Tempo di Quaresima

Tomáš Špidlík

altarequar

I domenica di Quaresima - Lc 4,1-13

Le tentazioni di Gesù

Parecchi anni fa l'Azione Cattolica di Roma prese un'iniziativa che doveva servire per attualizzare i temi delle prediche domenicali. Si cominciò con la Quaresima. Alcuni giorni prima della domenica, di solito il mercoledí sera, era organizzata una "tavola rotonda", una discussione sul tema del vangelo che si doveva leggere la domenica successiva.
tema era spiegato da un professore di scienze bibliche, da un patrologo, poi un poeta doveva parlare delle ispirazioni che vi aveva trovato, infine era il turno di un sociologo o di un politico. Il primo tema fu quello delle tentazioni di Gesú e fu illustrato da uno scrittore.
Questi confessò che il tema delle tentazioni di Gesú lo aveva sempre affascinato. Citò passi tratti da un teatro popolare siciliano su questo tema e aggiunse che lui stesso non si sarebbe potuto immaginare Cristo senza che questi fosse tentato. La gente si meraviglia che il diavolo abbia osato tentare il Messia. Lo scrittore disse che la tentazione appartiene alla crescita di ogni grande uomo. Ogni opera magnifica sorge da una scelta radicale e dalla continua lotta contro il male.
È interessante che in molti punti lo scrittore sia stato in perfetta sintonia con ciò che prima di lui aveva detto il patrologo spiegando le sentenze dei Padri al riguardo. Anche sant'Antonio abate considerava la tentazione come un elemento necessario dello sviluppo spirituale. Da lui proviene la nota sentenza: "Chi non è tentato, non sarà salvato".
La vita spirituale è un combattimento, e si combatte contro qualche nemico. Evagrio, teorico dei monaci egiziani antichi, distingue due tipi di nemici: esterni ed interni. Quando uno decide di dedicarsi alla vita spirituale, incontra all'inizio molte difficoltà esterne. Tutti sembrano ostacolarlo. I parenti non lo comprendono, gli amici lo scoraggiano, altri lo impediscono. Ma tutto questo passerà. Le difficoltà esterne diminuiscono. Significa che viene un periodo di pace? Al contrario, comincia un tempo di difficoltà interiori. Se smettiamo di occuparci gli affari esterni, sorgono le onde contrarie dall'interno, dal cuore. Ci ricordiamo le cose vissute in passato, ora inutili. Ci vengono in mente cose irraggiungibili, la fantasia crea e combina forme perverse. Si può dire che dalle onde interne emerge il terrificante Leviatan biblico.
Un inesperto se ne meraviglia e si spaventa. Vede i grandi pericoli se seguirà questi impulsi pazzeschi; si immagina già annegato nell'abisso che si è aperto davanti a lui. In questo momento, insegnano i Padri, si deve incontrare un esperto padre spirituale che conosce bene tali fenomeni interiori. Questi insegnerà a chi si è confidato con lui a distinguere il bene e il male, gli mostrerà il metodo con cui si combatte il male, come si resiste alle tentazioni e come in questo combattimento l'uomo non s'indebolisce, ma al contrario cresce e si fortifica. Attraverso tale processo si diventa un uomo di Dio, che rende ridicolo il diavolo con le sue tentazioni.
Lo scrittore era molto contento di questa esposizione del patrologo. Disse che anche lui si immagina cosí la crescita di un genio: una scelta continua fra il bene e il male. Ma in seguito lo scrittore e il patrologo cominciarono a distanziarsi in ciò che dicevano: lo scrittore parlava come se il male appartenesse alle radici dell'essere umano e come se, senza il male, non ci fosse neanche l'idea del bene.
