Il boom del volontariato in Italia: i dati di una ricerca nazionale

Inserito in NPG annata 1985.

 

Ivo Colozzi

(NPG 1985-02-5)


Prima del volontariato giovanile esiste il volontariato in genere, come fenomeno nuovo e caratteristico della società italiana degli anni '80.
Da alcuni anni esso si sta imponendo come un modo originale di pensare il rapporto tra il cittadino, la società
e le situazioni di povertà
ed emarginazione.
Quali le dimensioni reali del fenomeno e in che direzione si sta muovendo questo grande movimento civile?
Lo abbiamo chiesto a Ivo Colozzi, che insieme a Giovanna Rossi ha condotto una ricerca, anzi la prima ricerca nazionale, su alcuni aspetti quantitativi e qualitativi del volontariato associativo.
Nel corso della ricerca, condotta per conto dei Ministeri del Lavoro e dell'Interno, sono stati avvicinati più di 7.000 gruppi locali.
La ricerca ha anche raccolto i dati relativi al volontariato giovanile, ma si è preoccupata anzitutto di cogliere il fenomeno nel suo insieme. Anche questo è un aspetto che ci interessa, per non far partire sempre da capo i problemi e le iniziative giovanili.
Presentiamo una sintesi della ricerca curata dallo stesso Colozzi.

Nata all'interno di una articolata riflessione sul fenomeno del volontariato in Italia, la ricerca sociologica condotta nel 1983 dal sottoscritto e da Giovanna Rossi, per conto dei Ministeri del Lavoro e dell'Interno, sui gruppi locali - la prima che prende in esame la situazione a livello nazionale - fa luce su alcuni aspetti quantitativi e qualitativi che consentono una iniziale valutazione e comprensione della complessa realtà dell'associazionismo volontario.
Non si tratta di un censimento a livello nazionale, per il quale non sarebbero stati disponibili gli strumenti istituzionali, organizzativi e finanziari necessari, bensì di un tentativo di prima approssimazione alla conoscenza di un fenomeno che, nel corso stesso della ricerca, si è rivelato ancora più ampio, articolato, complesso e, talvolta, sfuggente, di quanto non si fosse ipotizzato in partenza.
È, quindi, necessario accostarsi alle informazioni che verranno offerte con le opportune cautele suggerite dalla consapevolezza che non si basano né sull'universo del volontariato, né su un campione stratificato e perfettamente fedele dello stesso, ma su uno spaccato, per quanto ampio e articolato.

LA DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA DEI GRUPPI

Nel corso della ricerca sono stati intervistati più di 7.000 gruppi locali di volontariato e si sono reperiti i nominativi e gli indirizzi di altri 15.000 distribuiti in tutte le regioni.
Il primo elemento che emerge è che il volontariato ha una capillare diffusione su tutto il territorio nazionale, ma che tale distribuzione non è uniforme. Sulla base dei nostri dati, infatti, si può stimare che in Italia ci sia un volontario ogni 89 persone residenti. Se, però, disaggreghiamo il dato per aree geografiche la proporzione diventa di 1 a 105 nel Nord-ovest, di 1 a 109 nel Sud, di 1 a 136 nelle Isole, mentre si abbassa fino al valore di 1 a 67 per quanto riguarda il Nord-est e il Centro.
È però probabile che nei prossimi anni la situazione descritta da questi dati si modifichi anche sostanzialmente. Il Sud e le isole, infatti, pur presentando gruppi di volontariato più recenti, meno strutturati e professionalizzati di quelli del Centro/ Nord, anche perché composti in misura maggiore da giovani, mostrano una chiara tendenza alla crescita numerica dei volontari e del tempo offerto da questi, nonché alla espansione delle attività e dei servizi. Nel Nord, invece, il volontariato è certa-
mente più diffuso, solido e articolato, ma sembra mostrare un calo della capacità di aggregazione, specie delle giovani generazioni, che potrebbe portare ad una stagnazione o ad un ridimensionamento che, se non avrebbe una significativa incidenza nella zona di Nord-est, potrebbe, invece, sentirsi nel Nord-ovest, dove già oggi lo scarto rispetto alla popolazione residente è più alto, e dove più forti sono i problemi sociali posti dall'invecchiamento della popolazione e dai mutamenti occupazionali imposti dalla terza rivoluzione industriale.

