Preadolescenza: un pianeta fantasma?

Inserito in NPG annata 1985.


Giorgio Tonolo

(NPG 1985-01-5)

 

Secondo alcuni studiosi il configurarsi della preadolescenza come un momento evolutivo specifico è un fatto relativamente recente, che è da collegarsi con le particolari trasformazioni della società in cui viviamo. In Italia, ad esempio, l'insieme dei soggetti situati nelle classi di età dai 10-11 ai 14 anni circa ha un volto identificato solo da qualche decennio. Concretamente, per il dilatarsi delle fasi di preparazione alla vita adulta e, più direttamente, per l'estensione della scolarità dell'obbligo. Si sarebbe così venuta ritagliando una fascia comune, per tutte le classi sociali, che sembra ormai possedere alcune caratteristiche proprie. Ma chi ne sta seguendo l'evoluzione? Esistono serie documentazioni scientifiche in merito?
Sul fenomeno la psicologia, ad esempio, rivela o un ritardo di coscienza oppure indicazioni incerte: talvolta con luoghi comuni, analisi settoriali, affermazioni approssimative.
Eppure la preadolescenza, se esiste, riguarda, in Italia, circa tre milioni e mezzo di ragazzi, che affollano aule scolastiche, frequentano parrocchie, oratori, strutture ricreative e associazioni varie. Sulla preadolescenza converge una mole di interventi educativi senza pari per tutto l'insieme dell'arco evolutivo, da parte di famiglia, scuola e Chiesa. Non mancano i progetti ma, ovviamente, hanno bisogno di un adeguato supporto conoscitivo. per rendere più fondata e meglio calibrata la prassi educativa.

ESISTE UN «MOMENTO PREADOLESCENZA»?

L'interrogativo, emerso paradossalmente tra gli stessi esperti, educatori e pastoralisti (come al convegno nazionale «Preadolescenti nella Chiesa» -L'Aquila 18-21 giugno 1982), non sembra ammettere una risposta facile.

Una concezione di «sviluppo»

Anzitutto bisogna entrare nell'ottica della concezione psicologica di «sviluppo». Idea questa di fronte alla quale le teorie differiscono notevolmente, a seconda dei postulati fondamentali circa la natura dell'evoluzione dell'esperienza umana. Secondo i teorici dell'apprendimento non esiste uno sviluppo di tipo uniforme. L'individuo viene plasmato dall'ambiente. Ogni bambino cerca semplicemente di adattarsi alle esigenze imposte dal suo contesto di vita e quindi non si muove secondo particolari direzioni ideali. Il piccolo esquimese dovrà accettare di vivere nell'igloo per nove mesi, reprimendo malumori e aggressività.
E, mentre ai bambini di certi ambienti culturali è consentito sporcarsi nel gioco o muoversi moderatamente a scuola, può accadere che un bambino francese sia abituato a giocare al parco con abiti eleganti da mantere possibilmente puliti e venga mandato dallo psicologo se in classe non sta seduto «come si deve». È dunque il microcosmo ambientale e sociale che modella sostanzialmente il microcosmo dell'esperienza individuale, al punto da plasmare modelli di comportamento, atteggiamenti e valori; per il tipo spartano e per quello ateniese; per quello americano, autonomo e carrierista, e per quello sovietico, più dipendente ma collaborativo e incline alle affermazioni collettive.
Altre concezioni, superando questa visione puramente situazionale, ritengono che in ogni soggetto esistano delle linee generali di progresso, verso traguardi di funzionamento «più maturo». Nella conquista della capacità di dare un senso al mondo delle proprie interazioni con oggetti e persone, come dice Piaget, soprattutto lungo la strada del saper ragionare per astrazioni. O raggiungendo, come dice Freud, relazioni affettive sessuali soddisfacenti, un uso produttivo delle proprie attitudini ed una relativa libertà dai conflitti e dall'ansia. Vi è chi evidenzia come meta centrale un io forte; chi un io aperto al noi. Diversi autori parlano dell'autorealizzazione , intesa come un dispiegarsi delle risorse potenziali attraverso la spontaneità e la creatività (Maslow e Rogers), o nell'autenticità (Fromm), o verso l'autonomia e il senso di completezza significativa (Perls). Per alcuni la meta finale è la capacità effettiva di stabilire un buon equilibrio tra aspettative proprie e attese altrui; o anche un sapersi personalizzare, mediante lo sviluppo equilibrato di autenticità individuale e responsabilità sociale (antropoanalisi, logoterapia, psicoanalisi personalistica). Altri poi, da posizioni esplicitamente spiritualiste, come quella di Allport, prospettano l'autostrutturazione personale come una produzione di alcune disposizioni centrali, equilibrate e mature, in apertura essenziale verso i valori morali e religiosi; oppure come integrità, che diviene competenza nei settori specifici della vita, e responsabilità verso se stessi, gli altri e il trascendente (Heath).
Credere a tali obiettivi vuol dire credere alla possibilità di «sviluppo» dell'individuo.

