Amico della donna

José A. Pagola

IvanovB

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Giovanni 8,1-11).

Amico della donna

Sorprende vedere Gesù circondato da tante donne: care amiche come Maria Maddalena o le sorelle Marta e Maria di Betania; discepole fedeli come Salome, madre di una famiglia di pescatori; donne malate, prostitute di villaggio... Di nessun profeta si dice qualcosa di simile.
Che cosa trovavano in lui le donne? Perché le attraeva tanto? La risposta che ci offrono i racconti evangelici è chiara: Gesù le guarda con occhi diversi, le tratta con una tenerezza sconosciuta, ne difende la dignità, le accoglie come discepole. Nessuno le aveva mai trattate così.
La gente le vedeva come fonte di impurità rituale. Rompendo tabù e pregiudizi, Gesù si avvicina loro senza alcun timore, le accoglie alla sua mensa e si lascia addirittura accarezzare da una prostituta che gli è grata.
La società le riteneva occasione e fonte di peccato; fin da piccoli, gli uomini venivano messi in guardia dal non cadere vittime delle loro arti di seduzione. Gesù, tuttavia, mette l'accento sulla responsabilità degli uomini: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore».
È dunque comprensibile la sua reazione quando gli presentano una donna sorpresa in adulterio, con l'intenzione di lapidarla. Nessuno parla dell'uomo: è ciò che avveniva abitualmente in quella società maschilista. Si condanna la donna perché ha disonorato la famiglia, ma si assolve l'uomo con facilità.
Gesù non sopporta quell'ipocrisia sociale che scaturisce dal dominio degli uomini. Con semplicità e coraggio ammirevoli, mette verità, giustizia e compassione: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Gli accusatori si ritirano pieni di vergogna: sanno di essere i maggiori responsabili degli adulteri che si commettono in quella società.
Gesù si rivolge a quella donna umiliata con tenerezza e rispetto: «Neanch'io ti condanno». Va', continua nella tua vita e «d'ora in poi non peccare più». Gesù ha fiducia in lei, le augura il meglio e la incoraggia a non peccare. Ma dalle sue labbra non uscirà nessuna condanna.
Chi ci insegnerà a guardare oggi alla donna con gli occhi di Gesù? Chi porterà nella Chiesa e nella società la verità, la giustizia e la difesa della donna nello stile di Gesù?

In difesa della donna

A Gesù presentano una donna sorpresa in adulterio. Tutti ne conoscono il destino: sarà lapidata a morte, secondo quanto stabilito dalla legge. Nessuno parla dell'adultero. Come sempre succede in una società maschilista, si condanna la donna e si assolve l'uomo. La sfida a Gesù è frontale: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».
Gesù sa molto bene ciò che deve dire. Non sopporta la prepotenza di quei maestri della legge; non si sente rappresentante della legge, ma profeta della compassione del Padre verso tutti i suoi figli e le sue figlie. Quella sentenza non proviene da Dio. Quella donna è vittima piuttosto che colpevole. Dio non vuole la distruzione di nessuno: «chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Gli accusatori si ritirano pieni di vergogna. Sanno di essere i maggiori responsabili degli adulteri che si commettono in quei villaggi. Gesù si rivolge alla donna che è appena scampata all'esecuzione e, con grande rispetto, le dice: «Neanch'io ti condanno». Poi la incoraggia a trasformare il suo perdono nel punto di partenza di una vita nuova: «Va' e d'ora in poi non peccare più».
Gesù è fatto così. Ecco finalmente sulla terra qualcuno che non si è lasciato condizionare da alcuna legge o da alcun potere oppressivo. Un uomo libero e magnanimo che non ha mai odiato o condannato, che non ha mai reso male per male. Nella sua difesa e nel suo perdono di quell'adultera c'è più verità e giustizia che nelle nostre rivendicazioni e condanne risentite.
Noi cristiani non siamo stati ancora capaci di trarre tutte le dovute conseguenze dall'atteggiamento di liberazione di Gesù di fronte all'oppressione della donna. In una Chiesa diretta e ispirata per lo più da uomini non riusciamo a prendere coscienza di tutte le ingiustizie a cui la donna continua a essere sottoposta in tutti gli ambiti della vita. Dopo venti secoli, nei paesi dalle radici che si presumono cristiane continuiamo a vivere in una società dove spesso la donna non può muoversi liberamente senza temere l'uomo. La violenza carnale, il maltrattamento e l'umiliazione non sono un'immaginazione: costituiscono una delle violenze più radicate e che genera maggiore sofferenza nella società attuale.
La sofferenza della donna non dovrebbe avere una risonanza più viva e concreta nelle nostre celebrazioni e un ruolo più importante nella nostra opera di coscientizzazione della società? Ma, soprattutto, non dovremmo stare più vicini a ogni donna oppressa per denunciare abusi e fornire una difesa intelligente e una protezione efficace?