TIPOLOGIA DEI GRUPPI LOCALI DI VOLONTARIATO

Fra le tante «tipologie» con cui è possibile classificare ed illustrare i dati sul volontariato, proporrò in questa sede quella che articola i gruppi sulla base della «forma istituzionale», distinguendo fra i gruppi informali veri e propri, quelli semi-formalizzati (associazioni di fatto, cooperative) e quelli formalizzati (associazioni legalmente riconosciute, fondazioni e confraternite). Questa tipologia ha, a mio parere, un grande potere esplicativo e interpretativo di fronte a tendenze e a scelte che sono cruciali nella vita del volontariato, sia nei suoi aspetti interni che nei rapporti con l'esterno.
Per facilità di esposizione illustrerò le principali caratteristiche dei tre raggruppamenti distinguendo tre aree tematiche:
- la dinamica interna: dimensioni, struttura decisionale, durata della vita del gruppo, composizione per età/sesso e per professione dei volontari;
- rapporti con l'esterno: rapporti con altri gruppi di volontariato e con l'ente pubblico;
- le attività.

GRUPPI INFORMALI

Sono pari al 18,5% del totale e sono diffusi soprattutto in Lombardia, Veneto, Toscana, Marche e Puglia. Il 68,8% ha dichiarato una ispirazione religiosa.

La dinamica interna

Innanzitutto il gruppo informale è caratterizzato da dimensioni piccole o medie (la quasi totalità non supera i 50 membri). In maggioranza questi gruppi prendono le decisioni circa la propria vita e le azioni/servizi da intraprendere in modo semplice e diretto, mediante decisioni assembleari che coinvolgono tutti i membri. In molti casi, però, la conduzione assembleare è affiancata dalla presenza di un «leader» (in qualità di animatore, promotore e guida) cui il gruppo fa in qualche modo riferimento.
Gli incontri sono frequenti ed esercitano anche una funzione socializzante nei confronti dei singoli volontari (oltre un terzo dei gruppi informali intervistati si riunisce una o più volte la settimana).
Analogamente può essere letta la presenza consistente di attività formative gestite direttamente dai gruppi senza il concorso di enti pubblici, volte non tanto alla acquisizione di competenze settoriali, quanto alla formazione umana e sociale del volontario.
Oltre la metà dei gruppi è sorta dopo il 1977.
All'interno di quello che possiamo definire il boom del volontariato, si evidenzia, quindi, una vera e propria esplosione dei gruppi informali che negli ultimi tre anni hanno continuato a registrare in prevalenza una tendenza all'aumento, sia dei volontari che degli utenti, anche se leggermente inferiore a quello degli altri raggruppamenti, e soprattutto del tempo offerto dai volontari.
Il gruppo informale è caratterizzato da una maggiore compattezza rispetto alla notevole intergenerazionalità e interprofessionalità tipica di tutto il volontariato. In altre parole, sono percentualmente più numerosi fra i gruppi informali non solo quelli composti esclusivamente o prevalentemente da giovani, ma anche quelli formati totalmente da anziani.
I giovani da soli, comunque, costituiscono oltre un terzo dei volontari che hanno scelto questo tipo di gruppi.
Questo dato è molto interessante e può essere interpretato in due modi che sono forse entrambi validi.
La prima interpretazione tenderebbe a leggere questa spiccata preferenza dei giovani per l'informale come una conferma, anche in questo particolare tipo di attività, del gusto generalizzato per forme di vita libere ed agili, snelle e flessibili, fortemente interattive e partecipate.
Nella seconda interpretazione, invece, il gruppo informale si proporrebbe come un ambito di passaggio, una tappa, mediante la quale il giovane si affaccia all'azione volontaria per poi passare, se decide di continuare, a forme più strutturate e formalizzate di gruppo.
In entrambi i casi resta valido il fatto che i gruppi informali sono stati e restano la modalità prevalente di approccio dei giovani al volontariato e che attraverso di essi molti giovani ne hanno ingrossato le fila.