A questo punto il teologo cominciò a protestare. Avverti che in tal modo si esprimeva anche il popolare mistico protestante Jakob piú volte condannato, anche se fino ad oggi ispira alcuni pensatori cristiani. Ma, per spiegare bene la posizione cattolica, dobbiamo far attenzione a non dare alle tentazioni un'importanza piú grande del dovuto.
Già fra i monaci antichi ce n'erano alcuni che esageravano la forza della tentazione. Questi erano diffusi soprattutto fra i monaci siriaci. La razza semitica, dalla quale provenivano, dà una grande importanza a ciò che si sente e a ciò che si pensa secondo i ragionamenti logici. Sentire è senza dubbio un'attività del cuore, ma anche la ragione è un grande dono di Dio capace di farci prendere l'atteggiamento giusto in caso di sentimenti fallaci. Cosí è anche nel caso del nostro problema. La rivelazione cristiana ci assicura che tutto ciò che è creato da Dio è buono (cf Gen 1,10ss). Non è quindi possibile ammettere che il male sia alla radice del nostro essere. Questi monaci siriaci pensavano che la nostra mente fosse come un campo di battaglia dove c'è una guerra fra Dio e il diavolo. L'uomo deve decidere da che parte stare.
Immaginare il cuore umano come un campo di battaglia è una metafora che piaceva anche ai Padri della Chiesa, ma con piú ottimismo. Consideravano l'anima umana come la parte che combatte con piú sicurezza. Essa è come un castello in cui ha la sua sede naturale lo Spirito Santo. La malizia cerca di prenderlo in suo potere. Ma deve attaccarlo dal di fuori. Gli attacchi si fanno con i cattivi pensieri, con le immaginazioni perverse, con i desideri. Ma, se questi non sono buoni, non provengono da noi, non sono nostri. Penetrano nel nostro castello interiore soltanto se apriamo loro liberamente la porta del cuore.
Forse qualcuno obietterà che non c'è una differenza essenziale fra le due diverse tendenze. Se gli impulsi al male provengono dal di fuori o dal di dentro, il risultato pratico è lo stesso: devono essere combattuti.
Eppure la differenza fra queste due concezioni è essenziale. Contro il male si combatte con il cuore puro, con la voce di Dio che vi parla. Come potrebbe avere un cuore puro l'uomo interiormente diviso, buono e cattivo insieme, mezzo angelo e mezza bestia, come diceva Pascal, mezzo santo e mezzo diabolico? Cristo vuole che combattiamo come santi la "lotta angelica". Il male al quale non acconsentiamo non ci appartiene.
Nella storia, la Chiesa ha sempre dovuto difendere ciò che ha definito, ad esempio, contro Michele Baio: "La concupiscenza proviene dal peccato, spinge al peccato, ma non è peccato". Non siamo cattivi solo perché ci vengono pensieri e desideri cattivi. Nessuno è suicida solo perché gli viene l'idea di saltare dalla finestra. Non odio il prossimo per il fatto che mi è antipatico e che mi vengono pensieri d'invidia. Non commetto peccato contro il sesto comandamento solo perché la fantasia mi turba con immaginazioni impure. L'insegnamento della Chiesa su questo punto è fermo. Come altrimenti potrebbe essere tentato Gesú, "il santo di Dio" (Mc 1,24)? Siamo tentati quotidianamente anche noi, ma approfittando di questo possiamo crescere nella santità, nella maturità dei figli di Dio (cf Ef 4,13).


