Il volontariato, un luogo privilegiato della partecipazione

Inserito in NPG annata 1985.

 

Guglielmo Ellena

(NPG 1985-O2-25)


Nella prima metà degli anni settanta era ancora abbastanza sentito il tema della partecipazione intesa:
- come espressione di una nuova mentalità;
- come fine della filosofia pratica del «farsi i fatti propri e basta»;
- come «modo nuovo di fare politica», per il quale il cittadino, acquisita una sua propria maturità, rifiuta la delega in bianco e a tempi lunghi, tende a superare e a fare superare le degenerazioni del parlamentarismo e della partitocrazia.
Negli anni successivi la tensione nei confronti della teoria e della prassi della partecipazione mi pare si sia di fatto notevolmente ridotta e sia, invece, subentrata una particolare attenzione al fenomeno del volontariato che, a mio parere, ripropone in altri termini gli ideali della partecipazione. Potremmo forse affermare che ci troviamo di fronte ad un fenomeno unitario: quello della partecipazione. Ma rispetto ad essi ci si può collocare con sensibilità diverse, anzi con motivazioni diverse: individuerei pertanto una quadruplice serie di motivazioni, come si può osservare dalla «tabella» che segue (vedi p. 26).
Credo lecito affermare che mentre la partecipazione non ha retto o non regge come modalità di presenza a livello di decentra-
mento urbano, di politica amministrativa, di politica scolastica e culturale, di politica dell'informazione, essa persiste, come stile e come scelta politica, in alcune aree della militanza e, soprattutto, si esprime con forme varie e vigorose di coinvolgimento volontario in tante situazioni umane, un coinvolgimento a volte radicale.
Alcuni si domandano: come possono esprimersi i valori tipici del volontariato in una «società del particolare»?
Credo che in questo «spaccato» del «particolare» si possano configurare alcune sensibilità della nostra società italiana:
- la sensibilità per la soggettività, a dare cioè maggiore rilievo alla fascia dei desideri e delle aspirazioni di ogni singolo soggetto umano: e questo non per una concessione dall'alto, ma per una forte esigenza dal basso;
- la sensibilità, sempre sulla linea di una soggettività ampliata, per le «relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione quotidiana con piena comprensione reciproca del senso dell'azione e della comunicazione intersoggettiva» (A. Ardigò).
- la sensibilità per atteggiamenti corporativi in difesa di particolari interessi di categorie professionali.
Questo terzo tipo di sensibilità è quello che maggiormente compromette la dinamica della partecipazione e, quindi, del volontariato, i quali (partecipazione e volontariato) sono finalizzati, in termini politici, all'interesse di tutti: un tempo si diceva, ed io continuo a dirlo, al «bene comune».
Il primo e secondo tipo di sensibilità, vale a dire sensibilità alla soggettività e sensibilità ai «mondi vitali quotidiani», costituiscono invece un terreno maggiormente favorevole per esprimere in concreto gli ideali tipici del volontariato.
La tesi che abbiamo appena abbozzato della partecipazione come fenomeno unitario diversamente motivato e che, probabilmente, non tutti condividono, può essere chiarita, per la dimensione volontariato, attraverso l'individuazione degli «obiettivi» del volontariato stesso ed attraverso l'esplicitazione di alcuni valori di fondo che lo caratterizzano.

