Tempo di Pasqua

Tomáš Špidlík

rupnik pasqua

Domenica delle Palme - Lc 22,14-23,56

Davvero Gesù doveva patire?

Siamo così abituati all'immagine di Cristo sulla croce che non cí sorprende quando sentiamo che Gesù doveva soffrire per i nostri peccati. Ma se vediamo in televisione le sofferenze degli uomini nei combattimenti di guerra, nella miseria, nelle catastrofi naturali, spontaneamente ci chiediamo: deve essere proprio così? Chi ha causato o non ha impedito questo? Perciò, anche nel caso di Cristo, i teologi sí sono sempre chiesti: davvero Gesù doveva morire sulla croce per salvarci, o la salvezza poteva venire per un'altra via? Si tratta dei misteri divini e possiamo avvicinarci ad essi da diversi punti di vista. In primo luogo, incontriamo quelli che cominciano a guardare il problema filosoficamente, con le ragioni dell'intelletto. Sembra che questi tali potrebbero mettersi d'accordo facilmente. Ma nel nostro caso non è così. Alcuni partono dal presupposto che Dio è onnipotente e la sua intelligenza illimitata. Le persone intelligenti, per come le conosciamo dall'esperienza umana, non complicano le cose. Se si può fare qualche cosa più facilmente, perché scegliere un metodo più difficile? Dio poteva quindi perdonare semplicemente i peccati, e tutto sarebbe stato in ordine. Da ciò si concluderebbe: Cristo non doveva necessariamente patire. Se l'ha fatto, l'ha fatto per un altro motivo. Ma quelli che riflettono in modo logico sono anche di un'altra opinione. Dio è, dicono, la somma giustizia. La giustizia esige che un peccato grave sia punito con una grave pena, là dove il crimine è stato commesso. L'uomo ha peccato, il crimine è stato quindi giustamente espiato nel Dio-Uomo. Il risultato di queste considerazioni? Sono logiche, ma deboli per spiegare il mistero della croce.
Ma come spiega la sua passione Cristo stesso? Gesù ha parlato di questo problema a due discepoli sulla strada di Emmaus dopo la sua risurrezione: "'Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!' ... E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc 24,25.27). In questo contesto appare la necessità della passione di Cristo affinché si adempissero le profezie della Scrittura. La Scrittura è la rivelazione divina e la passione di Cristo fa parte di essa.
A questo motivo tornano volentieri i teologi moderni. Si tratta di un motivo che piace particolarmente ai teologi ortodossi e ai protestanti, i quali non riuscivano a conciliarsi con la ragione della giustizia dominante nel mondo. Tutto ciò che Dio fa è rivelazione e atto sommamente libero. Se il Dio-Uomo decise di soffrire, lo fece del tutto liberamente e non perché lo costringesse qualche necessità. Inoltre, tutte le libere decisioni divine sono motivate dall'amore. La passione di Cristo sulla croce è quindi la somma rivelazione dell'amore di Dio.
D'altra parte, non dobbiamo dire che il motivo della giustizia sia del tutto da scartare. Perciò i teologi mostrano che Dio riesce a conciliare ciò che non si riesce a fare umanamente: la giustizia e la misericordia, due antinomie. Noi riusciamo ad essere parzialmente giusti e parzialmente misericordiosi verso quelli che hanno peccato. Una volta saremo di più la prima cosa, un'altra volta di più la seconda, e l'ideale rimane il giusto mezzo fra i due atteggiamenti. Nella croce di Cristo, Dio ha unito la somma giustizia con la somma misericordia. La giustizia appare nella morte, la piena misericordia nella risurrezione, la definitiva liberazione da tutte le pene.
Una tale riunione di contrari non si raggiunge con qualche intervento dal di fuori. Perciò i Padri della Chiesa avvertivano che il male si può vincere solo dall'interno, dove ha la sua origine. L'uomo ha peccato nel suo cuore e da lí il male è penetrato in tutta la vita umana caratterizzata poi dalla disobbedienza verso Dio. L'Uomo-Dio, con la sua totale obbedienza al Padre, ha liberato il cuore umano e da questo tutto dipende. Il principio della salvezza fu formulato dai Padri secondo questo principio: è salvato tutto ciò che Cristo ha assunto. Per salvare l'uomo come tale, Cristo doveva nascere come gli altri uomini. Per santificare il lavoro umano, Gesù ha lavorato come uomo. Per dare forza nelle umane debolezze, Gesù ha accettato di essere un bambino, un profugo, un predicatore stanco, incompreso e odiato. Alla fine, per liberarci dalla morte, ha accettato anche la morte umana nella sua forma più orrenda.
In questo contesto, il noto teologo russo Sergej Bulgakov spiega la morte di Cristo. Egli la vede chiaramente illustrata dal testo paolino nella lettera ai Filippesi: "Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo" (Fil 2,7).
Nelle traduzioni moderne usiamo il termine che Cristo si è "umiliato". Il termine greco dice: "si è svuotato". La dignità della persona appare quando agisce liberamente. Quando accetta incondizionatamente la volontà di un altro, è come se svuotasse la sua dignità, la sua identità. Nel cielo, il Figlio lo fa verso il Padre e questo atteggiamento celeste il Cristo incarnato lo trasporta anche nella vita umana. Come ha fatto, lo vediamo nella sua morte e nella sua passione. Ma vediamo tutto? Avere la stessa volontà del Padre celeste è anche la somma felicità. Ed è quella che con i nostri occhi umani non vediamo se non dopo la risurrezione. Ma in Dio tutto è contemporaneo e in qualche modo era contemporaneo anche nell'Uomo-Dio.
La felicità nella sofferenza è una unione così antinomica che la comprendono in modo estatico solo le anime mistiche. Tante erano così. Che cosa suggerisce l'ultima fotografia di Padre Pio? Le stigmate sulla mano e un sorriso felice, inimitabile. Riflettendo su tutte queste esperienze, possiamo con più comprensione pregare con la Chiesa: "Nella croce è la salvezza, nella croce è la nostra redenzione". E se incontriamo un po' di croce in tutto ciò che facciamo, ne segue che in tutto Dio ci conduce a sé.


Triduo pasquale e Tempo di Pasqua - Giovedì santo - Gv 13,1-15

Il sacrificio del Nuovo Testamento

Giovedí santo, ricordo dell'istituzione dell'eucarestia, del sacerdozio, del sacrificio del Nuovo Testamento, della messa, suscita molti pensieri. I sacrifici dell'Antico Testamento li potevano offrire vari uomini, anche gli angeli. Nel Nuovo Testamento il sommo sacerdote è l'Uomo-Dio, sacerdote per sempre, secondo l'ordine di Melchisedek (cf Eb 5,6), cioè lui stesso, fino alla fine del mondo. Egli consacrò gli apostoli nel sacerdozio con le semplici parole: "Fate questo in memoria di me!".
Quale maggiore gloria a Dio si potrebbe offrire di quella che il Figlio stesso offre al Padre sull'altare nel sacrificio della messa? In modo incruento, questo sacrificio è identico a quello sulla croce. Davanti al volto di Dio si mettono sull'altare i doni sacrificali: il corpo di Cristo e il suo sangue.
Gli ebrei, offrendo e mangiando l'agnello pasquale, si ricordavano come i loro antenati erano stati liberati dalla morte, quando in Egitto l'angelo uccideva i primogeniti e risparmiava le abitazioni dei loro padri, perché le porte erano state segnate dal sangue dell'agnello. Perciò furono rilasciati dalla schiavitú del faraone e partirono verso la terra promessa. Noi ricordiamo la morte del nostro Salvatore, con la quale siamo stati liberati dalla morte eterna e dalla schiavitú del diavolo e del peccato.
Quante migliaia di vescovi e di sacerdoti glorificano quotidianamente Dio con il sacrificio della messa. Si adempie la profezia di Malachia: "in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e una oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti" (Ml 1,11). Un'offerta così elevata, piena di misteri divini, la poteva inventare ed esigere per sé solo la incomprensibile sapienza divina.
Come erano costosi i sacrifici dell'Antico Testamento! Tutto il popolo doveva contribuire a comperare degli agnelli, delle colombe, del vino, della farina, dell'olio e tutte le altre cose di cui c'era bisogno. Eppure si trattava soltanto di una prefigurazione della futura offerta gradita a Dio. Per la nostra offerta, di valore immenso, è sufficiente un frammento di pane e un po' di vino. E si celebra su innumerevoli altari in tutto il mondo.
Il più grande frutto, umanamente parlando, del sacrificio del Nuovo Testamento lo ha la maestà divina. È l'onore che dà il Figlio al Padre suo. A lui si associano il sacerdote ed i fedeli presenti. Questi chiedono che la messa sia celebrata anche per i loro bisogni materiali e spirituali. Quelli che si rendono conto del valore della messa, cercano di essere presenti quanto più spesso possono.
Chi è arrivato ad una migliore comprensione di questo mistero, per lui appaiono semplificati i problemi morali e gli altri doveri della vita cristiana. Tutto sembra prender parte al sacrificio della messa e tutto il bene che si riceve si concentra attorno al dono dell'eucarestia.
Il sacerdote prega affinché il sacrificio della messa trovi agli occhi di Dio tanta soddisfazione come lo ha trovato il sacrificio di Abele, di Abramo, di Melchisedek. Non nel senso che essi avrebbero offerto dei doni più nobili, ma perché il loro spirito era unito pienamente con queste offerte. Tanto più i nostri cuori devono essere uniti al sacrificio della messa.
Secondo l'antica mitologia greca, Tantalo soffriva la fame e la sete, anche se stava nell'acqua fino al ginocchio e sopra la sua testa si chinavano rami carichi di frutti gustosi. Ma l'acqua si ritirava quando provava a bere e i rami carichi di frutti maturi venivano sospinti lontano dal vento ogni volta che provava a prenderli. così è spiritualmente affannato e assetato l'uomo che ha vicino il cibo e il potere celeste, ma non estende il suo cuore per afferrarli.
I sacerdoti che celebrano la messa devono essere consapevoli che il loro accesso all'umile altare è un successo più grande della salita al trono del mondo. Dall'altare essi distribuiscono dei doni che nessun ricco del mondo può dispensare.
Sono solo alcuni pensieri sui quali vale la pena riflettere nel giorno in cui commemoriamo la preziosa eredità che Gesù, prima di morire, ha lasciato alla Chiesa, a coloro che il Padre ha adottato come figli.