II domenica di Quaresima - Lc 9,28-36

La trasfigurazione

Una ragazza portò con sé il suo futuro sposo in chiesa, dove di solito questi non andava. Non diceva di non essere credente, ma non riusciva a capire che cosa potrebbe dare di positivo la fede. Quella volta era andato in chiesa per far piacere alla ragazza. Il canto gli piaceva. Fu letta l'epistola. Non ci capi niente. Poi venne la lettura del vangelo sulla trasfigurazione sul monte Tabor. Questa volta capiva, ma sorrideva: "Una bella favola. I maghi sanno trasformare le cose". La ragazza prese male questa osservazione, ma come spiegarlo al suo ragazzo! Disse poi che anche a lei il miracolo sul Tabor sembrava molto diverso da altri miracoli di Gesú. Altrove Gesú cerca di aiutare qualcuno: guarisce un malato, risuscita persino un morto. Ma qui? Soltanto si trasfigura. A quale scopo?
Con obiezioni di questo genere è meglio proporre la questione da un altro lato. Che cosa pensare quando si sente parlare di trasfigurazione? Il giovane in questione si immaginava un mago delle favole che fa cambiare un uomo triste in un salice, una principessa in rana, ecc. Il poeta Ovidio, il quale raccolse dalla mitologia simili racconti, diede alla sua opera il titolo di Metamorfosi, trasformazioni. Una cosa del genere non può essere avvenuta sul Monte Tabor, avvertono i Padri della Chiesa. Se Gesú avesse cambiato la sua forma, non sarebbe stato piú lui e gli apostoli non l'avrebbero riconosciuto. Avrebbero visto un altro. La trasfigurazione di Cristo doveva, quindi, essere del tutto diversa, non magica, non mitologica. Ma qualche cosa doveva pure cambiare. Gli apostoli hanno visto Gesú in un'altra luce, diversa da quella precedente. Con i loro occhi hanno visto ciò che prima credevano secondo le parole di Gesú. Ora hanno visto ciò che prima hanno ascoltato e ciò che, sei giorni prima, Pietro aveva confessato: che Gesú era il Cristo, il Figlio del Dio vivo (cf Mt 16,16).
Anche noi conosciamo quotidianamente un cambiamento di luce. Come cambia la strada davanti ai nostri occhi nel passaggio dal buio alla luce del mattino! I turisti sulle
Dolomiti amano salire di notte alla cima della Croda del Becco, all'altezza di 2800 metri, e contemplare la levata del sole. Che vista meravigliosa osservare i ghiacciai emergere dall'oscurità e cambiare ogni momento il loro splendore e i colori!
La luce trasfigura quindi il paesaggio. Ma tutto questo, dirà uno che non è troppo poetico, è un'illusione. Il luogo rimane sempre lo stesso. Cambia la veduta. Ma se il poeta parla della trasfigurazione, allora dobbiamo metterci dalla parte dei poeti. Senza la luce, il paesaggio non è ciò che deve essere per noi. Che cosa potremmo dire delle montagne delle Dolomiti se dovessimo conoscerle solo alla luce di una candela!
Però anche il termine "luce" si può comprendere in un doppio senso. Come i filosofi platonici, così anche i Padri della Chiesa parlano della luce esterna, dei sensi, e della luce interna, della mente. Quando un uomo comincia a capire una cosa, diciamo che gli viene una luce nella mente, che "vede" di che cosa si tratta. Una tale luce cambia davvero il mondo. Diversamente vedono l'universo gli uomini eruditi e gli ignoranti. Per chi conosce la lingua del paese, una terra straniera è diversa rispetto a colui che non riesce a fare una conversazione con nessuno.
Una bella descrizione del cambiamento della vista interiore la leggiamo nel romanzo di Tolstoj Anna Karenina. Un giovane che ad un tratto si è innamorato piange di emozione vedendo due colombe e incontrando un bambino che vuole regalargli un mazzetto di fiori. Prima era piuttosto cinico. Il cambiamento è stato prodotto non dalle colombe, neanche dal povero bambino che voleva guadagnare un soldino, ma dal fatto di aver saputo che la sua ragazza lo ama. Perciò diciamo giustamente che l'amore trasforma il mondo. Lo comprendiamo anche in un senso pratico. Dall'amore nasce la voglia di lavorare e di trasformare il nostro ambiente. Ma questa è già la seconda conseguenza dell'amore. La prima è quella che possiamo chiamare "contemplativa". Ciò che si ama si vede diversamente. Se già l'amore naturale di due innamorati riesce ad operare una tale trasfigurazione, un cambiamento incomparabilmente piú grande si produce in colui al quale Dio ha infuso nel cuore la luce dello Spirito Santo. È una luce che allarga gli orizzonti e che fa cambiare i colori a ciò che raggiunge, che cioè dà nuovi valori a quello che prima non si apprezzava. In un mondo cosí trasfigurato ognuno si sente bene e vorrebbe, come san Pietro, restare sul monte (cf Mt 17,4).
Quando i Padri parlano della trasfigurazione sul monte Tabor, la paragonano alla risurrezione dai morti e al cielo. Anche le religioni non cristiane hanno qualche idea della vita dopo la morte, pure se incerta ed espressa con i simboli della felicità naturale. Si parte da una supposizione comune: per essere veramente felice e in un modo costante, il mondo che incontriamo oggi non è sufficiente. Dobbiamo trasferirci altrove. Differente è l'insegnamento cristiano sulla risurrezione. Non è un trasferimento altrove, è il ritorno nel mondo nel quale siamo nati e che amiamo. Ma questo mondo deve essere trasfigurato. E sarà trasfigurato nel momento in cui noi stessi saremo trasfigurati interiormente con la luce e la carità dello Spirito Santo. Allora le montagne sulle quali oggi cerchiamo di salire diventeranno come il monte Tabor e questo apparirà come il nostro programma di vita.