1985-2-26


OBIETTIVI DEL VOLONTARIATO

Raccordo tra bisogni e risorse

Essi sono essenzialmente individuabili nella gamma di bisogni che persone, gruppi e collettività esprimono:
- bisogni reali, concreti, quotidiani, feriali della gente;
- bisogni primari;
- bisogni di civiltà: di cultura, di rapporti interpersonali, di «liberazione di libertà», di partecipazione, di mobilitazione dell'opinione pubblica...;
- bisogni professionali;
- bisogni religiosi...
Per soddisfare questi bisogni, i gruppi di volontariato devono raccordare ad essi le risorse disponibili o reperibili:
- risorse naturali: disponibilità economiche, servizi organici, contributi pubblici... ;
- risorse personali: professionisti ed operatori sociali... ;
- risorse funzionali: fattori e capacità di programmazione, di organizzazione, di coordinamento e di verifica...
Questo raccordo risorse-bisogni esige una profonda presa di coscienza, da parte dei volontari:
- delle situazioni problematiche;
- delle potenzialità rimosse, represse, comunque inespresse, dei soggetti con cui entrano in contatto;
- delle mentalità diffuse ma sommerse;
- delle motivazioni dell'azione dei vari operatori;
- delle «resistenze» dell'Ente pubblico;
- delle cause della passività e dell'indifferenza della gente.
Mi soffermo un momento su due di questi fattori di ritardo: l'indifferenza della gente e le resistenze dell'Ente pubblico.
L'«indifferenza» della gente è il fattore di maggiore ritardo nell'attuazione di vari possibili interventi.
Il muro dell'indifferenza è un ostacolo assai più grave di quello dell'«opposizione aperta», poiché è più difficile coglierne le motivazioni.
La resistenza dell'indifferenza va scalfita e corrosa con interventi capillari plurimi. Io penso che, in questa lotta quotidiana e continua all'indifferenza, vadano stimolati particolarmente i giovani; orientandoli alla soluzione di tanti minuti problemi quotidiani che si presentano, per esempio, nel quartiere ed ai quali di fatto l'Ente pubblico non riesce ad offrire una soluzione e che, d'altra parte, potrebbero venire risolti qualora l'iniziativa dei singoli, individui e gruppi familiari, sapessero coordinarsi in una azione collettiva.
Si tratta, attraverso i giovani ed alcuni gruppi familiari:
- di rompere il cerchio dell'inerzia, dell'abitudine, dell'inettitudine;
- di impedire che la gente dimentichi i propri problemi e quelli della comunità locale.
La vera democrazia è fatta dell'impegno e della partecipazione di molti alla gestione concreta delle piccole cose, della vita ordinaria di tutti i giorni.
Sono persuaso che, una volta operata, all'interno della base, questa rivoluzione a piccoli passi e forse a tempi lunghi, il problema delle resistenze attive o meramente passive dell'Ente pubblico può venire affrontato con ben altra energia ed efficienza.
Anzitutto il consenso della gente risulterà certamente più problematico per gli Amministratori pubblici. Ricatto: ebbene, ricatto sia!
In secondo luogo, una base dissodata e stimolata può offrire, con il tempo, maggiori possibilità di selezione dei futuri Amministratori.
In terzo luogo, nella continuità di questo processo evolutivo, è prevedibile, in termini molto reali, uno scambio più vivo di tensioni innovative tra vertice e base, a livello soprattutto di istituzioni non troppo appesantite da strane tradizioni o di centri abitati (comuni, circoscrizioni...) di medie dimensioni.