Venerdì santo - Gv 18,1-19,42

Prendi la tua croce!

Spesso a Roma si può vedere un rito semplice e bello allo stesso tempo. Un gruppo di missionari che partono per delle terre lontane ricevono dal papa, per il viaggio, una croce. Queste croci sono quasi sempre diverse, a seconda di come le hanno progettate i diversi artisti: una croce con ornamenti, un'altra, al contrario, molto semplice, un'altra ancora con Cristo glorificato o sofferente... Se uno chiedesse perché si fanno tante immagini diverse della stessa cosa, la risposta è facile. La croce è un profondissimo mistero della rivelazione di Cristo. Quando vi riflettiamo, sempre afferriamo l'uno o l'altro aspetto del suo contenuto. Questo vale sia per gli artisti che per i teologi.
Nei primi tempi cristiani, la croce era considerata sotto un aspetto che si potrebbe chiamare ontologico, cioè secondo il suo valore nella storia dell'umanità. Da questo punto di vista, la croce è il segno della redenzione, della vittoria sul male e sulla morte. È quindi segno del trionfo. San Giovanni Crisostomo spiega questo motivo con un paragone. Se un re vince la battaglia con un nemico, quando torna a casa è festeggiato con un corteo trionfale. In questo corteo vengono portate le armi con le quali il nemico combatteva. Ora non spaventano, sono simbolo di vittoria. Allo stesso modo, il nostro nemico capitale combatteva contro l'umanità con le armi della passione e della morte, di cui la specie più terribile è la croce.
Cristo ci ha liberati dall'efficacia di questi strumenti di morte con il dono della risurrezione alla vita eterna. La croce allora non spaventa più. Sulle chiese si mette la croce dorata, e sulle tombe dei morti la croce è come la promessa della vita eterna.
Questo significato della croce è dogmaticamente giusto. Ma c'è il pericolo che dimentichiamo l'altro aspetto della croce, quello che si potrebbe chiamare psicologico, cioè l'esperienza della croce nella nostra vita. La croce è dorata, ma a prezzo della sofferenza. così è stato nella vita di Gesù e così lo sperimentiamo anche noi. Per questo motivo nell'arte cristiana cominciano ad apparire nuovi tipi di croce, soprattutto nel medioevo. Cristo vi è rappresentato come un uomo immensamente sofferente. Sotto l'influsso delle devozioni francescane in Terra Santa, si moltiplicano le Vie Crucis, si venerano le reliquie della passione di Cristo, dalla corona di spine alle schegge della croce, ecc. Questo è, quindi, l'altro aspetto dello stesso mistero. Ma anche esso è parziale, se si dimenticasse il primo. Per evitare tale pericolo, gli artisti medievali aggiungevano sulle estremità dei bracci della croce piccole immagini della vita di Cristo che hanno un carattere vittorioso, come l'ascensione, la trasfigurazione sul monte Tabor, e simili.
Queste sono le due principali tendenze nella rappresentazione artistica della croce. I teologi vorrebbero essere più completi, ma anch'essi trovano difficoltà nel riconciliare con la riflessione umana due aspetti opposti: la morte e la vittoria, il dolore e la felicità. I pensatori recenti si interessano anche dello stato psicologico dell'Uomo-Dio, che era una persona unica e viveva contemporaneamente gli stati di sofferenza e di felicità. Le riflessioni astratte su questo tema non hanno troppo successo. Se già è difficile comprendere lo stato interiore del nostro prossimo, tanto più lo è immaginarci ciò che sperimentava il cuore di Cristo, profondità dei misteri divino-umani. Tuttavia un metodo ci aiuta a farcene un'idea, per quanto è possibile. San Giovanni Climaco lo esprime con un paragone. Dice che non consiglia a nessuno di guardare direttamente il sole, perché gli accecherebbe gli occhi. Perciò è più sicuro osservare il sole nel suo riflesso nell'acqua. Qui è meno splendente, ma più osservabile. Allo stesso modo ci acceca la contemplazione diretta della perfezione di Cristo. Essa è più accessibile per noi quando la guardiamo nel suo riflesso nella vita dei santi. Essi vivono i misteri di Cristo in loro stessi, secondo il grado della loro perfezione.
Per quanto riguarda il mistero della croce, ci sono buone guide per penetrarvi: i mistici medievali della scuola francescana. Fra di loro ha un ruolo importante una donna semplice, santa Angela da Foligno. Essa esprime le sue profonde esperienze con brevi note che però toccano il nucleo della problematica, perché non provengono dalle letture dei libri, ma dalla propria esperienza spirituale. Soffermiamoci su alcune di queste note.
Spesso, e alla fine quasi esclusivamente, Angela meditava sulla croce. Gli osservatori superficiali la accusano, insieme ad altri mistici, di un pietismo che lascia in disparte il messaggio di gioia del vangelo e che perciò è colpevole del propagarsi di una tale triste mentalità. Questa critica proviene dalla totale incomprensione dei mistici. Per loro, il punto di partenza non era la sofferenza umana, ma la penetrazione della presenza divina nel mondo. Essa appare sempre come meravigliosa. Ma alla fine si arriva alla stupenda scoperta che Dio penetra anche là dove sembra che tutto sfugga alla sua mano.
Lo osserviamo anzitutto nella vita di Gesù. L'onnipotente Dio e Padre lo invia nel mondo per rinnovare la creazione. L'universo è stato creato con la parola di Dio. Ora arriva la Parola personificata, il Figlio di Dio. Insegna, fa miracoli, lavora. Qual è il suo successo? Anche i suoi fedelissimi discepoli lo abbandonano e il primo di loro, Pietro, lo rinnega. Il popolo che Dio preparava attraverso i secoli a ricevere il Messia ora chiede la sua condanna a morte. Il rappresentante ufficiale dell'impero romano, fiero di aver introdotto nel mondo civilizzato il diritto che garantisce a tutti la giustizia, proclama il verdetto di morte dopo un processo ingiusto. Possiamo immaginarci un fallimento più disastroso per chi detiene tutto il potere e la forza? Eppure siamo stupiti dall'incomprensibile mistero di un Dio che penetra nel mondo anche attraverso questa via: con la morte distrugge la morte e la croce, segno di obbrobrio, diviene segno di gloria e di vittoria.
Conosciamo questa verità di fede dal catechismo. I mistici la vivono. Angela da Foligno, quando meditava sulla croce di Gesù, sentiva che questo era il momento culminante della sua vita. Il suo amore raggiunse l'apice. La coscienza dell'amore rende felice, beato, come è stato suggerito nella predicazione sulle otto beatitudini. Perciò anche Angela desiderava soffrire ed essere beata, ed era grata e riconoscente a Dio per le sofferenze.
Quando legge i suoi testi uno psicologo non credente o superficiale, gli sembrano anormali, espressione di un dolorismo non sano. Non capisce che Angela non desidera semplicemente soffrire, ma essere trasformata interiormente, comprendendo che la sofferenza la aiuta a raggiungere questo scopo. È anche consapevole che attraverso il sentimento della propria debolezza collabora alla trasformazione del mondo.
Tali sono le esperienze dei mistici quando meditano sulla croce. Ci sembra che non siano per noi che non saliamo sulle montagne spirituali, ma ci muoviamo sulle pianure della vita normale. Ma anche questa pianura è piena di piccoli fallimenti, di insuccessi. Scoprire che questi non sono in grado di ostacolare il nostro vero successo è sorgente di consolazione. La croce dolorosa che prendiamo nelle mani diventa dorata, le lacrime si cambiano in perle.


