Achille Ardigò

(NPG 1985-02-11)

 

Per una riflessione approfondita sul volontariato in generale presentiamo tre interventi
Nel primo, Achille Ardigò, partendo dall'attuale crisi dello stato previdenziale che si proponeva di dare a tutti occupazione e protezione sociale attraverso un sistematico intervento dello stato, vede nel volontariato una rivolta morale e pratica contro lo stesso stato che mentre consuma le energie per la previdenza sociale si disinteressa di quella fascia di soggetti che, tagliati fuori da questa previdenza, hanno invece bisogno di una vera politica assistenziale.
Carlo Molari, nel secondo articolo, riflette sul significato religioso del volontariato muovendosi attorno a due tematiche. La prima è il rapporto tra impegno storico dell'uomo e realizzarsi del Regno di Dio e dilla sua salvezza oggi: il volontariato è modo concreto di realizzazione del Regno di Dio e delle sue promesse.
La seconda è la presenza del male nel mondo, nelle sue varie forme, e la lotta per combatterlo: il volontariato è affermazione che la salvezza di Dio nel tempo è lotta contro il male o, almeno, capacità di sopportarlo senza esserne schiacciato. Nel terzo articolo, Aldo Ellena qualifica ulteriormente il volontariato, alla luce della sua storia recente: il volontariato è politica del «bene comune» contro il risorgente corporativismo, attenzione alla soggettività delle persone e ai loro diritti, presenza nei mondi vitali quotidiani.

L'epoca in cui stiamo entrando ha alle sue spalle la crisi delle grandi ideologie politico-culturali e dei nazionalismi.

SUL WELFARE STATE E LA SUA CRISI

Una di queste ideologie era quella che fosse possibile risolvere tutti i problemi della società, compresa la eliminazione della povertà, della miseria e dell'emarginazione involontaria, mediante le sole leggi di mercato.
L'altra ideologia - contrapposta specularmente alla prima - era quella di una soluzione dialettica passante per la liquidazione della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e per l'egemonia politica della forza sociale centrata sulla classe operaia.
La terza - intermedia - era quella che un compromesso sistematico fosse possibile tra Stato e mercato con l'affidamento allo Stato, legittimato non solo dal consenso dei cittadini elettori ma anche dal supporto delle forze sindacali, della soluzione di tutti i problemi sociali che il mercato e le dirette relazioni industriali non potessero risolvere.
Tutte e tre queste ideologie mostrano oggi limiti evidenti.
Prendiamo in considerazione, in questo intervento, soprattutto la «terza ideologia», che confidava di poter ottenere sostanzialmente piena occupazione e protezione sociale per tutti, dalla culla alla bara, attraverso un sistematico intervento dello Stato nazionale, in condizioni di mercato forte. Gli anni s9ssanta e la prima metà degli anni settanta avevano confortato tale speranza, fino alla crisi petrolifera preparata dalla crisi del dollaro.

Cos'è il welfare state

Il concetto di Stato del benessere (welfare state) non si identifica con quello di Stato assistenziale, o sociale.
Quando parliamo propriamente di welfare state indichiamo un sistematico intervento pubblico tendenzialmente a normativa e direzione statale centrale, sia nei settori della sanità, della previdenza e dell'assistenza, sia nei settori della istruzione, dell'edilizia popolare e di quant'altro essenziale alla vita. È un sistema di interventi statali, anche decentrati, di allocazioni di risorse fiscali e di servizi, rivolto a tutti in previste condizioni di bisogno, e finanziato attraverso l'imposizione personale diretta e progressiva (crescente) e attraverso contributi dei lavoratori interessati e delle imprese.
Due tratti differenziano il welfare state dallo Stato assistenziale o sociale. Anzitutto l'universalismo delle prestazioni
di welfare pubblico nel senso che ogni persona ha diritto - nelle previste situazioni di bisogno - agli stessi trattamenti, con i corrispettivi doveri, anzitutto contributivi e fiscali.
Ma tale universalismo, specie durante gli anni settanta, si è rivelato un fattore di marginalizzazione degli ultimi, dei non organizzati, dei poveri.
Il secondo tratto è, almeno tendenzialmente, la sistematicità e interdipendenza delle prestazioni, possibilmente per unità di territorio e non più solo o tanto per categoria occupazionale o ente di erogazione.