I rapporti con l'esterno

In genere il gruppo informale riscontra non poche difficoltà di relazione ed è caratterizzato da una maggior chiusura verso l'esterno rispetto agli altri tipi di gruppo. Mentre nel complesso del volontariato un gruppo su cinque coordina altri gruppi, qui il rapporto scende ad uno su dieci. Per quanto concerne il rapporto con l'ente pubblico, poi, oltre il 60% dei gruppi informali non ha rapporti di alcun tipo.

Attività dei gruppi informali

In generale i gruppi informali tendono ad operare in un solo settore di attività (monovalenza). Il più diffuso è quello socio-assistenziale, seguito da quello dell'animazione culturale, ma significativa è anche la quota di gruppi che si interessano di difesa ambientale, a dimostrazione della presenza in questi gruppi di nuovi valori culturali legati alla forte presenza di giovani.
Per quanto riguarda i servizi prestati, in una ipotetica graduatoria troviamo ai primi posti servizi come l'assistenza domiciliare e sociale, l'assistenza residenziale in casa di cura, ospedale, istituto, ecc. Si tratta, come si vede, di interventi che non richiedono alti livelli di professionalità tecnica, quanto piuttosto una elevata dose di disponibilità e di apertura all'altro. L'andamento del tempo offerto dai gruppi informali, analogamente a quello prestato dagli altri tipi, non supera, nella maggioranza dei casi, le 5 ore settimanali, anche se esiste una rilevante percentuale di volontari che praticano forme di convivenza e di tempo pieno. A questo proposito va ricordato che le esperienze di tipo comunitario in Italia sono nate dall'ambito informale.
L'ambito di intervento preferito da questo tipo di gruppi è il quartiere o il piccolo comune.

I GRUPPI SEMIFORMALIZZATI

Quest'area del volontariato, che comprende le associazioni di fatto e le cooperative, costituisce un fenomeno peculiare degli anni '80, soprattutto per quanto riguarda la presenza delle cooperative che ha contribuito alla stabilizzazione ed alla diffusione di forme innovative di intervento volontario. Si pensi, ad es., all'esperienza delle cooperative di solidarietà sociale e ad azioni, come quella dei gruppi famiglia o delle comunità di accoglienza, difficilmente ipotizzabili solo qualche anno fa.
La distribuzione geografica mostra una considerevole presenza di questi gruppi in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Puglia. L'ispirazione prevalente fra le associazioni di fatto è quella religiosa, mentre fra le cooperative prevale quella laico-umanitaria a-confessionale.

La dinamica interna

La metà circa delle associazioni di fatto e delle cooperative non supera i 20 volontari. Comune a entrambe le forme è la diffusione di strutture decisionali complesse, che evidenziano la presenza di modelli di partecipazione democratica alle decisioni del gruppo.
Significativo è il comportamento per quanto riguada la periodicità delle riunioni: mentre per le cooperative i momenti di incontro svolgono prevalentemente una funzione di controllo delle attività, per le
associazioni di fatto le riunioni frequenti hanno una funzione di socializzazione dei singoli volontari.
Elevato è l'interesse per la formazione dei volontari, che perlopiù è gestita direttamente dal gruppo, ma con rilevanti richieste di supporto tecnico-professionale ad altri organismi sia pubblici che privati. Molti di questi gruppi, specie le cooperative, sono nati da pochissimi anni. Anzi, se consideriamo che il «boom» delle cooperative è proprio degli anni '80 e quindi successivo a quello dei gruppi informali, possiamo ipotizzare che in alcune situazioni l'azione di questi ultimi è sfociata nella cooperazione. La cooperativa, ma anche l'associazione di fatto, sarebbero, cioè, la forma istituzionale che ha consentito ai gruppi informali di intervenire in modo più organico e strutturato (potendo utilizzare obiettori di coscienza e/o lavoratori dipendenti e rapportarsi con l'ente pubblico mediante convenzioni) conservando alcune caratteristiche di informalità.
I volontari che prestano la loro opera in questi gruppi sono prévalentemente adulti per le associazioni di fatto, mentre nelle cooperative è più rilevante la quota di giovani (49,8%). Questi dati confermano l'ipotesi precedente della continuità fra gruppo informale e cooperativa, in quanto anche i gruppi informali, come abbiamo visto, sono prevalentemente formati da giovani.
La presenza di una quota rilevante di volontari giovani, in precedenza disoccupati, nell'area della cooperazione, evidenzia che per molti, che pure mantengono uno spazio di prestazioni gratuite, l'impegno nelle cooperative si è trasformato anche in attività retribuita. Emerge, quindi, una funzione interessante, anche se giuridicamente ambigua, del volontariato che, per il tipo di servizi che attiva, diventa in alcuni casi una scelta di vita ma anche un'esperienza professionalizzante.

