerati, ecc....
Resta sempre un corposissimo 75% di giovani con cui non si ha nessun rapporto.

Senza ideali e senza tragedie

È la massa di chi non ha né sensibilità né problemi sufficienti a causare domande,
crisi, ricerche (insomma «azione» o «movimento») né dentro né fuori di loro. È la massa di chi non sta così male da chiedersene il perché, di chi non incontra nella vita né un ideale né una tragedia: ambedue questi incontri costringerebbero a prendere posizione.
L'indifferenza: questo mi sembra il male più grave e più diffuso tra i giovani d'oggi in campo religioso. E non è il più grave solo perché è il più diffuso, bensì perché è, per definizione, inattaccabile finché non se ne prende coscienza.
Il Vangelo è, a tutti gli effetti, una «proposta» libera che si rivolge alle coscienze: ma l'indifferente ha spento l'interruttore della coscienza e quindi non capta più. Per quanto incantevole possa essere la musica lanciata da una emittente, la condizione essenziale per goderla è che ci sia il ricevitore acceso.
Per fortuna però il Vangelo è anche «provocazione» e si permette quindi di dare qualche colpetto all'apparecchio inceppato della coscienza di molti giovani. Si tratta quindi di aprire un dialogo con costoro, per verificare insieme se i problemi che li attanagliano, o la stanchezza di cui sono vittime, possono trovare nel messaggio o nella persona di Cristo una soluzione o almeno una iniezione di forza e di coraggio.
Si tratta di non presentarsi loro con la solita verità già pronta che «magnani-mente» noi siamo disposti a regalare a loro. Occorre sederci insieme e ricercare insieme ovunque emerge uno sprazzo di luce.
Ora, la passione per questi ragazzi da bar, da stadio, da TV, ci ha portato già molti anni fa a tentare nuove forme di contatto.

Vogliamo dirti qualcosa

Abbiamo tentato, ad esempio, il contatto epistolare: «Non ti scriviamo per dirti di venire da noi perché dobbiamo parlarti; ma vogliamo dirti qualcosa e te lo scriviamo subito!».
È un contatto faticoso ma suggestivo e molto personalizzato. Tuttavia è, ovviamente, sporadico e privo del contatto diretto e della possibilità di dialogo. Da questi messaggi (scritti a mano in tono discorsivo e amichevole) sono nati vari incontri personali e diversificati in varie fasce d'età e di sensibilità, mai però un gruppo stabile e permanente che poi abbia continuato a vivere con ritmi precisi.
Abbiamo tentato anche il contatto radiofonico, utilizzando la nostra radio libera: RadioSeregno, appunto.
Il tentativo che ci ha più impegnato però è quello che chiamiamo la «Quaresima-Giovani». È appunto questa esperienza l'oggetto diretto di questa mia presentazione. Abbiamo chiamato questo lavoro anche «laboratorio di ricerca» e abbiamo invitato a questo «tavolo di lavoro» giovani e adulti, gente «navigata» e gente «semplice», chi i suoi problemi li aveva risolti già e chi se ne sentiva invece ancora soffocata. Gente ammirata, idolatrata, simboli del successo che riversano lì l'angoscia del «vuoto dietro la facciata», e semplici padri e madri di famiglia con un'invidiabile serenità ed equilibrio interiore.
Anche nel proporre contenuti squisitamente religiosi il punto di partenza è sempre la vita: è sulla vita che tutti i giovani si ritrovano carichi di interesse; ai contenuti religiosi arrivano poi, in fase di risoluzione di quanto la vita ha ingarbugliato.