Domenica di risurrezione - Gv 20,1-9

La risurrezione

"Credo nel perdono dei peccati, nella risurrezione dei morti, nella vita eterna". Lo preghiamo, è la nostra confessione di fede. Ma proprio in questa occasione ci rendiamo conto che non è facile conciliare i dogmi della fede con l'immaginazione. Come rappresentarsi la risurrezione dai morti? Le pitture sono immaginose, talvolta anche comiche. I morti sorgono dalla terra, raccolgono le loro ossa disperse. Tutti sappiamo che si tratta di un gioco d'immaginazione. Ma abbiamo alcune immagini più adatte di altre a rappresentare il mistero?
Sulle antiche immagini dell'Assunta, la Madonna, sdraiata sul letto di morte, si sveglia per la vita nuova. È certamente una rappresentazione più degna. Quando Gesù risuscitò la figlia di Giairo, disse di lei che non era morta, ma che dormiva (cf Mc 5,39). I presenti lo deridevano, ma lui l'ha in effetti svegliata dalla morte alla vita. La morte è conseguenza di una grave malattia. Gesù guariva spesso i malati. Era una prefigurazione della risurrezione dai morti. Ogni immagine ha certi tratti comuni con ciò che rappresenta e qualcosa che differisce. Com'è nel nostro caso?
Qualcuno si ammalò. Dovette interrompere il suo lavoro, il ritmo della sua vita. Per fortuna guarí. Quando giaceva a letto, percepiva il tempo come se fosse la perdita di una parte della vita. Ma poi si alzò e continuò come prima. Accade una cosa simile quando uno la mattina si sveglia dal sonno. La differenza però è che il sonno è una interruzione naturale, breve, e che è fatta per rafforzare, mentre la malattia può essere lunga e indebolisce. In entrambi i casi torniamo però alla vita che conducevamo prima, uguale o quasi.
Com'è alla risurrezione dai morti? In qualche modo, abbiamo detto, ricorda il risveglio mattutino. Tutte le religioni credono nella vita dopo la morte, alla quale il morto si sveglia. Ma tutte sono d'accordo nel fatto che si tratta di una vita differente da quella precedente sulla terra. Entra inoltre in questa vita nuova solo l'anima, mentre il corpo si corrompe irreparabilmente nella tomba.
Non si tratta, quindi, della risurrezione dai morti, ma di uno scambio di una vita per un'altra. Questo non corrisponde alla fede cristiana. Gesù è davvero risuscitato dai morti, la tomba è stata trovata vuota. Egli è tornato dagli apostoli da vivo. Per convincerli, ha mangiato con loro (Gv 21,9-14).
Eppure si rendevano conto che egli in un certo senso era diverso. La vita del loro maestro che conoscevano già da prima ora era diventata vita eterna. Osserviamo una cosa analoga durante il sacrificio eucaristico: portiamo il pane e il vino sull'altare, e dall'altare riceviamo lo stesso pane e lo stesso vino, ma consacrati, divinizzati. In qualche modo questo è suggerito anche nel risveglio dal sonno che ha rinfrancato il malato. La sera era affaticato, appena stava ín piedi, ma il sonno lo ha rafforzato a tal punto che gioiosamente passa ad un nuovo lavoro e quasi ad una nuova vita. Tutta la nostra vita continua—detto metaforicamente—vivacchiando come un malato infetto dal peccato originale e dai propri peccati. Si muore e la risurrezione porta la salute totale. È una guarigione così radicale che sembra come un'altra vita, eppure siamo sempre noi. La risurrezione ci fa ritornare alla nostra vita, ma divinizzata, e quindi eterna.
Come si manifesta questa trasfigurazione? Nel vangelo è suggerito in una speciale circostanza. Gesù, dopo la morte, appare a parecchie persone che lo conoscevano bene. Ma ora deve aprire loro gli occhi perché lo possano riconoscere. I teologi insegnano che dopo la morte avremo la visio beatifica, ci si apriranno gli occhi. Che cosa vedremo? Non una qualche vita diversa - non sarebbe cristiano, come abbiamo già detto - ma ciò che prima abbiamo creduto. Abbiamo vissuto una sorta di divisione fra la fede e l'apparizione della realtà coperta dalla nebbia. Ora la nebbia è sparita e vediamo il mondo e la propria vita in piena luce.
Durante un'escursione al Polo Nord, i partecipanti si persero nella nebbia. Gridavano ad alta voce per sapere se erano ancora insieme e perché non si perdesse nessuno. Quando la nebbia spari, subito si contarono, si dettero la mano, come se avessero fatto conoscenza per la prima volta. I racconti apocrifi sulla discesa di Gesù agli inferi, cioè nella morte, la descrivono come l'entrata nella valle delle ombre della morte. Gesù vi porta la luce e le persone si riconoscono. I pittori dipingono Gesù che porge la mano ad Adamo ed Eva, mentre i patriarchi e i profeti lo salutano. Dio ha creato l'umanità come una unità integrale. La nebbia del tempo ci ha separati. Non sapevamo l'uno dell'altro se non dalle grida delle voci. La risurrezione disperderà la nebbia, cominceremo a darci la mano con tutti coloro che esistevano sulla terra e vedremo come un unico filo tutta la storia del mondo.
Vista con gli occhi dell'esperienza odierna, la morte appare come chiudere gli occhi e dimenticare tutto ciò che è stato prima. Agli occhi della fede la sperimentiamo in una maniera contraria. In certo modo la percepiamo così in occasione di una morte più lucida, vera o solo sentita come vicina. È noto che negli ultimi giorni di vita si svegliano i ricordi più antichi. Lo raccontò un figlio che venne ad assistere la morte di suo padre. Un giorno il padre soffriva molto. Ma poi si senti alleggerito, sorrise e disse che aveva l'impressione che in cucina fosse presente sua madre, morta già da tanti anni, e di sentire il profumo dei dolci che stava preparando per Natale. Il figlio allora si rallegrò che il malato si sentisse così bene, ma la sorella, che era più esperta, dichiarò che stava arrivando la morte. Infatti, lo stesso giorno il padre mori.
Ancora più esplicativi sono gli esempi di una morte fittizia. Un giovane olandese amava andare con la bicicletta. Era molto attento ad evitare i pericoli. Un giorno però si sopravvalutò. Percorse ad una grande velocità una curva su di un ponte, tanto che volò nell'acqua. Per fortuna l'acqua non era profonda e il fondo del fiume fangoso. Lo tirarono fuori senza un grande danno. Ma da quel giorno cominciò a vivere più intensamente la vita religiosa. Perché? Per il timore che sarebbe potuto accadere di nuovo qualche guaio? Lo negò. Andava in bicicletta veloce come prima. Ma raccontò che, quando era caduto dal ponte nell'acqua, aveva visto la sua vita dall'inizio fino al momento della caduta come su una fotografia chiara. Tutto era presente. Fu infatti una bella esperienza della morte, per come essa è alla luce della fede, cioè come un passo progressivo verso la risurrezione, e la risurrezione come il ritorno a tutto ciò che abbiamo perduto, ma in una luce nuova, nello splendore dell'eternità. Sappiamo che questo può non essere reale. La morte come morte è caduta nel buio, nell'ignoto. Ma, se ci incontriamo con Cristo, la discesa agli inferi è salita alla vita eterna. Con la morte Cristo ha vinto la morte e ha dato la vita. Un giorno i nostri vicini diranno di noi: è già morto. Ma Cristo dirà: dorme soltanto, io lo sveglierò!