Cambiare

Tutti si aspettano che si associ alla riprovazione generale di quella donna sorpresa in adulterio, umiliata pubblicamente, condannata da scribi rispettabili e senza alcuna possibile difesa davanti alla società e alla religione. Gesù, tuttavia, smaschera l'ipocrisia di quella società, difende la donna dall'ingiusta molestia degli uomini e l'aiuta a iniziare una vita più degna.
L'atteggiamento di Gesù nei confronti della donna è stato talmente «rivoluzionario» che, a distanza di venti secoli, continuiamo in buona parte a non volerlo comprendere né accettare. Che cosa possiamo fare nelle nostre comunità cristiane?
In primo luogo, agire con la volontà di trasformare la Chiesa. Il cambiamento è possibile. Dobbiamo sognare una Chiesa diversa, impegnata senza pari a promuovere una vita più degna, giusta e paritaria tra uomini e donne.
Dobbiamo prendere coscienza che il nostro modo di intendere, vivere e immaginare i rapporti tra uomo e donna non sempre proviene dal vangelo. Siamo prigionieri di abitudini, schemi e tradizioni che non hanno la loro origine in Gesù, ma che conducono al dominio dell'uomo e alla subordinazione della donna.
Dobbiamo ormai eliminare dalla Chiesa visioni negative della donna, come quando si vede in essa un'«occasione di peccato», l'«origine del male» o la «tentatrice dell'uomo». Dobbiamo smascherare teologie, predicazioni e atteggiamenti che favoriscono la discriminazione o la squalifica della donna: molto semplicemente, in esse non vi è «vangelo».
Dobbiamo infrangere l'inesplicabile silenzio che esiste in non poche comunità cristiane di fronte alla violenza domestica che ferisce i corpi e la dignità di tante donne. Noi cristiani non possiamo vivere voltando le spalle a una realtà così dolorosa e frequente. Forse che Gesù oggi non alzerebbe la propria voce contro simili realtà?
Bisogna reagire contro la «cecità» generalizzata degli uomini, incapaci di cogliere la sofferenza ingiusta a cui si vede sottomessa la donna per il solo fatto di essere tale. In molti ambiti è una sofferenza «invisibile», che non si sa- o non si vuole riconoscere. Nel vangelo di Gesù c'è un messaggio particolare, rivolto agli uomini, ma che ancora non abbiamo ascoltato né annunciato con fedeltà.