III domenica di Quaresima - Lc 13,1-9

Il fico sterile

La gente si fermava. Un uomo discuteva ad alta voce con un poliziotto. L'uomo gridava: "Lasciatemi in pace. Non ho fatto niente. Uno non può essere punito se non ha fatto niente". Come difesa del principio, certamente aveva ragione. Come la cosa fosse in concreto, non lo sappiamo. Certo è che in un altro caso parecchi potrebbero essere puniti proprio perché non hanno fatto niente. Una suora, economa del suo ordine, prelevò una volta dalla banca una notevole somma di denaro. Fu vista da uno che aspettava occasioni del genere. Dopo l'uscita dalla banca, l'aggredì e cercò di strapparle la borsa. Questa si difendeva coraggiosamente e gridava, ma i passanti facevano finta di niente, tranne un giovane generoso.
La morale cristiana distingue due tipi di peccati: i fatti contro la legge di Dio e le omissioni del bene che si deve fare. Perciò all'inizio della messa ci pentiamo per entrambi. L'omissione del bene è simboleggiata nel vangelo con la parabola del fico sterile. Il proprietario ordina di abbatterlo perché non porta frutti. Comprendiamo facilmente questo esempio nella nostra società consumistica. Essa si libera senza misericordia di tutto ciò che non è utile. Non lo fanno solo i commercianti, ma anche i privati. Gli appartamenti nelle città sono piccoli. Perché vi si dovrebbero ammucchiare cose che occupano spazio inutilmente? Incontriamo molta gente. Perché intavolare con qualcuno un discorso senza profitto? Purtroppo questa mentalità, che verso le cose si può pure giustificare, si trasferisce anche alle relazioni con quelle persone che ci dovrebbero essere molto vicine. Perché tenere nell'appartamento i vecchi genitori se possono essere mandati in un ospizio? E perché avere bambini? Un cagnolino costa meno e richiede meno cura e responsabilità. Uno psicologo canadese ha fatto uno strano studio per mostrare come un tale atteggiamento nasce e cresce. Ha scritto una tesi di dottorato sui sacchi neri dell'immondizia. Un bambino, scrive, in un certo periodo del suo sviluppo si attacca fortemente a certe cose che comincia a considerare solo sue: i giocattoli, una scatoletta speciale trovata sulla strada, ecc. Vuole conservarli in qualche nascondiglio, affinché gli altri non lo sappiano. In campagna si trovava questo nascondiglio nel cavo vuoto di un albero, nella paglia... Ma dove trovare un nascondiglio nell'appartamento in città? Il bambino mette i suoi tesori dietro l'armadio, sotto il letto. Ma gli adulti lo scoprono presto e si adirano: "Butta quella robaccia nell'immondizia!". Il bambino piange, ma questo non lo aiuta. La cosa sparisce nel sacco nero. Alla fine il bambino se ne ricorda e di propria iniziativa vi butta ciò che lo annoia. Lo psicologo conclude: questo atteggiamento diviene normale anche verso gli uomini, liberarsi di quelli dai quali non abbiamo profitto.
Così ci siamo abituati ad agire. Ma si può trasferire questo atteggiamento a Dio? Egli infatti non ha nessun profitto per sé dalla sua benevolenza verso gli uomini. Non coglie frutti dagli alberi per la sua mensa. Non accetta, ma dona. Che cosa Dio ha allora da rimproverare ad un fico che non porta frutti? Dobbiamo prima rivolgere la nostra attenzione a ciò che Dio regala. I suoi doni sono numerosissimi, ma hanno un nome generale comune: la vita. Dio, che è eternamente vivo, dà la vita affinché questa si sviluppi progressivamente. E che cosa si aspetta dagli