II domenica di Pasqua - Gv 20,19-31

Tommaso incredulo

L'apostolo Tommaso credette nella risurrezione di Cristo perché lo vide. Noi sappiamo che è sufficiente credere, ma che cosa fare con coloro che ad ogni costo vogliono vedere? Si era parlato del modo in cui oggi si deve predicare in chiesa. Non troppo a lungo! Erano d'accordo tutti. Le lunghe prediche quaresimali di una volta non attirerebbero ascoltatori. Solo cinque minuti dopo il Vangelo? Non è poco? Colui che difendeva le prediche brevissime lo confermava così: "Che si lasci l'apologetica. Non si deve provare niente, ma semplicemente esporre la fede della Chiesa". Altri si opponevano con questo argomento: la gente che ascolta le prediche crede. Però ha la testa riempita di tanti pregiudizi che si spargono ovunque, e quindi diventa scettica. Dobbiamo mostrare che ciò che crediamo è anche prudente e ragionevole.
Lasciamo da parte tali discussioni, che non si risolveranno mai. Ma in esse appaiono due aspetti della fede cristiana. Da una parte si esige una fiducia cieca nell'accettare la Parola di Dio. D'altra parte, è la fede stessa ad aprire gli occhi e certe cose incomprensibili diventano amate proprio perché ci fanno vedere meglio la vita. I cosìddetti convertiti, cioè quelli che sono passati alla fede dopo molte indagini e riflessioni, confessano che l'ultimo passo era per loro come un salto nel buio. Ma in seguito dissero: "Ora capisco perché ho creduto".
così si ripete in ogni uomo l'esperienza che descrive già la Sacra Scrittura. Qui è proposto come primo esempio dei credenti Abramo. Tutta la sua vita si spiega con il fatto che ha creduto in Dio, perciò anche san Paolo lo chiama "padre di tutti i credenti" (Rm 4,11). I discepoli di Gesù si chiamano "coloro che erano diventati credenti" (At 2,44), o semplicemente "i credenti" (cf 1Tes 1,7).
È l'atteggiamento con il quale si deve cominciare. Lo confermano anche i verbi ebraici per l'atteggiamento di fede, aman o batah, che significa originariamente qualcosa sulla quale mi posso appoggiare per non perdermi nella confusione. Lo devono ammettere anche gli atei, i quali credono che la ragione possa conoscere la verità. Se non ci fosse questa fede iniziale, a che cosa servirebbe ragionare e pensare? E nella vita morale, diceva il filosofo Kant, bisogna all'inizio accettare di fare il bene e di evitare il male. Solo dopo si può discutere su che cosa sia il bene e il male.
Da ciò concludiamo che tutti siamo in fondo credenti. La questione è ora quale sia questo primo fondamento che accettiamo con fiducia. Si tratta di qualcosa di molto diverso.
Il razionalista crede alla sua ragione o a certi primi principi, il moralista all'obbligo di fare il bene, il tradizionalista prende come infallibile ciò che la gente ha sempre creduto. E il bambino? Crede alla sua mamma, come un buon discepolo al suo maestro.
Ci sono dunque due categorie di fede. Si crede a qualche cosa e si crede a qualche persona. Alle cose credo quando sono evidenti. Apro la finestra e vedo che c'è il sole. È chiaro, nessuno me lo può negare e non accetto neanche che uno ci provi. Altre cose non le vedo, ma le devo ragionevolmente supporre. Non ho visto l'imperatore Cesare, ma ci sono documenti storici e da questi si può provare che egli esisteva e che fece ciò che descrive nei propri ricordi.
Alcuni vorrebbero che la fede cristiana sia giustificata in un modo simile. Non abbiamo visto con i nostri occhi la persona di Gesù di Nazaret, ma abbiamo i documenti che lo provano, i vangeli. Se crediamo all'esistenza dell'imperatore Cesare, perché abbiamo documenti, perché non dovremmo credere all'esistenza di Gesù quando abbiamo i vangeli che ci descrivono la sua vita e riportano tutto ciò che ha detto? Poi prendo il vangelo in mano e comincio a pensare che cosa ne segue per la mia vita. Scopro che certe conclusioni sono ragionevoli, altre meno. Accetto solo ciò che è ragionevole. In questo modo divento un cristiano intelligente, con la fede ben giustificata. così pensava, fra tanti altri, anche il famoso scrittore russo Lev N. Tolstoj. Arrivò alla conclusione che sono molto saggi i precetti morali del vangelo. Se si osservassero, la nostra società sarebbe ideale. Quello però che si racconta nei vangeli sui miracoli e sulla risurrezione di Gesù è poco evidente, poco chiaro, e non è necessario accettarlo. Ma questo atteggiamento è ancora la fede cristiana? Certamente no. Ma come era la fede di Abramo? Quando egli parti dalla terra dei caldei per il suo lungo pellegrinaggio, aveva poche speranze di riuscire, non gli era chiaro niente. Era quindi una fede del tutto cieca e irragionevole? Credeva solo una cosa. Aveva piena fiducia nella persona che gli aveva parlato, cioè in Dio. La fede cristiana deve essere anzitutto di questo tipo. Non si comincia a credere nel vangelo come ad un documento scritto su Gesù. I discepoli del Salvatore credettero alla persona di Gesù, gli dettero piena fiducia e perciò accettarono come vero tutto ciò che diceva.
A questo punto ognuno si chiederà come si arriva ad avere una tale fede. La risposta è semplice. Non posso avere la piena fiducia in una persona se non con un frequente contatto personale. Gli apostoli credettero in Gesù perché vivevano in contatto personale con lui. Abramo credette in Dio, perché sentiva la sua voce. E oggi? Credono veramente solo coloro che sentono la voce di Cristo e parlano con lui, cioè quelli che pregano. Chi conosce qualcuno dalla convivenza personale con lui, non ha bisogno di argomenti per la verità delle sue parole. Non gli servono. Un bambino considererebbe come un'offesa se uno cercasse di provargli razionalmente che deve credere alla sua mamma. In questo senso la fede è cieca. Un convertito olandese, che parla del suo "salto nel buio", analizza bene il suo stato d'animo. Voleva studiare la verità cristiana a livello intellettuale, storico. Credeva che gli sarebbe venuta la luce in questo campo. Un giorno comprese finalmente che doveva andare per la via della fiducia. Fu quindi per lui un "salto nel buio". Ma in seguito ammise che la luce gli era venuta proprio là, una luce più splendente di tutte le altre illuminazioni intellettuali. Ora si sentiva beato perché non aveva visto, ma creduto. Se avesse visto solo la verità del vangelo con argomenti storici, avrebbe incontrato un libro, visto un "oggetto di fede". Ciò di cui aveva bisogno non era un oggetto, anche se nobilissimo, ma una persona. Allora divenne veramente credente in senso cristiano.
E san Tommaso apostolo? Voleva vedere le piaghe. Le ha viste, ma insieme ha incontrato anche la persona di Gesù. Era proprio Gesù che gli ha mostrato le ferite sopportate per amore suo. Allora anche Tommaso è diventato beato fra quelli che credono. così vogliamo essere anche noi.