Un volontariato intergenerazionale e organizzato

Questa correlazione di bisogni e di risorse, questa presa di coscienza del problematico, del potenziale della gente, del sommerso, e delle resistenze indicate, reclamano la presenza di un volontariato inter-generazionale ed organizzato.
Il volontariato è un fenomeno non solo giovanile, anche se dai giovani possono essere offerti degli stimoli e delle prospettive di indubbio valore innovativo. La fascia di età dai 20 ai 32 anni probabilmente è quella più ricca di presenze volontarie non solo a tempo parziale.
Personalmente sono persuaso dell'opportunità di promuovere la scelta del volontariato tra persone prossime alla pensione, aprendo loro la prospettiva concreta di valorizzare la personale esperienza di vita e la competenza professionale. E questo con l'offerta della propria collaborazione in termini di gratuità psicologica, con un semplice rimborso spese, per la soluzione di tanti problemi amministrativi e tecnici, di problemi di pubbliche relazioni caratteristici delle comunità di base e delle comunità di accoglienza.
Una presenza plurima di persone diverse per età, per sensibilità, per competenza costituisce un valido presupposto per curare gli aspetti organizzativi, sia istituzionali che operativi, dei gruppi di volontariato.
Organizzazione dice essenzialmente capacità di progettazione, di programmazione, di esecuzione precisa e di verifica delle varie iniziative. Per tutto questo non basta la buona volontà, un certo intuito, un approccio approssimativo dei problemi.
Le varie fasi progettuali, programmatorie, esecutive e di verifica esigono momenti di informazione, comunicazione di esperienze, previsione di tempi, addestramento al colloquio, alla ricerca, alla ricerca-intervento, contatti ben predisposti con persone ed organizzazioni, controllo dei processi di apprendimento, periodiche revisioni... che solo un'accurata preparazione ed esperienza di vita può garantire nella loro correttezza e proprietà.
La scelta delle aree di intervento del volontariato è spesso occasionale, suggerita dall'urgenza di alcuni problemi o effettuata da qualche leader carismatico. Un'autentica azione di animazione sul territorio ad opera del volontariato si realizza però non tanto attraverso iniziative singole, pur stimolanti e promozionali, quanto piuttosto attraverso il coordinamento di interventi organici, ben finalizzati
e condotti con prevalente preoccupazione preventiva, in quattro aree:
- area della devianza (violenza, tossicodipendenza, sessuomanie ...);
- area della emarginazione (sottoproletariato, handicappati, anziani ...);
- area della partecipazione, tenendo presente che premessa fondamentale della partecipazione è l'informazione e che la partecipazione è occasione di maggiore socializzazione;
- l'area della espressività e della creatività, specialmente là ove strati popolari maggiormente emarginati dalla cultura esigono accurati processi di alfabetizzazione
e di educazione all'iniziativa e alla decisione.

Un volontariato socio-educativo

Sia a questi livelli sociali più sprovveduti sia ai livelli maggiormente acculturati è necessario oggi un'azione di profonda ricostruzione di un tessuto sociale meno liso. A tale scopo occorre soprattutto l'azione di un volontariato socio-animativo-educativo. Si tratta infatti di raggiungere i seguenti obiettivi:
- rinnovare la memoria storica di tradizioni (là dove esse si sono avute) e di effettuare accurate analisi di ambiente e di punti di incontro (circoli ricreativi, bar, pizzerie, piazze...) con forme di «osservazione partecipante», con l'utilizzo di
«storie di vita», con «testimoni privilegiati»;
- educare le persone a lavorare in gruppo per la soluzione di tanti piccoli problemi quotidiani;
- introdurre tecniche e microstrutture valide a fare superare le strozzature dello sviluppo, i «colli di bottiglia» che ostacolano la circolazione di opinioni, di idee, di esperienze;
- favorire iniziative di cooperazione e di autogestione;
- educare ad un uso alternativo del tempo libero, finalizzato non solo a momenti lucidi più o meno banali e massificanti, ma anche a forme di impegno sociale che favoriscano il sorgere e l'intensificarsi di nuovi rapporti interpersonali.