Alcune riflessioni sulle esperienze di welfare state

Sull'esperienza ormai storicamente acquisita degli Stati nazionali che hanno attuato compiuti sistemi di welfare, tre considerazioni sono ormai largamente condivise.
Prima considerazione. L'attuazione dei sistemi pubblici di sicurezza sociale e di servizi per il benessere è stata ed è un grande processo civile e umano. Esso perciò appare nella sostanza riformabile ma non liquidabile, in democrazia; un progresso che ha resistito alla crisi economica e istituzionale degli anni settanta e di questi primissimi anni ottanta, e che ha contribuito allo sviluppo economico di mercato. La crisi dello stato del benessere non riguarda dunque la messa in revoca di quella che è stata chiamata la sostanza sociale del diritto di cittadinanza: pensioni, cure sanitarie, solidarietà collettive verso i poveri. Tutti i sondaggi demoscopici danno consistenti maggioranze di consensi al mantenimento di questi diritti sociali dèl cittadino, nell'Europa comunitaria.
Ciò che dà corpo alla crisi del welfare state, e che alimenta ora non poche proposte di riforma, sono invece le modalità stataliste della gestione e i relativi criteri, tra cui il modo dell'inclusione nei diritti e il problema dei controlli di efficacia e di efficienza.
Seconda considerazione. Essa è contrapposta alla prima, e viene dalla critica conservatrice allo Stato del benessere (è la parte di verità del neo-liberismo). Secondo tale posizione la espansione della spesa pubblica di welfare - anche per ragioni di consenso elettorale ai partiti e di accordi neo-corporativi dello stato con le forze sociali - è divenuta (specie dopo la metà degli anni settanta) un ostacolo alla ripresa economica, e si è risolta in una riduzione degli investimenti produttivi e in una perdita di efficienza e di efficacia.
Da supporto allo sviluppo economico si è convertita in ostacolo, specie nella sua accentuata consistenza previdenziale e sanitaria euro-occidentale.
Terza considerazione. Il modello di stato del benessere non può considerarsi attuato solo sulla scorta della legislazione, né può essere dato per acquisito nei suoi effetti sulla scorta dei programmi.
Occorrono controlli di efficacia e di efficienza, oltre che di legittimità, come di difesa e valorizzazione dei diritti dei non organizzati, degli ultimi.
La pratica di welfare si affida alla moralità, preparazione e professionalità delle classi dirigenti e degli operatori. E sfortunatamente, i soli controlli che sembra funzionino in un Paese come il nostro - oltre quelli giudiziari - sono quelli dei gruppi economici di interessi, e quelli politici-partitici.
È peraltro una parzialità e un errore credere che la crisi del welfare state sia legata solo e soprattutto alla crisi economica internazionale post-'73/'74 o alla connessa crisi finanziaria degli Stati nazionali più espansivi in fatto di intervento pubblico.