Rapporti con l'esterno

La quota non irrilevante di associazioni di fatto che coordina altri gruppi locali documenta la volontà di collegamento con altre esperienze a carattere volontario e indica, indirettamente, un metodo di intervento improntato non alla settorialità ed alla frammentazione, ma alla globalità ed alla comprensività.
Decisamente inferiore alla media è, invece, il numero di associazioni di fatto che ha rapporti con l'ente pubblico, anche a causa del mancato riconoscimento giuridico che è proprio di questa forma istituzionale.
Diverso è il comportamento delle cooperative che svolgono una minore attività di coordinamento coi gruppi, mentre dimostrano una forte relazionalità con l'ente pubblico competente. Nella maggior parte dei casi lo strumento di rapporto adottato è la convenzione.
Le associazioni di fatto mostrano una notevole propensione ad aderire a federazioni regionali, nazionali o internazionali che svolgono importanti ruoli di tutela, conservazione e promozione dei gruppi locali. Una funzione considerevole di supporto è svolta anche dai soci che, seppure non impegnati in prima persona nell'azione volontaria, contribuiscono al sostegno economico e alla legittimazione sociale dell'opera del volontariato. Per le associazioni di fatto il movimento dei soci è particolarmente consistente: quasi la metà di esse ha dai 30 ai 200 soci.
Nelle cooperative, invece, che hanno un carattere più localistico e micro-sociale è molto diffusa, in funzione di appoggio al lavoro dei volontari, la figura dell'obiettore di coscienza.

Le attività dei gruppi semiformalizzati

Le associazioni di fatto non hanno una precisa connotazione settoriale essendo presenti, con valori pressoché vicini alla media, in tutti gli ambiti di intervento.
La diffusione delle iniziative promosse dalle associazioni di fatto è dimostrata dalle alte percentuali registrate dai servizi di carattere assistenziale, culturale, di difesa ambientale; mentre le cooperative presentano una caratterizzazione più specifica nell'ambito socio-assistenziale e culturale con una netta prevalenza per l'area della tossicodipendenza: il 69,5% si oc-
cupa di questo fenomeno e perciò ha un'utenza in gran parte giovanile.
Il raggio di azione dei gruppi semiformalizzati è concentrato a livello comunale e provinciale.

I GRUPPI FORMALIZZATI

L'analisi del comportamento dei gruppi locali di volontariato che hanno acquisito una forma istituzionale «forte», qual è quella delle associazioni legalmente riconosciute, delle confraternite e delle fondazioni, evidenzia da un lato che siamo in presenza non di un fenomeno transitorio ma ricco di storia e stabile nel tempo, dall'altro che il volontariato ha saputo adeguarsi ai cambiamenti esigiti dal mutare delle condizioni storiche e sociali.
A questo si può aggiungere che l'elevato livello di organizzazione cui molte di queste associazioni sono pervenute, dimostra che una motivazione caritativa e/o solidaristica è in grado di attivare forme stabili, efficaci ed efficienti, all'interno delle quali l'azione volontaria può esprimersi mantenendo un discreto livello di flessibilità.
La distribuzione geografica di questi gruppi evidenzia un andamento particolare. Essi, infatti, sono presenti in misura nettamente superiore alla media in Trentino-AltoAdige. Seguono la Lombardia, la Toscana e l'Emilia-Romagna.
In prevalenza l'ispirazione dichiarata è laico-umanitaria a-confessionale.