uomini? Che accettino tale dono. San Basilio svolge questo tema nell'interpretazione del primo capitolo della Genesi che tratta della creazione. Il cosmo è pieno di vita perché le creature accettano il comando di crescere e moltiplicarsi. Le creature senza intelletto accettano la parola di Dio come legge della natura. Sono come il fico piantato per portare frutto. L'uomo, che è intelligente e libero, deve accettare la parola divina consapevolmente e liberamente. Che cosa succede con lui se la contraddice, se non la accetta? Viola e distrugge la sua identità. È come un fico sterile.
Dio allora lo abbatte per punizione? Le pene di Dio non sono imposte dall'esterno come succede nei tribunali del mondo. La pena per inobbedienza a Dio è una conseguenza di questo stesso fatto. Quando l'uomo pecca, è lui stesso a punirsi. È proprio come se qualcuno beve un veleno. Lui stesso si avvelena liberamente. Perché allora Dio ci ha creati liberi? Per poterci distruggere da soli?
La libertà non è data certamente per questo e non può, in tal caso, essere chiamata vera libertà. Nella concezione popolare, chiamiamo libero colui che può fare quel che vuole, scegliere una cosa o l'altra, il bene o il male. In questo sta la dignità dell'uomo, ma anche la sua debolezza. È come se dessimo ad un inesperto le chiavi dell'auto. Con la macchina può andare al lavoro, ma può anche schiantarsi contro un muro. La sola possibilità di scegliere tra una cosa e l'altra non è ancora il colmo della libertà. È soltanto la condizione per essere liberamente creativi come crea Dio. Lo osserviamo negli artisti. Si sentono veramente liberi quando possono eseguire un'opera bella. Tutti siamo in qualche modo artisti chiamati a eseguire opere buone e belle in campi diversi.
Allora, che cosa creiamo? Molte cose esterne per il nostro dovere o per il nostro piacere. Ma con ciò, anticamente, l'uomo crea anche se stesso. Nella cappella Sistina, Michelangelo dipinse Dio che stende la mano verso l'uomo. È l'espressione tacita della parola divina: "Sii fatto!". E verso questa mano di Dio si tende la mano di Adamo, come se dicesse: "Accetto". Se non accettasse, non sarebbe lí.
Questo atto della creazione si ripete, in modo limitato, in tutte le azioni umane. Il peccato significa rifiutare o omettere la forza creativa divina che ci è comunicata. Quale peccato è più grave: fare il male o omettere di fare il bene? In fondo coincidono, perché in entrambi i casi omettiamo, rifiutiamo il grande dono della vita e della libertà: la capacità e la vocazione a fare il bene.
Questa considerazione è di grande attualità nel tempo di oggi. La gente non ama sentire le prediche su cosa deve fare e su cosa gli si proibisce. Non piace neanche che Dio venga presentato come un giudice severo che punisce ogni peccato. Ma è una verità di fede. Se qualcuno sente avversione per questo, significa che comprende tale verità troppo esternamente. Abbiamo perciò mostrato che fare il bene ed evitare il male sono esigenze della nostra identità e libertà. Se poi siamo puniti perché non abbiamo fatto il vero bene, la punizione non cade dalle nuvole, ma da noi stessi. Questo ha il vantaggio che possiamo alleggerirci con la penitenza, cioè con un nuovo atto di libera creatività insieme con Dio. Il fico della nostra vita può ricominciare a portare i frutti per la tavola del bene universale, dove ci metteremo a sedere insieme con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà.


