Battesimo ed Eucaristia: i pilastri della vita cristiana

Inserito in NPG annata 2009.

 

Paolo e i giovani /6

Francesco Mosetto

(NPG 2009-05-3) 


«Noi tutti che siamo stati battezzati

in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella sua morte» (Romani 6,3-4).

«Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete da questo calice,
voi annunziate la morte del Signore» (Prima Corinzi 11,26).

Dopo che ha incontrato Gesù sulla via di Damasco, Saulo entra nella città, dove ha un altro incontro. Un «discepolo», Anania, lo introduce nella fede cristiana e gli comunica la missione che il Signore vuole affidargli: essere testimone di quel Gesù che fino a ieri ha combattuto. Anania lo guarisce dalla cecità e lo battezza (cf Atti 9,18). La vita di Saulo è radicalmente cambiata: il giovane e focoso persecutore ora annuncia il Cristo prima nella Siria, poi anche a Gerusalemme.
Inviato dalla comunità di Antiochia, Paolo missionario percorre l’Anatolia (l’attuale Turchia) e la Grecia portando l’annuncio di Cristo non solamente ai Giudei, ma anche alle persone che non appartengono a Israele e adorano le varie divinità del mondo pagano (i «gentili»). Il suo obiettivo primario è sempre quello di portare alla conversione e alla fede, tanto che scrivendo ai Corinzi l’apostolo afferma: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il vangelo» (1 Cor 1,17). Mentre riportano diversi discorsi nei quali Paolo annuncia il Signore Gesù, gli Atti degli apostoli non ricordano nemmeno una volta che abbia amministrato il battesimo. Ma ci dicono che i nuovi credenti entrano nella comunità cristiana precisamente attraverso questo rito. In compenso, gli Atti raccontano come a Troade, lungo il ritorno dalla sua terza missione, Paolo celebrò l’Eucaristia insieme a quella piccola comunità, riunita in una stanza del terzo piano (Atti 20,5-12).
Ma che cos’è il battesimo per l’apostolo Paolo? E che cosa significa celebrare la «cena del Signore»? Lo dice lui stesso nelle sue lettere.

Battezzati in Gesù Cristo

Da Corinto, probabilmente nell’anno 57 dopo Cristo, l’apostolo scrive una lunga lettera ai cristiani di Roma. Fin dall’inizio l’apostolo annuncia la sua tesi: il vangelo «è potenza di Dio per la salvezza di ogni credente» (Romani 1,16). L’affermazione è ripresa e precisata più avanti: tutti coloro che credono, sia Giudei sia Greci (non Giudei) «sono giustificati grazie alla redenzione operata da Cristo Gesù» (3,24). La «giustificazione» – parola che per Paolo significa essere liberati dal peccato e diventare amici di Dio – non è frutto dell’impegno morale dell’uomo, ma è opera di Dio: il credente riconosce e accoglie il dono che Dio gli fa per mezzo di Cristo. L’uomo deve sì corrispondere all’iniziativa di Dio, ma questa viene prima del suo impegno morale: è lo Spirito di Cristo che ci rende capaci di operare il bene indicato dalla legge di Dio (vedi capitolo 8° della lettera).
Nello sviluppare la sua tesi Paolo tocca il tema del battesimo. Il testo è molto celebre, perché lo si legge nella grande Veglia della notte di Pasqua:

«O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato.
Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Romani 6,3-11)

Balza agli occhi che Paolo non sta «creando» una teologia del battesimo. Quando scrive: «Non sapete…?», si appella a ciò che i primi lettori del suo scritto già conoscono; oggi diremmo: fa riferimento al catechismo della Chiesa.
Tutto il discorso è incentrato sul rito battesimale. Il battesimo (báptisma è parola greca che significa «bagno») consiste in un doppio movimento: immergersi nell’acqua – come Gesù nel fiume Giordano – e riemergere dall’acqua. Questa è stata la modalità normale del battesimo per molti secoli: ce lo mostrano ancor oggi gli antichi battisteri di molte città. Nelle chiese dell’Oriente cristiano si continua a praticare il battesimo «per immersione».
Questo gesto ha però un valore simbolico. Anzitutto il «bagno» è un gesto di purificazione. Nel mondo giudaico – per esempio a Qumran, ma anche nel giudaismo rabbinico – il bagno rituale ha già questo significato. Per preparare il popolo ad accogliere il Messia, Giovanni il Battista invita tutti a cambiare vita e a ricevere un «battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Marco 1,4). Lo ricorda a suo modo la Prima lettera di Pietro: il battesimo «non lava la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio» (Prima lettera di Pietro 3,21).
Il battesimo cristiano si differenzia però da quello praticato nel mondo giudaico perché fa riferimento alla persona di Gesù. Quelli che accolgono il vangelo, ossia l’annuncio della salvezza che Dio offre nella persona di Cristo, vengono battezzati «in Cristo Gesù» (Atti 2,38 ecc.): entrano in relazione personale con lui. Il discorso di Paolo si pone in questa linea e l’approfondisce.