UNA NUOVA FORMA DI CATECHESI GIOVANILE

Dico subito che questa formula di catechesi giovanile ha avuto una grossa eco anche sui mezzi di comunicazione sociali più diffusi (dalla RAI a tutti i quotidiani milanesi, a svariati periodici italiani) senza mai essere però considerata nella sua vera natura, che è appunto quella di essere «catechesi». Interessa i mass-media perché coinvolge quei personaggi dello spettacolo, dello sport e della cultura (anche della Chiesa) che sono il pane quotidiano di tali strumenti. Ma quanta fatica anche solo per far capire ai vari giornalisti che a far «notizia» non sono i personaggi, in sé, bensì il fatto che anche loro sono soggiogati dal fascino di Cristo (almeno del «religioso» in genere) e che Cristo è motivo sufficiente per far muovere (gratis!) gente da 5/10/50 milioni a serata.
Questo, grossomodo, è anche il primo messaggio, quello permanente e di fondo, che vogliamo lanciare ai giovani con questo nostro lavoro. E, come conseguenza, «vanno in tilt» perché non si raccapezzano più: o si scandalizzano perché vedono la cantante che dice di credere in Gesù Cristo ma poi agisce da «pagana», oppure restano scossi perché Cristo ha fatto breccia anche sulla cantante dalla vita allegra (del resto il Vangelo ci ricorda, con sottile compiacenza, forse, il fascino di Gesù sulla Maddalena, sull'adultera e via dicendo) che lui ammira e sogna come modello se non di vita almeno di successo.
Allora, la nostra Quaresima-Giovani che cos'è?

Cos'è la Quaresima-Giovani?

Si tratta di un ciclo di serate a cadenza settimanale (sei di solito perché si collocano in Quaresima, ma possono «straripare» anche e invadere il periodo pasquale) che ha già una tradizione di almeno 15 anni e che viene proposto appunto ai giovani di qualsiasi credo o tendenza.
Fin dall'origine si è voluto evitare di tenere tali incontri in una chiesa, con il preciso intento di evitare la pregiudiziale di un ambiente religioso. Si è scelto quindi il Teatro San Rocco, gestito dalla parrocchia ma con criteri di cultura autentica e pluralista, così da risultare la più prestigiosa sala di tutta la Brianza (cura tra l'altro un cartellone di prosa e un cineforum sempre affollatissimo).
Per vari anni l'attenzione degli indifferenti la si è «catturata» con l'accurata scelta delle tematiche e con il valore dei relatori. Nella forma attuale ricorriamo invece agli ospiti: celebri personalità dall'Italia e dal mondo.
Ecco alcuni personaggi che abbiamo contattato e che hanno partecipato agli incontri, come testimoni, come «provocatori» e come «provocati»: uomini di scienza e di cultura, come Pierluigi Baima Bollone, Andrej Sinjavskij, Armando Spataro, Guglielmo Zucconi, Krzysztof Zanussi, Antonino Zichichi...; personaggi dello sport, come Valerio Bianchini, Gabriella Dorio, Sandro Gamba, Pierluigi Marzorati, Jim Brewer, Virginio Ferrari...; personaggi dello spettacolo, come Albano Carrisi, Liliana Cosi, Claudia Mori, Romina Power, Mia Martini, Maurizio Nichetti, Eleonora Brigliadori, Francesco Guccini...; uomini di chiesa e altre persone «comuni», ma non meno ricche di esperienza e di capacità di «provocazione».
Perché la scelta di persone «illustri», conosciute dal pubblico per le loro imprese e attraverso i mass-media?
Perché, a mio avviso, con il declino progressivo della «parola parlata» a tutto favore dell'immagine, questi due elementi, tematiche e relatori, hanno perso ogni forza facendone perdere anche alla nostra iniziativa.
Con l'affermarsi delle televisioni private prima, e poi dei professionalissimi network, ha acquistato sempre più importanza (soprattutto agli occhi dei nostri destinatari) la «confezione».
Conta di più, nella diffusa concezione consumistica, il pacchetto che non l'oggetto che vi è avvolto. Si trattava quindi di non occuparsi solo dei contenuti, senza cadere nell'eccesso opposto di trascurarli. Abbiamo affidato allora a un grafico lo studio dei manifesti e degli stampati; ad un affermato industrial-designer la scenografia del palco; ad una ditta specializzata l'amplificazione della sala e ad un giornalista la promozione-stampa.
Soprattutto abbiamo pensato che ci sono persone validissime per le idee che elaborano e la vastità del sapere che possiedono (i teologi ad esempio), ma ve ne sono anche altre che hanno il dono particolare di comunicare con la gente, diciamo pure con «il pubblico», e sono gli artisti e gli operatori nei mass-media.
Non bisogna poi trascurare il fattore «ammirazione», e ci è sembrato un elemento molto positivo che a dare un certo messaggio, o semplicemente a raccontare un episodio della vita, potesse essere una personalità di successo piuttosto che uno sconosciuto magari coltissimo. Nella nostra società esistono infatti determinati canali di comunicazione, e sarebbe controproducente ignorarli; occorrerà forse purificarli ma poi occorre arrischiarsi ad usarli.
Così discutevamo tra noi e, pur essendo questa - ora espressa - la linea prevalente, non sono mai mancati neanche tra noi coloro che ritenevano troppo profano o troppo dipendente dai metodi dello «spettacolo» questo orientamento. Invitare ospiti famosi non è usarli come «specchio per le allodole»? Non si rischia, così facendo, di trasformare - nel caso - una Quaresima in un Carnevale?
Oppure - e sarebbe peggio - non si rischia di passare sopra i problemi dei giovani, strumentalizzarli una volta di più, dopo che lo sono già così spesso dalla società?
Non si concede troppo allo spettacolo, alla superficialità, alla curiosità?