IV domenica di Quaresima - Lc 15,1-3.11-32

Il figlio prodigo

Le immagini del figlio prodigo erano appese sui confessionali. Se vi si trovano ancora, di solito sono di vecchio stile, scolorite. Un intellettuale si senti irritato dalla loro presenza: "Non sopporto il sentimentalismo. Già il testo del van-
gelo è un po' cosí, e accompagnarlo ancora con queste immagini dolciastre... non meravigliatevi che non mi commuovono, piuttosto mi irritano!". Certo, se uno vede la parabola con questi occhi, non potrà essere commosso. Ma essa non è stata raccontata da Gesú per mostrare l'idealismo della vita familiare. Si occupa del fondamentale problema cristiano: l'esistenza del male e la sua soluzione.
Che atteggiamento dobbiamo prendere verso tutto ciò che ogni giorno disturba la nostra vita? Sbagli, inavvertenze, ma anche vere malizie, peccati. La vita quasi automaticamente cerca di correggere ciò che è sbagliato. In una macchina, la riparazione può essere relativamente facile. Ma l'uomo è un essere troppo complicato. Inoltre, i suoi errori e i suoi peccati sono di tante specie!
Il tipo piú semplice di correzione morale si presenta cosí: l'uomo si rende conto che ha agito in modo sbagliato. Dice fra sé e sé: "Ho agito male. A chi ho fatto danno? A me stesso. Cercherò di correggere la mia condotta per non perdere la mia posizione nell'ufficio, in famiglia, nella società". È un motivo lodevole per correggersi. È anche giusto considerare il peccato come un danno a me stesso e la scoperta della possibilità di correggersi. Chi è caduto, deve avere la forza di rialzarsi. In questo senso, sentiamo molto belle le esortazioni pedagogiche: "Abbi coraggio! Tutto si può rimediare. La via della salvezza è nelle tue mani". Vedere sotto questo aspetto il male e la sua emendazione è utile, ma è parziale. Siamo davvero capaci di riparare ogni male che abbiamo fatto a noi stessi e agli altri? C'è da dubitarne.
Il male, il peccato non è soltanto un danno per noi. Le tragedie greche classiche mostrano efficacemente come con una trasgressione della legge morale si turba tutto l'ordine cosmico. L'universo è armonia, pace universale, in greco kósmos, cioè bellezza e ordine. Le azioni contro le sue leggi causano la catastrofe. Tutto l'universo reagisce allo stesso modo di un organismo vivo che cerca di eliminare ogni elemento estraneo penetrato nella sua costituzione interna. Questa naturale reazione del mondo contro il male si manifesta come una necessità di vendetta, di punizione. I greci la personificavano nella dea Nemesis alla quale nessuno sfugge. È una spiegazione mitologica, ma esprime un'esperienza generale: non si sa come questo avviene, ma ogni male commesso, in qualche modo, ritorna a chi lo ha compiuto. Tutto torna. Ogni peccato si volge alla fine contro il suo autore nei momenti in cui non se lo aspetta affatto. In questo contesto, è possibile qualche emendazione, penitenza? Difficilmente. Le tragedie greche finiscono con una catarsi, una purificazione. Questa non è una liberazione dell'uomo, ma del mondo. Il peccatore è punito, muore, e l'universo cosí è liberato dal male per il bene delle future generazioni.
In questa concezione della giustizia non può entrare la parabola del figlio prodigo. Le leggi del mondo ordinato non possono permettere il disordine. Il perdono non ha troppo posto neanche in una società umana ordinata. Ciò che turba le relazioni pacifiche fra gli uomini deve essere semplicemente eliminato.
È quanto si fa negli stati ben organizzati. Ai disturbi cosmici del male l'uomo moderno non pensa troppo. Si è ormai allontanato da tanto tempo da una vita a stretto contatto con la natura. Ma è fermamente convinto che il giusto ordine deve essere mantenuto dallo stato. La polizia e i tribunali devono funzionare e intervenire con la loro forza punitiva ovunque. La negligenza in questo campo è classificata come corruzione. Si ammette una piccolissima condiscendenza nei casi in cui il trasgressore ha mostrato una sincera volontà di correggersi, quando si concede la grazia ai pen-
titi. Ma abbiamo sempre paura che questo non avvenga spesso e che non sia un procedimento davvero efficace. Il padre misericordioso del vangelo non si propone come esempio ai ministri della giustizia. Ma neanche un buon padre di famiglia è da lodare se sopporta tutto quello che fanno i figli.
Allora ci chiediamo: esiste davvero un campo della convivenza in cui la parabola del figlio prodigo si potrebbe applicare conseguentemente? Deve esserci, ma dobbiamo trasferirci su di un piano superiore a quello del nostro mondo: vedere il peccato non soltanto come offesa di un ordine, ma come offesa personale a Dio stesso. Nella formula dell'Atto di dolore si recita: "Mi pento dei miei peccati perché ho offeso te, infinitamente buono". La legge non può perdonare, ma la persona sí. Il Dio rivelato dal vangelo è persona ed è padre. E il peccatore? Se è capace di riconoscere che Dio è davvero Padre e vuole tornare a lui, in tal caso è veramente pentito e può ricevere la grazia da Dio, che è l'unico a saper coordinare l'atto di clemenza con l'esigenza della giustizia generale.