Le critiche al welfare state e la sua crisi

Le prime consistenti imputazioni di crisi del welfare avvengono invece nella seconda metà degli anni sessanta e riguardano dubbi e contestazioni circa la efficacia universalistica delle prestazioni, specie nei confronti della povertà, miseria ed emarginazione.
Le prime correnti di critica, sulla rispondenza dei sistemi di welfare state agli obiettivi prefissati, sono state espresse sia dalla destra neo-liberista (friedmanniana) che dalla sinistra; e nello stesso periodo sociologi ed operatori sociali «riscoprono» -proprio nelle nazioni a più ricco sviluppo
economico - la persistenza della povertà e della miseria.
Al crescere della spesa pubblica di welfare state non hanno corrisposto infatti progressi proporzionati nella lotta alla miseria, alla emarginazione sociale, alla povertà. Anzi, più spesa di welfare state ha significato, spesso, più posti di lavoro, più potere burocratico, più benefici, alle persone di ceto medio, più asimmetrie tra operatori e cittadini, meno qualità umana della cura, più industrializzazione della medicina.
Un'altra critica che ha cominciato a farsi strada, anch'essa sin dalla fine degli anni sessanta, è che l'impianto tendenzialmente centralistico e specialistico dello Stato del benessere risulta sempre meno atto a combattere in positivo le nuove forme di povertà da handicap psichici, non oggetto di protezione legislativa, da solitudine involontaria, specie in anziani, o da perdita di senso della vita o da tossicodipendenza. Il senso della vita non si può produrre ammi-nistrativamente - dirà J. Hahermas.
Per rimuovere molte delle nuove forme di emarginazione, per il finora sommerso mondo dell'handicap psichico, motorio, sensoriale, occorre che vi sia la partecipazione degli interessati, delle loro famiglie e dell'ambiente locale alla azione pubblica.
La professionalità specifica dei servizi erogati dallo Stato deve perciò - in altri termini - calarsi in contesti diffusi dei vari mondi di vita quotidiani. Di qui il diffondersi di movimenti di de-istituzionalizzazione di varie prestazioni di assistenza, che hanno avuto vario successo, negli anni settanta, con la affermazione di movimenti terapeutici comunitari, espressione di uno spirito critico verso l'aspetto specialistico sia sanitario che assitenziale sociale del welfare state nella sua espressione storica più affermata.
Insomma, la crisi del welfare state è stata accertata prima che le ragioni economiche e i drammi dei bilanci pubblici si facessero avvertire con durezza.
Poi è sopravvenuta la lunga crisi, ed è emersa la drammaticità delle scelte, finora risolta - almeno nelle opinioni che contano - a favore della priorità agli investimenti produttivi e al taglio della spesa pubblica, rispetto alla priorità alla giustizia distributiva.
La crescita delle condizioni di povertà, di miseria, di emarginazione sociale è stata così - nel frattempo - coperta dalla cultura del consumismo: perciò il tema della giustizia distributiva ma selettiva in primis verso gli ultimi è stato un tema marginalizzato, negli anni dello sviluppo economico e poi negli anni delle ricette neo-corporative alla crisi economica.
Stiamo ora uscendo dalla crisi stagflattiva, a prezzo di una trasformazione tecnologica che ha i suoi costi sociali pesanti come le sue vittorie. I tagli alla spesa pubblica di welfare specie socio-sanitari e le riduzioni di occupazione in Europa occidentale fanno temere come probabile che tale uscita avvenga con una crescita delle diseguaglianze sociali, a scapito dei giovani inoccupati e dei poveri.

QUALI VIE D'USCITA DALLA CRISI?

Dalla condizione contraddittoria di un welfare state indispensabile alla democrazia ma contrastante con i processi di riaccumulazione economica privata, si deve trovare una via d'uscita che non sia il colpo al cerchio e il colpo alla botte, o le restrizioni e i controlli pur necessari, ma interni al sistema, delle leggi finanziarie. È il tema della ricerca di vie d'uscita dalla crisi del modello storico di welfare state né palliative né distruttive.

Ma esiste la povertà in Italia?

Alcune domande si pongono per questa necessaria fase ricostruttiva. La prima nasce dalla compresenza di condizioni di povertà e di emarginazione. Su questa persistenza, anche in Italia, non vi sono dubbi. Per dirla con Giovanni Sarpellon «nell'Italia che ha moltiplicato per tre volte e mezza il reddito per abitante dal 1950 ad oggi, che prevede l'istruzione obbligatoria fino al 14° anno di età, che assicura l'assistenza sanitaria a tutti, che fornisce una pensione sociale agli anziani senza redditi... si potevano contare (al
1978, cioè prima degli effetti più vistosi della crisi economica) 1.004.000 famiglie povere nel Mezzogiorno e 1.589.000 famiglie povere nel Centro-Nord, pari al 15 per cento delle famiglie italiane» (1).
Indipendentemente dalla povertà economica, legata soprattutto a bassi redditi di lavoro e a basse pensioni, sempre secondo il Sarpellon, vi sono le condizioni disagiate degli handicappati fisici, psichici e sensoriali, di cui solo una parte con protezione di legge.
Come può legittimarsi una spesa sociale fondata su principi di redistribuzione perequativa del reddito, se non riesce a intaccare lo strato dell'emarginazione sociale? Quali riforme adottare perché aumenti l'efficacia selettiva della spesa sociale in direzione degli ultimi, dei miseri, degli handicappati senza adeguate risorse, degli emarginati?
A questa domanda, carica di critiche alla attuale gestione pubblica del welfare, altre si contrappongono: non è forse vero che povertà ed emarginazione sono condizioni insopprimibili della vita sociale perché non rispondono a dati assoluti ma variano col variare del livello di sviluppo e del modello di sviluppo di un Paese o di un contesto internazionale?
Molti poi addossano alla stessa macchina del welfare state la produzione senza fine di nuovi bisogni di assistenza pubblica, di nuovi diritti inclusi nello status di cittadini, talché più la macchina dello Stato del benessere si perfeziona sia nell'accertamento che nell'intervento, più aumenterebbero i bisogni di assistenza e si rafforzerebbe nella gente la stessa mentalità di dipendenza, rivendicativa o clientelare, dallo stato assistenziale.