È solo divismo?

Queste domande ce le siamo poste mille volte e ci hanno angosciato a lungo. A priori abbiamo voluto prendere delle precauzioni, volte a dare una tonalità tutta particolare alle serate: bar del teatro chiuso; fascicolo stampato con traccia della serata a tutti i partecipanti; proibizione assoluta di applausi o fischi o manifestazioni del genere; musica adatta a favorire il raccoglimento nell'attesa (talvolta con prove di canti finalizzati ad una celebrazione comune finale); proposta di un gesto di solidarietà e proposta bibliografica all'ingresso del teatro...
Ma poi queste paure (a volte tradotte in critiche pungenti) sono rimaste esclusivamente in chi non partecipa all'esperienza o in chi ne sente parlare per la prima volta. Chi ci viene, invece, ritorna perché si sente rispettato, accolto e ascoltato, anzi trova corrispondenza tra quanto si dice e quanto lui vive.
La prova dei fatti ha rivelato l'assenza assoluta di qualsiasi forma di divismo sia nei giovani partecipanti sia nei «divi» stessi! Per non parlare dei manifesti che evitano accuratamente di proporre l'ospite a caratteri cubitali: un solo manifesto con l'elenco di tutti: ospiti, relatori, collaboratori, divi e antidivi.
Devo anzi aggiungere che la partecipazione alla Quaresima-Giovani ha provocato ripensamenti profondi in svariati ospiti, alcuni dei quali - pur celebri -sono ritornati in incognito tra il pubblico in serate successive. (Ricordo il caso di Antonello Riva, che mi chiedeva: «Don, posso tornare qualche prossima sera? Però sto giù in platea: voglio ascoltare per me, non parlare per gli altri»).
Del resto non c'è divismo che tenga quando devi stare magari in piedi o seduto per terra per due ore e mezza, e ci vieni in queste condizioni per sei volte, e l'argomento è rigidamente religioso, e il «divo» lo vedi da 50 metri di distanza.
E poi non importa tanto sapere perché un ragazzo o una ragazza venga alla serata: ci venga pure anche solo per curiosità. Conta piuttosto chiedersi perché ci rimane e ci ritorna... e conta di più chiedersi con quali frutti ne esce.
Al proposito una sedicenne confessò candidamente in pubblico: «Sono venuta per vedere Romina Power, ma sono rimasta perché mi ha affascinato il discorso». E. Romina: «Sono venuta perché la Sindone mi interessa tantissimo».

I temi degli incontri

Alcune osservazioni a parte meritano i contenuti.
Anzittutto le tematiche non vengono scelte in funzione della loro gradevolezza da parte dei giovani, ma semplicemente seguendo un piano catechetico parrocchiale che prevede in un quinquennio le seguenti trattazioni: Dio - Gesù Cristo -La Vita - L'Aldilà - La Chiesa.
La successione può non sembrare troppo corretta teologicamente, ma si è rivelata indovinata ed efficace nei confronti della sensibilità (e dei pregiudizi) della gente.
Le stesse tematiche vengono svolte agli adulti in parrocchia e ai giovani all'oratorio (il «San Rocco»).
Al San Rocco, le singole tematiche, sviluppate con una particolare attenzione alla sistematicità e insieme alla vivacità, vengono affidate a teologi, biblisti, moralisti, giornalisti, scrittori o docenti universitari che le espongono in una relazione che rimane la base di partenza di ogni dialogo, dibattito o intervista successiva.
Quindi quel che nelle normali serate catechetiche costituisce il tutto (la relazione), nel nostro lavoro non viene certo accanto-
nato, anche se risulta essere solo l'introduzione volta a dare i parametri di base per ogni altro sviluppo. Nulla viene tolto alla conferenza tradizionale: molto anzi viene aggiunto. Prima e dopo la relazione è tutto un susseguirsi di provocazioni; ogni sera si propone un brano stuzzicante di letteratura, un pezzo musicale sul tema (con eventuale traduzione dei testi), le interviste agli ospiti e infine il dialogo dilagante che coinvolge tutti: relatore, ospiti, partecipanti in sala e partecipanti alla radio (le serate vengono trasmesse in diretta dalla locale Radio Seregno, con possibilità di telefonare da parte degli ascoltatori).