III domenica di Pasqua - Gv 21,1-19

L'amore di Dio sopra ogni cosa

Un europeo, durante un suo viaggio, contemplava dalla collina la baia di Los Angeles. Tutta la città sembrava ai suoi piedi, il panorama era bellissimo. Ma uno straniero fa sempre dei paragoni. Anche in Europa ci sono varie città che si possono contemplare dall'alto. Ma per lui, che era italiano, la vista era assai diversa. Nell'antica Italia non erano i grattacieli a superare le altre case, ma le cattedrali e le torri delle chiese. Anche a Los Angeles alcuni edifici superano ciò che li circonda. Si tratta soprattutto di banche. Allora viene spontaneamente un pensiero, un sospetto: quelli che costruivano le chiese più alte delle case che le circondavano, forse amavano Dio più delle altre cose. Che cosa pensare allora di coloro che costruiscono le banche come edifici più alti? La questione certamente non è così semplice da poter rispondere secondo l'impressione esterna. Allora la riproponiamo in forma di alcune obiezioni, ma serie. Sono diverse.
La prima si può formulare nel modo seguente. L'uomo ama di più ciò che suscita la sua attrazione. Normalmente ci attraggono più le cose concrete, ben visibili, di quelle invisibili: il mondo attorno a noi è visibile. Dio invece è invisibile e sembra lontano, lontanissimo da noi in cielo. Dobbiamo allora meravigliarci che uno ci dica la domenica mattina: "Andrei in chiesa, sono un cattolico credente, ma oggi la giornata è così bella e gli alberi sono in fiore!". Non è un caso eccezionale. Anche un ragazzo è così attratto dalla partita di calcio che non sembra vedere nient'altro. Dobbiamo dire che ama il calcio più di ogni altra cosa? Può allora essere cristiano? I professori di morale lo salvano. Distinguono l'amore di Dio dal punto di vista dei valori e l'amore che si manifesta nel sentimento. Con il sentimento il ragazzo che guarda la partita di calcio alla televisione è tutto assorbito là! Ma ad un tratto gli dicono: "Senti, tua madre si sente male, bisogna chiamare il medico". In quel momento spegne immediatamente il televisore e corre a chiamare il medico. Il sentimento ha ceduto al senso per il valore. Un altro esempio. Alcuni corrono velocemente con la macchina, hanno fretta. Ma sul crocevia vedono che da destra proviene un'altra macchina e che ha la precedenza. Non rimane altro che fermarsi. In senso metaforico, si può dire che nella vita tutti ci affrettiamo da qualche parte. Ma gli interessi di Dio vengono da destra e hanno quindi la precedenza assoluta davanti a tutti gli altri valori.
L'altra obiezione contro l'amore preferenziale di Dio proviene dai filosofi. Aristotele dichiarò che l'uomo può sinceramente amare solo se stesso. Quando gli dissero che una madre ama naturalmente suo figlio, rispose: questo è perché lo considera come parte di se stessa, appartenente alla propria persona. Si può dire una cosa simile anche dell'amore di Dio? I Padri della Chiesa non ne dubitano. Insegnavano che il cristiano è composto di tre elementi: il corpo, l'anima e lo Spirito Santo. Dio è quindi presente in noi, abita nel nostro cuore. Ma come si può dire che Dio abita in noi? Egli è ovunque esercita la sua potenza, dunque è dappertutto, ma a gradi diversi. Nel nostro cuore la esercita con il nostro libero consenso. Dunque egli vi è presente insieme con noi e, amandolo, amiamo anche la nostra identità spirituale. Quanto più cerchiamo la sua volontà, tanto più la nostra azione è divino-umana. E, se amiamo il nostro lavoro, amiamo anche Dio che gli dà il vero valore.
La terza obiezione l'abbiamo sentita dagli atei: l'interesse per Dio devierebbe l'uomo dall'interesse per il mondo in cui vive. Perciò la religione è stata chiamata "oppio dei popoli", una specie di droga per dimenticare il dovere di lavorare per il miglioramento della vita sociale. Va da sé che tale non può essere la religione biblica. Nella Sacra Scrittura leggiamo che Dio è creatore di tutto il visibile e l'invisibile, e che l'uomo è stato creato a sua immagine per collaborare e condurre verso il suo fine questa grande opera. Al contrario, si droga colui che dimentica Dio, perché perde di vista il suo grande obbligo per il mondo.
La quarta obiezione si può formulare così: si tratta di un doppio amore, per se stessi e per il prossimo. L'egoista pensa solo a se stesso, al suo bene e s'impossessa di tutto per sé. L'amore del prossimo non cerca di impossessarsi, al contrario regala. Fra gli uomini meritano la nostra più grande riconoscenza quelli che ci hanno dato di più. Fra questi in primo luogo c'è Dio, perciò dobbiamo essergli grati. Ma come possiamo ricompensarlo, se non possiamo regalargli niente? Da ciò seguirebbe che Dio ama noi, ma noi non possiamo in modo efficace amare Dio, cioè fare qualche bene a lui stesso.
La teologia scolastica proponeva questa risposta. Che cosa manca a Dio? In questo mondo non è degnamente apprezzato, riconosciuto, gli manca pertanto la debita gloria. Amiamo quindi Dio lodandolo e procurandogli gloria nella società umana. Questa riflessione non è sbagliata, ma forse poco comprensibile. più efficace è la risposta che dà la Sacra Scrittura: facciamo per Dio tutto ciò che è ispirato dall'amore del prossimo. L'istruzione del vangelo sull'ultimo giudizio finisce con questa dichiarazione: "ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). San Giovanni lo interpreta così nella sua prima lettera: "Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: 'Io amo Dio', e odiasse il suo fratello, è un mentitore" (1Gv 4,19-20).
La conclusione di tutto ciò che abbiamo detto è quindi molto semplice: l'amore di Dio appartiene alla nostra propria identità, senza di esso la nostra persona non può svilupparsi nel contatto con gli altri uomini e con il mondo. Perciò amare Dio è il primo e fondamentale comandamento di Cristo. Gesù, quindi, volendo dare a san Pietro un potere privilegiato nella società umana, gli domandò se lo amasse più degli altri.


IV domenica di Pasqua - Gv 10,27-30

Il sacerdote santificatore

La quarta domenica pasquale viene chiamata sacerdotale, perché si legge il vangelo del buon pastore. Ma chi è il sacerdote, dove sono i limiti del sacerdozio nel senso cattolico? La questione fu proposta espressamente al tempo della Riforma e rimane sempre attuale.
Cominciamo la nostra considerazione con una parola ridicola che usano i maghi nel circo, soprattutto nei paesi al di là delle Alpi: hokus pokus. Il mago copre, ad esempio, tre palle con un fazzoletto, dice "hokus pokus", scopre il fazzoletto e sul tavolo appare un bel coniglio. Le parole avrebbero quindi il potere di cambiare le cose morte in vive, sarebbero magiche, come si vuol far credere. Ma chi le ha escogitate? Sembra che la loro origine sia sacra. Sarebbero la deformazione del latino Hoc est corpus," questo è il mio corpo", frase pronunciata durante la consacrazione della messa. I prestigiatori che non credevano nella loro efficacia di trasformare il pane nel corpo di Cristo le avrebbero usate per i trucchi del circo.
Certo è che i riformatori più estremisti smisero di credere nell'efficacia dei sacramenti. Ma non si resero conto di non essere consequenziali. Continuavano a celebrare la liturgia e a predicare la necessità della preghiera. Ma che cosa sarebbe la preghiera se non ci fosse la fede che, pronunciando le parole in formula umana, siamo capaci di cambiare la realtà? Si condensano le nuvole, si teme il temporale. I cristiani cadono in ginocchio e pregano un Padre Nostro dopo l'altro per evitare la disgrazia. Vogliono scacciare le nuvole con le parole? Non è una tentazione di magia? I maghi nel circo fanno così i loro trucchi. Ma è bene pensare così della fede, in ambito religioso? Fin dagli albori dei tempi gli uomini desiderano che le loro parole abbiano forza, ma in ogni momento ci rendiamo conto che le parole sono deboli, inefficaci a compiere ciò che dicono.
L'unico che ha creato il mondo e la vita con la sua parola è Dio. Dio disse e quella cosa fu (cf Gen 1,1ss). La forza delle parole dei profeti è prova che Dio era con loro e che pronunciavano con la loro bocca umana le parole di Dio. Questo carattere è assai manifesto nelle parole di Gesù. Insegnava al popolo come uno che aveva autorità (cf Mc 1,22). Perciò con la sola parola era in grado di calmare la tempesta del mare, di comandare ai venti (cf Mt 8, 27), di scacciare gli spiriti impuri, di aprire gli occhi ai ciechi, di rialzare i paralitici, di risuscitare i morti. Chiamiamo "miracoli" questi fatti, e li consideriamo come un'eccezione alle leggi della natura, come un intervento soprannaturale di Dio nel corso del mondo. La Bibbia usa un termine migliore: parla di grandi segni, di meraviglie. Possiamo meravigliarci anche di cose che non sono eccezionali, ma che finora non abbiamo notato. Perciò si usano i segni anche come avvertimento.
Nella storia biblica Dio fa grandi segni affinché il popolo non dimentichi che la sua provvidenza è continuamente attiva nel mondo, che continua la sua creazione. Inoltre essa è attiva in Cristo e nello Spirito Santo. Cristo e lo Spirito esercitano il potere divino sugli uomini, nelle loro azioni e anche nelle loro parole. Che cos'altro è la preghiera se non la presenza e la forza di Cristo e del suo Spirito nelle parole umane? Solo in questo senso le parole sono forti, hanno il potere di trasformare la realtà, disperdere le nubi, guarire gli infermi, proteggere i pellegrini. Perciò preghiamo e crediamo che non siano parole vuote, neanche magia, ma partecipazione all'onnipotenza divina.
D'altra parte, siamo convinti che non tutte le preghiere siano uguali. Dio dà la grazia dello Spirito in gradi diversi e sempre per l'utilità dell'intero Corpo mistico di Gesù. Giustamente dicono i teologi che lo Spirito Santo è dato in primo luogo alla Chiesa e, attraverso la Chiesa, ai singoli fedeli.
In questo contesto si comprende più facilmente la forza dei sacramenti, soprattutto la forza sacramentale del sacerdozio. Quando il sacerdote dice, durante la messa, "Questo è il mio corpo", non sono parole puramente umane. Egli pronuncia le parole di Cristo dette durante l'ultima cena, in unione con lui. Si tratta quindi di parole dette in Cristo e con Cristo. E quando Dio parla, l'effetto non manca.
Il Concilio Vaticano II avverte che il sacerdozio cattolico si deve comprendere in relazione alla Chiesa e per la Chiesa. Essa è segno visibile della presenza divina nel mondo, presenza dinamica, vivificante, trasformante, santificante. Essa stessa è come un unico grande sacramento, nel quale gli altri sacramenti hanno la loro sorgente. Sulla parete frontale esterna della basilica di San Paolo a Roma è rappresentato questo motivo: la Chiesa come un colle, luogo elevato fra le nazioni, Sion spirituale, dal quale escono sette sorgenti che irrigano il mondo, simbolo dei sette sacramenti.
Quelli che non credono nella Chiesa non possono comprendere il sacerdozio cattolico. Vedono nei sacerdoti dei lavoratori sociali, degli insegnanti di religione, di morale, di storia biblica... Chiedono che siano ben istruiti, che diano il buon esempio, che siano a disposizione delle persone tristi quando queste si disperano, ecc. Lodano chi si avvicina a questi ideali e criticano severamente chi ne è lontano.
In questo modo, vogliono bene alla Chiesa come istituzione umana. Ma dimenticano che essa è, in primo luogo, mediatrice dello Spirito per mezzo della preghiera. La preghiera sacerdotale, preghiera sacramentale, preghiera della Chiesa, è la più forte anche quando il sacerdote è debole e peccatore. Il battesimo è valido sia se è amministrato con l'acqua limpida sia con l'acqua torbida. La messa è sacramentale se la celebra un sacerdote santo, mediocre o anche peccatore. La Chiesa dà la grazia a chi vuole riceverla e tramite coloro che vogliono collaborarvi, cioè tramite i sacerdoti dai quali esige come minimo la conoscenza piena di ciò che essi ricevono con la grazia sacerdotale e il suo scopo: trasformare e santificare il mondo.