La dinamica interna

Le dimensioni dei gruppi formalizzati sono in prevalenza grandi. La struttura decisionale è quasi sempre complessa - comprende, cioè, la presenza del presidente, di un consiglio direttivo elettivo o non, spesso affiancato dalla giunta e dall'assemblea dei soci - e gli strumenti di rappresentatività, corrispondenti anche formalmente ad un modello partecipativo, sono tipici di organismi con una considerevole tradizione storica, all'interno della quale si sono consolidati vari gradi di istituzionalizzazione.
La consistente presenza di riunioni mensili e quindicinali indica che, oltre ai vincoli dipendenti da esigenze statutarie, esiste un buon livello di interazione e di scambio di informazioni. L'attività di formazione è svolta dalla grande maggioranza dei gruppi e perlopiù gestita in forma autonoma dal gruppo stesso.
Oltre la metà dei gruppi ha una tradizione antecedente al 1970 e in alcuni casi risale addirittura al medioevo, mentre poco meno di un terzo ha un'esperienza perlomeno quindicennale. È però interessante notare che nel periodo 1980-82 l'incremento di questi gruppi si è molto accentuato evidenziando la volontà, da parte di molte esperienze anche recenti, di dare stabilità e tutela giuridica alla propria attività di servizio, specie se svolta in ambiti caratterizzati dalla assenza pressoché totale dell'intervento pubblico (si pensi, ad es., al problema del recupero dei tossicodipendenti e al settore della difesa ambientale).
La vita delle associazioni legalmente riconosciute è caratterizzata da un aumento del numero dei volontari superiore a quello registrato dai gruppi informali e semiformalizzati, forse a causa dell'impegno di molte di queste associazioni nel settore della protezione civile che in questi ultimi anni si è dimostrato un settore trainante.
L'utilizzo dell'opera di obiettori di coscienza e di lavoratori dipendenti - che nella nostra indagine sono chiaramente distinti dai volontari - evidenzia fra i gruppi formalizzati una minore presenza dei primi e una consistente quota dei secondi.
In particolare è opportuno sottolineare che, tra i circa 800 gruppi che nel complesso impiegano lavoratori dipendenti, oltre la metà appartiene alle associazioni legalmente riconosciute che si caratterizzano, pertanto, come strutture complesse che in alcuni casi hanno le dimensioni organizzative di piccole aziende.
L'attività volontaria è eondotta in prevalenza da adulti, in maggioranza maschi.

I rapporti con l'esterno

All'interno delle associazioni legalmente riconosciute l'adesione ad una federazione regionale, nazionale o internazionale è un
fenomeno largamente diffuso, così come il coordinamento con altri gruppi di volontariato operanti nella stessa zona o settore di attività.
Il rapporto con l'ente pubblico documenta su un altro versante l'elevato livello di apertura rispetto all'esterno proprio della classe in esame: il 72,5% dei gruppi formalizzati ha stipulato intese, contratti specifici o convenzioni con l'ente locale competente che, in alcuni casi, giungono a finanziare completamente l'attività del gruppo. Tuttavia la soluzione prevalente per quanto riguarda il finanziamento, è la combinazione fra autofinanziamento e finanziameno esterno che evidenzia, da un lato, il riconoscimento da parte dell'ente pubblico dell'utilità dell'azione volontaria e, dall'altro, la capacità di autogestione -anche economica - delle organizzazioni di volontariato. Rilevante, a questo proposito, è il sostegno offerto dai soci.

Le attività dei gruppi formalizzati

L'attività si caratterizza per una ampia diffusività, cioè per un impegno in settori d'intervento differenti e per l'offerta di servizi molto diversificati.
Forte è la presenza nel campo sanitario e in quello della protezione civile, che sono i settori di intervento che richiedono più alti livelli di organizzazione, coordinamento e, in alcuni casi, di professionalità.
L'elevato numero di persone che usufruiscono dell'azione volontaria di questi gruppi (il 40,5% ha oltre 800 utenti) contribuisce a rafforzarne l'immagine di strutture organizzative complesse ed efficienti, in grado di far fronte anche a situazioni di bisogno che coinvolgono una vasta e composita utenza.
L'azione dei gruppi formalizzati si svolge prevalentemente all'interno di un comune e di una provincia/diocesi, ma è consistente anche la quota di gruppi che intervengono a livellò regionale, pluriregionale o nazionale.