La categoria di stadio evolutivo

Per accedere all'idea di preadolescenza bisogna però chiarire preliminarmente un secondo concetto, cioè quello di «stadio evolutivo».
L'età evolutiva che, in senso tecnico, è il periodo che precede la maturità, presenta nell'uomo la durata più lunga rispetto a tutti gli esseri viventi, non solo proporzionalmente all'estensione della vita, ma anche in senso assoluto.
In questo vasto arco di anni si svolge, nell'essere umano, un insieme di spinte intrecciate fra processi di maturazione, apprendimento e autodeterminazione libera. La maturazione, legata prevalentemente a fattori interni, riguarda la crescita biologica e la tendenza innata a migliorare l'or-
ganizzazione dell'attività mentale. L'apprendimento invece si verifica mediante esperienze concrete, che vanno creando o cambiando conoscenze ed abilità. Ma sviluppo spontaneo e acquisizioni per esperienza non si compongono in modo semplicemente casuale e deterministico; nel loro fondersi essi sono impastati con le scelte libere dell'uomo.
Ebbene, in tutto questo insieme, ciascuno dei fattori interessati sembra avere dei suoi ritmi evolutivi. Il sovrapporsi dei ritmi di ciascuno pare in grado di fornire dei periodi caratteristici d'insieme, in continuità fra loro, ma pure distinguibili come l'infanzia, la fanciullezza, l'adolescenza, la giovinezza.
La successione di queste tappe qualitative globali è oggetto di ampie discussioni. In effetti non risulta possibile indicare dei tempi precisi alle scansioni, in quanto una rigida suddivisione cronologica si dimostra una forzatura: accelerazioni, stasi e persino regressi sono relativi non solo ai singoli individui ma anche alle componenti ambientali.
D'altro canto, al di là delle difficoltà del problema in sé e della diversità delle loro posizioni, molti studiosi ammettono non solo la praticità ma anche la fondatezza dell'uso di tali categorie.

La fase preadolescenza

Circa l'esistenza di una fase preadolescenza il discorso si fa più nuovo che controverso. Nel 1964 in un convegno dell'Associazione Psicoanalitica Americana si convenne sulla grande utilità di studiare questa fascia di età e nel contempo si riconobbe la scarsissima informazione esistente su di essa.
Molti autori la situano dai 10-11 ai 14 anni. Per lo più la considerano come un periodo-ponte tra fanciullezza e adolescenza. Sui contenuti di tale passaggio, le indicazioni sono ancora generiche e ipotetiche, salvo per lo sviluppo intellettivo, ampiamente studiato da Piaget. La ricerca nazionale qui anticipata, ma ancora in fase di studio e di prossima divulgazione, intende analizzare la preadolescenza come un'ipotesi da verificare e tenta di farlo attraverso una apposita griglia di indicatori ipotetici.

OTTICHE DI ANALISI

Dato che solo in questi ultimi decenni al preadolescente è stata riconosciuta una possibile fisionomia specifica, quanto si può dire che il suo volto sia un risultato autonomo e quanto un prodotto sociale?
Come in ogni altra fase della vita, anche in questo momento il soggetto va considerato come la sintesi di tutto un fascio di transazioni, fra almeno cinque ordini di fattori: variabili biologico-genetiche e fisiche non genetiche, apprendimenti passati, ambiente socio-psicologico immediato e contesto di cambio socio-culturale più ampio.