V domenica di Pasqua - Gv 13,31-33.34-35

Amare Cristo nel prossimo

Una volta hanno chiesto ad una suora perché serve con grande sacrificio dei malati gravi, con segni ripugnanti della loro malattia. Rispose che fa tutto per Cristo, che cerca di vedere in loro Gesù. I cristiani l'ammiravano, ma ad un non credente la risposta parve scandalosa. Dichiarò che in questo caso si palesava come la carità cristiana fosse un inganno devoto. Dobbiamo amare il prossimo perché è prossimo, per lui stesso. Aggiunse: "Se qualcuno mi ama davvero, non mi farà del bene per far piacere ad un altro, perché vedendomi si ricorda di un altro".
Quanto più si scandalizzerebbe la stessa persona se leggesse negli Esercizi ignaziani che dobbiamo usare tutte le creature, e fra queste c'è anche il prossimo, tanto quanto ci servono per la salvezza e per il resto essere indifferenti verso tutto e tutti. I libri devoti non sono forse pieni di espressioni come: amare Dio, solo Dio, tutto il resto considerare vanità, ecc.?
Si sa che le espressioni umane per indicare i misteri divini sono sempre parziali e, se uno le comprende superficialmente, può arrivare alle conclusioni sbagliate. Come allora dobbiamo comprendere questa espressione così tipicamente cristiana: amare il prossimo per Cristo, perché in lui vediamo Cristo?
Cominciamo con la constatazione che amiamo un altro uomo per qualche proprietà o persino per qualche circostanza che ci unisce. Resteremo amici perché abbiamo frequentato insieme la scuola, perché abbiamo fatto insieme il servizio militare... Lo consideriamo del tutto naturale. Come si meraviglierebbe la mamma se il figlio le dicesse: "Tu mi ami solo perché sono tuo figlio, che nutri e custodisci. Ma tu non ami veramente me, ami te stessa, ed io appartengo solo al tuo possesso. Se fossi così come sono, ma non tuo, mi scacceresti di casa". Non so chi avrebbe voglia di fare in famiglia discorsi di questo tipo.
C'è solo un aspetto innegabile. Amiamo gli uomini se possiedono una proprietà che suscita il nostro amore. Potrebbe essere solo qualcosa di esteriore: un bell'aspetto, dei bei capelli, nobili parole. Tutti i saggi ammoniscono che l'amore suscitato da cause del genere è instabile. L'esterno cambia con il tempo e l'amato viene sostituito da un altro amato. Il famoso dramma di Edmond Rostand Grano di Bergerac descrive in modo commovente queste situazioni tragiche nelle quali l'aspetto esterno unito alla banalità ignora una relazione fondata sulle belle proprietà dell'animo, su un amore molto più sincero. L'ultimo movente dell'amore del prossimo non può essere neanche la sola intelligenza. L'uomo intelligente è subito ammirato, ma solo in seguito si mostra se è un santo o un egoista. Perciò diciamo che dobbiamo stimare l'altro secondo il suo cuore, secondo ciò che lui è davvero nella sua vita interiore.
Da queste riflessioni segue che non è naturale costruire l'amore del prossimo solo per dei vantaggi esterni. Non è onesto sposare una donna solo perché è un'ereditiera, o solo per soddisfare la sessualità. In queste circostanze, pur vivendo con lei, presto si pensa ad un'altra.
Allora, come si può amare il prossimo che non ha neanche queste qualità esteriori e, al contrario, è affetto da una malattia ripugnante? La risposta generica è data dalla constatazione che in ogni uomo, qualunque sia, è presente l'immagine di Dio secondo la quale è stato creato. Chi è allora amato quando si venera l'immagine? Quando salutiamo la croce in mezzo ai campi, chi veneriamo? Certamente non il sasso o il legno, materia della quale è fatta la croce, ma la nostra venerazione si trasferisce a colui che vi è rappresentato, a Gesù crocifisso. Allora, la suora che fa servizio ai malati lo fa per un motivo simile: vede in loro l'immagine di Cristo crocifisso, oggetto primo del suo amore.
Ma in tal caso non sarebbe vera l'obiezione indicata all'inizio? Nel prossimo si vede un altro, si ama quell'altro che si vede dietro di lui. Sarebbe scambiare l'uno con un altro nell'immaginazione. Ma è veramente così?
Una donna faceva del bene ad un povero studente perché le ricordava suo figlio, della stessa età, che era stato chiamato in guerra. Vedendo lo studente, il suo pensiero correva al ricordo di un altro che era suo. Con questo non faceva male a nessuno. Al contrario, lo studente ne aveva grande vantaggi. Eppure, non si verifica lo stesso scambio mentale nell'azione della suora che cura i malati pensando a Cristo. Perché no? Perché Cristo non è un'altra persona diversa dal malato. Egli vive e soffre in loro in modo mistico. Egli è il capo del suo Corpo mistico. San Paolo, parlando di questo tema, dice che siamo completamente uniti a lui, letteralmente "concresciuti" (cf Rm 6,5) proprio come due alberelli piantati strettamente uno accanto all'altro che alla fine formano un unico tronco. Con il battesimo siamo stati uniti nella stessa vita e dobbiamo vivere insieme con lui. San Paolo suppone quindi che l'unione del cristiano con Cristo sia così intima da penetrare nel nostro "io" interno.
Se quindi uno vede in me Cristo, non vede un altro che io gli ricordo soltanto, ma vede ciò che c'è di più bello e prezioso nel mio stesso cuore. Ama quindi me e apprezza ciò che in me ha il valore più grande: la proprietà di essere tempio di Dio, dello Spirito Santo. Se la suora assiste il malato per Cristo e con Cristo, lo fa perché Cristo si è davvero identificato con i suoi fratelli più piccoli.
Uno che curava i malati in Africa scrisse nel suo diario: alcuni adorano Cristo nel santissimo Sacramento, stanno in ginocchio davanti all'ostia elevata in un ostensorio d'oro. Io provo a fare la stessa adorazione di Cristo nei suoi malati. Mi metto in ginocchio davanti a loro quando lego le bende al lebbroso e lo adoro quando metto la pezza bagnata sulla testa di uno che soffre di febbre.
Si obietta che i cristiani dei secoli passati si sono troppo concentrati sulla loro personale perfezione e che la speculazione teologica si è concentrata sui grandi dogmi, tralasciando ciò che è il messaggio essenziale del vangelo, cioè l'amore del prossimo. È vero che la produzione tipografica cattolica oggi abbonda di esortazioni su questo tema. Ma proprio l'abbondanza degli scritti conduce a trattare il tema talvolta in un modo superficiale. Il cardinale Daniélou avvertiva del pericolo dell'orizzontalismo per il cristianesimo, che può perdere così la sua dimensione verticale.
Che cosa resterebbe delle fervide esortazioni di san Giovanni apostolo sulla carità se si perdesse il loro aspetto cristologico e il loro fondamento nell'amore di Dio, che è come il centro del cerchio delle relazioni umane?. "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore... Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi" ( Gv 4,7-8.13).