Immersi nella sua morte…

Il primo movimento consiste nell’immergersi nell’acqua, per esempio in quella di un fiume (questo gesto è quasi cancellato nel battesimo «per abluzione», quando cioè si versa semplicemente un po’ di acqua sulla testa del battezzando).
Il significato ovvio è quello del lavacro: il bagno purifica. Ma Paolo mette in evidenza un ulteriore significato, che deriva dall’idea biblica dell’acqua, un’idea complessa e sfaccettata. Non solamente l’acqua disseta, vivifica, purifica…; può anche essere acqua di morte, come nel diluvio. Le «acque profonde» fanno un tutt’uno con l’abisso, il regno della morte, lo sheôl (vedi per esempio Salmo 18 (gr. 17), vv. 5s). Scendere nell’acqua è morire. Paolo fa leva sulla valenza negativa del simbolo e lo mette in relazione con la morte di Cristo. Morendo, Gesù è sceso nello sheôl, il mondo dei defunti (lo diciamo nel Credo: «discese agli inferi»!). Colui che riceve il battesimo si unisce a Cristo che muore, scende con lui nella morte. Rileggiamo il testo: «… quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte…».
Non si tratta, secondo Paolo di una specie di «mimo» che imita il morire di Gesù. La realtà è più profonda e personale. Il credente, nel momento stesso in cui accoglie l’evento della croce come principio della sua salvezza, si unisce a Cristo e partecipa al mistero della sua morte: «… siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte». Stando alle parole che si leggono nel testo greco della lettera, dovremmo tradurre: «siamo diventati con lui una stessa pianta a somiglianza della sua morte», ossia ci siamo intimamente uniti al suo morire. L’espressione è difficile, ma il senso è abbastanza chiaro: la morte di Gesù non è solamente un fatto del passato e non riguarda lui soltanto; è un evento che travalica il tempo e che nel battesimo (ma anche nell’eucaristia) mi tocca e mi coinvolge. Quando una persona viene battezzata, lo fa credendo che Gesù è morto «per i nostri peccati», che la sua morte è il momento più alto della sua obbedienza filiale e del suo amore per noi. Aderendo a Cristo nel rito del battesimo, si lascia come assorbire dal dinamismo della morte di Gesù. Da quel momento, afferma l’apostolo, noi «siamo morti con Cristo».
In che senso «siamo morti»? La nostra vita continua, anzi viviamo «una vita nuova»! Ma qualcosa di noi muore ed è morto per sempre. Paolo lo spiega: «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui». In altre parole, l’incontro con Cristo trasforma radicalmente l’esistenza del credente. Le passioni, i vizi, i peccati che prima lo dominavano (cf Galati 5,18-21; Colossesi 3,3ss) sono come «annegati» nel mistero di amore della morte di Gesù e distrutti dalla forza di amore che scaturisce dalla croce. Per questo Paolo continua: «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché non fossimo più schiavi del peccato». Dunque, «consideratevi morti al peccato».

… per risorgere con Lui

Dopo essersi immerso nell’acqua, il battezzato riemerge dall’acqua. A livello simbolico: colui che esce dalle acque della morte inizia una vita nuova. Quando facciamo un bagno, avvertiamo la gioia di essere freschi, come nuovi, ci sembra che l’acqua ci abbia non solo lavati ma anche ringiovaniti. La lettura simbolica del battesimo approfondisce questa esperienza: chi nel battesimo si è unito a Cristo che muore e risorge, non solamente è «morto al peccato», ma vive una «vita nuova».
Paolo distingue due tempi: il presente e il futuro. Risorgendo con Cristo, fin d’ora il credente «cammina in una vita nuova». L’idea è sviluppata più avanti, nel cap. 8° della lettera: Cristo risorto dona ai credenti il suo Spirito, sì che essi sono capaci di «camminare secondo lo Spirito», ossia di compiere il bene, indicato dalla legge di Dio, grazie alla forza dello Spirito. Nella lettera ai Galati l’apostolo spiega in che cosa consiste il «frutto dello Spirito»: esso è «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5,22). Dunque, la «vita nuova» è lo stile di vita cristiano, nel quale si manifesta l’azione dello Spirito, che nel battesimo è donato ai credenti.
Ma questa «vita nuova» si manifesterà pienamente solo nel futuro: «Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui». Anche se fin d’ora possediamo le «primizie dello Spirito», non abbiamo ancora parte alla «gloria» di Cristo risorto. Siamo salvi «nella speranza», perché aspettiamo la «redenzione del nostro corpo» (Romani 8,17.23-24).
Queste affermazioni della Lettera ai Romani sono sviluppate nel cap. 15° della Prima lettera ai Corinzi (che l’apostolo ha scritto un paio di anni prima). «Cristo è risorto dai morti» come «primizia» di «quelli che sono di Cristo» (Prima Corinzi 15,20ss). Come la «primizia» inaugura e garantisce l’intero raccolto, così la risurrezione di Gesù anticipa e prefigura la risurrezione di tutti quelli che gli appartengono attraverso la fede e il battesimo. Alla venuta di Cristo – assicura l’apostolo – tutti coloro che sono «morti in Cristo» «riceveranno la vita in Cristo». E spiega: nella risurrezione dei morti il nostro corpo risorgerà «incorruttibile», «glorioso», «spirituale», come quello di Gesù risorto: «i morti risorgeranno incorrotti e tutti saremo trasformati» (15,42s.51-54).