La doppia natura della povertà ed emarginazione

Per un intervento efficace occorre avere chiara la doppia natura, assoluta e relativa, delle condizioni di emarginazione sociale, di povertà, di handicap.
Soccorre in merito una recente acquisizione sociologica.
Nel 1976 il sociologo Fred Hirsch (nel suo libro Social limits to growth) ha dato nuovo impulso indirettamente al concetto relativo di povertà ed emarginazione, introducendo la distinzione tra beni materiali volti a soddisfare i bisogni biologici fondamentali, e i beni posizionali che sono in funzione della posizione che si occupa nella scala sociale, per reddito, istruzione, conoscenze, appartenenze, integrazione sociale, indipendentemente dal soddisfacimento dei bisogni essenziali alla vita biologica. Quanto più la stratificazione sociale è dinamica, quanto meno barriere istituzionali esistono alla mobilità, quanto più intensa è la comunicazione, tanto più è avvertito il bisogno di beni posizionali e difficile realizzarlo: perché essi dipendono dalla loro scarsità in quella data organizzazione sociale.
Ma anche in riferimento ai beni materiali, il loro valore assoluto tende a perdere consistenza rispetto a quello relativo.
Quanto più cresce il livello di benessere medio di un paese, tanto più aumenta il pacchetto e il valore di scambio di beni materiali il cui possesso non esclude dallo stato di povertà o di miseria.
Abbiamo quindi a che fare con misure sempre meno assolute di miseria e di povertà.
Certo, nelle nostre società economicamente e socialmente avanzate, c'è ancora gente che muore di fame, che è priva di un tetto, di un minimo di riscaldamento invernale, di un minimo di suppellettili, di un minimo di assistenza alla propria non autosufficienza.
Ma l'emarginazione sociale riguarda soprattutto il concetto relativo, e cioè la carenza grave non solo di beni materiali ma anche di beni posizionali, specie con riferimento alla mancata integrazione sociale, alla solitudine involontaria, al nessun conforto in caso di perdita di confidenza in sé e di disperazione.
Pure nel caso dei portatori di handicap sensoriali, fisici e psichici, si possono distinguere standard assoluti di emarginazione, per incapacità a compiere da soli atti essenziali alla vita quotidiana, e standard relativi.
Anche a proposito degli handicap tende a prevalere il concetto relativo, specie in riferimento alla incapacità o difficoltà di partecipare alla vita sociale e alle sue istituzioni o di esercitare un'attività professionale.
Talché si parla oggi di handicap di situazione o di posizione.
Da quanto sopra detto appare chiaro che una società evoluta e nella quale tornino ad avere priorità dei valori solidaristici, perequativi, di giustizia distributiva, può - dando la priorità ai miseri, ai poveri, agli inabili, agli handicappati gravi - decidere di assicurare uno standard minimo assoluto di reddito e/o di servizi. Ma il risultato può essere ambivalente dal punto di vista dell'emarginazione sociale (se per emarginazione sociale intendiamo un processo economico, socio-culturale e politico, di esclusione nei confronti della produzione, comunicazione e consumo dei beni e valori materiali e posizionali di una società).
Una società può assicurare uno standard di beni materiali a tutti, accentuando o invece riducendo, al contempo, l'emarginazione sociale per quanto riguarda i beni posizionali.