L'unico che non condanna

L'atteggiamento di Gesù è sorprendente, radicalmente esigente quando annuncia il suo messaggio, ma incredibilmente comprensivo nel giudicare il comportamento concreto delle persone. Il caso forse più evidente è costituito dal suo comportamento di fronte all'adulterio. Gesù parla in modo talmente radicale quando espone le esigenze di indissolubilità del matrimonio, che i discepoli finiscono col pensare che, allora, «non convenga sposarsi». Malgrado ciò, quando tutti vogliono lapidare una donna sorpresa in adulterio, Gesù è l'unico a non condannarla.
Colui che conosce quanta oscurità regna nell'essere umano e quanto è facile condannare altri per assicurarsi la propria tranquillità, sa molto bene che nell'atteggiamento di comprensione e di perdono adottato da Gesù, anche contro quanto prescrive la legge, c'è più verità che in tutte le nostre condanne risentite.
Il credente scopre inoltre in tale atteggiamento di Gesù il vero volto di Dio e ascolta un messaggio di salvezza che può riassumersi così: «Quando non hai nessuno che ti comprende, quando tutti ti condannano, quanto ti senti perduto e non sai a chi rivolgerti, devi sapere che Dio è tuo amico: egli sta dalla tua parte. Dio comprende la tua debolezza e il tuo peccato».
È questa la migliore notizia che tutti possiamo ascoltare. Di fronte all'incomprensione, ai processi e alle facili condanne della gente, l'essere umano potrà sempre sperare nella misericordia e nell'amore insondabile di Dio. Là dove finisce la comprensione degli esseri umani, continua a essere ferma la comprensione infinita di Dio.
Ciò significa che, in tutte le situazioni della vita, in ogni fallimento, in ogni angoscia, c'è sempre una via d'uscita. Tutto può trasformarsi in grazia. Nessuno può impedirci di vivere facendo leva sull'amore e sulla fedeltà di Dio.
Apparentemente le cose non cambiano. I problemi e i conflitti continuano con tutta la loro crudezza. Le minacce non scompaiono. Bisogna continuare a sopportare i pesi della vita. Ma c'è qualcosa che cambia tutto: la convinzione che nulla e nessuno ci potrà separare dall'amore di Dio e dal suo perdono.

Non scagliare pietre

In tutte le società ci sono modelli di condotta che, in modo esplicito o implicito, configurano il comportamento delle persone. Sono modelli che in gran parte determinano il nostro modo di pensare, agire e vivere.
Pensiamo all'ordinamento giuridico della nostra società. La convivenza sociale è regolata da una struttura legale che dipende da una determinata concezione dell'essere umano. Per questo, anche se la legge è giusta, la sua applicazione può essere ingiusta se non si considerano ogni uomo e ogni donna nella loro unica e irripetibile situazione personale.
Anche nella nostra società pluralista è necessario giungere a un consenso che renda possibile la convivenza. Per questo si è configurato poco alla volta un ideale giuridico del cittadino, portatore di alcuni diritti e soggetto ad alcuni obblighi. Ed è questo ideale giuridico a imporsi tramite la legge nella società.
Un simile ordinamento legale, indubbiamente necessario per la convivenza sociale, non può arrivare a comprendere in maniera adeguata la vita concreta di ogni persona in tutta la sua complessità, la sua fragilità e il suo mistero.
La legge cercherà di valutare con giustizia ogni persona, ma difficilmente potrà trattarla in ogni situazione come un essere concreto che vive e sopporta la propria esistenza in modo unico e originale.
È molto comodo giudicare le persone in base a criteri sicuri. Così come è facile, ma anche ingiusto, appellarsi all'autorità della legge per condannare tante persone emarginate, incapaci di vivere integrate nella nostra società, secondo la «legge del cittadino ideale»: figli senza una vera famiglia, giovani delinquenti, vagabondi analfabeti, drogati senza rimedio, ladri senza possibilità di lavoro, prostitute senza alcun amore, sposi che hanno fallito nel loro amore matrimoniale...
Di fronte a tante facili condanne, Gesù ci invita a non condannare freddamente gli altri basandoci sulla pura oggettività di una legge, ma a comprenderli a partire dalla nostra condotta personale. Prima di scagliare pietre contro qualcuno, dobbiamo saper giudicare il nostro peccato. Forse, allora, scopriremo che molte persone non hanno bisogno della condanna della legge, ma di qualcuno che le aiuti e offra loro una possibilità di riabilitazione. Ciò di cui la donna adultera aveva bisogno non erano delle pietre, ma una mano amica che la aiutasse a risollevarsi. Gesù la comprese.

(La via aperta da Gesù. Giovanni, Borla 2013, pp.107-112)