VALORI DEL VOLONTARIATO

Perché l'azione del volontariato possa perseguire con risultati positivi gli obiettivi che abbiamo indicato, deve essere sostenuta da alcuni valori.
Distinguerei quattro fasce di valori (vedi tabella seguente):
- valori che esprimono le motivazioni ideali di qualsiasi tipo di volontariato;
- valori costituiti da qualità e capacità cui il volontariato deve prestare particolare attenzione;
- valori tipici della fede religiosa o della ideologia politica che costituiscono il retroterra culturale ispiratore dell'azione volontaria delle persone e dei gruppi;
- valori che l'esperienza pluriennale del volontariato ha saputo esprimere in alcuni «tratti fisionomici», che configurano il volontariato come una risposta nuova e globale al clima diffuso di insoddisfazione-malessere.
Approfondisco velocemente i valori indicati nella quarta colonna della tabella e relativa ai «tratti fisionomici» dell'animatore, così come l'esperienza è venuta a delinearli in questi anni.
In primo luogo il volontariato si pone con un ruolo profetico innovatore e un atteggiamento critico nei confronti:
- di ogni forma di dipendenza;
- del concetto e della realtà del progresso;
- della manipolazione della natura;
- delle verticalizzazioni delle strutture di potere;
- dell'acquisizione di beni economici: primato dell'«essere» sull'«avere»;
- della logica della quotidianità e soggettività, intesa soprattutto come disponibilità individuale e collettiva a privilegiare costantemente i desideri rispetto ai bisogni (onde le varie giungle retributive, fiscali, culturali...);
- dello spegnimento delle tensioni creative;
- delle insufficienze e vischiosità dell'Ente pubblico.
In secondo luogo il volontariato si pone non come fine ma come strumento, come movimento spontaneo e dinamico di liberazione:
- una liberazione che sia un esodo, una marcia verso la libertà di tutti gli uomini e non solo la prospettiva di alcune «isole» di libertà;
- una liberazione che si muova dal presupposto fondamentale di un rifiuto deciso di accettare l'esistente come non modificabile.
Tale liberazione, di conseguenza, si esprime in:
- un processo di coscientizzazione progressiva;
- una formula di partecipazione attiva alle modificazioni delle situazioni;
- una lotta all'emarginazione, alla vio-
lenza, all'autoritarismo, allo sfruttamento, sia all'interno del sistema che nei tentativi del suo ribaltamento;
- un contributo di presenza, di impegno a realizzare obiettivi di dignità e di eguaglianza delle opportunità, di ricerca del senso e della qualità della vita;
- una vera capacità a non sostituirsi alla gente, ma ad operare ed a vivere con la gente e come la gente, sì da metterla in grado di assumere le proprie responsabilità ed a fare da sé.
Siamo alla terza fascia di valori fisionomici del volontariato: in questa azione di liberazione il volontariato si pone come una forma privilegiata di animazione:
- non si tratta di dirigere, ma di animare gruppi e comunità: l'animatore non è un dirigente, un responsabile, un militante;
- l'animatore aiuta a decifrare, con coscienza lucida e critica, la vita, senza bruciare le tappe: il lavoro di animazione è attento alla vita come è e come si manifesta;
- l'animazione richiede la saggezza della speranza, la fiducia nella vita, la capacità di ascolto.

1985-2-29

FORMAZIONE DEL VOLONTARIO

Ai fini di un'azione volontaria che si ispiri ai canoni dell'animazione, è necessario che i gruppi si impegnino in espliciti ricorrenti processi formativi: l'entusiasmo e l'esperienza da soli non bastano; se l'esperienza non viene ripensata e rimotivata con continuità, si rischia una autentica sclerosi a placche.
Andando al di là delle indicazioni meramente esortative su questo argomento, propongo un progetto formativo che con Piergiulio Branca stiamo sperimentando e precisando su esplicita richiesta dell'Università della Pace (Torino) e del movimento internazionale LVIA (Cuneo).
Il progetto tiene presente la tesi del volontariato come luogo privilegiato della partecipazione.
Proprio sul terreno della partecipazione, a livello di comunità territoriale, si intende lavorare per coordinare in un positivo rapporto evolutivo l'Ente pubblico e la gente con le rispettive resistenze.

L'ipotesi formativa

- Formazione intesa come un «cammino» a tappe che tenga conto dei ritmi di sviluppo delle comunità.
- Formazione come esperienza attiva di processi promozionali: di sviluppo e di Consolidamento (manutenzione) del medesimo.
- Il processo formativo si articola in' tre momenti «sapienziali»: sapere (area cognitiva), saper fare (area operativa), saper essere (area relazionale), finalizzati ad un preciso profilo professionale del volontario-animatore.

Il profilo professionale del volontario-animatore

Il volontario si caratterizza come colui:
- che fa prendere coscienza dei propri interessi;
- che approfondisce e rafforza le motivazioni all'azione;
- che socializza queste motivazioni sì da farle diventare collettive;
- che aiuta la comunità a scoprire le proprie risorse, ad auto-organizzarsi, a verificare i cambiamenti;
- che stimola la scoperta del «sommerso»: desideri e aspettative;
- conseguentemente, rinforza la percezione del proprio «potere». ed amplia la coscienza delle nuove concrete opportunità.