I caratteri dell'emarginazione sociale

Non a caso, nell'analisi dell'emarginazione sociale, come ha sottolineato di recente Federico D'Agostino (2), si incontrano questi tre concetti: dipendenza, subalternità, subculturalità.
Da ciascuno di questi tre concetti possiamo derivare stimoli e cautele nelle vie da seguire per la uscita dalla presente crisi del welfare state. Esaminiamoli brevemente.
Dipendenza come non autosufficienza dei soggetti nel compiere atti essenziali alla loro vita quotidiana, e quindi come necessità dell'aiuto di altri. Una particolare e ben nota dipendenza è quella che tende a formarsi per carenze dalla parte dell'assistito e/o di chi assiste (assistenzialismo come meccanismo di rinforzo della dipendenza).
Subalternità: dipende più dagli altri che dai soggetti.
La subalternità può portare a condizioni di vita emarginate in cui, anche a livello minimo di sussistenza, si subisce l'influenza dei modelli esterni indotti dal mercato e dai mass media o dalle forze dominanti della politica.
Subalternità significa scambio ineguale, sia economico che politico che simbolico, inclinazione alla ricerca di protezione, attraverso clientelismo, atteggiamento vittimistico da un lato e pietistico-assistenziale dall'altro.
Subculturalità. Dal noto libro del 1966 di Oscar Lewis, La vida, in poi, si è molto discusso sulle conseguenze anche culturali della dipendenza e della subalternità.
Secondo Lewis, le comunità povere tendono ad elaborare una risposta culturale adattativa in termini sia di forme obiettive di comportamento che di certi valori, atteggiamenti e credenze. Aspetti della sub-cultura della povertà nell'ambito dei comportamenti sarebbero: irregolarità nella vita familiare e di coppia, violenza in famiglia, autoritarismo paterno, periodo infantile ridotto, non partecipazione alle istituzioni sociali formali o informali, mancanza generale di stabilità nei rapporti sociali. L'adattamento si esprimerebbe anche in termini subculturali, attraverso la elaborazione di valori, atteggiamenti e credenze quali: fatalismo, incapacità a differire le gratificazioni, mancanza di speranza, incapacità a pianificare il futuro sia in termini familiari che collettivi, di classe o categoria, diffidenza insieme ad atteggiamento strumentale verso le istituzioni di welfare. Quando una sub-cultura della povertà si forma o si riproduce per socializzazione dei nuovi nati, anche le opportunità offerte a tutti dal welfare state tendono a essere sotto-utilizzate o utilizzate in modo omogeneo alla cultura della povertà.
Questa teoria può essere applicata anche alle conseguenze culturali di accettazione di lavori marginali e precari da parte dei giovani in prolungata inoccupazione o al rinunciatarismo di molti disoccupati dopo un periodo prolungato di disoccupazione, specie se si tratta di adulti già avanti con gli
anni, colpiti da disoccupazione per cambio tecnologico.
È questo, degli effetti relazionali e subculturali della povertà e dell'emarginazione prolungata, uno degli aspetti della crisi qualitativa del modello centralistico e specializzativo di Stato del benessere. Come si rivela in misura più visibile nell'emarginazione da tossicodipendenza, lo Stato per quanti mezzi profonda sia di intervento medico-sanitario che socio-professionale, non riesce che raramente e precariamente a rimuovere i fattori soggettivi, morali e sub-culturali che provocano e/o stabilizzano l'emarginazione.

Oltre le regressioni privatistiche e stataliste

Appare evidente, da quanto detto sopra, che la via d'uscita dalla crisi dello Stato del benessere non può consistere in una regressione al passato, che non tenga conto di quanto sul positivo e sul negativo delle esperienze compiute si è andato accumulando, di sapere e di riflessione critica.
Come non possiamo accettare la regressione neo-liberista, di prevalente riprivatizzazione vuoi mercantile vuoi filantropica dello stato sociale, così non possiamo nemmeno acconsentire con chi, indifferente alle tante analisi documentate sulla crisi del welfare state, torna a chiedere più statalismo.

VERSO UNA MODIFICA DEI VALORI CONSOLIDATI

Le vie d'uscita dalla crisi passano per il superamento di almeno due apparenti contraddizioni del sistema sociale attuale e per l'allargamento istituzionale a un terzo polo del sistema collettivo di benessere, oltre il dualismo Stato-mercato.