 

VI domenica di Pasqua – Gv 14,23-29

La carità – dono dello Spirito

Due studenti di teologia osservavano la vetrina di un negozio di libri religiosi. I nuovi titoli erano edificanti: "più d'amore! ", "La sola cosa di cui abbiamo bisogno", "Ciò che non si può sostituire con un altro amore", ecc. Gli studenti si divertono ad essere spiritosi, perciò uno di loro disse: "Si scrive sempre tanto su ciò che gli uomini smettono di fare". L'altro voleva superarlo con il suo scetticismo e aggiunse la nota di un romanziere tedesco. La parola amore è come il verbo inglese I do, si può adattare a tutto ciò che si pensa e si fa, perciò da solo non ha alcun significato concreto, può essere nobile, banale o addirittura perverso.
Questi commenti vogliono essere spiritosi, critici, eppure non sono del tutto sbagliati. L'amore è il colmo della perfezione cristiana, ma anche il colmo dei misteri, perciò non è facile dire che cosa precisamente significhi. San Giovanni Climaco scrive: "Chi parla dell'amore, parla di Dio stesso, perché Dio è amore (1Gv 4,8). È quindi una cosa rischiosa parlare dell'amore per chi non riflette bene". Se l'amore è identico alla perfezione, è quindi un'opera di vita magistrale. Ma così si vede poche volte. Al contrario, se ne trovano banali imitazioni e plagi. Nell'arte, le più dignitose banalità nascono quando uno mira troppo in alto e non ha la capacità né la possibilità di eseguire ciò che sogna. Una tale banalità si nasconde anche nella frase di La Rochefoucauld che si cita spesso come molto nobile: "Le virtù si annegano in ogni egoismo come il sale nell'acqua". Il colmo dell'amore sarebbe quindi dimenticare se stessi, distruggersi per gli altri.
Frasi del genere si predicano facilmente, ma chi è che le pratica? Già Aristotele era troppo realista per crederci. Ha dichiarato senza ogni reticenza che non esiste altro amore se non quello di se stessi. Difendeva quindi l'egoismo? Al suo tempo quella parola non esisteva ancora. Essa, linguisticamente, è un barbarismo, e indica l'amore perverso di sé. Invece il filosofo greco voleva analizzare la naturale tendenza di ogni uomo di raggiungere la propria perfezione. L'uomo nobile ama tutto ciò con cui può perfezionarsi. Ama la musica, il canto, gli amici... Ma con ciò Aristotele si pone la domanda: se amiamo gli amici, vogliamo bene a qualcun altro o in realtà solo a noi stessi? Risponde: non amiamo tutti, ma solo gli amici, perché essi fanno parte della nostra vita, che è unita a loro. Amicus alter ego, l'amico è il nostro secondo "io", il prolungamento del nostro "io". Se questa coscienza mancasse, sarebbe falso, pensa il filosofo, morire per un altro. Chi non è buono per sé, non sarà buono neanche per gli altri.
Su questo sfondo filosofico, come dobbiamo intendere l'insegnamento del vangelo: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13)? Vi si parla degli amici, allora può essere compreso anche secondo quanto afferma Aristotele: l'amico è il mio altro "io". Ma come possiamo concordare con la filosofia l'altra espressione del vangelo più radicale, quella cioè di amare anche i nemici e di fare il bene a chi ci odia (cf Mt 5,44)? Il nemico vuole distruggere il mio "io" o impedire il suo sviluppo. Perciò anche nell'Antico Testamento la lotta per la propria esistenza coincide con la lotta contro i nemici. Gesù lo ricorda: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici" (Mt 5,43-44). Con questo, il problema dell'amore cristiano si complica. Non solo è contrario ai ragionamenti filosofici, ma anche all'insegnamento dell'Antico Testamento.
La contraddizione non si risolve se non ammettendo che nell'amore esiste un'evoluzione, un progresso, sia nella vita collettiva che individuale. Quali sono i suoi gradi principali? È evidente che la vita di ognuno comincia con l'amare se stessi e tutto ciò che si considera proprio. Approviamo il piccolo bambino che sa difendersi. Ma progressivamente gli insegniamo a distinguere. Deve difendere non solo la sua vita materiale, ma anche la sua dignità umana. Gli diciamo: "Non sei un ragazzo qualsiasi, ma un ragazzo buono, e il ragazzo buono sa rispettare gli altri". Difendere la propria dignità è amore di sé, ma certamente un amore nobile. Si racconta un esempio. A un pittore francese che viveva a Parigi mancavano i soldi per comprarsi i colori. I compagni gli consigliavano: "Tuo padre è ricchissimo, tira fuori tu stesso dal suo conto ciò di cui hai bisogno". Avrebbe risposto: "Mi amo tanto che considererei lecito prendere mille franchi senza permesso. Ma mi amo altrettanto fortemente che non mi vorrei guardare la sera allo specchio e dover pensare che sono un ladro".
Amare se stessi deve allora crescere nella nobiltà. Questa però esige che si faccia del bene a tutti coloro che si considerano come nostri: i parenti, gli amici, i connazionali... Questo era molto sottolineato nell'Antico Testamento. La legge ordinava agli ebrei di amare i loro connazionali perché formavano un solo popolo di Dio. L'amore di se stessi è per così dire allargato dal cerchio personale al cerchio nazionale. È un progresso nell'amore.
Ma il progresso non si può fermare. Il Nuovo Testamento allarga il cerchio dell'amore a tutta l'umanità, perché in Cristo siamo diventati tutti un solo popolo di Dio. Ma per sentire viva questa realtà bisogna rendersi conto del vero legame che ci unisce. Gli israeliti si credevano una famiglia perché li conduceva un solo Dio che aveva il suo tempio a Gerusalemme. Il nuovo tempio è, secondo l'insegnamento di san Paolo, il cuore del cristiano dove risiede lo Spirito Santo (cf 1Cor 3,16). Egli fa, per così dire, parte di noi stessi. Amare noi stessi significa allora per il cristiano anche amare Dio: questi due amori coincidono.
Ma chi ama Dio, deve amare anche tutto ciò che Dio stesso ama. L'amore divino, come sappiamo, è universale. Si estende a tutti gli uomini e ad ogni bene. Allora, per mezzo di questa inabitazione di Dio, del suo Spirito nel cuore umano, anche l'amore cristiano diventa universale e non contraddice l'amore proprio, l'amore di sé. Infatti il vangelo dice che dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, non al posto di noi stessi. In questo sta la Legge e i Profeti (cf Mt 22,39-40).


VII domenica di Pasqua: Ascensione del Signore - Lc 24,46-53

L'ascensione

Uno dei più bei laghi delle Dolomiti è il lago di Braies. Sembra un occhio del cielo in mezzo ai boschi e alle montagne. Perciò in estate è visitato da molti turisti provenienti da tutto il mondo che amano fare il giro delle sue rive. Ma presto se ne vanno. Confessano che a lungo la vista di questa bellezza è opprimente. Si guardano le montagne attorno e ci si chiede quale si potrebbe salire più facilmente, per vedere tutta questa bellezza dall'alto.
Perché la gente ama salire le montagne, le torri? Da là vedono le stesse cose che conoscono da vicino, in pianura. Però dall'alto si vedono con un altro sguardo, in un contesto più largo. Deve esserci un bel tempo. Dall'aereo, il panorama è ancora più ampio, ma se ci sono nuvole l'incanto si perde. Queste esperienze possono essere simbolo della salita spirituale. Può essere di diversi tipi. Può sembrare banale, ma una certa elevazione dello spirito sopra il nostro piccolo orizzonte è rappresentata anche dalla lettura dei giornali e dal guardare la televisione. Attraverso questi mezzi di comunicazione, l'uomo vede ciò che succede in America, Africa, Asia. Tanto più uno studio serio allarga il nostro piccolo orizzonte mentale. Anche gli artisti con le loro opere ci offrono nuove visioni della realtà.
La più perfetta elevazione della mente in alto è, secondo Platone, la filosofia. Essa è capace di alzare il nostro pensiero fino a Dio. Fin dai tempi antichi gli uomini costruivano i santuari sui colli. Per andare dalle divinità, bisognava prendere un cammino in salita, talvolta anche molto ripido. Eppure Platone non credeva nell'efficacia di una tale salita a piedi. Al vero Dio, che è la suprema idea della bellezza e della bontà, non ci conducono i piedi, ma la mente pura. La mente è destinata a questa contemplazione dalla sua stessa natura. La sua vera patria non è qui sulla terra, perciò essa si spinge continuamente verso il cielo.
Ma se uno è già riuscito una volta a salire al cielo, anche se lo ha fatto solo con la mente, può dopo interessarsi ancora delle cose che accadono sulla terra? Platone, e dopo di lui molti altri, pensavano che l'interesse per la terra, dopo una tale ascesa, sarebbe nocivo. È la ragione per la quale gli atei disprezzano tutte le religioni. Sono nocive, perché mostrano alla gente devota il cielo e di conseguenza fanno perdere l'interesse per il lavoro serio sulla terra. Ciò conduce alla dimenticanza degli obblighi, alla pigrizia, all'oscurantismo. Anche Gesù è salito al cielo. Qual è, da quel tempo, la sua relazione con la terra? Già il luogo in cui gli apostoli lo hanno visto salire è caratteristico. Si tratta del Monte degli Ulivi. Oggi, sulla cima, c'è un monastero di monache ortodosse con una torre. Da quella torre c'è una larghissima veduta su Gerusalemme, sulla Giudea, su una parte della Palestina. Gesù di là vide tutta la sua opera, la sua vita da Betlemme fino al Calvario. Benedisse tutti e promise di ritornare per condurre alla perfezione il regno di Dio.
Di conseguenza la salita cristiana, il pensiero al cielo, alla vita futura, non è una fuga dal mondo, ma è il desiderio che il nostro lavoro umano sulla terra abbia uno scopo, un valore eterno. Sotto questo aspetto, la religione cristiana differisce essenzialmente dalle religioni non cristiane che insegnano una opposizione radicale fra il cielo e la terra. E se i cristiani stessi propongono il cielo così? Le loro prediche non hanno poi un grande successo. L'uomo ama infatti la terra sulla quale è nato, nella quale è cresciuto e che considera come la sua amata patria, celebrata da tanti versi di poeti. Perché allora dovrebbe rinunciare a tutto questo? Si dice che gli uomini voluttuosi, che vogliono godere di tutte le gioie terrestri, dimentichino il cielo. Ma non si affrettano per andare in cielo neanche gli uomini laboriosi e onesti. Un agricoltore che per tutta la vita ha coltivato i suoi campi non si stacca troppo facilmente da loro nel momento della morte. Ma, secondo il parere di Solov'év, questa inefficacia della predicazione cristiana riguardo alla vita futura deriva dal fatto che i predicatori non danno alla gente la giusta immagine del cielo. Lo separano troppo dalla terra. Non c'è dubbio che fra le due realtà c'è un abisso, lo sappiamo tutti dall'esperienza. Ma il messaggio cristiano si deve concentrare sull'annuncio che già da duemila anni il vangelo ci assicura che questo abisso è superato, che il cielo e la terra si sono uniti in Gesù Cristo.
Sul Monte degli Ulivi gli apostoli lo videro salire in cielo. Ma poco prima lui li aveva assicurati: "Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Come conciliare queste due realtà? Negli Atti degli Apostoli leggiamo che Gesù si sottrasse al loro sguardo (cf At 1,9). Smisero di vederlo. così è infatti la sua presenza nella Chiesa, in noi, nei sacramenti. È in mezzo a noi, ma non lo afferriamo con gli occhi. Però crediamo nella sua presenza. L'eucarestia è pane frutto della terra e del lavoro dell'uomo. Eppure è contemporaneamente "pane del 'cielo". La Chiesa è una comunità composta di uomini che conosciamo, vediamo, che sono uniti fra di loro secondo le leggi del diritto canonico.
Ma allo stesso tempo è il corpo di Cristo, corpo di colui che è salito al cielo.
Ma insieme crediamo anche ad un'altra realtà. I nostri parenti e conoscenti morti si trovano—lo speriamo fermamente—in cielo. Non li vediamo né li ascoltiamo più. Eppure crediamo che ci sono vicini, che partecipano alle nostre preghiere e ci assistono nella nostra attività.
E noi? Viviamo sulla terra, lavoriamo negli uffici, nelle aziende, nei campi, a casa. Eppure la Chiesa ci esorta ad abitare con la nostra mente in cielo. Infatti ogni nostra preghiera sale fino al Padre, dal quale scende ogni bene sulla terra per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.