V domenica di Quaresima - Gv 8,1-11

La fedeltà matrimoniale

Molti anni fa si proiettava con successo anche in Europa un film americano. Il tema era preso dalla vita dei primi olandesi emigrati nella regione di New York, semplici contadini con una severa morale calvinista. Ma qui questi contadini incontrano un altro mondo, quello di alcuni ricchi emigrati dall'Inghilterra, tra i quali dei nobili. L'incontro fra questi due livelli di società dava vita ad un tacito scontro nel quale aveva la meglio la sana vitalità dei contadini. Nel film c'è il tentativo di superare il conflitto con una storia di amore. Ma si trattava di un amore vero? Un ricco proprietario terriero si rende conto che sua moglie, malaticcia e decadente, non gli darà un erede. Per rinnovare la vitalità della sua stirpe, decide di sposare la sana figlia di un robusto contadino. Aiuta la moglie a passare all'altro mondo e gira attorno alla contadinella con l'intenzione non nascosta di sposarla. La notizia fa rumore in tutta la regione e la ragazza è fuori di sé dall'entusiasmo per la speranza di diventare padrona di una casa di cui cerca invano di contare le finestre. Ma al contrario, suo padre, un duro calvinista, sospetta qualche inganno da parte del ricco. La mamma vive invece sentimenti divisi. Vedere la figlia salire cosí in alto la lusinga, ma qualche dubbio lo ha anche lei. Alla fine chiama la figlia: "Dimmi sinceramente, ami quell'uomo o ami la casa?". La figlia assicura che ama lui, ma si trattava di un'illusione, e la storia finisce tragicamente.
È un tema che cerca di presentare la mentalità di due o tre secoli fa, quando i ricchi signori facevano girare la testa alle povere ragazze del popolo. Oggi la situazione è diversa, ma, quanto al problema del matrimonio, è uguale e forse peggiore. Ci sono molte spose e anche sposi che non cercano lui o lei, ma un castello, e questa volta non reale, un castello d'aria, un mondo di sogni. E lui o lei deve servire a realizzarlo. Dato che molto spesso non riesce a farlo, il matrimonio si rompe. Si portano molti argomenti, ma si riassumono in uno: "Cosí non ci siamo immaginati la vita insieme. Abbiamo avuto tutt'altra idea del nostro matrimonio".
In America esistono tanti istituti di psicologia. Qui succede spesso che gli specialisti in psicologia consiglino gli sposi di separarsi. Dicono che il loro matrimonio era fin dall'inizio invalido, perché non vi erano preparati realmente, non avevano l'idea chiara della vita che li aspettava dopo la loro unione. I due sposi sono credenti cattolici e sanno che la Chiesa non ammette il divorzio. Ma qui li si assicura che non devono aver paura, perché il loro matrimonio era invalido per mancanza della chiara coscienza di ciò a cui si erano obbligati.
Per discutere questo problema in campo morale e religioso, dobbiamo prima renderci ben conto in che cosa consiste la promessa di fedeltà matrimoniale fatta davanti all'altare. Purtroppo qui regna una larga ignoranza. La maggior parte sposa un castello d'aria, cioè un'immaginazione della vita futura. Sposarsi è simile a intraprendere la salita di una bella montagna non conoscendo la strada. Dopo qualche ora di cammino, il turista si accorge che ha preso il sentiero sbagliato. Se è prudente, ritorna a valle e cerca un'altra strada piú giusta. Lo sposo sperava che la vita fosse felice con questa moglie. Però non è cosí. Allora la si pianta e se ne prende un'altra. E la moglie ha il diritto di fare lo stesso.