Due contraddizioni da risolvere

Le due apparenti contraddizioni sono:
- quella tra imperativi solidaristici e di giustizia distributiva, da un lato, e riaccumulazione economica capitalistica, dall'altro;
- quella tra le esigenze di efficacia e di efficienza nei servizi pubblici di welfare, e i crescenti oneri sia finanziari sia di dipendenza della intermediazione politico-partitica per la raccolta del consenso nelle democrazie neo-corporative.
Alcune delle risposte per uscire da tali contraddizioni risolvono a tutto favore del mercato, oppure nella rinuncia al processo di legittimazione politica oggi legato al welfare state.
Chi non si ritrova in queste risposte e pertanto si mette alla difficile ricerca di altre vie d'uscita, deve però incorporare alcune delle più consistenti critiche al modello neo-corporativo, statalista e di complessa mediazione politica-partitica del welfare state. Vie d'uscita alternative non possono non passare per alcune premesse di valore. E cioè:
- la politica deve rispondere a dei valori: di libertà, di autonomia dei corpi intermedi, di democrazia partecipata, di solidarismo;
- è compito della collettività organizzata in Stato promuovere la perequazione delle condizioni di vita contro l'emarginazione e l'eccesso di disuguaglianza; tutelare e promuovere essenziali condizioni di vita dei singoli, in caso di vecchiaia, handicap, malattia, perdita di sostegni familiari per minori ed inabili, disoccupazione, maternità; proteggere da eventi e calamità naturali, come dalla oppressione e dalla violenza altrui.
Vi è poi da incorporare alcune delle contro-indicazioni rispetto all'attuale Stato del benessere; e precisamente quelle di una ripresa di selettività nell'erogazione delle risorse pubbliche scarse, di una maggiore azione di controllo e di revisione per l'efficienza e l'efficacia dei servizi prestati; di una riduzione del continuo appesantimento della intermediazione partitica.

Quale via d'uscita?

La via d'uscita dalla crisi dello Stato del benessere va ricercata, insomma, in un modello a più voci armonizzate (Stato, mercato, azione volontaria e mutualistica senza oneri per lo stato) nei differenti contesti territoriali.
La sperimentazione di un approccio flessibile, plurale, sempre più aperto all'apporto delle associazioni di handicappati e
loro famiglie, oltre che di associazioni volontarie, sarà favorita dal tener distinte le funzioni di programmazione, di gestione e di controllo di efficacia-efficienza.
Se è vero, come sostiene Federico Stame, che «nelle attuali società complesse il grado di centralizzazione delle decisioni è fenomeno irreversibile» (3), ciò vale per il momento della programmazione e dei controlli di legittimità, o per quello gestionale finanziario, non certo per i servizi sociali sul territorio.
L'esigenza di un ritorno alla selettività -contro l'attuale prevalere dell'universalismo, quasi unanimismo nelle prestazioni pubbliche - perciò va chiarita nell'esplorare ciò che una via d'uscita selettiva dalla crisi comporta nel proprio del sistema di benessere pubblico.
Una prima risposta in questa direzione è che il ritorno alla selettività - anche in presenza di risorse pubbliche sempre più scarse - significa dare autonomia ed organicità ad una politica selettiva di solidarietà e di assistenza anzitutto gli ultimi, uscendo fuori dalla tutela impropria, sia previdenziale che sanitaria, cui l'assistenza sociale in questi anni è stata condannata. Una seconda risposta concerne l'esigenza di fare chiarezza, all'interno delle spese di welfare state, fra ciò che è proprio della previdenza e della sanità e ciò che è proprio della solidarietà e dell'assistenza agli emarginati.
Occorre anzitutto distinguere bene fra ciò che compete all'autoprotezione sociale, sulla scorta di contributi di lavoratori ed imprese, da un lato, con controllo dello Stato, e ciò che attiene al dovere di solidarietà collettiva per la giustizia sociale e l'assistenza, contro la miseria, la povertà e l'emarginazione sociale, perché tutti possano contare su standard minimi di vita personale e familiare.
Finora, la richiesta di chiara separazione fra assicurazioni sociali (a carico di lavoratori e imprese) e assistenza, è stata avanzata contro l'assistenzialismo dai previdenziali.
Ma tale chiarezza di imputazioni di spesa credo sia oggi da rivendicare anche da parte di coloro che denunciano il cronico ritardo dello Stato nel por mano ad una vera e propria politica assistenziale e solidaristica, specie in presenza del riemergere di vecchie povertà ed emarginazioni come dall'appesantirsi delle nuove.
Del resto, è lo stesso persistere nell'Europa comunitaria della disoccupazione e inoccupazione malgrado la ripresa economica - con il conseguente indebolimento delle entrate contributive previdenziali -che rimette sempre più in discussione una tendenza, prevalente negli anni forti del neo-corporativismo sindacale: la tendenza ad assumere i problemi della solidarietà e dell'assistenza come aspetti residuati interni alla sicurezza sociale previdenziale o al servizio sanitario pubblico.