Domenica di Pentecoste - Gv 14,15-16.23-26

Lo Spirito Santo

Nella Sacra Scrittura si parla spesso dello Spirito del Signore, dello Spirito di Cristo, dello Spirito di verità, ecc. I teologi interpretano tutte queste espressioni fondamentalmente in un senso unico: si tratta dello Spirito Santo, la terza Persona divina. Non è un'interpretazione troppo forzata? Anche nelle lingue moderne incontriamo spesso la parola "spirito". Diciamo, ad esempio, che fra gli italiani vive ancora lo spirito del risorgimento, che i padri francescani devono conservare lo spirito del Poverello di Assisi, e così via. A nessuno viene l'idea che dovrebbero avere incarnata in loro l'anima del fondatore defunto. Si intende piùttosto questo modo di dire come un appropriarsi della sua mentalità. Sembrerebbe che questo significato approssimativo basterebbe a spiegare il testo di san Paolo che dice che i cristiani devono avere lo spirito di Cristo, lo spirito di Dio (cf Rm 8,9).
Se la Scrittura fosse soltanto un libro profano, questo significato generico della parola "spirito" basterebbe. Non diciamo neanche che è sbagliato. Ma è incompleto. Già i termini profani esigono un fondamento più reale. Se diciamo che negli italiani è vivo lo spirito del risorgimento, non diremmo così dei cinesi, perché non hanno lo stesso passato, non appartengono allo stesso popolo.
Allora, se i cristiani devono avere lo spirito di Cristo, questo significa che sono della sua stessa stirpe, che durante il battesimo sono divenuti dello stesso genere, "partecipi della natura divina", come leggiamo nella lettera di san Pietro (2Pt 1,4), e che, secondo la promessa del Salvatore, hanno ricevuto da lui la vita nuova, vita in Dio.
Diversa è la situazione quando si formano nuovi movimenti politici, sociali, culturali. Qui gli uomini sono uniti per mezzo di un'idea. Quando ricevono un nuovo membro, lo indottrinano, gli insegnano come pensare in concordanza con loro, come propagare l'idea comune. Quando questo riesce, si può constatare che il nuovo membro possiede "lo spirito" della società.
Anche i discepoli di Cristo cercano di pensare in un modo concorde. La somma delle convinzioni comuni si chiama fede. Ma questo pensare comune ha la sua sorgente nell'unità della vita, nella comune "anima della Chiesa", cioè viene dallo Spirito Santo, non è importato dall'esterno come qualcosa di estraneo. Gesù spiegava per tre anni interi ai suoi discepoli i principi fondamentali del regno di Dio. Detto così, sembra che anche lui fosse il fondatore di un nuovo movimento. Ma egli stesso dichiarò apertamente che i discepoli non avrebbero potuto comprendere la sua verità finché non sarebbe arrivato lo Spirito Santo ad insegnare ogni cosa (cf Gv 14,26). Solo in quel momento le prediche di Gesù diventarono per loro l'esigenza della vita interiore.
In questo senso bisogna comprendere i testi della Scrittura e della tradizione che parlano dello Spirito Santo in parabole, in metafore, in insinuazioni. Nella sua promessa sul battesimo, Gesù parla di una nuova nascita dall'acqua e dallo Spirito Santo (cf Gv 3,5). In un modo simile la Bibbia presenta l'inizio di tutto il creato, della vita: "Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Gen 1,2). Nel battesimo questa nuova vita misteriosa nasce dallo Spirito Santo e dall'acqua. Perciò nel Credo niceno-costantinopolitano lo Spirito Santo riceve il titolo di "vivificante" (in greco zoopoión), cioè che dà la vita. I Padri greci ricordavano in questa occasione anche le teorie degli antichi filosofi sull'inizio della vita. Talete di Mileto affermava che tutto proviene dall'acqua. Dove penetra l'acqua comincia la vita. Allora Clemente di Alessandria chiama lo Spirito Santo "acqua celeste che irriga il deserto della terra e lo trasforma in paradiso". L'acqua è sempre la stessa, eppure nella rosa è rosacea, nel giglio è bianca, nella viola violacea. Allo stesso modo l'unico Spirito in un uomo ispira il martirio, fa dell'altro un insegnante, di un terzo un profeta..., cioè dà a ciascuno il suo volto spirituale.
Tutte le manifestazioni della vita cristiana sono, quindi, conseguenze dirette dello Spirito Santo. San Paolo le chiama carismi e ne enumera molti: "A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell'unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti, a un altro la varietà delle lingue; a un altro infine l'interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole" (1Cor 12,8-11).
Questi doni, molti e di varie forme, costituiscono la "multiforme sapienza di Dio" (Ef 3,10). Ma si può anche dire che lo Spirito Santo è "cristoforme" perché fa e perfeziona in tutti l'immagine di Cristo. Perciò i titoli con i quali indichiamo lo Spirito Santo sono simili ai titoli di Cristo, talvolta sono anche gli stessi. Gesù ci dà la sorgente di acqua viva (cf Gv 4,14) e quest'acqua è lo Spirito. Il Messia è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo (cf Gv 3,19), lo Spirito è la luce dei cuori. La relazione fra queste due luci è spiegata dai Padri con il versetto del Salmo 36,10: "Alla tua luce vediamo la luce", cioè nello Spirito Santo vediamo Cristo. Nelle pitture che rappresentano i grandi dottori della Chiesa, come san Gregorio Magno e Basilio, è in genere raffigurata una colomba: essi difendevano la divinità di Cristo sotto l'ispirazione dello Spirito.
Come prova della forza dello Spirito si indicavano fin dall'inizio i martiri, uomini capaci di morire per la fede in un periodo di cultura decadente nella quale c'era una molteplicità di diverse opinioni che non si consideravano importanti. Tra i martiri cristiani non c'erano solo soldati, uomini coraggiosi, ma anche donne e addirittura bambini che da soli non avrebbero avuto questa forza. Allora i martiri (parola che in greco significa "testimoni") sono appunto testimoni della forza superiore che agisce in loro.
Ma già fin dall'inizio si vedeva anche un altro segno visibile dello Spirito. Il grande impero romano cercava di riunire i popoli con il suo grande apparato legale e culturale (la cosìddetta pax romana), ma questo immane sforzo crollò. E sulle sue rovine sorse la Chiesa, che riunisce i popoli dispersi nello Spirito, Spirito di carità. Perciò la carità, come dice san Paolo (cf 1Cor 13,1ss), è il segno più manifesto dello Spirito.