Dignità nella parola

Pierangelo Sequeri

parola e spirito

Il problema odierno dello Spirito non è la ricchezza delle lingue, è proprio la miseria del linguaggio. Hai voglia a decifrare e a tradurre. Un grugnito è un grugnito. Quando il linguaggio raggiunge la soglia inferiore della civiltà della parola, la Santa Colomba non sa più dove posarsi, per ispirare parole decenti e intelligenti. Il degrado del linguaggio, mi pare, in questo momento è il punto più basso della nostra civiltà. Questo degrado è veicolo di epidemie: porta rozzezza, insensibilità, aggressività, presunzione, prepotenza, violenza. La cosiddetta sfera della comunicazione ne è intasata. Ma il livello dell’interazione sociale si va rapidamente omologando. La chiamano franchezza, ma è prepotenza: violazione dell’intimità (propria, ma anche altrui), esibizione dell’inguardabile (coi bambini che ci guardano).
Il coraggio di dire quello che si pensa sarebbe certamente una virtù: ma c’è modo di farlo, bisogna pur avere uno straccio di pensiero, per semplice che sia. (D’ora in avanti, rispettate i carrettieri: è l’epoca della maleducazione degli insospettabili, il momento della grevità dei colletti bianchi). Nella politica, poi (la democrazia, del resto, è partecipazione), dichiarazioni che vorrebbero essere solenni come giuramenti assomigliano sempre più alle grida che incitavano i gladiatori al tempo di san Paolo. E non ci soffermiamo sulla scuola, dove un manipolo di generosi e appassionati è circondato più del generale Custer. Nel libro biblico del Siracide, scritto originariamente in ebraico (e ben conosciuto dalla tradizione rabbinica, benché non accolto nel canone giudaico), si trova un passo straordinario: «Nel discorso del pio c’è sempre saggezza, lo stolto muta come la luna. Tra gli insensati bada al tempo, tra i saggi fermati a lungo. Il discorso degli stolti è un orrore, il loro riso fra i bagordi del peccato. Il linguaggio di chi giura spesso fa rizzare i capelli, e le loro questioni fan turare gli orecchi.
Uno spargimento di sangue è la rissa dei superbi, le loro invettive sono un ascolto penoso» (Siracide 27, 12-16). Ce n’è per tutti, come si vede. Persino nella Chiesa non mancano segni eccessivi di nervosismo, e serpeggiano le incontenibili pulsioni degli apocalittici e degli svagati. Certo, la Chiesa ha molti più anticorpi. I beni del pensiero, la qualità del discorso, la franchezza del Vangelo, la passione per la riflessività e la meditazione, hanno plasmato una grande tradizione, che merita riabilitazione. È il momento di ricordarsi della sua bellezza e di chiedere con passione i doni speciali dello Spirito che la rianima, anzitutto nella Chiesa. Non solo per sé, ma anche per farne circolare l’amabilità e la grazia nella sgangherata sintassi di questo nostro post-umanesimo mercantile. Lo Spirito di Dio non ha soltanto il dono delle lingue, per farsi intendere da tutti.
Ha il dono del linguaggio, per trasformare anche i gemiti della creatura oppressa, incerta sui suoi stessi desideri più profondi, in autentica poesia dell’invocazione di una speranza migliore. Lo Spirito, come dice san Paolo, «viene in aiuto della nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare » (Lettera ai Romani 8,26). I doni dello Spirito sono come una sinfonia di questo tratto di stile, che ricompone la lingua degli uomini e restituisce la convivenza alla sua bellezza: sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza, pietà e timor di Dio (Isaia 11, 2). L’Inviato di Dio, che deve irradiare la forza di questo Spirito, «non giudica secondo le apparenze e non prende decisioni per sentito dire».
Giudica «con giustizia i miseri» e «prende decisioni eque per gli oppressi del paese» e porta la pace persino fra il lupo e l’agnello (cfr. Isaia 11, 3-9). La pietà e il timore di Dio non parlano di fremiti velleitari della compassione e di trucide intimidazioni del sacro: parlano di ritrovato rispetto per il Mistero della benedizione che ci tiene insieme. La Pentecoste dello Spirito, che parla tutte le lingue, in questo Giubileo della Misericordia, porta una parola necessaria per tutti. Le pulsioni che distruggono il linguaggio creano inimicizia e insensibilità. Ci distruggono. Lo Spirito lascia intatta la bella varietà delle lingue, ma ci restituisce alla dignità del linguaggio comune: nel quale ci parliamo, ci ascoltiamo, ci affezioniamo alla vita. Il più bello di tutti i nostri legami.

(Avvenire, 15 maggio 2016)