Per una politica della solidarietà e dell'assistenza

Però, anche di fronte alla preoccupante caduta dell'occupazione e alla non ulteriore sostenibilità di trattamenti assistenziali diseguali, occorre approntare una moderna, selettiva, armonizzatrice politica della solidarietà e dell'assistenza sociale non confusa con la previdenza. Difatti è proprio la copertura previdenzialistica data all'assistenza, che ha portato a quello che può essere definito il paradosso italiano. Mentre crescevano gli interventi dello stato assistenziale in campo economico, sindacale, previdenziale, la spesa pubblica vera e propria per l'assistenza è andata di continuo calando.
Devono essere coloro che hanno come prioritario obiettivo la solidarietà verso i poveri, i miseri, gli emarginati sociali, a chiedere oggi chiarezza all'interno del welfare state, chiarezza contro la continuazione di una concezione marginalizzante e approssimativa della politica solidaristica ed assistenziale.
Un'altra area nella quale - per quanto è possibile - è necessario fare chiarezza, cioè selettività, è quella tra servizi sanitari (inclusi certi, definiti servizi socio-sanitari) e i servizi socio-assistenziali: i primi a carico del fondo sanitario nazionale, gli altri a carico di enti locali e regioni o, per speciali interventi centrali, dello stato. Per conto mio, sono un deciso fautore della integrazione fra servizi sanitari e sociali, per unità di territorio.
Ma l'integrazione ha bisogno di risorse e di apporti bilanciati, e di chiarezza negli obiettivi e nelle professionalità.
Salvo sempre le numerose eccezioni, la situazione è tale oggi che l'integrazione rischia di risolversi in una colonizzazione sanitaria dello spazio di intervento sociale o in querelle tormentose per lo scarico di responsabilità fra usl e comuni.
Non credo che dobbiamo nasconderci la durezza delle difficoltà che si frappongono all'attuazione delle indicazioni formulate. Vi è una correlazione inversa tra crescere dello stato assistenziale e deperimento di una moderna politica assistenziale.
Perché è difficile rompere questa correlazione?
Anzitutto perché la pratica dello Stato assistenziale - depressiva di una moderna politica dell'assistenza - tende a corrispondere ai valori autoreferenziali del sistema politico e del neo-corporativismo delle relazioni industriali, così cresciuti, da noi, negli anni settanta. Essi sono sostanzialmente tre: il contrattualismo di vertice, una concezione della giustizia sociale associata alla lotta, alle relazioni industriali, l'universalismo delle prestazioni per gli appartenenti ai gruppi che hanno ottenuto l'inclusione nel sistema. Soprattutto il contrattualismo di vertice, che implica che per ottenere nuovi spazi di welfare pubblico occorre una qualche base di reciprocità, e una capacità di pressione organizzata con accesso ai media.
Ma i poveri, i miseri, gli inoccupati, i disoccupati durevoli, gli emarginati, anche quando non sono dipendenti, o non sono dentro la cultura della povertà, sono organizzativamente deboli, pronti a contendersi l'un l'altro qualche accesso privilegiato, con frammentazione associativa.
La via d'uscita non regressiva dalla crisi dello Stato del benessere implica quindi una sostanziale modifica di valori consolidati. Ma è la stessa potenza delle mediazioni partitiche, burocratiche e sindacali, oltre che gli interessi acquisiti, a fare resistenza.


NOTE

(1) Giovanni Sarpellon (a cura di), La povertà in Italia, 2 vol., Milano, ed. F. Angeli, 1982, p. 33ss.
(2) Federico D'Agostino, La grammatica dello sviluppo, Napoli, ed. Liguori, 1984: vedi il cap. V.
(3) Federico Stame, Sinistra e stato sociale, «Quaderni piacentini», 8, 1983, 3-25; v. p. 16.

L'articolo riproduce una relazione al convegno «Ripartire dagli ultimi» (settembre '84), organizzato dalla Associazione papa Giovanni XXIII. Per gentile concessione.