Che cosa è sbagliato in un tale ragionamento? Lo aveva indovinato la madre della ragazza nel film americano: "Ami lui, o la sua casa?". Se non si risponde chiaramente a questa domanda, il risultato può essere tragico. È vero che nella vita ogni uomo ha da costruire il suo piccolo castello per il futuro: avere un buon pasto, uno stipendio assicurato, un lavoro che piace, ecc. Ma nella vita ci sono ancora altri valori, essenzialmente diversi. Qualcuno ha avuto la mamma fino alla sua matura adolescenza, un altro l'ha persa nei primi anni della sua vita. Queste due persone non saranno uguali sotto questo aspetto. Nessuno può sostituire la madre. Può darsi che fosse una donna semplice, che non avesse la stessa preparazione pedagogica della direttrice dell'orfanotrofio. Ma era la mamma, e questa è unica nella vita. Le direttrici dell'orfanotrofio si possono cambiare come si vuole.
Eppure anche la madre si cambia in certi casi. La mamma è tale in una famiglia. Ma la vita crea nuove famiglie. Quelli che sono usciti dalle famiglie fondano famiglie nuove. Gli adolescenti maturi abbandonano i loro padri e le loro madri, trovano marito o moglie e davanti all'altare si promettono fedeltà. Ciò significa: non saremo piú estranei, saremo l'uno dell'altra, apparterremo l'uno all'altra, qualsiasi strada ci aspetti nella vita, piana o ripida, io avrò te e tu avrai me. Se cambieremo il cammino, lo cambieremo insieme. Abbiamo abbandonato il padre e la madre, ma non siamo orfani adulti, perché entrambi abbiamo qualcuno di cui possiamo sempre fidarci e a cui possiamo ritornare se crolla il castello.
È possibile che il mondo non abbia piú il senso di questi valori personali? Sarebbe triste. Ma è ugualmente triste che la gente consigli alla Chiesa di essere piú condiscendente e di autorizzare il divorzio. Queste proposte si pronunciano talvolta con toni emozionali e si dà l'esempio di come Gesú sia stato misericordioso con la donna adultera, omettendo però la sua ultima conclusione: "Non peccare piú!". E per la questione del potere della Chiesa in questo caso, si può usare un esempio banale. Immaginiamoci che uno presti dei soldi ad un altro con la solenne promessa di restituirglieli un poco per volta. Ma, per liberarsi da questo peso, va da un sacerdote: "Mi può, nel nome di Gesú Cristo, liberare da questo dovere? Ho dato la mia parola d'onore, ma lei può far intervenire la parola di Dio in mio favore". Se si trovasse qualche servitore della Chiesa che acconsentisse a tale richiesta, chi gli potrebbe credere che adempie la missione affidatagli dal suo fondatore Gesú Cristo? E, se si trattasse di un sacerdote, il minimo che gli si potrebbe dire è: ha studiato male la morale cristiana.
Nel caso del divorzio, si esigerebbe dalla Chiesa un'azione peggiore. Due si sono promessi solennemente davanti all'altare la fedeltà fino alla morte e la Chiesa dovrebbe assicurarli che non è necessario prendere sul serio tali giuramenti solenni. Il sacerdote dovrebbe dire: "Qualche anno fa vi ho detto che ciò che qui Dio stesso ha unito nessun uomo lo deve sciogliere. Ora vi dico: dimenticate Dio, io al suo posto vi sciolgo dalla promessa". Chi riflette seriamente, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Due che si sono legati insieme davanti a Dio, legano anche la Chiesa che deve parlare solo nell'interesse della verità divina. È solo la verità di Cristo che vince e libera l'uomo. Preghiamo affinché essa vinca anche nelle famiglie e che esse abbiano la forza di seguirla.