L'iter formativo

L'iter formativo, previsto per consolidare il profilo professionale del volontario-animatore, deve garantire queste capacità:
- contribuire a fare emergere interessi e motivazioni sia delle singole persone che dei gruppi;
- affinare la sensibilità ai problemi ed alle dinamiche delle comunità;
- educare alla progettazione, con il contributo delle comunità, di interventi di animazione ed a sostenere le comunità nella loro realizzazione;
- indicare le modalità di stimolo delle comunità per l'applicazione di sistemi di verifica (auto ed etero diretta);
- fare maturare il senso del provvisorio, sì da controllare le proprie pulsioni di egemonia e di onnipotenza ed alimentare il senso di fiducia negli altri;
- addestrare ai processi di comunicazione, decisione ed organizzazione;
- abilitare a connettere le varie risorse all'interno delle comunità: vecchi-giovani, ricchi-poveri, donne-uomini; ...
- stimolare a collegarsi con le altre realtà operanti in loco; organismi di volontariato, residenze missionarie, strutture sociali e politiche, agenzie turistiche..., allo scopo di evitare sovrapposizioni e rischi di cortocircuiti.
Le quattro fasi dell'iter formativo sono correlate alle tre aree della formazione: cognitiva (sapere), sensibilizzativa (saper essere), tecnico-sensibilizzativa (saper fare).

LE QUATTRO FASI DELL'ITER FORMATIVO

Incontro con la situazione

- Alla scoperta-dell'identità della comunità
- Costruire un rapporto attraverso l'a- Il processo scolto. di soluzione di problemi

Area cognitiva
- Funzioni ed obiettivi dell'animazione: cambiamento e prevenzione
- Metodologia e tecniche dell'animazione
- Animazione, volontariato e cooperazione
- Animazione transculturale
- Fenomeni e dinamiche di gruppo
- Animazione e processi di sviluppo
- Animazione ed educazione sociopolitica: economia e politica economica, pluralismo istituzionale, nazionalismi, forze politiche (partiti e movimenti, sindacati, organizzazioni culturali).

Area sensibilizzativa
- Sensibilizzazione ai processi e alle dinamiche di gruppo: imparare a stare in gruppo.

Area tecnica-sensibilizzativa
- Il colloquio
- L'osservazione partecipante.

Individuazione dei problemi

Le motivazioni dell'impegno per il cambiamento:
- la comprensione del problema e la dimensione del futuro;
- la ricerca delle cause.

Area cognitiva
- Cause dello sviluppo e del sottosviluppo
- Micro e macroeconomia.

Area sensibilizzativa
- Le relazioni interpersonali e di gruppo: comunicazione e feed-back.

Area tecnico-sensibilizzativa
- Tecniche di gestione delle riunioni di gruppo
- La ricerca-intervento partecipata.

Il processo di soluzione di problemi

Il processo del decisorio (problem solving).
Esso comporta:
- la gestione del conflitto
- la capacità di mediazione e contrattazione.

Area cognitiva
- Metodologia della progettazione e programmazione degli interventi.

Area sensibilizzativa
- Laboratorio di comunità
- Animazione e processi di sviluppo
- Leadership e processo decisorio

Area tecnico-sensibilizzativa
- Tecniche di gestione delle riionioni assebleari
- Soluzione collaborativa dei problemi

L'organizzazione della comunità

Esigenza di nuove organizzazioni, vale a dire:
- nuove strutture comunitarie
- nuove norme
- nuovi ruoli
- nuove forme di leadérship
- adeguati processi di verifica.

Area cognitiva
- Modelli di organizzazione delle comunità
- Ruolo dell'animatore
- Formazione permanente.

Area sensibilizzativa
- Laboratorio di comunità
- Organizzazione della comunità.

Area tecnico-sensibilizzativa
- La gestione operativa dei gruppi e delle comunità
- Sistemi di verifica (auto ed eterodiretta).