La collaborazione dei giovani e alcuni limiti dell'esperienza

Quale è il ruolo e la collaborazione dei giovani dell'ambiente?
I giovani dell'Oratorio San Rocco sono stati decisamente travolti dall'ondata da loro stessi provocata. La loro collaborazione non può evidentemente collocarsi a livello di contatti diretti con le personalità invitate (che costituiscono la più grossa difficoltà di realizzazione, dato il carattere inusitato dell'invito e i bastioni protettivi - e isolanti - che tali personalità sono costrette a costruirsi intorno). La 'collaborazione dei giovani è rimasta invece viva e determinante nella realizzazione pratica degli allestimenti, nel servizio di accoglienza sia dei giovani che degli ospiti, nella elaborazione degli stampati che si offrono a tutti i partecipanti, e nel tentativo di animazione sia in sala, durante il dibattito, sia nei giorni successivi per non isolare l'avvenimento ma per farlo espandere nelle scuole, nelle famiglie, negli incontri quotidiani.
Dicevo «travolti» dall'ondata perché una massa di oltre 1000/1300 giovani che preme davanti alla porta, fin da un'ora prima dell'inizio e che rimane poi abbondantemente fuori perché non c'è posto per tutti nel salone, non schiaccia solo fisicamente ma anche psicologicamente, e rende impotenti a creare un minimo di rapporto personale con chi prepara e gestisce il tutto. Questo è il limite principale della iniziativa del resto irrisolvibile a livello di strutture pastorali centrali e invece facile da sciogliere quando arriva ai livelli dei piccoli gruppi parrocchiali, o delle classi di scuola (nelle scuole superiori di Seregno e dintorni i «temi» e i dibattiti sul «fenomeno» sono ormai un appuntamento fisso).
Un altro limite è la difficoltà a prolungare oltre la serie di serate (oltre la quaresima quindi) l'incontro con tutti quei giovani. La continuità è un valore ancora troppo ignorato e - forse - il carattere di eccezionalità è strutturale nelle manifestazioni di massa.
Questa catechesi è un momento missionario e unitario formidabile, ma che poi deve diffondersi e sciogliersi nella vita quotidiana, non può illudersi di vivere o morire col vivere o morire del fenomeno di massa.
Tuttavia tentativi al riguardo ne abbiamo fatti: raccolta di indirizzi per tenere i contatti epistolari o per proporre altre iniziative speciali; proposte culturali a contenuto religioso disseminate durante l'anno, ma soprattutto una catechesi sistematica annuale presentata nella sala pubblica della Biblioteca Civica Comunale.
Non ultime infine le pubblicazioni che possono avere non solo il valore e la capacità di estendere ad altri i contenuti proposti dal vivo, ma anche quello di permettere, a chi ha partecipato, di riprendere con maggior calma le tematiche, gli spunti e le provocazioni già ricevute ma ormai sopite.

UN'ESPERIENZA TRASPORTABILE?

In conclusione questo - va detto - è un tentativo riuscito.
Non è un'idea, un progetto, un programma: è un'esperienza realizzata e che ha funzionato.
É riuscita cioè a scalfire l'indifferenza degli indifferenti e persino a creare entusiasmo. L'interesse e l'entusiasmo non sono certo ancora la «conversione»... ma convertire i cuori non è certo il nostro mestiere, è il mestiere di Dio.
Da moltissime parti mi è stato chiesto se è un'esperienza «esportabile», cioè riproponibile altrove.
Certamente sì.
A condizione che risulti il frutto di un cammino progressivo costruito pazientemente dalla comunità cristiana e non l'iniziativa estrosa di un simpatico improvvisatore.