La cena del Signore

Nella Prima lettera ai Corinzi, scritta probabilmente nella primavera dell’anno 56, Paolo ci consegna la testimonianza più antica sull’Eucaristia, più antica del racconto dell’ultima cena nei Vangeli. L’apostolo è preoccupato di come si svolgono le riunioni nella giovane comunità. Anziché consumare insieme il pasto fraterno che a quel tempo era collegato con la «cena del Signore», si formavano gruppi separati, i ricchi da una parte, i poveri da un’altra. Per questo ricorda ai cristiani di Corinto quello che pochi anni prima ha loro insegnato:

«Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’. Ogni volta, infatti, che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò, chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore» (Prima lettera ai Corinzi 11,23-27).

A Corinto si celebra l’Eucaristia così come si faceva a Gerusalemme e ad Antiochia, ripetendo i gesti e le parole di Gesù nell’ultima cena. Paolo infatti afferma: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, ecc.». Ne è conferma il fatto che i tre Vangeli sinottici – Matteo, Marco e Luca – raccontano l’istituzione dell’Eucaristia sostanzialmente con le medesime parole che leggiamo nella lettera di Paolo alla chiesa di Corinto.
Portiamo la nostra attenzione si porta su tre aspetti:
– Gesù ripete due volte: «Fate questo in memoria di me». L’Eucaristia è «memoriale», ricordo vivo della sua persona.
– Il pane e il vino, per i quali si rende grazie («eucaristia» significa appunto «azione di grazie» rivolta a Dio) sono «il corpo e il sangue del Signore»: il «corpo» donato e il «sangue» versato sulla croce, il suo sacrificio («il mio corpo, che è per voi»). Perciò, «ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore».
– Il sacrificio di Gesù realizza la «nuova alleanza», quella annunciata dai profeti (vedi Geremia 31,31-34; Ezechiele 36,24-28; cf Lettera agli Ebrei 8,6-13; 9,15-22; 10,11-18). Chi partecipa all’Eucaristia si unisce a Gesù, che dona tutto se stesso; per questo lo Spirito Santo trasforma dal di dentro e rinnova la vita del credente.
Poco prima nella stessa lettera Paolo ammoniva: «Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni» (1 Cor 10,21); ossia, per un cristiano sarebbe assurdo mettere insieme l’Eucaristia e il culto delle divinità pagane. A questo proposito l’apostolo mette in evidenza un altro aspetto dell’Eucaristia.

«Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (Prima lettera ai Corinzi 10,17-18)

Quelli che partecipano alla «cena del Signore» non solamente entrano in comunione con il corpo e il sangue di Cristo, ma diventano «un solo corpo». Più avanti Paolo dirà: «Voi siete corpo di Cristo e sue membra» (12,27). Dunque, l’Eucaristia costruisce la comunità cristiana come «corpo di Cristo», unendo profondamente tra loro tutti i credenti.

Conclusioni

Paolo ci rivela il senso dell’essere cristiani a partire dai due momenti fondamentali, quelli che dobbiamo considerare i «pilastri» della vita cristiana: il battesimo e l’eucaristia.
Sovente noi li consideriamo soltanto come due «riti»: il primo introduce nella Chiesa, il secondo esprime la nostra partecipazione alla vita della comunità. San Paolo ci insegna: sono ben di più! Il battesimo ti inserisce in Cristo, ti immerge nella sua morte e ti fa risorgere con lui. L’Eucaristia ti unisce a Gesù e al suo sacrificio, ti comunica il suo Spirito che giorno per giorno trasforma la tua esistenza.
Vivere il battesimo significa: morire con Cristo al peccato e risorgere con lui per una vita nuova.
Vivere l’eucaristia significa: fare della propria vita un dono in comunione con Cristo. Significa anche diventare Chiesa, «corpo di Cristo».
Battesimo e Eucaristia non sono però degli atti magici. Esigono la nostra consapevolezza e possiedono un dinamismo che coinvolge la nostra responsabilità. Se il protagonista rimane – il Padre che ci dona il suo Figlio, Cristo che ci unisce a sé, lo Spirito che ci trasforma e fortifica – noi siamo chiamati a cooperare con tutto il nostro impegno all’azione della grazia.
Se davvero crediamo di essere morti con Cristo, dobbiamo far morire le passioni e i peccati, che ci separano da Lui: è la lotta spirituale di ogni giorno.
Il sacramento della conversione e della riconciliazione è un «secondo battesimo» che rinnova e approfondisce il primo battesimo.
Quando nell’eucaristia ci uniamo al sacrificio di Gesù, tutta la nostra vita diventa un «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Lettera ai Romani 12,1).
Allora davvero noi facciamo «memoria» di Gesù, annunciamo la sua morte e la sua risurrezione; non a parole, ma con la nostra vita.