Una «collocata» concezione di individuo

Nello studio di queste transazioni, che costituiscono la storia concreta dell'individuo, si possono identificare, grosso modo, due posizioni fondamentali, non solo diverse, ma contrapposte fra loro.
Da una parte vi è chi tende a vedere l'individuo in crescita come un essere prevalentemente passivo, dominato dalle persone e dagli oggetti che lo circondano (i comportamentisti), soggiacente alle forze biologiche e agli istinti operanti nel suo profondo (Freud).
Molti altri invece, da una prospettiva opposta, sostengono che l'uomo è caratterizzato essenzialmente dalle sue scelte, soprattutto di valore. Il suo protagonismo, più o meno ampio per la serie dei condizionamenti sia interni che esterni a cui è sottoposto, è il vero marchio qualitativo che egli imprime alle sue conoscenze (Piaget, cognitivismo), e alle sue decisioni (psicologie umanistico-esistenziali).
I ricercatori di questa indagine si pongono su questo secondo versante. Essi considerano il soggetto evolutivo interagente col suo contesto di vita e concordano con Robert W. White, il quale osserva che ogni individuo fin dalla primissima infanzia tende a capire e ad adattare il suo ambiente fisico e progressivamente il suo ambiente sociale.

Uno studio da tre angolature privilegiate

Di conseguenza i ricercatori COSPES pensano appropriato studiare il preadolescente da tre angolature integrate.
In primo luogo con un taglio di analisi di tipo longitudinale, che tenga presente la continuità di sviluppo del soggetto nel tempo.
In secondo luogo con una visione dinamica, che cerchi cioè di considerare in modo unitario l'intreccio dei vari fattori evolutivi.
Infine in una chiave di lettura di carattere sistemico, che tenga l'occhio aperto sulle variabili di tipo processuale e sul quadro complessivo dei fattori dentro cui s'inserisce, interagendo, il microcosmo del preadolescente.
Le ipotesi della ricerca
Nell'indagine svolta i tratti di una eventuale preadolescenza, intesa in senso sia strutturale che transizionale, vengono letti come in filigrana, attraverso le cinque seguenti ipotesi di fondo:
- esiste il momento preadolescenza, dotato di specifici dinamismi, risorse e interessi;
- progetto di sé e valori autonomi sono presenti in questo momento come un fatto germinale, più potenziale che esplicito;
- in senso psicosociale, la preadolescenza è fase di passaggio dalla identificazione (come assimilazione dipendente da modelli soprattutto adulti) all'identità personale;
- la preadolescenza segna lo spartiacque tra un rapporto di prevalente dipendenza dai genitori a una posizione di relativa autonomia da essi; ma una simile transizione può effettuarsi sia come un cammino graduale e non conflittuale che come rottura e contro-dipendenza;
- in rapporto con l'ambiente, se si può dire che il preadolescente interagisce ricavando in qualche modo spazi personali, in prevalenza però egli tende a subire gli influssi esterni, senza per altro apparirne consapevole.

RICERCA DELL'IDENTIKIT?

I soggetti avvicinati dalla ricerca costituiscono una rappresentanza eccezionale per serietà di campionamento statistico. Tuttavia i ricercatori non s'illudono di fornire l'identikit del preadolescente italiano.
Viviamo in un'epoca di rapide trasformazioni, in cui nessuna definizione è ultimativa nel tempo né seriamente generalizza-bile nello spazio. Certo sapremo, si pensa almeno, qualcosa in più sul preadolescente del 1984. Comunque senza poter inferire automaticamente su una sua presunta fisionomia identica nel tempo e nello spazio. Il preadolescente medio è solo un'astrazione utile.
Non per questo, pensiamo, diminuisce la preziosità del compito esplorativo. Proprio certi limiti-alveo saranno delle piste orientative utili. Eccone alcune:
- i preadolescenti vanno letti all'interno di una cultura in divenire;
- il loro mondo è un «arcipelago» di vissuti piuttosto che un continente unitario (per questo si è programmata una vasta disarticolazione di variabili);
- dentro la loro realtà è importante cogliere dei lineamenti dinamici che eventualmente fondino l'idea di momento evolutivo particolare.
Il campo d'indagine resta più che mai aperto; è indubbio che migliorarne la conoscenza è porre le premesse per rendere più mirato il servizio.